Racconti di Viaggio
700 giorni in Australia
Abbiamo davvero viaggiato?
Alla ricerca di me
Attraverso il mondo
Be here now
Bus…cando Sudamerica
Dal presente al futuro
Di passaggio
Domande
Eat, Surf, Skate and Shoot
Emozioni dal mondo
Il giradino dei viaggi sussurrati
Il giro del mappamondo
Il giro delle grandi emozioni
Il gusto di andarsene via
Il mare... la perfezione
Il richiamo
Il viaggio di Elena, Dario e Antonella
Il viaggio dei sogni
Il viaggio della vita
Il viaggio di Chiara
Il viaggio di Claudio
Il viaggio di Cristina
Il viaggio di Francesco
Il viaggio di Karin
Il viaggio di Lucia
Il viaggio di Marco
Il viaggio di Marta
Il viaggio di Nina
Il viaggio di Paola
Il viaggio di Paolo
Il viaggio di Simona
Il viaggio di Veronica
In viaggio alla scoperta di me stessa
In viaggio con papà
Poster della Nuova Caledonia
Il viaggio di Max e Leonida
La bambina che sapeva sorridere
La collezionista
La necessità del viaggio
La valigia invisibile
L'andata è il ritorno
Le emozioni che regala il mondo
Le porte verso il mondo
Le tre perle
L'eden
Let's go!
L'oca indiana
L'odore della terra
Luci del nord
Mal d'Asia
Metamorfosi
Pablo in viaggio
Partipartiparti
Questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
Ricordi per i nipoti
Rosemary
Sai cosa c’è oltre l’Europa? Un mondo. Scopriamolo!
Sempre blu
Smuovere il moai
Sogni ancestrali
Spirito d'australia
Tra le Ande e l’oceano
3 sogni per un viaggio intorno al mondo
Uccelli migratori volano a sud
Un viaggio alla scoperta dello spirito
Un viaggio dentro al cuore
Un viaggio di Liz
Un viaggio intorno al mondo
Un viaggio lungo un sogno…
Una sfida a colpi di moleskine
Viaggiare è vivere
Viaggio in india di un aspirante principe
Viaggio intorno al mondo
Viaggio senza ritorno
Viaggio. Con la mente viaggio
Il viaggio di Simona e Mauro
Il viaggio di Roberta e Marco
Il viaggio della Famiglia Manodritto
Il viaggio di Federica e Andrea
Il viaggio di Erica e Omar
Il viaggio di Vanessa e Stefano
Tracks, attraverso il deserto
Enjoy The Silence
Sogni ancestrali
Panes Content Table

PREMESSA
   Oggi, grazie ad Internet, è possibile viaggiare restando seduti davanti al computer, visitare paesi e città,  nazioni a noi vicine o lontanissime, scoprire mondi e culture a noi sconosciute e vivere un viaggio virtuale come fosse reale. Specialmente quando si ha il desiderio  di conoscere i luoghi che vorremmo visitare, ma non abbiamo avuto le opportunità per poterlo fare. Forse, da parte mia,  è mancato quello spirito di avventura che mi avrebbe potuto offrire anche l’occasione giusta. Accendo pertanto il p.c. ed inizio a raccontare aiutato dalla fantasia, ma soprattutto da internet dal quale posso attingere le notizie e le immagini scegliendo il paese più lontano, quasi agli antipodi, in una continua ricerca di situazioni che andrò ad inserire nella trama del mio racconto. Questa avventura parte da un sogno, ma prima di iniziare il lungo viaggio nel territorio del nord del continente australiano cito il primo pensiero che ho trovato sulla rete e che mi introduce nel mondo e nella cultura aborigena tramandata per migliaia di anni.
     Quelle popolazioni vissero isolate dal resto del mondo fino al diciassettesimo secolo, quando James Cook mise per la prima volta piede sul continente australiano.   
     Leggo quanto segue:   
“ Nella mitologia degli aborigeni australiani il tempo del sogno è l’epoca precedente alla creazione del mondo da parte delle “creature sognanti” che cantavano tutto il creato. Ognuno di questi canti descrive il percorso seguito da una creatura ancestrale nel suo viaggio originario. Il sognare è però anche qualcosa che va ben aldilà di ciò che è presente sul nostro pianeta. È  una  dimensione di  tempo nella  quale coesistono diverse realtà ed esiste parallelamente al ostro mondo, tanto che vi si può anche accedere, avendone il potere”.
     Il continente Australiano, escludendo il territorio artico, ha una superficie di circa 6.000.000 di km2 con 20.000.000 di abitanti. È divisa in 6 Stati e 10 territori tra cui il Territorio del Nord dove si ambienta questo racconto. Il North Territory ha una superficie di 1.350.000 km2  con appena 232.400 abitanti gli Aborigeni non superano il 60% dell’intera popolazione australiana e la maggior parte di essi vive in questo territorio.

DICEMBRE 2010

     Lo studio di Domenico Greco in via S. Gregorio,  ad Assisi, non era più largo di tre metri per quattro, con una parete interamente ricoperta da libri, una scrivania sovraccarica di fogli e  cartelle, con qualche faldone rigonfio di carte, un mobiletto con il computer e la stampante, un mensola con opuscoli, numerosi  compact disk e qualche soprammobile.
     La lampada sull’angolo era quasi sempre accesa, anche se a luce  bassa, come non era mai spento il p.c. che diffondeva una musica rilassante, mentre una lampada rischiarava il piano della scrivania con una luce bianca. La finestra dava sulla via principale con persiane di legno  e due vasi di gerani rossi,  legati ad una sbarra di ferro che tagliava la finestra ad un palmo dalla soglia.
     Quando Domenico, 43 anni, capelli rossi e piccoli occhiali da vista, rientrava dalla sede universitaria di Perugia,  dove teneva lezioni di scienze politiche, tolti i pochi minuti per rifocillarsi e mettersi fisicamente a suo agio, dedicava molto del suo tempo libero alla lettura dei quotidiani e davanti al computer per gli aggiornamenti sulle materie del suo insegnamento.
     Di buon carattere, ma imprevedibile quando distratto. Non di rado, smettendo per dedicarsi ad altro,   lasciava la lampada accesa e dimenticava di spegnere il p.c. che continuava a riprodurre musica da lui preferita.
     In quel periodo dedicava parte del suo tempo alla raccolta di testimonianze sulla vita tribale delle popolazioni aborigene. Impegno nato prima come curiosità, poi diventato materia di studio soprattutto dopo aver ricevuto in regalo dal suo amico Leonardo due oggetti di artigianato portati dall’Australia, da dove era ritornato dopo un  breve periodo di vacanza.  
     Una piccola scultura Kundingas chiamato Pitjantjaryiara, un essere metà uomo e metà lepre e la riproduzione, in dimensioni ridotte, di un didgeridoo, uno strumento musicale  a fiato derivante da un ramo di eucalipto,  già scavato dalle formiche poi ripulito e artisticamente decorato dagli aborigeni.
     In sogno aveva addirittura vissuto un episodio in cui l’essere rappresentato dalla  statuetta  lo conduceva in un mondo onirico  dove natura ed esseri umani s’incontravano lasciando dietro di sé una scia di parole e di musica, un bisbigliare collettivo e ritmi lenti come gocce di pioggia sull’arso terreno del deserto,  accompagnati dal suono di quello strano strumento.
     Probabilmente le esperienze del viaggio di Leonardo, i racconti, le documentazioni e le notizie che aveva  raccolto  intorno alla natura e alla cultura aborigena,  lo avevano affascinato facendogli maturare l’idea di approfondire lo studio con una ricerca specifica.
     Quel mondo primitivo, così lontano dal nostro, non solo geograficamente,  raccontava una storia che è stata tramandata per più di 40.000 anni, con leggende e danze inneggianti lo spirito della madre terra, nell’interpretazione dei fenomeni celesti.
     Come ogni interesse che diviene passione, col passare del tempo, Domenico aveva fatto  di questo argomento un motivo di impegno quotidiano e già pensava seriamente di  programmare un viaggio da quelle parti.
     L’inizio del nostro inverno corrispondeva a quello dell’estate australiano e gli è sembrato il momento ideale per programmare quel viaggio oltre oceano.
      Decisione che prenderà, quasi in maniera impulsiva, prima di Natale.
      Le ferie di dicembre sarebbero state ideali ed i giorni sufficienti per approfondire le sue conoscenze, finora sole acquisite leggendo qua e là e navigando su internet. Partire per l’Australia non era poi una cosa tanto difficile da mettere in atto. In fin dei conti con qualche migliaio di euro, si sarebbe tolto quella soddisfazione che negli ultimi tempi era diventata un pensiero fisso.
     Una cena con gli amici del cuore, quelli che frequentava quasi ogni giorno, fu il commiato che in parte sbalordì,  ma che alla fine si risolse con una bevuta e con  gli auguri per la vacanza fuori dal comune.
     Alla dotazione dei documenti necessari  e all’apprendimento di tutte le modalità con le prassi da seguire per il viaggio e la permanenza in quella lontana e desolata realtà, seguirono i preparativi per la partenza che mise in atto la settimana successiva.
     Prese il treno per Roma, poi il volo diretto per l’Australia. Assisi era ormai tutta nella sua agenda piena di indirizzi e numeri telefonici.


Intanto ad Assisi

     Forse non c’è luogo più mistico e affascinante di Assisi, dove l’atmosfera natalizia, con le colline innevate e le luci che replicano i colori sui cumuli di neve addossata ai fabbricati del centro, introduce da sempre ogni persona,  che vi si trovi a passare,  in quel presepe vivente.
     Al freddo dicembre dell’anno appena trascorso, subentrò un gennaio non meno gelato  che mantenne la temperatura sotto zero fino al mese successivo.  Poi, le giornate che man mano si allungavano, lasciarono sperare in una primavera più mite.
     Le colline umbre in quella  stagione erano  di un verde intenso che si sentiva nelle narici, quasi si addensasse con l’aria che si respirava. 
     Era questa la sensazione piacevole, quasi inebriante che Leonardo provava alla guida della sua jeep, con il finestrino aperto, mentre percorreva la SS 76 da Perugia  verso Assisi. 
     Come ogni giorno,  e specie nei week end, il ritorno a casa rappresentava la meritata parentesi  nel  lavoro impegnativo e alla fine non privo di soddisfazioni.    
      Leonardo, anche lui insegnante presso l’università di Perugia, nella facoltà di lettere e filosofia, era una persona più metodica, sicuramente meno impulsiva del suo amico Domenico.   
     Giunto al bivio per Assisi, svoltò a sinistra,  quindi  fermata d’obbligo a S. Maria degli Angeli per fare benzina. 
     Al distributore  l’addetto, ormai diventato più amico che conoscente,  prese in consegna l’autovettura per il pieno mentre Leo approfittò per un caffè. 
     Il tempo sembrava che tenesse, anche se da dietro,  i nuvoloni  carichi di pioggia,  lo avevano seguito, quasi a costringerlo a fermarsi.      
     Un’ occhiata al cellulare dove c’erano già alcuni  messaggi  non letti, il primo di Giovanna che,  preoccupata come sempre:
      - “Dammi uno squillo quando arrivi”. 
     Messaggio ripetuto ogni volta che Leonardo si metteva in viaggio, anche soltanto per uno spostamento di qualche chilometro.
     Contemporaneamente una chiamata, era l’amica comune, loro e  di    Domenico.
    - “Ciao Leo, hai più saputo di Domenico. Aveva prolungato la sua permanenza in Australia, come tu sai, fino a febbraio, ma poi non si è fatto più sentire. L’ultimo messaggio l’abbiamo ricevuto quando era partito da Darwin, nel North Territory”.
     - “Senti Anna Paola, sono giusto qui a Santa Maria degli Angeli, ci vediamo domani mattina con Giovanna, poi ne parleremo con calma. Dai suoi hai saputo qualcosa?”.
     - “No, ma forse non hanno neanche il mio numero.   Ah, fammi il favore dì a Giovanna che portasse l’ultimo numero di Viaggiare che ha preso in agenzia,  le volevo far notare una cosa. Ora ti saluto, ci vediamo domani”.
     Anna Paola da tempo frequentava Domenico, innamorata e sicuramente ricambiata in un rapporto di normale frequentazione, senza tuttavia che si prospettasse il consolidamento della loro unione.
     Il matrimonio poteva attendere anche se, a dire il vero, l’idea per una sistemazione definitiva, come si diceva da quelle parti, si era stagionata da un pezzo.
    Era di un paio di anni più giovane di lui, ma da tempo aveva abbandonato gli atteggiamenti della prima gioventù. Domenico, invece, non dava l’impressione della persona posata, nel senso di uno che pensa alla vita famigliare.
     Lei si distingueva per la sua calma e signorilità, una donna matura, impiegata presso una agenzia turistica in Assisi; lui per l’irrequietezza, quasi fosse sempre alla ricerca di nuove opportunità per organizzare le sue giornate.
     Leonardo, interrotta la comunicazione con Anna Paola, prima di ripartire prese dal bauletto la mappa dell’Australia e, come aveva fatto spesso dalla partenza di Domenico, si mise a seguire idealmente il probabile itinerario che poteva aver pensato il  suo amico, in giro per un territorio molto vasto e pochissimo abitato.
    Lui, Leonardo che tutti chiamavano Leo, teneva sempre il libro delle mappe stradali  di ogni nazione a portata di mano, perché soltanto l’idea di muoversi liberamente da un posto all’altro, gli dava la stessa sensazione del tenere un pacchetto di sigarette in tasca. Se non fumava o non poteva farlo in quel  momento, si sentiva comunque appagato dalla consapevolezza che  avrebbe potuto accendere una sigaretta alla prima occasione.
     Non era un gran fumatore, ma non pensava né sentiva la necessità di dover smettere. Anche lui quarantatreenne, capelli scuri, ma stempiato, era molto legato a Giovanna, cinque anni più giovane di lui. La sua donna, al contrario di Anna Paola, con l’aria più sbarazzina, capelli castani, sempre arruffati, oltre ad essere iperattiva, amava viaggiare.
    Costantemente interessata alle escursioni, gite di ogni tipo e si teneva aggiornata grazie al lavoro della sua amica. Non aveva un lavoro fisso e si dedicava ai bisognosi, sia collaborando coni servizi sociali, a part-time, che con la parrocchia che visitava quasi ogni giorno.
     Trascorsero poche ore da quando Leonardo era passato presso l’Istituto Teologico di Assisi e dove si era soffermato a prendere appunti sulla filosofia dei viaggi nel tempo:
     “Quando i Manipolati si svegliano dal loro Viaggio nell’ Universo Tangente,” – leggeva – “essi sono spesso assillati dall’esperienza nei loro sogni. Molti di loro non ricorderanno. Quelli che ricordano il Viaggio sono spesso sopraffatti da una profondo rimorso per il rimpianto delle azioni seppellite nei loro sogni, …”
e la lettura continuava, finché, presi alcuni appunti, chiuse tutto e ritornò a casa.
     Il tema del viaggio era  sempre presente in Leonardo, che non accantonava mai, quasi fosse una filosofia di vita, nella continua ricerca di nuove esperienze e contagiava chi gli stava vicino, come sicuramente sarà successo con  Giovanna.
     Completare la raccolta di argomenti per la sua relazione non costituiva l’impegno più importante, preso com’era dalla mancanza di notizie del suo amico in viaggio al centro del continente australiano. Lasciò il museo, dove sarebbe potuto ritornare anche il giorno dopo  e si diresse verso casa, presso la tenuta dei suoi, a due chilometri dal centro.
     Doveva assolutamente avere notizie dal suo compagno di studi e di avventure. I viaggi fatti insieme in Italia e all’estero avevano consolidato l’amicizia fino a condividere, reciprocamente,  ogni momento dei loro incontri, già da quando erano ragazzini.
     Provò a telefonare  ai due cellulari  di Domenico, ma purtroppo senza risposta. Il silenzio e l’assenza di notizie che gli aveva confermato Anna Paola, lo preoccupavano  ed accrescevano  in lui il timore che gli fosse successo qualche incidente. Si rammaricava molto di non averlo potuto seguire in Australia dove sarebbe ritornato volentieri.
     Con questo pensiero, che ogni tanto gli riaffiorava alla mente,  Leo rimase ancora ad Assisi per preparare quegli appunti, appena iniziati e che gli sarebbero serviti per l’ora di lezione del lunedì successivo, presso l’istituto liceale di Perugia.
     Era quasi l’una di notte;  a Darwin saranno state circa le nove del mattino seguente. Leo , con la premura che rimandava il sonno a più tardi,  cercò su internet indirizzo e numero telefonico del  Mediterranean All Suite, di Darwin,  l’albergo dove sapeva che sarebbe alloggiato Domenico, afferrò il telefono e digitò il numero.
     Il contatto fu quasi immediato. -  “Hallò” -  si sentì  rispondere dall’altro capo e subito chiese: - “Chiamo dall’Italia, posso parlare con il direttore?”.
     - “Why not,  do you need something? …  I’m Richy Dellantonio, il proprietario dell’hotel,  …  cosa desidera … chi  cercate?”.
     - “Sono Leonardo Cortegiani,  un amico di Domenico Greco, so che alloggia  o alloggiava presso il vostro albergo. Non abbiamo da tempo sue notizie e stiamo tentando di contattarlo, ma inutilmente”.
     - “Sorry, mi dispiace, ma Domenico è partito a metà gennaio per Tennant Creek. Non ho sue notizie recenti e credo che non ritornerà a Darwin se non quando deciderà di lasciare l’Australia”.
     Rincuorato dalla facile comunicazione e dalla fortuna di aver potuto parlare direttamente con l’albergatore e per giunta italiano, spiegò il motivo della sua richiesta e nello stesso tempo  confidò al suo interlocutore il  timore che a Domenico fosse accaduto qualcosa, dal momento che non gli è stato possibile contattarlo telefonicamente, né ricevere in altro modo le sue notizie.
     Dellantonio gli raccontò brevemente quello che sapeva di Domenico: con un Land Rover a noleggio ed una guida locale,  un giovane aborigeno, indicato dallo stesso albergo, era partito per il centro del North Territory.
     Con lui ha telefoni e radio. Sarebbe dovuto passare per Tennant Creek e, diceva, proseguire  verso sud, fino ad Alice Springs, ma avrebbe percorso strade secondarie per prendere contatti con alcuni villaggi  aborigeni. 
     Prima di partire, era andato anche al posto di polizia dove avrà sicuramente comunicato le intenzioni di viaggio, esibito i documenti e, forse, pagato una cauzione per gli eventuali imprevisti.
     Erano anche obbligatori i permessi per visitare le località aborigene, nelle zone controllate dalle autorità governative.
     Se avesse pagato la cauzione,  la Polizia, pur avendo l’obbligo di soccorrerlo in caso di incidente, pretendeva la cauzione, una specie di assicurazione per i costi dell’intervento. 
     Il soccorso poteva infatti essere molto oneroso  in quanto comportava quasi sempre l’utilizzo di mezzi fuoristrada, di un aereo ed il coinvolgimento di poliziotti e di privati.
     Leonardo, pertanto,  avrebbe dovuto mettersi in contatto con la N.T.P. (la North Territory Police) per ulteriori e più precise informazioni, cosa che chiese di fare all’albergatore, per ovvi problemi di lingua.
     La Polizia non aggiunse altre informazioni se non la data  e l’orario preciso  della partenza  da Darwin e  l’itinerario   che Domenico avrebbe dovuto seguire. Il policeman di turno, che parlava al telefono con Richy Dellantonio,  disse anche che loro non si sarebbero mossi se non dietro esplicita richiesta di aiuto da parte dell’interessato e comunque solo dopo essere stati messi al corrente della sua probabile posizione. La Polizia non può andare in giro per tutto quel vasto territorio in cerca di un disperso.
     In ogni caso anche la guida aborigena aveva l’obbligo di mettersi in contatto con l’albergo o con il distretto di polizia.
     Lo stesso poliziotto tranquillizzò il suo interlocutore spiegandogli che il motivo del mancato collegamento stava nel fatto che nel deserto i telefoni cellulari non possono  ricevere né trasmettere per assenza di campo e ci potrebbero essere stati anche problemi alla radio. Aggiunse inoltre, con motivo d’orgoglio, che proprio in Australia sono all’avanguardia per quanto riguarda le ricerche su tecnologie che potranno permettere di assicurare collegamenti telefonici anche nelle zone desertiche e gli lesse testualmente un articolo  dal giornale che aveva evidentemente a portata di mano:  “L’Università di Finders, di Adelaide, sta sperimentando, la tecnologia Wi-Fi con un software - ripetitore integrato nel telefono.    Una  connessione vocale con un dispositivo presente nelle vicinanze, sfruttando appunto le tecniche Wi-Fi dei cellulari, ma per il momento il problema di ricezione non era risolto”.
     Buono a sapersi, ma a Leo interessavano di più le notizie del suo amico. Bisognava pertanto sperare  che Domenico raggiungesse una località dove era possibile usare  i telefoni o comunicare via radio anche con le  guardie dei parchi o dei post- office, presenti sia sulla 87 che lungo le altre strade laterali,  highway, route o road che dir si voglia.
     Il poliziotto li  aveva anche  avvertiti che quando ci sono gli stranieri di mezzo, bisogna prima avvertire il Consolato che, in caso di prolungato silenzio e di richiesta  da parte loro, avrebbe contattato i  comandi di polizia presenti a Katherine  e a Elsey National Park, località che si trovano a nord di  Tennant Creek.
     Queste informazioni rassicurarono solo in parte Leonardo.  Più che il timore che gli fosse accaduto qualcosa, a questo punto era più la curiosità di sapere dove diavolo era finito, in quale delle diverse comunità aborigene poteva aver lasciato qualche indizio.
     Sicuramente Domenico stava vivendo un’avventura più impegnativa del previsto, la stessa  alla quale avrebbe potuto   partecipare anche lui se solo avesse avuto  la fantasia di lasciare tutto e partire.
     Questi interrogativi non lo fecero dormire tranquillo, e scese dal letto molto presto, almeno per le sue abitudini. Mentre faceva colazione guardava la carta del North Territory,  che aveva aperto sul tavolo, e seguiva con l’indice  l’unica strada che da Darwin conduce a Alice Springs, in mezzo al deserto australiano.
     Si recò di nuovo all’Istituto Teologico per la relazione che finì subito dopo nella sala di lettura. Poi, senza altro pensiero in testa che quello di partire per raggiungere l’amico in Australia, andò incontro a Giovanna e ad Anna Paola la quale, nel frattempo, era uscita anche lei con le loro medesime preoccupazioni.
     - “Cosa ne pensate” – disse Leo alle due donne, mentre si erano seduti per un aperitivo al bar – “potremmo partire tutti e tre per Darwin.  Io saprei come muovermi, sono già stato in Australia e,  prendiamo pure  due piccioni con una fava: ritrovare il nostro amico e trascorrere una vacanza diversa, sicuramente più interessante di quella che abbiamo fatto la primavera scorsa in montagna.
     Ho sentito all’aeroporto, fra tre giorni c’è l’aereo per Singapore, da lì prenderemo la Qantas direttamente per Darwin. Non resta che mettersi in contatto con il Mediterranean All Suite, lo stesso albergo di Domemico e da lì potremmo seguire i suoi passi.
    Sicuramente lo incontreremo, magari con una bella aborigena” -  disse scherzando e concluse -  “L’Australia è grande, ma da quelle parti non ci sono molte strade e per quanto può sembrare assurdo, è più facile muoversi nel deserto del north territory che in una grande città”.
     A parte il costo del viaggio e della permanenza in terra australiana,  che avrebbe dimezzato le risorse nel loro conto in banca, il pensiero per un improvviso cambiamento dei programmi di lavoro ed i conseguenti preparativi per il viaggio, misero addosso alle donne  un attimo di disorientamento.
     - “Pensiamoci fino a domani mattina, non più tardi altrimenti dovremo aspettare le coincidenze di volo fino alla prossima settimana” - disse Leonardo e si diressero verso il ristorante il Menestrello, vicino a casa di Domenico, dove ordinarono  soltanto degli antipasti.
     Le donne, non poteva essere diversamente, esternarono alcuni dubbi sul viaggio organizzato in maniera così frettolosa, ma poi, fiduciose dell’esperienza e della sicurezza che Leonardo sapeva loro infondere,  si lasciarono convincere e alle preoccupazioni subentrò l’entusiasmo per l’avventura.
     Ritornato alla sua abitazione, Leonardo accese il p.c.,  ormai convinto che quel viaggio pensato con le due donne sarebbe diventato realtà, e digitò il nome della città australiana in cui sarebbero sbarcati e lesse:
     “La città di Darwin ha la più alta percentuale di giovani di tutta l'Australia, il che naturalmente le conferisce un'atmosfera particolarmente dinamica e attiva.
Il clima è caldo tutto l'anno, con una temperatura media di 32 gradi. Da maggio a ottobre è piacevolissimo, ma da novembre ad aprile (estate australiana)  è particolarmente umido.
     Il centro della città di Darwin si visita benissimo a piedi, giacché è relativamente piccolo, oppure in pullman; potrete anche girare la città in bicicletta grazie a piste ciclabili che serpeggiano un po' ovunque anche nei parchi e nei giardini, con bellissime viste sul mare. 
     Numerosi sono i pub, le birrerie, e i locali notturni dove si può trascorrere la serata, ubicati soprattutto lungo la via principale, Mitchell Street. Numerosi i ristoranti a Cullen Bay e chi vuole tentare la fortuna può recarsi al casinò di Mindil Beach.
     I ristoranti di Darwin propongono menù di praticamente tutte le cucine del mondo, senza trascurare i piatti locali a base di squisiti crostacei, quali i mud crab, di barramundi (pesce ottimo), di carne di bufalo, di canguro e di coccodrillo.
Troverete ristoranti eleganti e altri molto informali con prezzi per tutte le tasche; numerosi i locali all'aperto, soprattutto al molo di Stokes Hill.
Se siete a Darwin durante il fine settimana, non perdetevi una visita ai mercati rionali di Parap e Nightcliff; un must è quello al tramonto a Mindil Beach, il giovedì e la domenica da maggio a ottobre, caratterizzato da numerosi stand gastronomici che propongono specialità asiatiche, da bancarelle di abbigliamento curioso, il tutto allietato da musica dal vivo e da giocolieri.
     Tutta la zona di Darwin e dei dintorni è un vero e proprio paradiso per gli amanti della pesca; inoltre le sue acque trasparenti e tranquille sono ideali per una crociera al tramonto”.

     Stampò la pagina turistica di Darwin pensando di farla leggere alle due donne, anche per dar loro uno stimolo in più per l’avventura.
     Il giovedì successivo, puntuali ed attrezzati di tutto punto, i tre avevano già preso posizione sul Boing 777 della Singapore Airlines decollato alle 11.30.   All’aeroporto Changi attesero la coincidenza del Boing 737 della Qantas e dopo 4 ore e  30 erano già  in attesa dei bagagli in quello di  Darwin.
     L’arrivo alle prime ore del mattino  non comportò disagi in quanto Dellantonio aveva già inviato un’autovettura a prelevarli ed  accompagnarli  al Mediterranean Hotel.
Anche in albergo trovarono facile sistemazione:  sembrava di essere arrivati in una località già nota, a parte la curiosità che poteva suscitare l’ambiente  intorno  e dentro lo stesso albergo.
    Dellantonio fu un ottimo padrone di casa che subito mise gli ospiti a loro agio.  
     Il primo colloquio, esclusi i convenevoli di circostanza per il viaggio appena terminato, fu subito improntato su quanto si era potuto apprendere dopo la partenza di Domenico dall’albergo.
     Insieme sentirono  di nuovo il comando di polizia che non aveva notizie di gente dispersa o bisognose di soccorso, ma che nel frattempo si era messo in contatto con  gli uffici di alcune località situate lungo la Stuart Hwy, la superstrada 87,  che attraversa in tutta la sua lunghezza il continente australiano e che da Darwin arriva a Port Augusta, vicino ad Adelaide.
    Nessuna notizia. Non restava che attendere qualche giorno ancora e poi, eventualmente, mettersi seriamente in viaggio per Alice Springs.
     Il giorno seguente Leo e le due donne si levarono presto e dopo la colazione consumata in hotel, decisero di visitare la città.
     Grazie alla temperatura che si mantiene costante tutto l’anno, era proprio come avevano letto da internet,  Darwin in quel periodo offriva un clima piacevole e rilassato, rendendola più ospitale.
     La sua posizione,  su una penisola circondata dal mare su tre lati, offriva l’opportunità di scoprire le bellezze dei lungomari e dell’ampio porto adagiato sul mar di Timor. 
     Dellantonio aveva consigliato loro di indossare un abbigliamento adatto ai tropici e prendere magari le biciclette per visitare i parchi e andare in cerca di luoghi tipici dove poter ammirare l’arte aborigena.
     Leonardo, spronato dalla curiosità femminile, accettò di ritardare la partenza in cerca di Domenico  per visitare i luoghi suggeriti dall’ albergatore  che nel frattempo, mostrando loro alcune brochure che teneva a disposizione nella hall, aveva anticipato qualche nozione storica riferita alla città.
     Aveva raccomandato loro che uscendo potevano visitare alcuni luoghi storici come il monumento in memoria dei bombardamenti di Darwin del 1942, unica città australiana colpita dai raid dell’aviazione giapponese durante l’ultima guerra.  Quel fatto fu concomitante all’attacco a Pearl Harbour e Darwin fu completamente distrutta.
     Gli disse inoltre che avrebbero potuto visitare il museo   dove sono esposti i documenti  riferibili ai primi anni, dalla sua fondazione in avanti e gli fece notare una dicitura sotto la foto del porto di Darwin:
     “La storia del porto che fu chiamato Port Darwin dal capitano della nave  Jhon Clements Wickham in onore di Charles Darwin, famoso naturalista, fino alla scoperta dell’oro che portò la popolazione,  dell’allora piccolo insediamento, a 800 unità”.
     Avrebbero voluto fermarsi qualche giorno in più per poter visitare i luoghi come Mindil Beach, Sanset Markets o l’elegante Cullen Bay Marina.      Oppure fare la conoscenza più approfondita dei luoghi e soprattutto della gente di Darwin, dal momento che la città ha una popolazione di 100.000 abitanti con circa cinquanta nazionalità differenti, compresa la popolazione aborigena, i locali Larrakia.
     Ma sentivano più forte la necessità di partire.
     L’autunno di Darwin ha nulla a che fare con quello umbro:  altre tinte, altri colori e un’aria decisamente diversa che invogliava a restare all’aperto.
     Si stava entrando nella stagione secca, quella delle piogge aveva lasciato qualche disagio specie nella zona verso oceano, dove i sentieri, nelle zone boschive, erano stati cancellati dalle abbondanti precipitazioni.
     Questo fatto non rallegrava affatto la comitiva che, a questo punto, temeva per il loro amico, probabilmente incappato in qualche incidente di percorso.
     Partire per  Tenant Creek, che si trova a oltre mille km più a sud di Darwin, significava trovare un clima  più secco e una zona semi  desertica.
     La Stuart Hwy incontra solo pochi corsi d’acqua e non sono certo bacini di grossa portata.
     L’hotel in quel periodo si stava popolando. Altre comitive con fuoristrada ed attrezzati di tutto punto si stavano preparando per le escursioni nel deserto dove è di moda scorrazzare e divertirsi  con i fuoristrada, seguendo i percorsi e le piste indicate dalle mappe.
     Seguendo la main road, la Stuart per intenderci, si potevano incontrare località in cui è possibile prendere alloggio e ristorarsi, ma fuori di essa occorrevano tende ed attrezzature per il bivacco, che tuttavia non era il caso di consigliare.
     Memorizzate le informazioni  fornite dall’ albergatore e dalla locale police-station, Leo e le due donne si munirono di tutta l’attrezzatura necessaria e affittarono un fuoristrada Toyota. L’uomo, con la patente internazionale ed un minimo di esperienza per la guida a sinistra che aveva già sperimentato nel precedente viaggio, mostrava abbastanza sicurezza.
     Così bardati, irriconoscibili rispetto al consueto abbigliamento, con tanto di cappelli dell’esercito australiano e di abbigliamento coloniale, i tre salutarono Dellantonio e si avviarono sulla 87, in direzione sud.      
     Di mattino presto il sole ancora basso proiettava le ombre lunghe della scarsa vegetazione;  l’aria ancora frizzantina col trascorrere del tempo diventava sempre più secca e calda tanto da rendere necessarie frequenti bevute.
     I water-bags, i sacchetti di tela per l’acqua, che si usavano portare attaccati all’esterno del fuoristrada,  sullo specchietto laterale, garantivano la freschezza  per un  lungo periodo.
     La strada con  rettilinei  interminabili e  con la carreggiata stretta, tagliava la pianura arida,  affiancata raramente da rilievi appena accentuati, ma spesso da una vegetazione a volte rada , in altri casi più fitta.
   Dopo appena mezz’ora di viaggio, durante il quale incontravano ogni tanto altri fuoristrada e rari altri veicoli, si imbatterono con il  primo autotreno che avrebbe messo Leo in difficoltà. Per fortuna che gli autisti  da quelle parti sono prudenti e rallentano concedendo la precedenza  a chi proviene dalla direzione contraria  o di spostarsi fuori dalla carreggiata.
   Il lungo Road Train, un grosso autotreno con due rimorchi, li salutò con un colpo di tromba consentendo loro  di riprendere la marcia verso sud.
   Con il sole ormai sopra  il tetto del fuoristrada, procedevano tranquillamente senza preoccuparsi di sbagliare strada, essendo l’unica percorribile ancora per molti chilometri.
   Qualche problema ogni tanto capitava con gli animali, canguri o quadrupedi come asini o cavalli,  che restavano  fermi in mezzo alla strada  ad osservare il veicolo che avanzava e aspettavano immobili fino a trovarsi a qualche decina di metri, poi si scansavano, quasi fossero scocciati dall’incontro con l’autoveicolo.
   Il paesaggio desertico assomigliava sempre più a quello che si era soliti vedere nei film western, con qualche carogna di animale attorniata da uccelli rapaci.
   Tutto era ancora nuovo ed eccitante, tanto da non far pesare il disagio del clima, che tuttavia era sempre meno sopportabile. Scorreva, sotto le ruote del Toyota, un terreno misto a  sabbia e rocce, di colore giallo rossiccio con ciuffi d’erba  e arbusti,  mentre ogni tanto li affiancava la  boscaglia.
   Il bush australiano  era  popolato da numerosi uccelli e da qualche wallaby (piccolo canguro).     
   Questi ultimi  spaventati dall’auto si infilavano  tra la vegetazione. Più raramente si potevano incontrare i grandi canguri rossi che, fermi  e ritti sulle zampe posteriori,  seguivano da lontano la corsa del fuoristrada senza mostrare spavento.
   Percorsi circa un centinaio di miglia, al bivio per  il Kakamandu National Park, visto che in quel punto  distava poco più di 50 miglia, decisero di andare in quella direzione. Probabilmente anche Domenico pensò di visitare quel parco dato che, oltre ad avere interesse turistico , poteva offrire spunti per la sua ricerca.
  Lungo la strada c’erano migliaia di enormi cumuli di terra rossiccia ed erano i grandi termitai alti più di 5 metri.
   Dopo una decina di miglia il paesaggio incominciava a mutare aspetto. Una vegetazione lussureggiante  aveva preso il posto della pianura meno ricca di verde. Boschi impenetrabili, se non con il fuoristrada su sentieri appena tracciati, si estendevano a perdita d’occhio.
   La visita al parco, dove vivevano diverse comunità di aborigeni, avrebbe richiesto qualche giorno, qualora avessero avuto l’intenzione di visitarlo almeno per gran parte della sua estensione. Interessante sarebbe stato percorrere la valle del South Alligator River, ma l’ambiente reso ostile soprattutto dalla numerosissime zanzare e dagli acquitrini dove si crogiolavano i coccodrilli, sconsigliarono la troupe degli improvvisati esploratori a prendere quella direzione.
   Al posto di polizia, all’ingresso del parco, chiesero la strada per Ubbir . Non era difficile raggiungere a patto che sarebbero stati disposti a percorrere altre ottanta miglia in direzione nord-est. In quel luogo esistono numerose pitture rupestri realizzate dagli aborigeni cinque o seimila anni fa. 
   Ottanta miglia in più o in meno, a questo punto non avrebbero avuto importanza, anche perché quel sito archeologico avrebbe sicuramente attirato l'attenzione di Domenico.
   In Australia le distanze non sono minimamente rapportabili a quelle che siamo abituati a considerare in Italia. Qui si poteva decidere senza problemi uno spostamento di cinquanta miglia solo per andare al cinema ed anche l’orologio sembrava scandire il tempo più lentamente, di sicuro in maniera meno stressante. Probabilmente come in Italia, tra la vita di città e quella per così dire del bush.
   Nelle periferie australiane, lontane dai grossi centri abitati, si parla uno slang più lento, più nasale rispetto a quello dei grandi centri dove tutto è più frenetico e il linguaggio si riduce all’essenziale.
   Dopo una breve sosta per mangiare qualcosa, partirono alla volta di Ubbir e Nourlangie Rock. La strada per fortuna aveva un ottimo fondo e percorrere una ottantina di miglia fu abbastanza agevole tanto che alle prime ore della sera erano già arrivati all’ingresso del parco dove non mancava nulla, nemmeno un buon albergo per trascorrere la notte.        
   Il mattino seguente, con tanto di macchina fotografica e videocamera,  Leonardo, Giovanna ed Anna Paola  erano già all’interno delle grotte ad ammirare e fotografare le pitture rupestri.
   A dire il vero,  si vedeva che erano state ripassate, con  le stesse tecniche usate dai primitivi, magari ad opera degli aborigeni nostri contemporanei, ma discendenti da quelle antichissime popolazioni che avevano lasciato quelle testimonianze, pur non conoscendo ancora la scrittura.
   Non era il caso di chiedere del passaggio di Domenico in quei luoghi. Era impossibile avere una qualche risposta data la numerosa affluenza di turisti. I tre presero appunti, intervistarono alcuni aborigeni del posto che si prestarono volentieri e davano l’impressione di essere stati istruiti allo scopo per valorizzare il turismo.     Fecero numerose fotografie  e in  quella zona dal nome Ubbir che probabilmente proveniva dalla lingua aborigena. Saltava all’occhio il contrasto tra la natura selvaggia e l’organizzazione turistica che tendeva a rendere agevole ai turisti la permanenza in loco.
- “Pensavo” – disse Giovanna rivolgendosi ad Anna Paola – “vedendo questi individui che hanno abbandonato le loro tribù, i villaggi dove sono nati,  per rimanere in questo posto frequentato da turisti, se non avessero in qualche modo rinunciato alla loro dignità”.
- “Beh!” – rispose Anna Paola – “anche a me è sembrato che questo non è l’ambiente loro, ma non si può pensare che queste popolazioni restino per sempre relegate o comunque  abbandonate a quella che per noi è ancora una società primitivi”.
  “Secondo me” – si intromise Leonardo – “la dignità di una popolazione o di un singolo individuo, non viene a meno se l’inserimento nella società più evoluta avviene gradualmente e con piena integrazione.  È  certo però, che la fierezza di un popolo,  con le sue tradizioni, i costumi e la rinuncia alle tentazioni della modernità,  sono elementi di dignità. La loro condizione sociale,  che non gli fa mancare il necessario per vivere, è per noi incomprensibile, ma questi individui si sentono parte della natura,  mentre noi spesso la violentiamo”.
   I tre decisero di fare un giro al piccolo centro commerciale di Jabiru per cercare qualche souvenir in mostra  nel negozio di artigianato. I prezzi non erano carestosi e  Anna Paola, la più interessata del gruppo, per il suo lavoro nell’agenzia turistica, acquistò alcuni oggetti, boomerang di buona fattura, fatti a mano ed altri manufatti aborigeni. Quello che si notava e che destava qualche perplessità, stava nel fatto che i commercianti erano tutti bianchi,   ed erano quelli che alla fine ricavavano profitto da quel turismo etnico.
   Gli aborigeni sembravano poco interessati, quasi avessero la mente offuscata dall’alcol o da qualche droga. La curiosità femminile prevaleva su quella di Leonardo, che qualche volta dava segno di stanchezza, mentre Giovanna ed Anna Paola non ne accusavano  ancora i sintomi.
   Tuttavia  l’aria caldo-umida di quella zona boschiva, che qualche volta appesantiva le gambe,  le zanzare e l’odore pungente, fece  fortemente  desiderare  a tutti quanti una sosta al luogo di ristoro.
- “Aspetta un attimo” - disse Anna Paola – “andiamo prima a vedere in quella radura.  Mi sembra che quelle capanne non sono lì soltanto come attrazione turistica”.
   Si trattava infatti delle abitazioni di aborigeni che vivevano permanentemente in quella zona.
   La donna pensava di raccogliere in quel luogo informazioni  sulle loro condizioni di vita, ma nel vedere i costumi che indossavano, ebbe il sospetto che anche quelli fossero più costruiti che originali.
   Chissà se quegli abbigliamenti variopinti di fibre vegetali, accessoriati con stuoie di giunco, con  scudi e  lance,  erano  davvero  di  fabbricazione aborigena o non provenissero  invece da una bottega di artigianato di Darwin, dove  potevano essere stati costruiti  in serie?!
   Ritornarono presto indietro,  verso il negozio di souvenirs,  anche perché Leonardo sentiva proprio  il bisogno di bere una birra.
   Dentro l’ampio locale vi erano esposti alcuni  pezzi di arte aborigena, c’era il bar ed un’ edicola con tanto di riviste, libri e pezzi di artigianato in legno e in papiro. 
   Giovanna, sfogliando un libro sulla vetrinetta vicino al bar, lesse la pagina che più sicuramente avrebbe interessato anche a Domenico e la mostrò ad Anna Paola.
   Riportava notizie che avrebbero potuto comodamente tirar giù da internet, ma il fatto di averle trovate in quel posto dava l’impressione che avessero il timbro dell’autenticità.
   In quella pagina del libro si leggeva:

   “Gli aborigeni hanno nel loro DNA tracce degli incroci con i Neanderthal e i Denisoviani  le cui mummie, di questi ultimi ominidi, sono state scoperte recentemente in Siberia”.  
Si leggeva ancora:  
“Gli antenati di quelle genti si erano messi in cammino 70.000 anni fa dal Corno d’Africa e durante il viaggio verso oriente si apparentarono, 44.000 anni fa, anche con i citati Denisoviani, popolazioni stanziate nelle regioni della Russia”.

   A dire il vero le sembianze di quegli indigeni, che facevano ormai parte di ogni paesaggio incontrato lungo il percorso, davano proprio questa idea.
   Per  quanti ne avessero incontrati solo raramente avevano trovato qualcuno che avesse i lineamenti aggraziati, più somiglianti alle popolazioni finora conosciute.
   Nel vedere gli Aborigeni che si aggiravano per Jabiru, nessuno di loro avrebbe osato smentire le notizie appena lette.
   Quasi sicuramente quelli che vivevano in città, a Darwin in particolar modo, un po’ per l’abbigliamento, ma soprattutto per l’emancipazione, senza riferimenti alla teoria darwiniana, saranno stati meno somiglianti alle razze primitive.
   Ad un certo punto, guardando all’interno di una vetrinetta,  Anna Paola si sorprese nel trovare la stessa statuetta che aveva visto nello studio di Domenico, regalata da Leo al ritorno dal suo primo viaggio in Australia. La prese in mano e l’acquistò immediatamente.
   Quella figura, mezza uomo e mezza lepre, suscitava curiosità e angoscia allo stesso tempo.  
   Sembrava di vedere negli occhi, semichiusi  della statuetta,  il dormiveglia di un essere che viveva tra il sogno e la realtà.
   Leo fece una esclamazione: “Toh! … ecco il mostriciattolo che ho regalato a Domenico”. Così chiamò quella statuina che riconobbe all’istante.          
   Dopo una breve sosta per mettere qualcosa nello stomaco, si incamminarono verso la Jeep, fecero carburante e ripresero il viaggio  per   Katherine,  sulla 87, verso sud.
   La monotonia dei lunghi rettilinei era ogni tanto interrotta dall’attraversamento di qualche animale.
   Spesso dei pappagallini multicolori sembrava che lo facessero di proposito, con dei volteggi sincronizzati, andavano a posarsi proprio davanti a loro veicolo che, pur ad andatura da crociera, per quanto non eccessiva, era costretto a rallentamenti non programmati.
   Improvvisamente un  incontro altrettanto imprevisto, ma più consistente, in termini di massa corporea. Un grosso canguro, che ai tre è sembrato enorme, con una serie di balzi si mise prima davanti al loro veicolo seguendo la stessa direzione, poi si spostò verso sinistra e ancora verso destra finché non venne urtato.
   Con la frenata improvvisa l’auto si mise un leggermente di traverso sulla carreggiata, mentre il canguro sbilanciato nella sua corsa,  rovinò sull’asfalto poi, sgambettando con la possenti zampe posteriori,  si risollevò dileguandosi verso destra e  scomparendo nella macchia.  
   Rimasero fermi, in mezzo alla carreggiata per qualche minuto in silenzio, dopo le grida di allarme delle donne e una mezza imprecazione di Leonardo che scese subito per verificare gli eventuali danni.
   Il Toyota era fornito di un grosso rostro sul davanti che aveva impedito una rottura ed il conseguente fermo dell’autoveicolo.  
   La tappa successiva, prima di giungere a destinazione fu Pine Creek ed era ormai ora di pranzo.
   Nel fuoristrada i tre avevano comunque stipato viveri e bevande in abbondanza per timore di fermarsi per qualche motivo non dipendente dalla loro volontà.
   Il piccolo paese che avrà avuto 6-700 residenti, era abitato da bianchi e da aborigeni della cosiddetta popolazione Wagiman che parlano una lingua loro, ormai in via di estinzione. 
   La località prendeva il nome dal piccolo fiume e dai pini che erano piantati ai suoi argini, ora diradati,  dopo la costruzione della lunga linea telegrafica avvenuta il secolo scorso.
   Qui si estraeva l’oro fino al 1995, come testimonia il piccolo Pine Creek National Trust Museum dove si poteva ammirare anche una bella locomotiva a vapore che pare sia la più vecchia del continente. Portava infatti  la data del 1877.
   Senza cercare  un ristorante aperto, che sicuramente avrebbero trovato, ma non persero nemmeno il tempo ad accertarsi se a Pine Creek esistesse, incontrarono stranamente  un centro di  benessere  e,  mentre le donne approfittarono per rimettersi in sesto, Leonardo si portò al vicino Lazi Lizard Caravan Park  per preparare qualcosa da mangiare e riposarsi.
   Così fecero poco dopo e discutendo sotto un grosso albero, seduti su di una coperta, già stavano pensando di chiedere informazioni a qualche persona o ufficio del posto sull’eventuale incontro con Domenico.
   Doveva aver sicuramente percorso la strada principale fino a quel paese e  magari si era fermato a discutere con qualcuno prima di riprendere la strada per il sud. Ma era passato ormai troppo tempo e sicuramente nessuno si sarebbe ricordato di lui. Comunque a Jensen street c’era un distributore e qui, molto probabilmente, il loro amico poteva aver fatto rifornimento.
   Leo, il  più disinvolto con l’inglese, domandò  al gestore, che doveva essere anche  proprietario della pompa di benzina,  se per caso ricordasse il passaggio del loro amico e ne descrisse i segni particolari.
   Un indigeno che stava ascoltando, si avvicinò e rivolgendosi a Leo gli disse se per caso il loro amico non avesse i capelli rossi e non portasse gli occhiali. Con stupore ed emozione diedero insieme risposta affermativa.
- “Ya (Yes) “ -  disse l’uomo  e raccontò, nel suo slang da australiano di campagna,  di averlo visto e di aver ricevuto da lui cinque dollari di mancia per avergli lavato l’auto.
   Proprio quest’ultimo fatto, cosa insolita da quelle parti che non si usa dare la mancia, fece ricordare all’aborigeno i particolari di Domenico.
- “È ripartito dopo poco e ha detto che andava verso sud perché voleva incontrare alcune popolazioni indigene in una zona chiamata Manyallaluk, nella Aboriginal Community, prima di giungere a Mataranka”.
   Mentre il benzinaio completava il rifornimento di benzina con una pulita ai vetri dell’auto, Anna Paola si avvicinò al recinto di rete metallica che  divideva l’area del distributore dalla campagna circostante coltivata a mais e mise mano al cellulare. Fece i numeri di Domenico, ma purtroppo senza successo.
   Ripresero subito la marcia verso sud. La prossima tappa sarebbe stata Katherine e l’avrebbero raggiunta in giornata.
   Un posto diverso, sicuramente più somigliante ad un paese, con il fiume che l’attraversava ed un verde rigoglioso che dava un senso di  un miglior respiro.
   Dopo una veloce visita al centro e un salto al  Discuont Katherine (qui tutto porta questo nome, come il fiume) più per curiosare che per rifornimento, fecero  una sosta al Buking Bull Cafè per riordinare le idee e riposarsi.
   Anche qui, come avevano potuto notare nelle altre località di interesse turistico, ogni locale pubblico metteva a disposizione dei turisti depliant illustrativi del luogo con  le notizie storiche. Ghiotta occasione per Anna Paola che, prima di raccogliere alcuni esemplari ed infilarli in borsa, incominciò a leggere:
   “Nel 1862, a meno di cento anni dalla scoperta dell’Australia da parte di J. Cook, John MacDouall Stuart, lo stesso da cui ha preso il nome la 87 hwy, battezzò la regione con il nome di Catherine, poi diventata Katherine, in onore della figlia di uno dei promotori della sua spedizione attraverso l’Australia, James Chambers.
   Nacque come stazione telegrafica lungo la Overland Telegraph Line e il ponte ferroviario venne costruito dopo 50 anni dalla sua fondazione.
La prima casa colonica nel territorio del Nord fu insediata proprio da queste parti, la Springvale Homestead dove iniziarono i grandi allevamenti di bestiame”.

   Si fece buio. Il giorno, da queste parti,  dura quasi come il notte e la temperatura ha una escursione termica considerevole.
   Non era un clima né il posto  ideale per  piazzare la tenda, visto che a Katherine c’era un albergo abbastanza confortevole, il Knotts Resort sulla Giles street .
   Leo e Giovanna presero una camera doppia ed Anna Paola l’attigua, dove si prepararono per trascorrere la notte.
   Anna Paola, sola con i suoi pensieri, ebbe un momento di malinconia ripensando a casa e contemporaneamente a Domenico che non vedeva da dicembre.
   Dalla stanza attigua sentiva i due amici chiacchierare e, dopo un breve silenzio, immaginò che si erano abbandonati ad un rapporto sessuale che,  le pareti non insonorizzate, permettevano di sentire.
   Per lei, che poteva al massimo toccarsi, fu un attimo di smarrimento che subito scomparve dietro un sorriso ed un  sonno che prese il sopravvento.
   La luna faceva filtrare la sua  debole luce  bianca dalla finestra,  attraverso l’apertura della tenda e si rifletteva sulla piana del mobiletto a fianco del letto di Anna Paola.
   La statuina del Pitjantjaryiara  era proprio lì, appena illuminata e sembrava che vegliasse sul sonno della donna.
   Immagini confuse, offuscate da una nebbia irreale, apparvero in sogno ad Anna Paola che pur dormendo profondamente, veniva  turbata ogni tanto da  presenze angoscianti. E vide l’uomo lepre che la invitava seguirlo con parole incomprensibili, di una lingua a lei sconosciuta, su una landa bruciata dal fuoco.
   Le sembrava di udire un mormorare appena percettibile , un bisbiglio collettivo, accompagnato dal didgeridoo.  All’improvviso si ritrovò sul  fiume,  dove veniva trasportata dalle rapide, mentre un vento  impetuoso la trasportava sempre più in alto, sempre più lontano.
   Gli elementi della natura che si alternavano nel sogno in maniera convulsa, l’avevano condotta sulla sacra montagna dell’Urulu, sull’Ayers Rock. Il grande monolite rosso.
   Quel sogno strano, che aveva turbato la donna, scaturiva probabilmente dalla miscela di emozioni che Anna Paola aveva provato e che non potevano in nessun caso sfuggire  alla sua attenzione o essere facilmente dimenticate.
   E la mente riproponeva, come un nastro registratore, le visioni e le leggende, le storie e le credenze dei popoli che vivono in quel mondo per lei nuovo, ma decisamente primitivo. 
   Il risveglio  per Leo e per Giovanna fu sereno, meno per Anna Paola che non riusciva ancora a cancellare del tutto i pensieri che, quasi in maniera ossessiva, le tornavano alla mente.
   Facendo colazione ne parlò con Leo e Giovanna che l’ascoltarono penetrando anch’essi nel racconto per cercare di interpretarlo.
- “Mi raccontò” -  disse Leo  - “un sogno simile Domenico. Che non fosse davvero un segnale che dobbiamo seguire. Ma per raggiungere chi e che cosa?.
   Cosa vuol trasmetterci questo pupazzo mezzo uomo e mezzo lepre?”.
- “Io immagino” – disse a quel punto Giovanna – “che si tratti di una suggestione collettiva. Noi vediamo, in questo essere mitologico, il desiderio di conoscere qualcosa di cui sappiamo solo l’esistenza, ma che ci piacerebbe scoprire.  Questa sensazione la proviamo anche da svegli e, alla fine,  ci condurrà verso lo stesso luogo, dove sicuramente ci attende Domenico”. 
   Un attimo di silenzio seguito da  un mezzo sorriso d’intesa, di tutti e tre,  che  insieme si alzarono per prepararsi alla partenza.
   Sistemarono i borsoni. Anna Paola prese in mano la scultura in legno, l’osservò, poi la sistemò tra gli altri oggetti in un sacchetto di stoffa.
   Uscendo all’aperto trovarono la sorpresa: il  Katherine  River, il fiume locale, si stava popolando intorno ad un raduno di canoe, mentre la zona  era stata addobbata per il Flying Fox Festival, una festività allietata dal suono di strumenti tradizionali e dall’esposizione di manufatti locali.  Doveva essere una specie di fiera locale che si effettuava ogni anno per qualche ricorrenza.
   Era anche possibile prenotare una gita sul barcone, occasione che presero al volo per una escursione sul fiume.
   Fu questa un’interessante esperienza. Il barcone attraversava una zona particolarmente suggestiva, un canyon che ogni tanto si apriva a spiaggette popolate da coccodrilli.  Una breve rapida poi la sosta per visitare alcuni pittogrammi sulla roccia.
  “ Si tratta del “sogno spirituale” degli aborigeni Jawoyn ”, 
   Così spiegava la guida che fece loro provare la sensazione di essere arrivati dove Domenico probabilmente, anzi sicuramente, era  passato.
   Il tema del sogno era ricorrente. Sembrava che un qualche spirito, di chissà quale popolo di antenati, volesse comunicare con i viventi, mettendoli in stretto contatto con la madre terra e  con i fenomeni celesti.
   Incomprensibile per chi si avventurava per la prima volta a scoprire quegli orizzonti  dove  gli antenati e la progenie s’incontravano nel sogno fin dal tempo della creazione.
   Intraprendere quel viaggio  era come sfogliare il libro della preistoria e viverlo in prima persona. 
   In una bacheca affissa sulla parete, all’ingresso di una grotta scavata sulla pietra  si poteva leggere un testo, molto interessante, scritto ovviamente in inglese, ma facilmente traducibile :
   “Nessuno sa cosa pensavano gli uomini primitivi quando la notte alzavano gli occhi al cielo. La scrittura doveva ancora nascere  e non esistevano ancora mezzi che potessero tramandare il pensiero, le credenze e le abitudini di vita in un mondo così lontano dal nostro.
   Si parla di 40.000 fa, e forse da allora solo le leggende, i canti, le danze hanno varcato i confini di quel mondo lontanissimo. Ma le leggende potevano contenere anche  le scoperte, le esperienze,  sia del vivere quotidiano che  in campo astronomico dove ogni azione rientrava in un codice di comportamento che modellava l’identità di quei popoli.
   Scrutando il cielo notturno essi distinguevano i colori delle stelle, i movimenti degli astri da cui escogitavano un complesso calendario stagionale.    Per il popolo Aranda, del centro Australia, Antares era Tatakaindora (che significava di colore rosso);  mentre gli  Aborigeni di Arnhem Land con il sorgere di Arturo,  identificato con l'arrivo di Marpeankurrk,  iniziavano  la raccolta del giunco per  costruire cesti o trappole per i pesci. 
   Questo essere, creatura del sogno, mostrava loro dove trovare le pupe delle termiti, una importante fonte di cibo durante agosto e settembre. E il sogno era per loro la guida spirituale che li avrebbe portati, dopo la morte, dove dimora lo spirito.
   Molto importante per la sopravvivenza delle tribù era il senso dell’identità. Questo era basato sulla trasmissione delle credenze attraverso le generazioni per mezzo di danze e canti rituali.   
Rappresentazioni che narravano dello Spirito Ancestrale e come esso creò tutto ciò che circondava la loro esistenza”.
 
Ancora Il tema del sogno ritornava  e  si confondeva  con le leggende associate alle metafore che interagivano nella vita famigliare.
   Così gli Aborigeni  mescolavano  le vicende umane ai fenomeni celesti,  rendendo il tutto più comprensibile.
   Ritornati in paese, i tre ormai esperti viaggiatori, al loro terzo giorno di viaggio, si fermarono ancora qualche ora per visitare il museo, abbastanza moderno per il posto dove erano capitati. Infatti si potevano seguire più che altro le immagini e le notizie riportate dai computer e dalle illustrazioni disponibili sul banco all’ingresso della struttura.
   Fu interessante per loro  soffermarsi a leggere la storia e le leggende di quelle antiche popolazioni e come le stesse si rapportavano con l’universo, con il cielo che rappresentava lo scenario delle loro credenze  e formavano quella  cultura  che poi è stata tramandata nel tempo. Anna Paola chiamò a sé Giovanna e insieme lessero:
   “Tra gli aborigeni il Sole era visto come una donna che si svegliava ogni giorno nel suo accampamento a est, accendeva un fuoco e preparava la torcia di corteccia che avrebbe portato attraverso il cielo. Prima di esporsi lei amava decorarsi con ocra rossa, la quale, essendo una polvere molto fine, veniva dispersa anche sulle nuvole intorno, colorandole di rosso, creando quindi il sorgere dell’alba. Poi percorreva il cielo e raggiungeva l’ovest dove rinnovava le tinte colorando di giallo e di rosso le nuvole nel cielo del tramonto.
   Sparendo dietro l’orizzonte, la donna-sole continuava il lungo viaggio sotterraneo per ritornare di nuovo verso est e nel percorso riscaldava la terra per far nascere le piante.
    La Luna, invece, era considerata  del sesso opposto. Per l’associazione con il ciclo lunare e mestruale femminile, la Luna era artefice della fertilità, magico simbolo della vita che nasce e l’unione con la donna-sole  avveniva durante le eclissi.
    Venere era  invece osservata come la stella del mattino chiamata  Barnumbir, e impersonava il popolo che  al sorgere del sole si preparava alla caccia. I popoli della Arnhem Land vedevano Barnumbir  timorosa di annegare e l’ avevano idealmente legata ad un laccio tenuto da due vecchie donne.
    La corda impediva di salire troppo alta nel cielo e di annegare nel fiume della via Lattea. All’alba le stesse donne la portavano in salvo dentro un cesto intrecciato. 
    Barnumbir era anche identificata con Bralgu, l’isola della morte dove viene condotto lo spirito dei defunti.
   Si praticava quindi il rituale funerario ispirato dalla stella del mattino.
   La stessa era rappresentata in un totem costituito da un tronco con un mazzetto di piume colorate e lunghe code di piume bianche che davano l’idea dei raggi di luce.
   Osservando la Via Lattea gli indigeni vedevano un fiume che scorreva nel cielo con ninfee e tanti pesci, rappresentati dalle stesse stelle, e poteva definirsi la sorgente delle leggende aborigene.
   Specie nella regione di Yirrkala,  dove la Via Lattea era vista come un fiume e le costellazioni del Serpente e del Sagittario vi galleggiavano dopo essere affondati con la loro canoa, rappresentata da Antares.
   Le tribu di Aranda e Luritja consideravano invece la Via Lattea come una sorta di spartiacque che divideva il loro cielo: la parte verso est era il cielo degli Aranda mentre quella ad ovest dei Luritja ognuna delle quali conteneva gli spiriti dei propri defunti.
   Nel Queensland si raccontava invece la leggenda di Priepriggie, simile all’Orfeo della cultura occidentale. Questi era visto nelle sembianze di un cantante, ballerino e cacciatore. Un giorno Priepriggie trovò un albero pieno di volpi volanti, quei grossi pipistrelli numerosi nei bush australiani. Scagliò una lancia che trafisse la volpe che guidava lo stormo. Le altre volpi si infuriarono e ricacciarono Priepriggie  in cielo dove lui intonò una canzone.
   La musica diventava man mano sempre più forte e chiara e fece danzare le stelle che si disposero in modo da formare la Via Lattea.
   Leggende suggestive, lontane dalla cultura occidentale,  dove le costellazioni formano una diversa idea di interpretare la loro disposizione nella volta celeste”.
Sulle pareti dello stesso locale erano rappresentate scene di vita tribale, dai colori vivi  che prevalevano sugli altri e facevano risaltare le figure scure degli aborigeni  rappresentati.
Dopo la visita al museo Leonardo suggerì di andare a riempire lo stomaco all’Eagle Boys Pizza, non molto distante, poi ripresero il viaggio verso sud.
   La zona desertica, quasi sempre pianeggiante, percorsa dalla Stuart Hwy non si prestava ad eventuali errori di direzione o deviazioni, se non volutamente programmate per raggiungere una delle località aborigene che si sarebbero incontrate  al di là delle colline che vedevano nascere il sole.
   Non era difficile nemmeno orientarsi: di giorno con  il sole e la notte, col sereno. 
   I più esperti cercavano in cielo  la  Croce del Sud.
Questa costellazione orienta i viaggiatori e, pur di modesta formazione, è una delle più celebri e appariscenti.
   Essa era visibile anticamente dall’area mediterranea, sicché le sue stelle erano note agli astronomi greci; in seguito, la precessione degli equinozi l’ha resa invisibile da tali latitudini. La Croce del Sud e i suoi indicatori, Alfa e Beta  Centauri, sono al centro di diverse leggende aborigene.
   E di leggende era intrisa anche l’aria che respiravano in quel territorio che offriva paesaggi a volte monotoni altre volte suggestivi. Dopo un’ora di viaggio si presentò una nuova occasione per visitare un luogo popolato da gente aborigena.
   Un bivio  verso sinistra li portava a Manyallaluk dove era possibile rifrescarsi con una tazza del  Billy Tea, un tè tutto aborigeno, ed entrare  direttamente nelle usanze indigene di quella gente che, ormai abituata ai turisti, unica vera risorsa del luogo, si mostrava gentile ed accogliente.
   Leo approfittò per fare un tuffo in una rudimentale piscina e ne venne fuori scrollandosi di dosso l’acqua e la fatica del viaggio che l’aveva a lungo impegnato alla guida.
- “Ar’ya koukesiens?”  Le due donne  che si erano portate vicino ad un aborigeno vestito all’occidentale, con tanto di foulard allentato sul collo,  non si sbagliarono nel capire:
- “Are you caucasiens?” (siete voi occidentali?)”.
- “Yes, we are … w’re italians, siamo italiani, capisce la nostra lingua?”.
- “Poco” - rispose l’individuo che evidentemente aveva lavorato in precedenza con un ristoratore italiano  -  “Voi amici di Domenico?”.
- “Domenico?” - saltò su immediatamente  Anna Paola -   “dov’è Domenico?”.
   Quel lavorante, che si era messo a raccogliere le tazzine da tè per portarle sul banco del vicino bar, fece capire ai tre italiani che, qualche tempo fa,  Domenico si era fermato una settimana presso quel  villaggio dove aveva preso alloggio e raccoglieva appunti in continuazione.
   Quando partì disse che avrebbe proseguito per Alice Springs e poi andato a Uluru-Kata Tjuta dove c’è la montagna sacra detta anche Ayers Rock .
- “Perché allora non risponde?” – disse Anna Paola – “Cosa gli impedisce di mettersi in contatto con noi? Andiamo alla Polizia, potrebbero avere la radio e comunicare con Domenico”.
- “Aspettiamo” – rispose Leo – “non provochiamo allarmi che potrebbero essere ingiustificati. Io sono convinto che Domenico si sia inserito in qualche comunità, introdotto in qualche villaggio aborigeno fuori dal percorso che stiamo seguendo. Andiamo avanti, troveremo sicuramente altre tracce che ci porteranno al luogo dove si è momentaneamente stabilito”. 
   Poi raccolse frettolosamente le sue cose e disse alle due donne  che sarebbe stato opportuno fermarsi ancora una  notte a Katherine, dal momento che l’albergo era abbastanza confortevole e ripartire il mattino presto.
   Forse per il silenzio, che veniva disturbato solo dal verso di qualche uccello notturno,  i tre dormirono profondamente fino al mattino. Erano infatti le sette  del quarto giorno di viaggio  quando Leonardo si svegliò di soprassalto al canto  del Laughing Kookaburra, ovvero l’uccello che ride.
   Il suo canto, o meglio il suo verso che durava alcuni secondi in un crescendo simile ad una risata,  gli ricordò che si trovava in terra australiana.
   Temendo di far tardi, spalancò le tende per far entrare la luce del giorno ed il rumore svegliò anche Giovanna ed Anna Paola, ambedue nella stanza attigua.
   Fecero con calma colazione e allo stesso tempo il programma per i viaggio che avrebbero di lì a poco proseguito. Leo controllava sempre la mappa stradale e suggeriva alle donne le eventuali opportunità per incontrare i luoghi dove  valeva la pena fermarsi con la probabilità, magari, di trovare tracce del passaggio di Domenico.
   Anna Paola, porgendogli la guida turistica gli disse che sarebbe stata da non perdere una fermata a Matarkanda.
   Quella località distava circa 70 miglia a sud di Katherine,  a poco più di un’ora di  viaggio ed è forse la località più gettonata dai turisti di passaggio  per la presenza delle “Thermal Pool”, ossia di piscine naturali.
   Era l’occasione da non perdere per un bagno in mezzo a  fitti palmeti.  Lungo la strada  sentirono da dietro sopraggiungere il rumore di motori che diventava sempre più forte fino a quando non vennero sorpassati da un gruppo di motociclisti tutti a bodo di Harley Davidson. Sembrava di vedere una di quelle gang da film anni  ’60.
   Vestiti con giubbotti e pantaloni di pelle, con borchie, lacci e svolazzanti foulards. Nel sorpassare si misero a suonare le trombe dei loro clacson ed in breve sparirono davanti a loro. Forse erano diretti anch’essi a Matarkanda.
   Dopo mezz’ora circa Leo scorse per primo una fitta vegetazione a cui andavano incontro e disse alle donne che erano giunti a destinazione.
   Arrivarono su un largo che dava all’ingresso di un hotel e, tra le  Harley Davidson che li avevano preceduti e  ancora calde, vennero accolti da un paio di nativi, ben vestiti e molto ossequiosi.
   Matarkanda non aveva più di 250 abitanti, ma era molto ben attrezzata turisticamente, con la presenza di un supermercato, una comunità di aborigeni, diverse strutture ricettive e, tutt’intorno, grossi allevamenti di bestiame.
   Vedere quell’acqua trasparente dove si potevano contare i pesci fu, per tutti e tre, una irresistibile occasione per un tuffo , anche per il fatto che l’acqua aveva una temperatura costante  di 34 gradi.
   Leo si tuffò per primo riemergendo con un Yauuuu!! di soddisfazione  e le due donne lo seguirono immediatamente ridendo, tra lo stupore degli altri turisti che, probabilmente era da parecchio tempo che si stavano beando in quelle acque termali.
   Dopo il bagno ed un succo di pine-apple, vennero avvicinati da un aborigeno che in australiano (meglio definire così la loro  lingua , piuttosto che chiamarla semplicemente inglese), li invitò a visitare la StockYard Gallery, il museo aborigeno e il parco nazionale dove si può dare da mangiare ai Barramundi,  dei pesci giganti che si avvinavano ai turisti sul bordo di grosse vasche  per prendere il cibo. Quello che destò più sorpresa e anche un po’ di senso di repulsione alle due donne fu il fischio seguito dalla vista delle volpi volanti. Sugli alberi del parco se ne contavano centinaia, tutte a testa in giù e qualcuna in volo.
Superato il timore di essere investiti dai loro escrementi,  arrivarono fino alle Mataranka Falls, dei salti d’acqua sul Roper River, quindi tornarono all’auto.
      Il viaggio doveva continuare e per il prossimo pernottamento c’erano da macinare ancora molti chilometri, altri cinquecento circa fino a Tennant Creek.
Interminabili rettilinei di buono asfalto, ma strade semi deserte e assolate.
     Una sosta al Daly Waters pub e un’altra ancora al Dunmarra Wayside Inn, poi un’intera tirata fino alla meta,  in quella regione ormai quasi al centro del North Territoy .
     La cittadina è insediata sulla Stuart Highway,  la strada n. 87, altrimenti chiamata l’Explorer’s Way.
Si trova esattamente a metà percorso tra Mataranka ed Alice Springs e, dopo il bivio con la Barkly Hyw, percorse poche miglia fino alla Warrego road, erano già alle porte di Tennant Creek.
      In passato questa località ha conosciuto la febbre dell’oro che ancora oggi si estrae,  ma in  quantità più ridotta di un tempo, insieme al rame e ad altri minerali. Con le poche nozioni  conosciute, Leonardo, Giovanna ed Anna Paola arrivarono in paese  che, a dire il vero,  fece una migliore impressione di quella che si erano fatta durante il viaggio.   Sicuramente il verde dava un senso di respiro e faceva riposare la vista, dalle prolungate visioni di quella terra rossa, così diversa dalla loro Umbria
- “Arrivando in questi paesi” – disse Giovanna – “mi vien di pensare come fa questa gente a vivere così isolata. Il paese avrà pur tutti i servizi necessari, ma pensate di  vivere qui e una sera di decidere di andare a teatro!”  e continuò - “ se qui non si prende l’aereo non vai da nessuna parte!”.
- “Hai ragione” – soggiunse Leo – “ma qui per loro prendere l’aereo è come per noi prendere il taxi, anche se sinceramente io preferisco le quattro ruote”.
   Con queste impressioni e la curiosità di guardarsi intorno anche per cercare un hotel, continuarono lungo sulla stessa strada che in centro cambiava nome. Tutte case basse, recintate e con la vegetazione intorno come l’Eldorado Motel  dove decisero di fermarsi per cercare alloggio.
   Si trovava   proprio di fronte all’aeroporto e vicino ad  uno shopping center e questa posizione li convinse ad entrare nella recinzione di quel motel.
Non  doveva  neanche essere malvagio, disponeva di buoni servizi, immerso nel verde, ma soprattutto aveva le camere libere e  con  la possibilità di fare immediatamente una doccia.
   Non era comunque il caso di rimanere a lungo in quel paese che non offriva grossi interessi,  oltre al caldo soffocante e la polvere che si levava e  che creava un’atmosfera pesante, specie quando soffiava il vento  da ovest, dal deserto del Gibson.
   Gli abitanti dovevano condurre sicuramente una vita tranquilla, anche se molto operosa. Qui la gente era abituata ai lavori pesanti, sia nelle miniere, che negli allevamenti di bestiame e non si vedevamo molti giovani in giro per il paese. La sera i pubs si popolavano e forse era quello il passatempo che solitamente chiudeva le giornate per la gioventù del posto.
   La mattina successiva all’arrivo a Tennat Creek, la comitiva decise di riprendere il viaggio verso sud.
   La prossima meta sarebbe stata Alice Springs, che si trova esattamente al centro del continente australiano ed anche se la Stuart Hwy era asfaltata e ben percorribile, sarebbe stato comunque uno spostamento da non prendere alla leggera.
   Da quelle parti il deserto non dava tante rassicurazioni a chi fosse sprovveduto e non avesse prese quelle cautele consigliate anche dagli organi di polizia.
   Anna Paola, come il solito, si documentava sempre prima di prendere ancora il viaggio verso sud e con un convincimento quasi forzoso, costrinse gli amici alla visita al  Nyinkka Nyunyu Art & Culture Centre, il museo del posto.
   Ogni  luogo in Australia ha il suo piccolo o grande museo e questo fatto dava l’impressione che un continente così giovane, doveva comunque conservare la testimonianza del suo passato, anche se non lontanissimo.
   E qui una pagina di storia ripeteva un po’ quello che avevano letto in altre occasioni, ma che comunque sembrava utile ad arricchire il  bagaglio culturale che si portavano appresso:
   “Gli abitanti autoctoni dell'Australia sono conosciuti come aborigeni. Secondo alcune ricerche abiterebbero i territori del Mainland da oltre 60.000 anni, provenienti probabilmente dal sud-estasiatico.
   Conosciamo più da vicino gli aborigeni australiani:
la parola aborigeno deriva dal latino “ab origine”, che significa “sin dall'origine”, e sta dunque ad indicare i popoli originari del territorio australiano, le popolazioni indigene.    
   Seppure il termine possa avere valenza di comune aggettivo, è oggi utilizzato quasi esclusivamente per identificare gli indigeni australiani. Nel XVIII secolo, all'arrivo dei colonizzatori dall'Europa, gli aborigeni erano principalmente popolazioni di cacciatori e raccoglitori, la cui vita era intimamente legata ai ritmi naturali.
   Si stima esistessero decine di gruppi di nativi su tutto il territorio australiano, ciascuno dei quali dotato di una propria lingua e di particolari abitudini di vita.
   La colonizzazione europea, che prese il via nel 1788, decimò sostanzialmente la popolazione aborigena, sia per le numerose malattie introdotte che per una politica tutt'altro che tollerante, culminata in numerosi omicidi e nell'espropriazione di territori alle popolazioni locali, che tra l'altro non conoscevano la proprietà privata.
   Dopo decenni di difficile convivenza, dal 1967 è stato riconosciuto agli aborigeni il diritto di voto, ed i discendenti di numerose tribù locali vivono oggi nelle grandi città dell'Australia.

Partirono subito dopo,  con tutti i rifornimenti necessari alla volta di Alice Springs.
Passando per quelle località che sembravano isole in mezzo al deserto, si avvertiva il contrasto con la vita paesana,  con i suoi comfort, lo svago e i musei.
   Il tutto dava anche il senso della tranquillità.
   Fuori dai paesi la vita assumeva un diverso e meno confortevole aspetto: mettendosi in viaggio sulla 87, che inesorabilmente ti costringeva a procedere senza cambiare marcia, spesso ci si trovava con il sole di fronte, con un caldo insopportabile e con  il rischio di rimanere in panne.
   Subentrava a questo punto  il desiderio di arrivare presto alla prossima fermata. E cosa si sarebbero aspettati di vedere ad Alice Springs, se non  le stesse case, quasi tutte uni-famigliari, la stessa disposizione delle strade perpendicolari tra loro, la stessa vegetazione!
    Ma ad Alice l’ambiente era,  in effetti, più somigliante ad una cittadina piena di vita e quindi molto più popolata.
   In tutti i modi la Stuart Hwy , come per gli altri paesi, invitava ad entrare e, tagliando in due l’abitato, invitava quasi ad uscire sul lato opposto, per proseguire fino al terminal,  davanti al Great Australian Bight, al grande golfo australiano dove si trova Adelaide. 
Ed entrando sotto l’insegna con la scritta   “Welcome to Alice Springs”  trovarono le seguente scritta:
“ Alice Springs è la seconda città più popolosa del Territorio del Nord in Australia.
Comunemente conosciuta come "the Alice" o semplicemente "Alice"  ha  una popolazione di 26.486 abitanti (121.734 contando l'area metropolitana).
   Con una media di 576 metri s.l.m., la città si trova a 1.200 chilometri dall'oceano più vicino e a 1.500 dalle principali città più vicine, Darwin e Adelaide, molto vicina quindi al centro geografico australiano.   
L'area è denominata  Mparntwe, nome dato dagli  aborigeni Arrernte, i quali hanno vissuto nel deserto centrale australiano sul territorio di Alice Springs e dintorni per più di 50 000 anni”.

                                  Notizie storiche    
   
“Tra il 1861 e l'anno successivo, John McDouall Stuart condusse una spedizione attraverso l'Australia centrale, passando ad ovest di quella che più tardi sarebbe diventata Alice Springs, e stabilendo così una nuova rotta che portava dal sud al nord del continente.
   Un primo insediamento divenne realtà grazie alla costruzione di un ripetitore sulla Australian Overland Telegraph Line, una linea telegrafica la quale collegava Adelaide a Darwin e allaGran Bretagna. La OTL venne completata nel 1872, sulle orme della rotta di Stuart, aprendo la strada ad un insediamento permanente.
   Dopo quell'evento non ci furono significativi movimenti di persone nella zona, fino a quando nel 1887 non venne scoperto l'oro a Arltunga, 100 chilometri ad est di Alice Springs. Fino agli anni trenta comunque la città mantenne il nome di Stuart.
   Il telegrafo era situato accanto a ciò che si riteneva un bacino d'acqua fisso, in quello che normalmente era un fiume secco, il Todd; il luogo fu così chiamato ottimisticamente Alice Springs, le sorgenti di Alice, nome della moglie del Direttore Generale delle Poste dell'Australia Meridionale, Sir Charles Todd. Il fiume Todd prese il nome dallo stesso direttore generale. Il mezzo di trasporto originale nell'area ancora selvaggia erano i cammelli, organizzati in lunghe carovane gestite dalle tribù Pashtun immigrate dalla frontiera con l'allora India Britannica, definiti cammellieri afgani”.
Non era ancora il periodo migliore per viaggiare nel territorio del nord che ha  di solito una stagione delle piogge di breve durata, ma a volte questa si prolungava e le precipitazioni potevano essere anche molto preoccupanti.
  Durante il Big Wet, gli Storms che provengono dall’oceano hanno fatto spesso danni ingenti, specie lungo la costa.
   Il mese di dicembre del 2010 fu particolarmente piovoso soprattutto nella zona di Darwin.
   Dal Queensland arrivavano notizie allarmanti tanto da preoccupare gli agricoltori , specie quelli delle coltivazioni di tabacco che erano le più vulnerabili, proprio a causa delle piogge monsoniche che avevano già allagato molti  territori  del nord est.
   Era piena estate e nonostante le previsioni così poco favorevoli anche per mettersi in viaggio, Domenico, dopo venticinque giorni di permanenza nel capoluogo, decise di prepararsi alla grande avventura.
   Darwin e dintorni erano state comunque molto interessanti per  conoscere gli usi e i costumi  delle  diverse popolazioni indigene. Aveva infatti raccolto numerose informazioni nella città che sicuramente era la più rappresentativa per l’alto numero di individui e per la divere comunità di aborigeni che aveva avuto modo di incontrare.
   Erano tuttavia quasi sempre  notizie di rimando. Diverso sarebbe stato l’approccio diretto nei luoghi dove ancora quelle popolazioni mantenevano stili di vita arcaici, lontani dal progresso che ne snaturava l’identità.
   Partì dopo essersi attrezzato di tutto quello che poteva servire durante il viaggio che si preannunciava non solo avventuroso. Con lui prese posto nel Land Rover Wijaginadum, un giovanotto aborigeno che si prestava a fare la guida per i turisti.
   Da subito Domenico abbreviò il suo nome in Nadum e si intendevano molto bene, il primo con un inglese formale, anche se la pronuncia lasciava un po’ a desiderare, il secondo con uno slang più spiccio, tipico di un abitante di città.
   Avevano percorso tutta la  Stuart Hwy fino ad Alice Springs senza perdere occasione di incontrare, sia verso est  fin quasi al Queensland, che verso ovest in pieno deserto, tutte le comunità aborigene di cui avevano conoscenza.
   Gli appunti presi da Domenico sarebbero ormai stati sufficienti per scrivere più di un libro, ma non potevano perdersi L’Ayers Rock, nel parco dell’Urulu Kata Tjuta.
   La zona si poteva raggiungere direttamente da Alice Springs sulla Stuart Hwy, prendendo la Red Centre Way o altrimenti chiamata Larapinta Drive, ma era come addentrarsi nell’inferno del deserto dove la temperatura in quei tempi non scendeva sotto i 40 gradi e raggiungeva mediamente i 47.
   Decisero quindi di procedere verso sud, sempre sulla Stuart, fini al bivio per la Lasserter Way, chiamata anche Red Centre Way come la Larapinta Drive, ma  sicuramente più comoda perché asfaltata e soprattutto più diretta. Al bivio un segnale stradale indicava le distanze percorribili.
     Per l’Ayers Rock Resort, c’erano da  percorrere ancora 244 miglia,  oltre 400 km di nastro d’asfalto in mezzo alla terra rossa, con tanto di serpenti e scorpioni da cui dovevano tenersi alla larga,  specie negli eventuali  bivacchi.
Si avventurarono quindi verso ovest ed il paesaggio lasciato sulla 87  non cambiava di molto.
Col sole  del primo mattino alle spalle, il viaggio sembrava più confortevole, ma l’impressione durò solo qualche minuto perché dopo poco l’avevano già sopra la testa con la sua inesorabile calura.
  Davanti, in lontananza,  ad un certo punto videro nuvoloni neri che davano l’impressione di una tempesta in arrivo, ma avvicinandosi si accorsero che si trattava del fumo di un grosso incendio che, per fortuna si propagava verso nord.
   Dalla radio sempre accesa ogni tanto si sentivano i colloqui di altri viaggiatori, camionisti in particolar modo, che si passavano le notizie e le particolarità che incontravano lungo il viaggio.
   Nadum  quando non era assonnato, intonava spesso qualche canzone moderna. Lui era un aborigeno, ma della cultura dei suoi antenati non aveva ereditato  nulla, se non il proprio nome.
   Percorsero ancora molte miglia prima di incontrare un distributore di carburante e, vicino anche un gabinetto, ben messo, con l’ingresso per gli uomini e per le donne. Trovarlo in pieno deserto  costituiva  per Domenico  una sorpresa, ma Nadum, che in passato era stato da quelle parti, si ricordava bene i luoghi di sosta e di ristoro che avrebbero trovato sulla strada.
   Un segnale stradale indicava il Mt Conner  e la Curtin Springs Station, una località dove avrebbero trovato altra gente  che solitamente si fermava per una sosta prolungata.
   Dopo aver fatto rifornimento ed essersi serviti dal bagno, ripresero il viaggio verso sud dove in lontananza si poteva ammirare il monte Conner, un altopiano che assomigliava ad una gigantesca costruzione a forma di parallelepipedo con il tetto piatto per tutta la sua lunghezza.
Giunti prima di Curtin Springs, che dal nome  doveva aver una sorgente,  si fermarono vicino ad una specie di fabbricato denominato The  Sower (il seminatore) con delle figure dipinte, probabilmente da ragazzi,  e che rappresentavano appunto un seminatore.
  In quel tratto la strada il verde sembrava che volesse vincere il riverbero della luce che faceva risaltare la terra rossa, simile al fondo  dei nostri campi da tennis.
   Domenico all’improvviso sentì un formicolio sulla schiena, poi, dal gilet aperto, che indossava sopra la camicia a maniche corte, vide uscire uno scorpione che vi si era probabilmente infilato  quando si trovava all’interno del bagno .
   Fece uno scatto e cercò di liberarsene, ma distratto dall’imprevisto, perse il controllo  della Land Rover che finì fuori strada  andando ad urtare violentemente contro un pietrone.
La velocità non era eccessiva e forse fu  per questo che il mezzo non si ribaltò, ma gli  occupanti non se la cavarono indenni.
   Domenico si lussò una spalla e subì un colpo al ginocchio  accusando forte dolore, mentre Nadum si ferì ad battendo la testa sul montante delle vettura e si tagliò il sopracciglio.
   Il sole di mezzogiorno picchiava forte tanto da non poter rimanere a lungo senza riparo, così si rifugiarono in quella struttura dove in quel momento non c’era anima viva.
   Nadum, dopo aver tamponato alla meglio la ferita,  ricorse subito alla radio dato che i cellulari,  non essendoci campo, non potevano essere utilizzati.
   Per fortuna che Curtin Springs non era lontano e, alla richiesta di aiuto, rispose subito una voce maschile che assicurò un intervento a breve.
- “Il medical Centre con il doctor service  dovrebbe essere funzionante anche a Curtin, altrimenti dovremmo proseguire fino al Royal Fling”  - disse Nadum mentre apriva la mappa indicando la posizione con un dito - “ma a Curtin troveremo sicuramente tutto quello che ci serve. C’è anche l’aeroporto e avremo finalmente la possibilità di telefonare”.
   Domenico mentalmente iniziò a fare due conti con le risorse finanziarie disponibili.
   L’autoveicolo aveva subito danni al mozzo anteriore sinistro all’impianto frenante e forse aveva bucato il radiatore, quindi non era in grado di riprendere la marcia.
Non avrebbero avuto problemi per l’albergo, ma l’autovettura da riparare rappresentava un costo aggiuntivo senza considerare  la difficoltà di provvedere  in tempi brevi.
   I soccorsi furono per fortuna immediati. C’erano altri viaggiatori nell’abitato che era più grande di quello che Domenico pensava.
   Assomigliava ad un’oasi, grazie al verde, alla possibilità di rinfrescarsi e soprattutto alla cordialità di chi li aveva accolti e curati. Erano quasi  tutti australiani di razza bianca  e con loro  solo qualche aborigeno.
   Come aveva anticipato Nadum, c’era tutto quello di cui avevano bisogno e, a questo punto, Domenico riacquistò fiducia sulla dea fortuna che lo aveva messo di nuovo in grado di fare il programma per i giorni a venire.
   Erano passati quasi tre mesi dalla partenza da Darwin durante i quali non si era mai messo in contatto con l’albergo, pensando magari di  ripartire per l’Italia attraverso un’altra via.
Telefonò subito a Dellantonio.
- “Ciao Riki” -  disse non appena ricevette risposta alla chiamata -  “sono Domenico Greco, mi è successo un guaio con l’auto e avrei bisogno di un consiglio. Qui mi dicono che sarebbe anche possibile chiamare il soccorso stradale, ma temo che poi rimarrò comunque a piedi per qualche giorno”.
- “Domenico!” – rispose l’albergatore -  “ma dove ti trovi, come mai non hai fatto sapere niente?.    Sono arrivati una settimana fa i tuoi amici dall’Italia e sono partiti alla tua ricerca. Vedi se puoi contattarli. Prova a telefonare all’Eldorado Motel di Tennant Creek.  Leo mi ha chiamato qualche giorno fa  per chiedermi  se avessi tue notizie e, se non sono ripartiti subito, li puoi trovare ancora in motel”.
- “Ok, io sono a Curtin e vorrei proseguire per Urulu” - ribadì Domenico  - “per l’auto cosa mi consigli?”.
- “Senti” –  replicò  Richy -  “l’auto per te ora è un problema. Io posso contattare l’agenzia di rent-car proprietaria.    È possibile  che siano  d’accordo per
venderla sul posto, ti farò sapere eventualmente a che prezzo dovrai contrattare. Tu puoi sempre tornare con l’aereo o con i tuoi amici quando ti raggiungeranno”.
   Detto ciò, chiusero la comunicazione con l’intento di risentirsi appena possibile.  Intanto Domenico provò a telefonare all’Eldorado di Tennant Creek, ma purtroppo gli amici erano già partiti.
   Il prossimo appuntamento telefonico sarebbe avvenuto una volta giunti a Yulara, presso l’ Ayers Rock, con la Polizia di Alice Springs  che avrebbe fermato i connazionali e fatto in modo che potessero comunicare tra loro.
   Intanto a Curtin i due nuovi arrivati si unirono agli ospitanti anche a cena ed accettarono l’invito a pernottare presso il loro residence fino a quando non avrebbero sistemato le cose.
   Prima di cena Domenico preferì farsi una doccia all’esterno, vicino alla piscina.
   Andando sul retro si scontrò quasi con una ragazza di colore che, ancora con i capelli ancora bagnati ed indossava un accappatoio bianco, stava rientrando in camera. Era una nativa e quindi aborigena, ma il suo aspetto, a parte alcuni caratteri inconfondibili come le mandibole pronunciate ed il naso  un po’ schiacciato, era di una giovane e bella ragazza. Avrà avuto quindici anni, ma ne dimostrava più di venti, con un corpo ben modellato, pelle scura, lucida e soda come tutte le quindicenni.
  Domenico la salutò con un cenno del capo e la seguì con lo sguardo fino all’ingresso del residence.
   Dopo cena andò presto a letto, stanco dopo una giornata alquanto movimentata e si addormentò quasi subito.
   Il buio della notte in quei luoghi, se non fosse rotto dalle luci sempre accese fuori dalla abitazioni, faceva  quasi paura ed il silenzio  era rotto dai versi di animali, uccelli, erbivori e carnivori di diverse specie.
I dingo, in particolare,  erano sicuramente presenti insieme ai marsupiali , tutti alla continua ricerca di cibo.
    Non lontano, prima di arrivare a Curtin, avevano notato anche una farm con tanti cammelli,  sicuramente un allevamento.
   Il sonno di Domenico era abbastanza profondo, ma ebbe la sensazione di sentire la porta della camera che si apriva lentamente.  Nel buio vide delinearsi la figura di una donna che si avvicinava al suo letto: era la giovane aborigena che  quasi nuda   si posò al suo  fianco.
La sua bocca, semi aperta,  mostrava  denti bianchissimi, così come il bianco delle pupille che brillavano al tenue chiarore di quella stanza.
   Domenico rimase interdetto, immobile, quasi paralizzato da quella visione e non mosse un muscolo.  
   Si volse verso la finestra cercando di trovare, nello spiraglio di luce,  un segnale che gli indicasse la via di fuga o magari la certezza che nessuno si accorgesse di quello che stava accadendo.
   La ragazza prese subito l’iniziativa, gli si mise sopra distendendosi e accarezzandogli il petto con il turgido seno.
   Domenico tentò di liberarsi, ma senza tanta convinzione finché ambedue si abbandonarono ad un amplesso morboso, senza  che una parola o un solo gemito uscisse dalle loro labbra.
   All’esterno la luce dell’alba incominciava a vincere il buio , mentre un dingo ululava oltre la macchia e  gli uccelli del mattino davano il cambio ai predatori notturni.
   Domenico si svegliò guardandosi intorno, toccò le lenzuola e sembrava che serbassero  ancora l’odore della ragazza, ma inutilmente, la ragazza era scomparsa.
  Rimase ancora un attimo sul letto con la mano che inconsciamente cercava un segno della sua presenza.
   Ripensò  al suo dolce sorriso e al suo strano silenzio.
   Uscendo chiese a Nadum se per caso non l’avesse vista nei dintorni, ma l’amico gli rispose che la ragazza era partita la sera precedente con la sua famiglia alla volta di Yulara.
Non era possibile. Lui quella notte l’aveva sentita viva e presente  tra le sue braccia.
   Senza mostrare apparente apprensione e con la convinzione che quello vissuto non poteva essere un sogno, tanto era reale, cercò ancora una prova del suo incontro notturno, ma ogni minuto di più il dubbio diventava la certezza che nulla di tutto ciò era mai accaduto.
   Accantonato il pensiero, insieme al breve sgomento provocato da quella misteriosa e dolce  sensazione, diffuse la notizia che avrebbe venduto la Land Rover che ancora si trovava sul luogo dell’incidente, fuori paese.
  Subito si fece avanti un interessato che,  attesa la conferma di Dellantonio, prese in considerazione l’offerta e l’acquisto venne formalizzato in via telematica. Da quelle parti veicoli del genere erano ricercatissimi ed il prezzo pattuito non fu un problema per l’acquirente.
   Non restava che trasferirsi all’aeroporto e partire per Yulara, da dove avrebbero pernottato in uno dei tantissimi alberghi che, sembrava impossibile, fossero così numerosi in quella zona desertica.
   All’aeroporto c’erano diversi turisti, chi in arrivo e chi in partenza  per tutte le località che Domenico aveva finora incontrato lungo la Stuart Highway, fino all’estremo nord, nel capoluogo di  Darwin.
L’aereo decollò e in meno di un’ora il bimotore  si trovò sopra la sterminata pianura  dove dominava il monolite forse più famoso del mondo.
   Intanto Domenico, col suo p.c. portatile, si documentava su internet circa la natura del Parco di Kata Tjuta.
   La vastissima area desertica che si perdeva   a vista   d’occhio e  che da Uluru scopriva l’ Ayers Rock, era punteggiata da una vegetazione che spesso  non superava l’altezza dei cespugli verdi e che dava più contrasto alla terra rossa e alla stessa montagna sacra.
Su internet leggeva:

“Kata Tjuta
   L'insieme delle 36 cupole di arenaria rossa chiamate Kata Tjuta ("molte teste" in lingua aborigena, conosciute anche con il nome di Monti Olga) dista una cinquantina di chilometri da Uluru e il paesaggio è sbalorditivo. La bella camminata di circa tre ore lungo la Valley of the Winds è il modo ideale per scoprire la maestosità di questo luogo. 
    Il Parco Nazionale di Uluru-Kata Tjuta è collegato ad Alice Springs, da cui dista circa 450 km, da una strada perfettamente asfaltata.   
   La località dispone altresì di aeroporto e di voli giornalieri da e per le principali città australiane, quali Melbourne, Sydney, Cairns, Perth, Darwin, oltrechè Alice Springs.
   A 40 chilometri a ovest di Uluru/Ayers Rock si trova la località di Kata Tjuta, chiamata anche Monti Olga. Questo imponente gruppo di rocce a cupola ha più di 500 milioni di anni; le loro ""radici"" sono molto profonde, penetrando sotto la superficie terrestre anche fino a 6 km di profondità!
   Gli archeologi sostengono che questa località è abitata dagli aborigeni da almeno 22.000 anni; la popolazione Anangu è la custode tradizionale di questa terra e fino a poco tempo fa il monolito era conosciuto soltanto come Ayers Rock, nome che deriva da quello del primo ministro Sir Henry Ayers e che fu così battezzato dall'esploratore William Gosse, che per primo avvistò il monolito nel 1873; nel 1985, fu aggiunto il nome di Uluru, quando la zona è ritornata ai proprietari tradizionali che ora gestiscono il parco unitamente all'ente governativo Parks Australia.
      L'ingresso al parco costa 25 dollari australiani e consente l'accesso illimitato per tre giorni consecutivi. Nel complesso alberghiero dell’Ayers Rock Resort, in località Yulara, appena fuori dal parco nazionale, potrete trovare una vasta gamma di sistemazioni, dal campeggio a hotel di varia categoria, fino a un lussuoso campo tendato.
   Il Yulara Visitors Centre dispone di materiale informativo che vi guiderà nella visita del parco, illustrandovi la geologia, la flora e la fauna oltreché, naturalmente, l'affascinante cultura aborigena. Sono inoltre in vendita souvenir e pubblicazioni informative.”
Era arrivato, dopo un lungo peregrinare, nel luogo sognato e restò per un attimo immobile ad osservare il monolite.
   Domenico sentiva di essere giunto al capolinea delle sue ricerche. L’Ayers Rock custodivano,  più di ogni altro luogo, la storia e le leggende della cultura aborigena.
   Appena sceso dall’aereo respirò subito un’aria carica di emozioni, le stesse sensazioni che ricordava di aver assaporato la notte precedente, quando sul letto aveva toccato o aveva immaginato di averlo fatto o addirittura  aveva sognato di aver  tra le braccia una ragazza aborigena.
   Il sogno, nei territori del nord, si confondeva spesso con la vita reale, con la natura, con il cielo che si esplorava guardando incuriositi la volta celeste o vagando tra le stelle, guidati da qualche spirito ancestrale.
   Domenico scattò centinaia di fotografie e temeva di rimanere a secco di carta e penna,  tanto era il materiale per i suoi appunti. Parlava con gli aborigeni del posto e la sera rimaneva a scrivere con il portatile, sotto la veranda di quel resort, abbastanza esclusivo, con tanto di piscina, in un  originale desert garden, attrezzato con tutte le comodità per una vacanza fuori dal comune.
   Ma la vita degli indigeni, custodi dell’Ayers Rock, non aveva lo stesso tenore della vacanza: quella era soltanto un’ atmosfera turistica che iniziava con l’arrivo degli ospiti e finiva con la loro partenza.
   Fuori da quell’ambiente, mentre con Nadum  si trovava a bordo del mezzo messo a disposizione dall’albergo e con tanto di guida, Domenico notò subito il contrasto tra quella natura e la civiltà del mondo occidentale, con l’idea della proprietà e del consumismo, da cui non potrà più liberarsene. 
    All’aeroporto c’erano diversi turisti, chi in arrivo e chi in partenza  per tutte le località che aveva finora incontrato lungo la Stuart Highway, fino a Darwin. 

  Sulla strada per l’accesso al parco, una donna aborigena, con tutta la generosità e la gentilezza di chi vive la natura traendo da essa il suo sostentamento, si avvicinò all’autobus dei  turisti che nel frattempo erano giunti ai piedi della montagna sacra.
Aveva tra le mani  il prodotto del suo lavoro, di ciò che aveva raccolto tra gli arbusti in quella terra rossa: erano larve o pupe di cui gli aborigeni vanno ghiotti, ma  che Domenico, nonostante l’attrazione verso questa cultura,   sicuramente non avrebbe mai mangiato.

   Tutti poi scesero dal pullman e si avventurarono ai piedi del monolite che, da una distanza ravvicinata, dava l’impressione di una ripida parete dove la polvere, risucchiata dalla corrente d’aria, saliva verso la sommità.
L’aria era talmente carica che sembrava saturare il cielo che, dietro la montagna, s’era fatto nero e minaccioso.  
    A intervalli regolari quel cielo si accendeva con bagliori di lampi inseguiti, poco dopo, da reboanti  tuoni.
   Domenico pensò che si stava preparando un temporale, ma la guida gli fece notare che in quella stagione difficilmente  sarebbe piovuto.  
    Si trattava dell’elettricità accumulata a causa del calore del giorno e che  si scaricava nell’atmosfera durante la notte, per la forte escursione termica.
   La montagna, col calare delle tenebre, sembrava che facesse parte di un paesaggio di un altro pianeta, lontanissimo dal nostro, quasi fosse in un’altra dimensione.
   Domenico avvertiva questa sensazione che non riusciva a descrivere nei suoi appunti se non con l’idea che tutto quello che stava vivendo poteva essere la trasposizione della realtà verso quel sogno dal quale, dalla notte di  Curtin, non si era ancora completamente dissociato.
   Il chiarore della luna, che rischiarava appena la notte del deserto, era vinta dal bagliore di un fuoco attorno al quale sedevano alcuni aborigeni.
   Ognuno di essi emetteva un  lamento  a labbra serrate, accompagnato da un didgeridoo  che rendeva l’atmosfera primitiva, come fosse il richiamo antecessore di una leggenda da tramandare.
  Ad Alice Springs, intanto,  Leo, Giovanna e Anna Paola,  furono subito avvicinati dalla Polizia che aveva nel frattempo ricevuto il messaggio di Dellantonio.
   La notizia del  ritrovamento di Domenico fu accolta con esagerata contentezza tanto che si precipitarono subito al telefono per chiamare il resort dove alloggiava il loro amico.
Anna Paola, che era forse la più emozionata volle subito sapere notizie sulla sua salute; da quando era arrivato in quel posto ed il motivo del suo prolungato silenzio.
   Non fecero trascorrere molto tempo che già si trovarono sull’aereo che da Alice Springs li avrebbe portati direttamente a Yulara.
   Leonardo, che si sentiva quasi responsabile di aver trasmesso all’amico il desiderio di quella che poteva essere un’avventura dall’esito incerto,  si sentì finalmente sollevato e non vedeva l’ora di incontrare Domenico.
   Giovanna non finiva mai di raccontare. Non era mai stata così a lungo fuori di casa e soprattutto non aveva vissuto mai così intensamente ogni  giorno e ogni  attimo come in quel viaggio  e durante tutta la permanenza  nel continente australiano.  
   Il rombo del due motori ad elica del piccolo aereo conciliava il riposo  di Anna Paola che nel dormiveglia rivedeva i momenti  che più l’avevano impressionata. Immaginava come sarebbe stato l’incontro con  Domenico nell’attimo in cui lo avrebbe finalmente riabbracciato, dopo quei mesi di lontananza.
   Quella era sicuramente la conclusione di un sogno, iniziato una notte a Katherine,   quando uno spirito ancestrale l’accompagnò in una dimensione parallela a quella reale per indicarle la via da seguire.
   Un sogno che doveva avverarsi e che sarebbe durato tutta la vita.

 

Da qualche parte si legge la seguente definizione:
Aboriginal paintings preserve ancestral dreams  (Le pitture aborigene custodiscono i sogni ancestrali)

Franco Patonico

Cerca il tuo viaggio all'interno di tutte
le nostre proposte
Iscriviti al servizio di newsletter per essere
aggiornato sulle novità e sulle offerte
Dichiaro di aver letto l'informativa ed acconsento al trattamento dei miei dati personali


Cerca l'agenzia a te più vicina
per richiedere maggiori informazioni


2013 © Go Australia
Srl Sede: via Canale 22 60125 Ancona P.IVA, Codice Fiscale e n. iscrizione CCIAA 02116980422 R.E.A. AN 162472 - Capitale Sociale € 30.000,00