Racconti di Viaggio
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Finalmente.
Era tempo che si parlava di questa fine del mondo terreno…
E seppur sia da sempre stato più dedito al culto di Dioniso al quale mia madre mi avevo instradato, ed avessi letto gli scritti di Zoroastro che predisse il sopravvento della sorgente del male sull’uomo terreno, sapevo che con la sua fine Noi, semidei o semplici uomini vicini alla divinità, che dalla terrena dipartita aspettavam ritorno, avremmo potuto finalmente vedere ciò che non ci era riuscito in vita.
E se poi non è stata Angra Mainyu a vincere sulla saggezza ma una predizione di un lontano popolo del ponente emerso, tant’è…
Io, nato per essere il pacificatore, colui che doveva riunire tutto e tutti, non fui mai capito per quello che ero, e con questo viaggio, vedendo ciò che mi fu impedito di vedere, mi prefiggo di poterVi raccontare ciò che avrei voluto.
E con la componente temporale dalla mia parte, visto che dal mio passaggio sulla Terra ne son passati di anni (e di secoli e millenni…), potrò finalmente vivere le terre tanto bramate, annusarne i luoghi in cui vissero meraviglie del creato, ne fecero storia e ne scandirono i giorni.
Per potere così unire ciò che il fato malefico disegnò diviso, e che l’essere di cui siam padri figli e progenia contribuì a tener in tal guisa.
Oltrepassando il Gange, a me negato, vorrò andare in estremo Oriente, a vedere dove l’uomo ha toccato il suo momento più truce e basso, che le mie perizie eran quisquiglie al confronto!!!
Poter sentire l’aria che il famelico B52 solcò con le 2 bombe, assaggiare l’effetto provocato dalla scoperta che doveva recar benefici, energia e sviluppo crear invece morte, orrore e silenzio.
E di contro addentrarmi in un giardino Zen, ritrovare i paesaggi del maestro Kurosawa o del lirico Hokusai, nella terra immaginifica di Goldrake e Jeeg Robot d’acciaio…
Da lì, continuando a volare nell’immaginario verosimile dell’umana creazione onirica, planerei nella terra di mezzo, in cerca non solo di Hobbit ed anelli fantastici, ma di luoghi ameni in cui perdere il fiato per le sensazioni paradisiache emanate: cascate, flora lussureggiante, umani dagli usi e costumi ancor allo stato brado, che incuton timore con le loro danze puranche nello sport, con quella Haka così musicale ed irriverente che il mondo ha imparato ad apprezzare.

 

Avrei così la possibilità di vedere deserti differenti da quello conosciuto nella terra dei faraoni, di colore rosso come il fuoco che la terra della grande isola emana, e veder saltare il loro animale simbolo libero negli illimitati spazi liberi.
Ed ancora poter controllare come messer Salgari dalla sua camera all’ombra della Mole ed in odor di Gianduia abbia potuto immaginare mondi così lontani e renderli così verosimili da narrar le gesta dell’invincibil Corsaro o dell’ineffabile  Tigre di Mompracem…
Potrei di poi avvalermi dei moderni mezzi di trasporto, e volare facendo però scalo di tanto in tanto nell’immenso Pacifico, nelle isole disseminate all’inizio del giorno, così da poter ammirare i moai e sentirne il canto tacito, le specie animali ormai estinte nei continenti, che mi riporterebbero alla mia amata terra, ed a quando mi perdevo libero col mio fido destriero ad ammirar le bellezze della natura.
Che l’uomo ha deciso di contrapporre all’isola artificiale fatta dei suoi peggiori scarti, di quella plastica alla quale non avrebbero potuto dare nome peggiore, in quanto in passato sinonimo di leggerezza, movimento, leggiadria. Imbattersi in questo gigantesco vortice di oggetti indesiderati è il peggiore degli incontri possibili ed augurabili, che ogni piccolo essere vivente dovrebbe tener da conto quando acquista, scarta, e getta in ogni dove ogni umana produzione.
Continuando verso levante, provar l’ebbrezza di ringiovanire tornando indietro di un giorno, e passare dal giorno dopo alla sera prima partendo dalla punta estrema dell’emisfero inverso, terra di grandi pascoli e forgiata dal vento che spira copioso e spazza le creste dei bovini al pascolo.
Aggirarla in senso orario passando dalla splendida terra dei grandi ghiacciai emersi al di fuori dell’Antartide ai quali alterna steppe, pascoli e laghi salmastri, arrampicarmi per le alte montagne abitate in passato da civiltà incredibili, che dipinsero la terra dal cielo per traguardi strepitosi ancor oggi misteriosi.
E poi tuffarmi nella foresta antica che custodisce ancor esempi umani che potrebbero essere miei antenati pur vivendo oggi, nel lussureggiare del cuore verde della terra.
Terra che però è sempre stata teatro di contrapposizioni cruente e di dicotomie a dir poco estreme, patria di piante ormai definite droghe e rese mito dal piccolo stolto uomo moderno, che non sa trarre dalla natura la sua parte benefica ma ne sfrutta solo le componenti soggioganti e di predominio per la fittizia ricchezza terrena.
Ammirarne architetture ardite di ogni tempo, di ogni popolo e fattura, ch’al pari delle piramidi affascinano ed ammutoliscono la boria dell’uomo presuntuoso facendolo tornare piccolo insignificante miraggio nell’infinito della scatola encefalica, vera matrice di ogni sorta di Big Bang e teoria della Creazione…

Ma la vita non è in questo che si magnifica…
Come ho imparato nel tempo leggendo prima dell’uomo figlio del verbo nato in Palestina e del suo più tardo fratello poverello che dal cuore verde della penisola prominente del Mediterraneo irradiò della sua luce il mondo.
Mondo che mi manca, ma che grazie ai recenti accadimenti sarà possibile rivedere fermo in un tempo indeterminato, che non inizia e non finisce, senza gli imbruttimenti e le disgrazie a lui portate dall’umana specie, che dalla notte dei tempi s’è sempre più curata dei propri accidenti che di quelli della sua madre creatrice, per cui Zeus e tutti coloro che ne imitarono la potenza dovettero loro malgrado azzerarne le malefatte.

Ed io, che dalla piccola terra nel cuore dell’Eurasia mossi i primi passi in seno ad Olimpia e che dal secondo terreno Filippo nacqui in Macedonia…
Io, che cavalcando Bucefalo da ponente a levante accomodai l’emerso vivere in una apparente pace di comunanza e letizia…
Io, che fui da molti definito Grande, Magno…
Io, che nonostante il mio nome significhi protettore degli uomini non riuscii a tenermi lontano da me stesso…
Io, vi saluto e v’aspetto, da e per sempre

Alexandros

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