Racconti di Viaggio
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Kolkata, West Bengal (India) – 30 Aprile 2011
Il taxi avanza lentamente, nel traffico, verso la stazione dei treni di Sealdah; la notte è calda come sempre, ma i colori e i suoni un po’ meno assordanti, il caos delle strade un po’ più lento.
Sto lasciando un uomo che è stato come un padre, in mano stringo i fiori che mi ha regalato: piccole lacrime commosse che non ha voluto mostrarmi sul viso. Sto lasciando un famiglia che è stata anche mia, a cui ho dedicato un po’ di lavoro, un po’ di impegno, un po’ del mio mestiere; “l’ingegnere” mi chiamavano, chissà se riusciremo mai a costruire gli impianti che ho progettato. Da loro ho imparato cos’è l’India: oggi è venuto il momento di andare a vederla.
Nessun occidentale può immaginare una stazione come quella che mi ritrovo di fronte. L’edificio è immenso, ma non è questo che colpisce: una moltitudine di viaggiatori sciama sul piazzale, verso le entrate, con un numero assurdo di bagagli e bambini al seguito; una moltitudine di venditori mette in mostra di tutto: dalle verdure ai giocattoli, dalle biciclette ai libri; un’altra moltitudine, meno numerosa, se ne sta più in disparte: per i mendicanti questo sembra essere un ottimo posto per lavorare.
Il tassista mi abbandona, per rituffarsi nella notte e nel traffico, lasciandomi in balia dei portatori di bagagli: un’altra piccola moltitudine che non avevo notato subito. Si fanno attorno pieni di speranza, decantando servizi e tariffe. No grazie signori, ho solo uno zaino, e viaggio leggero.
Manca un’ora e mezza all’arrivo del treno: sinceratomi che non sia stato cancellato, compro delle banane e del paratha con verdure da una coppia di vecchietti: il profumo del pane appena cotto è incredibile, il sapore delle spezie, stemperato dalle carote del ripieno, è un’esperienza non solo per il palato. Non mi rimane altro che aspettare, e assaporare il caos perfettamente coerente, mentre mi si muove attorno.
Per un europeo risulta incomprensibile come l’India possa funzionare: nessuno sembra seguire le regole, che spesso non sono scritte da nessuna parte, l’organizzazione pare del tutto assente, le persone sono tantissime e si muovono in tutte le direzioni, senza coerenza; e poi c’è il rumore: grida di venditori, pianti di bambini, stridio di locomotive e di auto, voci e urla e ancora voci. Il problema è che ci sono troppi strati sovrapposti, tutti nello stesso posto, contemporaneamente: l’unico modo per capirci qualcosa è imparare a separarli, ma per farlo non si può evitare di entrarci in contatto, di capirli o almeno di prestargli attenzione; l’unico modo per capire qualcosa dell’India è portarsela dentro, assorbirla e diventarne parte: solo allora cominci a vedere, a capire, ad amare.
Il treno entra lentamente in stazione, e un nuovo elemento si aggiunge al caos in movimento composto: salita e discesa dei passeggeri, ovviamente in contemporanea. Sono molto fortunato, i miei vicini nello scompartimento sono una tranquilla coppia anziana con una ragazza. Ha la pelle scura, e veste un sari rosso e arancione, porta decori all’henné sulle mani e le braccia; lo sguardo puro e profondo dei suoi occhi fa riaffiorare alla mente le principesse dei racconti d’infanzia, per il loro amore re e principi gettavano al vento regni e imperi: il motivo mi è ora evidente.
Varanasi, Uttar Pradesh (India) - 2 maggio 2011
Un’ora prima dell’alba, nella città sacra sul Gange, il silenzio è assoluto: si muovono solo i pescatori, i barcaioli e i loro clienti: per quei turisti tanto spavaldi da alzarsi così presto, lo spettacolo dell’alba sul fiume è una ricompensa perfetta. L’anziano rematore, con le tasche ben gonfie delle mie rupie, mi illustra le meraviglie della città: i ghat, le scalinate di accesso al fiume e i palazzi alle loro spalle, tutti diversi e particolari, costruiti da principi e santi per celebrare il fiume sacro e la loro illuminazione spirituale. Tra poche ore brulicheranno di fedeli e devoti, venuti fin qui da tutta l’India per purificarsi, e di turisti, venuti fin qui da chissà dove per scattare fotografie; presto si alzeranno al cielo i fumi delle pire funebri e le preghiere dei santoni. Ma ora c’è giusto il tempo di pregare per coloro che amo e per coloro che mi attendono a casa, affidando al fiume una corona di fiori coloratissimi. Probabilmente verrà recuperata in seguito dai barcaioli e rivenduta a qualche altro turista, ma non importa: è il gesto che conta, la preghiera è valida.
Nessun popolo come quello indiano riesce a far convivere la spiritualità più elevata con il pragmatismo più basilare, senza per questo generare il minimo conflitto nelle loro coscienze.
Sceso a terra, ringrazio il barcaiolo che sta già trattando con altri clienti, e raggiungo Simoné; è un medico austriaco, abbiamo lavorato a Kolkata nella stessa NGO. Ed è una bellissima ragazza.
Agra, Uttar Pradesh (India) - 3 maggio 2011
La mattinata è luminosa, il cielo totalmente azzurro, la stazione poco affollata, il tassista gentile. Non sembra nemmeno di essere in India. Ma c’è un trucco: la città sta ancora dormendo, sono soltanto le sei e trenta e le strade sono popolate da qualche ciclista e da un paio di pattuglie della polizia, nessun’altro. Andiamo al Taj Mahal, amico: una fanciulla mi aspetta.
Arriviamo al limitare del quartiere più antico di Agra: lì il taxi mi abbandona, alle auto è proibito avvicinarsi al tesoro più prezioso dell’India, lo smog rovinerebbe il suo bianco perfetto.
Mentre mi guardo attorno e chiedo indicazioni, un giovane allegro si offre di darmi un passaggio sul suo rickshaw; posso camminare, non fa così caldo e lo zaino è leggero, ma lui insiste molto: è il suo lavoro, ci sfama i bimbi e la moglie, dice che è bravo e starà attento alle buche e alla polvere. Come rifiutare tanta professionalità e dedizione: allo Yash Cafe, per favore, mi stanno aspettando.
Una colazione veloce, uno sguardo alla mappa e siamo all’ingresso. Oggi non c’è molta gente e una gentilissima guida si offre di accompagnarci nella visita. Superato il cancello a sud, si è investiti dalla meraviglia; i giardini, il mausoleo, la simmetria delle fontane e degli edifici. La pace. Il Taj Mahal non è un edificio, è un concetto materializzato nella pietra, la descrizione tangibile dell’amore assoluto. Ogni dettaglio, ogni misura e proporzione, ogni scorcio, sono un’affermazione di umanità, della nostra bellezza e dell’assoluto che portiamo con noi.
È facile, passeggiando con la propria compagna di viaggio in un luogo del genere, cominciare a fantasticare.
Udaipur, Rajastan (India) - 4 maggio 2011
Fuori dal finestrino il deserto comincia a divorare i campi coltivati, lasciando spazio solo a radi cespugli verdissimi. Il Rajastan era la terra delle fiabe, dei luoghi incantati di cui si narra nelle Mille e una Notte; Udaipur lo è ancora. Qui un lago blu intenso, costruito dall’ingegno dell’uomo nel 1362, fa da cornice a palazzi bianchissimi, rimasti immutati dai tempi dei Maharaja. Sulla via verso il belvedere sbaglio strada, per fortuna: un corteo matrimoniale sta accompagnando lo sposo dalla sua bella; veste di verde, con un cappello a pennacchio, l’hanno sistemato su un bellissimo cavallo dal manto quasi bianco. Dietro di lui si snoda un corteo festoso, illuminato da un generatore elettrico portatile e accompagnato da una banda. Il generatore è molto rumoroso, così la banda deve suonare più forte; fanno un gran baccano e si divertono tantissimo.
Al tramonto, in un giardino pieno di colori, guardiamo il sole incendiare il lago, incendiare i palazzi: tutto si illumina un’ultima volta prima della notte. Uno stormo di pipistrelli nerissimi passa sopra al lago, le montagne sullo sfondo; sono tantissimi, volano veloci, inattesi. Poi torna la calma, il sole ormai basso trasforma il lago in oro e argento: ecco a cosa si sono ispirati gli artisti, nelle stanze dei palazzi.
Mi siedo sulla panchina: sarai mai la mia principessa?
Non c’è nessuno, in stazione, solo un venditore di bibite con il suo carretto arcobaleno e un guidatore di moto-rickshaw. L’astuto pilota, sceglie una via panoramica, per farci innamorare della sua città, fermandosi infine a due passi dal nostro albergo, proprio sul Lal Ghat. Il lago calmo, i muri bianchissimi, le finestre che sembrano tessute nella pietra, la camera con cuscini e vetri colorati: mi sento una principessa, dice. Sorrido; io comincio e sentirmi un principe, invece.
Visitiamo il museo, l’indomani: passando da un palazzo all’altro, scopriamo sale ricolme di decori, la cui fattura è davvero degna di un re, esposizioni di arazzi dai dettagli minuscoli, mappe di battaglie passate, armi di principi che hanno compiuto gesta grandiose. È così facile immedesimarsi in tanta storia, immaginarsi a cavallo, alla testa di eserciti di cavalieri, mentre l’amata compagna ti attende a palazzo. Fantasticare, ancora fantasticare di principesse, passate e presenti.
Una giovane addetta del museo ci sorride raggiante all’uscita: se volete vedere uno spettacolo magnifico, andate al belvedere del tramonto: è così romantico, la sera. Perché no, dice Simoné.
Lungo la riva del lago, ceniamo su morbidi cuscini accompagnati dalla musica del citar: anche il cibo ha un gusto lento, qui, come se anche le spezie si rilassassero un poco.

Giacomo Rossi

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