Racconti di Viaggio
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Un viaggio intorno al mondo
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Tracks, attraverso il deserto
Enjoy The Silence
Partipartiparti
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Partipartipartiparti.
 Lo sognava la notte e lo pensava di giorno. Andare al lavoro, sorbirsi i mezzi pubblici, il caos da corriovunquespintonando, l’irrequietezza della città e dei suoi cittadini. Tornare a casa. Passare ore a decidere cosa fare per poi non fare niente. Dare un senso alla giornata andando a dormire. Svegliarsi con il lan-guore dei viaggi onirici intrapresi, ancora intrappolato sulle lab-bra. Prendere l’autobus e dal finestrino vedere i paesi di perife-ria, che la separavano da Milano, scorrere come un vecchio film muto. Con la differenza che lei era sempre seduta passivamen-te a un palmo dal vetro e loro cambiavano. Venivano costruiti nuovi edifici, chiese, ristoranti. Cambiavano le gestioni di posti, i menù in vetrina, buttavano giù palazzine per farne di altre. A volte si trovava a pensare con sconcerto che non ricordava cosa ci fosse in quel punto solo la settimana prima. Tutto mutava ed evolveva e lei invece si sentiva bloccata.
Non poteva più rimanere perché non se lo meritava, vivere qui la faceva sentire immobile. Sempre ferma nello stesso punto senza allargare i suoi orizzonti conoscitivi. Non s'innamorava mai, non s'innamorava più. Di niente, di nessuno. Ed era triste, perché l'amore è un motore che spinge molte cose, che dà il via a grandi viaggi, dentro e intorno a se stessi.
Partipartipartiparti. Si, si. Va bene. Berlino?
Si, Berlino le sembrava adatta. Se ne era quasi convinta, si era davvero lasciata prendere da quel progetto così spensierato. Poi però…lei in fondo si trovava a sognare posti sterminati, strade da romanzo d’avventura, cieli stellati, piedi nudi. E Berli-no non era altro che la Milano tedesca a volerla ben vedere. Un'altra città che l’avrebbe catturata, avviluppata nel suo tran-tran quotidiano, lasciandosi amare e odiare con trasporto. E lei ne aveva abbastanza di queste relazioni amorose, insoddisfa-centi e altalenanti. Voleva riscoprire la sua innata curiosità. Le mancava quel sentimento avventuriero che tanto l’aveva carat-terizzata fin da piccola. Perso chissà dove nelle frange della rou-tine e della vita affannosa. Si sentiva così costernata di non tro-vare serenità nella vita di tutti i giorni. Ma mentire a se stessa era una cosa che stava facendo da troppo tempo. Senza remo-re né rispetto per i suoi veri desideri.  Anelava mareggiate del cuore.
Potersi gustare l'orizzonte di sé stessa. Essere da sola. Da sola davvero. Troppo lontana per appoggiarsi sempre a qualcuno. Affidarsi esclusivamente ai suoi istinti, alle sue spinte interiori. Rifletteva molto, e parti dei suoi pensieri, quelli più legati alla quotidianità, terrorizzati dagli imminenti cambiamenti, la trasci-navano in gorghi di nostalgia.
"Rimani, non andare..gli amici..tua madre..Sara..il cane..il gat-to.."
E anche se la angustiavano, per lei fu semplice sentir nascere dentro di sé, con dolcezza, la convinzione che casa è quella in cui puoi sempre tornare. E lei voleva dare questo valore a casa sua, togliendole quel ruolo d'ancora che l’aveva tenuta qui co-me una nave spiaggiata. E il risultato erano appunto quei pen-sieri. Voleva essere lontana per pensarla con affetto, con no-stalgia. Non con quell’ansia costante del senso di responsabilità.
Quando una mattina si svegliò nel suo letto e lo sentì troppo minuscolo per contenere i suoi sogni, comprò un biglietto per l’Oceania.
Prontipartenzavia.
Senza troppi risparmi ma con l’irrequietezza che le pervadeva le piante dei piedi fece all’ultimo lo zaino. Dentro, la leggerezza del viaggio. Non lo spreco del bagaglio della vacanza. Non l’inutilità dell’allinclusive. Ma la spensieratezza del mettersi in cammino. Pronta a immergere le mani in qualsiasi esperienza. Pronta per cogliere al volo ogni carezza della buona sorte. La mente proiettata ad una sé completamente libera da lacci della vita attuale. Selvatica. Le lacrimavano gli occhi da dietro le lenti scure a queste prospettive. Mentre la macchina la portava all’aeroporto ogni suo respiro accompagnava fuori da lei, ad uno ad uno, i risentimenti per questa vita, le fatiche del fine mese, gli sbattimenti anche per le cose semplici, le incazzature per le cose storte e ingiuste. Terrorizzata dal volo, ultimo ba-luardo di questa coraggiosa impresa, si abbandonò al destino sperando che fosse clemente. Si preparò a prendere confiden-za con il sedile che l’avrebbe accolta. Era mai stata in procinto di andare lontano? No, mai. Se si lasciano fuori dal conteggio le di-stanze percorse nei sogni. Ma era pronta a vederli realizzarsi? Sarebbero stati all’altezza delle sue aspettative? E lei sarebbe stata degna di vederli prender forma, finalmente? Di guardarli con la meraviglia negli occhi, anziché accontentarsi delle fanta-sie della mente?
Forseforseforse. Sisisi. Cazzo, si!
Dopo ore di viaggio guardò l’oceano dal suo finestrino: non po-teva più tornare idealmente indietro, era così deliziosamente distante da tutto da esserne inebriata. 
La sua prima tappa era una zona rurale del Western Australia. La raggiunse in autostop. Il pensiero la faceva ridere davvero. Aveva visto perpetrare questa tecnica solo nei film, l’aveva let-to nei libri. Ma quando mise fuori il pollice, in quel gesto inter-nazionale del passaggio, si sentì risucchiare in un vortice di emozioni.
Lostofacendodavvero.
Non aveva bisogno di sfoggiare un sorriso forzato e rassicuran-te. Ne aveva già stampato uno, tra i più genuini che avesse, sul viso. E quando dopo nemmeno dieci minuti, una macchina si fermò per caricarla, lei stentava a crederci. Il viaggio fu come se lei si vedesse da fuori, proprio come in una ripresa cinemato-grafica, così tutto assurdo eppure giusto. Come se fosse norma-le caricare qualcuno in macchina e parlarci come se ci conosces-se da quanto basta per non sentire imbarazzi di sorta. Aveva mai provato una sensazione così? Di assenza di pericolo, anche, dico. No. Assolutamente. Arrivata a destinazione, ringraziò e si fermò a guardarsi intorno (come se in macchina non avesse fat-to altro). E se vi descrivessi la sua faccia alla vista del cielo, vi fa-reste delle risate. Guardò su verso le stelle che fioccavano pian piano che la sera arrivava. Si sentì minuscola. Una formichina con la mascella abbandonata sul petto. Abbracciata da questo dispiegarsi di cielo che pareva non avere fine. Percorse una sali-ta e vide nitido l’orizzonte. Infuocato sopra una lieve valle spor-cata da qualche manciata di case. Le sembrava di non aver mai visto il cielo. Davanti a lei il sole, dietro, con suo infinito stupore, spuntò la luna. Gigantesca, gonfia, azzurra. La faccia che mo-strava qui non aveva crateri che sorridevano ma solo ombre a cui i voli pindarici dovevano ancora dare sembianze. Si affacciò da dietro questa collina…mastodontica e splendente, se fosse stato un Harmony sarebbe stata pienadipromesse e invece era solo e semplicemente meravigliosa. Si faceva guardare ed era bello farlo. Era anche questo che le faceva capire di essere dav-vero lontana da casa. Ed era stupendo. Le sembrava di poterla accarezzare. Si sedette in mezzo alla strada con la testa all’insù e dentro di sè si intonò inevitabilmente Spunta la luna dal mon-te di Bertoli e i Tezenda e si emozionò di gioia inverosimile. Era lì, sola. La bocca aperta e il cuore che pompava duro nelle orec-chie.
Cercandolalunacercando..
Le prime settimane furono esclusivi banchetti per gli occhi. Il verde in cui tutto era immerso, le case armoniose con il paesag-gio, le nuvole pronte a giocare con la fantasia di chi le guarda per prendere forme sempre diverse, le strade poco battute e immacolate. I campi a perdita d’occhio dove pascolavano libere e padrone, meravigliose mucche dal manto bruno. Sembra che l’uomo non abbia vero e proprio dominio in queste terre incon-taminate. Mentre si spostava a passaggi o su autobus, per tratti di strada immensi, pensava a come si sentisse libera, a come le mancassero solo le ali per sentirsi meglio di così. Fece lavori di fatica in farm disposte a prendere lavoratori stagionali. Racco-glieva zucche, mele, pere, arance, zucchine. Tutto dipendeva a quale coltura si dedicasse la determinata zona dove arrivava. Lavorava con sudore della fronte e indolenzimento del corpo. Fino alla stanchezza vera e propria. Ma tutto ciò che beveva o mangiava a fine giornata aveva un sapore più intenso. Guada-gnato. Non si sentiva così realizzata da tempo. Nemmeno così sporca e incurante di tutte quelle piccole cose che a casa erano così significative. Dormiva il sonno dei giusti, persa in sogni di quiete e attesa. Staccarsi da un posto aveva sempre il suo pieno di nostalgie, ma la curiosità di quello che poteva attenderla la faceva fremere di impazienza, portandola ad accatastare tutte le emozioni della partenza in uno stanzino caldo da cui poterle far riaffiorare magari in un secondo momento. Si concentrò sul-la costa che la portava a nord, verso Darwin. Molti posti li visitò a piedi, zaino e tenda in spalla, percorrendo tutti i kilometri che le sue gambe erano felici di gustarsi. Camminare era la cosa che le piaceva di più. A casa non poteva camminare: pochi spazi ampi e sterminati che dessero un senso al mettere uno dietro l’altro i propri passi. Ma qui. Qui camminava davvero. Aveva le strade sterrate a sua disposizione. Le baciavano i piedi nudi e sempre più deliziosamente callosi.
Solitamente si faceva lasciare all’imbocco di strade poco pratica-te o in prossimità di spiagge e scogliere e s’incamminava verso il sapore dell’oceano. Ecco. Oceano. Non mare. Non mediterra-neo. L’oceano fu un’altra cosa che quando vide per la prima vol-ta le stramazzò il cuore. Fin da bambina amava il moto ondoso dell’acqua che arrivava sugli scogli. Pensava perfino che rispon-desse ai suoi muti comandi del cuore intensificandosi o amman-sendosi. L’aveva sempre considerato un compagno silenzioso davanti cui sciogliersi in lacrime, che fossero di gioia o di dolore. E l’oceano in cui si imbatté raggiungendo il suo primo fazzoletto di mare in terra nuova, la fece piangere davvero. Era maestoso, immenso. Ne percepiva l’inimmaginabile vastità con occhi sem-pre più sperduti. Aveva il colore di ogni sfumatura di blu. E cre-ste bianchissime. Corse su e giù per la spiaggia in un rituale di solchi nella sabbia e spruzzi di salsedine. Si sedette dove la sab-bia era più umida. Vestita, si sdraiò e aspettò le onde quiete che la avviluppassero. Che facessero l’amore con lei, come un amante impaziente. Si lasciò prendere e carezzare. Lasciò che le lacrime si mescolassero alla marea, che la sabbia le entrasse nei capelli, che l’oceano le inzuppasse i vestiti. Quando si fu rialzata percorse una strada tra dei cespugli di brulla macchia e raggiun-se un faro disabitato. L’edera l’aveva rivestito e decorato con amore e sforzo. Lei raggiunse la cima e guardò fin dove gli occhi le permettevano. Cercò di abbracciare tutto con lo sguardo. Là l’orizzonte e l’oceano erano così fuori dalla portata delle sue dimensioni. Così dispersivi e intensi. Il tramonto che si gustò abbarbicata su qual faro la riempì della convinzione che tutto fosse un sogno. Che si sarebbe svegliata con rammarico nel suo angusto letto di casa con il guanciale ancora zuppo di lacrime. Era difficile rendersi conto di quella realtà. Di aver intrapreso un cammino di coraggio e di essersi davvero regalata una vita nuo-va. Semplice. Fatta di nulla di materiale e di tutto ciò che l’immateriale poteva regalare. Passò due giorni su quel faro e quando si rimise in cammino gli fece una foto nostalgica da por-tare nel cuore. Evitava accuratamente le città, quelle poche che c’erano. Tranne che per approfittare di qualche regalo utile che sapevano dare. Come ad esempio i gabinetti pubblici, puliti e confortevoli. Dove si concedeva la sua doccia sporadica e dove lavava i pochi utensili da cucina che aveva. O ancora i cassonetti dei grandi centri commerciali. Alla chiusura erano talmente ri-colmi di cibo di così ottima qualità che le faceva nascere dentro un odio per il consumismo e lo spreco perpetuato dalle mentali-tà opulenti. E se la beccavano magari le mandavano pure via. Perché è bene buttarlo il cibo, ma non trafugarlo per mangiare. Quello no. Usciva da quei cassonetti piena di vivande utili e a volte con dolciumi che se proprio non ti sfamavano almeno ral-legravano l’anima. Non che ne avesse bisogno. La sua anima era splendente e radiosa, ne sentiva il calore affiorarle sulla pelle. Persa ogni zavorra delle costrizioni di casa si sentiva randagia e questa condizione le calzava a pennello. Le apparteneva da sempre, se la sentiva scorrere nelle vene e tanto le bastava. Fece una collezione di animali visti durante il suo tragitto e mai visti prima. La natura, nelle zone sperdute, era dirompente, pa-drona assoluta. Gli animali sembravano tollerare benignamente quegli umani di continuo passaggio sulle strade, proseguendo nelle loro faccende di più placido affanno. Lei amava sedersi in disparte nelle pianure brulle e calde e guardarli per ore. Non az-zardava mai di avvicinarsi o di disturbarli. Tutto sommato erano loro quelli che vincevano la gara di curiosità e lei non doveva fa-re il benché minimo sforzo.
Quello che vide nei primi mesi di viaggio, la mise in pace con il cuore. La nostalgia di casa era un piacevole ricordo che si con-cedeva di rado e per cui non se ne incolpava. La cartina su cui segnava i suoi luoghi si stava ampliando di altri sogni. L’Asia la chiamava con insistenza, insidiandola con i suoi colori e i suoi suadenti profumi. Non sarebbe tornata a casa. Non di certo quando si aspettavano tornasse, almeno. Sentiva i piedi urlarle direzioni da intraprendere e la incitavano a non fermarsi. E lei non poteva fermarsi. Non dopo aver nuotato con gli squali a Shark Bay, non dopo aver annusato a pieni polmoni il profumo delle foreste di eucalipto, non dopo aver visto il deserto rosso, non dopo aver dormito sotto cieli stellati, non dopo aver letto al chiaro di luna. Semplicemente non poteva. Perché era un'altra persona. Era altro da quella ragazza sparuta che era partita. Era oltre quello che pensava potesse diventare. La sua pelle dorata dal sole raccontava da sola esperienze che riusciva malapena a narrare da quanto le parole le sminuissero. L’ultima volta che l’ho vista era pronta per raggiungere la Tasmania. Zaino in spalla e sorriso sulle labbra. Il più bel sorriso che avessi mai visto. E sa-lutandomi mise in mostra un tatuaggio sull’interno del braccio, una frase di DeAndrè:
”Per l’unica ragione del viaggio: viaggiare”.

Alessia Fortunato
 

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