Racconti di Viaggio
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Il giradino dei viaggi sussurrati
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Il giro delle grandi emozioni
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Il viaggio dei sogni
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Rosemary
Sai cosa c’è oltre l’Europa? Un mondo. Scopriamolo!
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Spirito d'australia
Tra le Ande e l’oceano
3 sogni per un viaggio intorno al mondo
Uccelli migratori volano a sud
Un viaggio alla scoperta dello spirito
Un viaggio dentro al cuore
Un viaggio di Liz
Un viaggio intorno al mondo
Un viaggio lungo un sogno…
Una sfida a colpi di moleskine
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Viaggio in india di un aspirante principe
Viaggio intorno al mondo
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Viaggio. Con la mente viaggio
Il viaggio di Simona e Mauro
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Il viaggio della Famiglia Manodritto
Il viaggio di Federica e Andrea
Il viaggio di Erica e Omar
Il viaggio di Vanessa e Stefano
Tracks, attraverso il deserto
Enjoy The Silence
Pablo in viaggio
Panes Content Table

Buon giorno a tutti mi chiamo Pablo. La conoscenza che andremo a fare non sarà reciproca, ma sarò io a raccontare la mia storia e alla fine giudicherete voi se le parole che avrete letto, sono vere oppure il frutto della mia fantasia.
Vi posso anticipare che questa storia sarà sceneggiata in diverse parti del nostro pianeta, ma non vi voglio anticipare nulla.
Partiamo dal mio Paese d’origine, dove sono sicuro molti di voi avranno speso almeno una volta il desiderio di visitarlo, sto parlando del Brasile, o meglio, Rio de Janeiro. Sono sicuro che un wow sia uscito dai vostri pensieri, accumunato da che fortunato che è questo ragazzo, ah si, stavo per dimenticare di dirvi che ho poco più di diciannove anni. Ritornando alla mia buona sorte, se ritenete che vivere nelle favelas di una delle città più suggestive e affascinanti del mondo lo sia, beh allora sono fortunato. Vi posso dire che proprio Rio ha segnato la mia infanzia, a dire il vero tutta la mia vita. Come penserete voi…beh, con la fede. Dalle lamiere della baracca in cui vivevo con i miei genitori il Cristo Redentore con le braccia aperte era l’ultima cosa che vedevo alla sera prima di addormentarmi e la prima appena aprivo gli occhi. La fede è sempre stata la mia guida e il sostegno per andare avanti e raggiungere il luogo ove sono ora, anche se a essere sincero, molte volte ha vacillato.
La mia infanzia non si è sviluppata a scuola come un normale ragazzo, sin all’età di cinque anni ero costretto a rubare per vivere. Non un libro da leggere, ma dei turisti ai quali sottrarre ogni cosa fosse in loro possesso, di prezioso ovviamente. Con questo non voglio dire che non mi divertissi, anzi, amavo la vita, anche perché era l’unica che conoscevo, e a soli dieci anni conoscevo Rio in ogni suo lato e sfumatura. Amavo salire in cima al monte Corcovado quando ero triste, e lì, al tramonto, ammiravo i colori più belli che Dio potesse sfumare. Quando il sole in tutta la sua potenza, lentamente s’inabissava nascondendosi dietro i monti all’orizzonte lasciando la città immersa in un’aurea rossa, quasi andasse a fuoco, lì non m’importava più chi ero e cosa facevo a questo mondo, e tutti i pensieri negativi venivano cancellati; per qualche minuto ovviamente.
Come avrete dedotto, i miei genitori non erano ricchi, riuscivamo a pagarci il pranzo grazie al mio lavoro. Ogni giorno ero costretto a consegnare almeno cinquanta dollari al Capo, eh si, il Capo, il Boss delle favelas, l’uomo che permetteva alla mia famiglia di vivere, considerando che mio padre e in parte anche mia madre, aveva accumulato un grosso debito nei suoi confronti, e ora tutti noi dovevano sottostare ai suoi voleri, io per primo. Parlerò in dollari per farvi comprendere meglio di quanti soldi stia parlando. Questo però non mi ha tolto la passione per uno sport strepitoso. Il calcio penserete voi, del resto, che sport può fare un ragazzino brasiliano cresciuto nelle favelas, invece no, il surf. Non che fossi una schiappa a giocare a pallone, ma il surf mi dava sensazioni incredibili e uniche. Cavalcare un’onda, scivolare dentro di lei, era qualcosa che mi veniva naturale e che amavo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Sentivo il mare parte di me, e ogni volta che potevo, afferravo la mia tavola sgangherata e andavo a domare quell’oceano funesto. Ogni volta che uscivo da ogni singola onda mi sentivo il re del mare. Questa passione segnò la mia vita in positivo e in negativo. Avevo compiuto da poco diciotto anni, e sebbene sgattaiolare sulla spiaggia di Copacabana era diventato come scorazzare nel giardino di casa mia, fregando tutti i topini che vi approdavano, non era ciò che desideravo, e la voglia di cambiare vita cresceva dentro di me ogni giorno che passava. Non riuscivo a trovare il coraggio e le parole per dirlo ai miei genitori, perché sarebbero state due le vie da intraprendere qualora avessero accolto la mia richiesta, o espatriare, oppure morire. Un giorno mentre passeggiavo per l’Av. Atlantica di Copacabana, salterellando sugli ornamenti dei disegni dei marciapiedi, cercando di non calpestarne il bordo, il manifesto di una gara di surf colse la mia attenzione. O meglio, tutt’attorno c’era un gruppo di ragazzini intenti a guardare qualche cosa infisso ad un muro. Incuriosito mi sono avvicinato, e non sapendo ne leggere e ne scrivere, chiesi ad uno dei presenti cosa fosse. Non gli svelai la mia ignoranza, dissi solamente che ero troppo distante e non riuscivo a vedere. Era un uomo poco più che quarantenne, brizzolato e piuttosto abbronzato. Vestiva in modo semplice e mi sembrava molto alla mano, mi accennò un sorriso e forse intuendo la mia mancanza, mi rivelò il contenuto di quel manifesto così importante. Era una gara di surf che si sarebbe tenuta a Prainha Beach e il primo classificato avrebbe vinto un viaggio per l’Australia, il contratto per un anno con uno sponsor, trentamila dollari e l’iscrizione per una gara di surf che si sarebbe svolta lì.
L’unico inconveniente era che c’era una quota d’iscrizione per chi non era professionista o non aveva maturato un punteggio nelle varie gare che si erano svolte durante l’anno.
La cosa aveva acceso in me una luce indomabile che venne subito raffreddata dalla consapevolezza di non avere tutti quei soldi e per di più di non possedere una tavola decente per poter gareggiare contro grandi campioni.
I sogni come si dice sono fatti per essere realizzati, anche se per un ragazzo come me, queste parole suonano come poesia e non realtà. Quell’uomo però vedendomi abbattuto, mi fece due o tre domande.
“Ragazzo, vedo che t’interesserebbe partecipare, se mi fai vedere quel che sai fare, magari ti posso dare una mano.”
“Dici davvero? Non ci posso credere. Se ci so fare? Io sono il mare e l’acqua il surfista, faccia un po’ lei.”
“Eh eh, se sei bravo con i fatti come lo sei con le parole, allora sei un fenomeno.”
“Vieni tra un’ora a Itacoatiara e porta con te cento dollari, mi faranno vedere che fai sul serio. E poi io metterò i restanti mille e quattrocento.”
“Dici davvero? Ma non ho nemmeno una tavola decente, la mia è da buttare.”
“Intanto porta quella che hai, casomai usi la mia.”
“Ok, ci vediamo tra un’ora.”
A dire il vero non avevo soldi con me, e in mezz’ora avevo racimolato solo dieci dollari, turisti spilorci. Come avrei potuto fare? Andai di corsa a casa e attinsi ai miei risparmi di una vita, senza farmi vedere dai miei genitori, ignari del fatto che tenessi dei soldi nascosti dentro l’intelaiatura del letto, anche perché se li sarebbero giocati. Dentro a quell’intelaiatura c’era anche il mio passaporto. Profumava ancora di stampa da quant’era nuovo e l’avevo fatto all’insaputa dei miei genitori, perché se un giorno qualsiasi mi si sarebbe presentata l’opportunità di andarmene, avrei aperto il tappo dell’intelaiatura e sarei partito senza alcuna esitazione.
Arrivai alla spiaggia, e dopo avergli fatto vedere i soldi, il tipo li prese, e assestandomi un colpo in pieno volto, se ne andò.
Ma Cristo sono un ragazzino, che maniere sono.
Sta di fatto che mi feci fregare e l’iscrizione alla gara sarebbe scaduta solamente l’indomani. Nuovamente il quesito, e ora che avrei fatto, attanagliò la mia mente.
Per l’iscrizione e la tavola mi sarebbero voluti almeno duemila dollari, anzi forse anche un po’ di più. E chi caspita ce li aveva. Amareggiato andai a casa con la coda tra le gambe. Avrei voluto trovare il conforto dei miei cari, ma quello che trovai fu ben altro. Sangue e dolore.
Mio padre e mia madre erano lì, stesi a terra, esanimi. Non sapevo se urlare, scappare, chiamare la polizia, non sapevo nulla. Cristo Santo ero un ragazzo, cosa avrei dovuto fare?
Presi i miei soldi. Erano poco più di mille dollari, e i restanti dove li avrei presi? Mi buttai giù per le strade, correvo tra le baracche come se al mondo non avessi più nulla, più una strada da seguire ma da creare. Le lacrime che mi rigavano il volto e gli occhi colmi di dolore che mi impedivano di vedere dove stavo andando. La morte nelle favelas era normale, soprattutto per le famiglie povere come noi che dovevano somme ingenti di denaro. Quello che non era normale era che fosse capitato proprio alla mia famiglia, perché non a quella del vicino o di qualche amico, perché proprio i miei genitori? E se solo fossi tornato a casa quanto tempo sarei sopravvissuto finché gli stessi uomini che avevano ucciso i miei genitori fossero tornati e avessero posto fine alla mia vita. Arrivai in un quartiere residenziale, a dire il vero non riuscivo a distinguere dove fossi, anche perché riprendendo un po’ di lucidità e spregiudicatezza, la mia attenzione non era posta sulle strade e sui palazzi, ma sulle persone; trovare lo sciocco tra i sciocchi. Non fu difficile trovarlo perché sembrava proprio voler attirare all’attenzione. Non era uno sbirro, perché quelli puzzano a distanza, lui era proprio un figlio di papà che il solo pensare negativo lo faceva vomitare. Era ricco e viziato, lo si vedeva dal vestito Dolce e Gabbana che portava, quell’orologio in puro oro bianco che luccicava con i suoi zirconi e le guardie a ringhiargli dietro al collo facevano schifo da quant’erano veri. Certo non sarebbe stato semplice, ma la giacca doppio petto con il rigonfiamento era molto allettante. Avrei dovuto studiare il momento più propizio, cosa che creò lui stesso. Io ero fermo a osservarlo, mentre lui si avvicinava per entrare nel night club, ubicato solo a pochi metri da me. Quella posizione era stata volutamente scelta, certo non pensavo che lui stesso si fermasse a darmi le elemosina. Voleva ostentare la sua ricchezza e il suo potere. Quale migliore occasione per me d’entrare in azione. Senza che se ne accorgesse, mi avvicinai a lui con fare scaltro e repentino, gli sfilai il portafoglio, senza sfiorarlo minimamente e lo lasciai andare per la sua strada. Anche le guardie, impegnate a guardarsi in giro, non si accorsero di nulla. Solo dopo che il figlio di papà fu entrato nel locale, me ne andai.
Con il suo portafoglio tra le mani corsi più velocemente che potevo. Pregavo il Cristo Redentore di assistermi, di guidarmi per quella strada che nemmeno io sapevo dove portasse. Non sapevo quanti soldi ci fossero lì dentro, ma pregavo solamente di trovare la cifra che colmasse il divario fra i mille dollari che avevo e i mille che mi mancavano.
Rovistai in tutta la pelle nera marchiata Prada. Trovai poco più di duecento dollari. Non c’ero. Porca miseria, la cifra che mi serviva non ce l’avevo.
Quel portafoglio però era pieno di carte di credito, certo utilissime, ma senza pin che ci facevo? Nulla. E se fossi andato in qualche negozio, ad esempio a comperarmi la tavola, sicuramente mi avrebbero chiesto un documento, anche perché avrei speso più di cinquecento dollari. Rovistai in quel portafoglio un po’ come fosse la tana di una gazza ladra, finché non trovai un piccolo bigliettino incastonato nella tasca anteriore del portafoglio. Lì per lì quel pertugio mi era sfuggito, ma ora era il mio unico appiglio a quelle carte, anche se dal mio punto di vista avrei potuto provare solamente con una, era la più bella e la più luccicante, Visa oro.
Mi fermai sul primo bancomat, inserii la tessera e digitando il codice segreto come per magia ecco uscire la bellezza di mille dollari, somma superiore non potevo prelevare e un grosso respiro di sollievo uscì dai miei polmoni.
Ancora non ci potevo credere. Buttai via tutto quello che avevo di estraneo in me, fatta eccezione per i soldi che lì nascosi nelle mutande, e mi diressi verso la spiaggia di Prainha, dove l’indomani si sarebbe svolto il fatidico torneo.
Alle luci dell’alba, svegliato dall’odore di salsedine e dall’agglomerarsi dei partecipanti, cominciai quel giorno che avrebbe potuto incidere significantemente nella mia vita. Guardai l’alba con occhi diversi. In questo giorno nuovo ero un ragazzo nuovo, per la prima volta nella mia vita avevo la penna per scrivere il mio destino.
Mi avvicinai al banchetto delle iscrizioni. Poliziotti con giubbini antiproiettili sorvegliavano che tutti si svolgesse nella regolarità e che nessuno cercasse di appropriarsi del bottino depositato.
La fila era immensa. Grazie alla mia dormita notturna in spiaggia ero decimo, ma dietro di me, almeno cento surfisti avevano voglia di accaparrarsi il primo premio. Ero emozionatissimo e il tempo che mi antepose alla competizione si consumò in modo velocissimo. La tavola nuova che sfoggiavo sotto i piedi stava ampiamente restituendo il contributo in denaro investito su di lei. La sentivo parte di me, come se sulla crosta dell’onda e nel suo vortice, indossassi un paio di scarpette e vi ci ballassi il tip tap. Era come se stessi con la stessa ragazza da sempre e lei sapesse ciò che desiderassi senza che proferissi parola; sublime.
Dal bagnasciuga guardai le prestazioni dei miei sfidanti. Controllavo i punteggi dei giudici, dal primo all’ultimo, dalla prima all’ultima prestazione. Ero io. Io solo ero il vincitore. Non ci potevo credere. Un’immensa gioia invase il mio cuore. Guardai il Cristo Redentore e lo ringraziai. Pensai alla mia famiglia e un dolore immenso invase il mio cuore. Quel sentimento mi mise in ginocchio, non sapevo come comportarmi e cosa fare. Mi ritrassi in piedi e pensai.
So che il profumo del mare mi sarebbe mancato, che l’odore della terra arida sollevata dal vento mentre giocavo a pallone oramai era divenuto un organo del mio corpo, che la sabbia guidata dal vento e dalle sue spire che solleticava e graffiava il mio corpo sarebbe stato solamente un lontano ricordo. Del resto tutto ciò che mi circondava era la mia terra e nulla al mondo l’avrebbe potuta sostituire, ma non potevo continuare a vivere così. Qualora fossi tornato, sapevo che sempre mi avrebbe accolto, ma ora non era più il mio tempo, l’unica cosa che dovevo fare era andarmene, e con la vittoria di quest’oggi anche il mare mi aveva dato la sua approvazione per questo mio cambiamento.
Avevo la testa affondata nel poggiatesta del sedile dell’aereo con mille pensieri che mi stimolavano la materia cerebrale. Seduto accanto a me in prima classe c’era Jack, l’esponente dello sponsor del quale sarei stato testimonial. Era un ragazzo molto simpatico del quale provai subito simpatia, anche perché mi consegnò la vincita del premio.
Sarebbe stato il compagno con il quale avrei condiviso quei poco meno di quindici mila chilometri che dividevano Rio de Janeiro con Sydney.
Lì in volo, mentre guardavo alzarsi quell’immensa macchina metallica, e lasciare quell’asfalto granuloso sotto i nostri piedi, con intorno i quartieri dove ero cresciuto, i murales che avevo creato e che avevo visto cancellare per poi essere rimpiazzati da altri, le reti di recinzione fatiscenti e rattoppate alla bene e meglio come in un paese qualsiasi del terzo mondo, un pensiero andò all’immagine dei miei genitori. Non l’ultima intendiamoci. E sebbene avessero portato i problemi nella mia vita ancor prima che nascessi, ora per merito loro ero su questo aereo e per questo li ringrazierò sempre. Un saluto speciale lo porsi al Cristo Redentore che visto da lassù era ancora più affascinante e vicino a Dio di quanto immaginassi.
Il volo durò quasi due giorni, fatti da insonnia e scali interminabili, ma finalmente ecco sbarcare a Sydney.
Jack originario di quella città, mi accompagnò all’hotel dove mi spiegò che lì sarei rimasto per una settimana, sino il giorno della gara, dopo di che avrei avuto ancora qualche giorno di pernottamento e successivamente lo sponsor mi avrebbe dato in concessione gratuita per un anno un appartamento vicino al mare, ma questo sarebbe accaduto la settimana prossima e che per ora non mi dovevo preoccupare ma pensare solamente alla gara che avrei intrapreso da lì a pochi giorni.
“Ma come vanno in macchina questi australiani?”
Questa la domanda che mi uscii schietta e sincera dopo essere messo il viso fuori dalle porte dall’aeroporto a Jack.
“Eh, eh, ragazzo non hai tutti i torti, andiamo come gli inglesi, vedrai che presto ci farai l’abitudine, fortuna che non hai ancora la patente.”
Già da subito mi accorsi che Sydney era diversa da Rio de Janeiro. In meglio ovviamente., almeno come prima impressione. Le facce erano più buone e disponibili. Le strade erano più tranquille e soprattutto più pulite. Il traffico non era ingarbugliato e nervoso come quello di Rio. Era tutta un’altra città. Tutto era diverso. Dalle persone, il colore della pelle, la parlata, non capivo nulla di quello che dicevano, per non parlare dei palazzi, delle case, delle strade, in poco meno di due giorni avevo cambiato il mondo e il modo di vivere. Le persone passeggiavano per strada tranquillamente. Le donne con la borsa in mano, i turisti con la macchinetta fotografica ultimo modello appesa al collo, auto nuove, moto nuove, biciclette che scorazzavano qui e lì, e tutti diligenti l’uno con l’altro, come se la strada non fosse una giungla ma un luogo d’incontro e condivisione della propria vita, seppur momentaneo. Jack mi accompagnò in spiaggia con la sua parlata buffa, voleva farmi ammirare la potenza e la bellezza del loro oceano. Inizialmente, o meglio, appena conosciuto credevo avesse qualche problema nel parlare, e di tanto in tanto mi scappava qualche risata sul modo in cui pronunciava alcune parole, ma ora che ero sbarcato in quella nuova realtà e sentivo la sua vera loquacità, ecco non lo trovavo così divertente, ma molto prezioso nel mio ambientamento in quella nuova terra. Anche in spiaggia rimasi stupito, c’erano cellulari, macchine fotografiche, portafogli, lasciati sopra gli asciugamani come fosse la cosa più normale del mondo. Certo le persone erano lì accanto, in piedi che parlottavano, ma porca miseria, l’istinto di passare li vicino e accaparrarmeli pulsava in me forte più che mai. Jack che sicuramente aveva intuito i miei pensieri, mi prese sotto braccio e mi accompagnò nel bagnasciuga, ma non avrebbe dovuto temere che quei pensieri divenissero realtà, quella era un’altra vita.
Ero lì in piedi, con l’oceano che mi coccolava i piedi con il suo speciale tocco, a contemplare l’orizzonte quando mille pensieri eruttarono nella mia mente. Migliaia di miglia mi dividevano dal mio Paese, ma il cielo continuava a essere celeste, l’oceano blu e freddo, avevo immaginato l’Australia straripante di coala e canguri, e invece non era così. Il sole era luminoso e caldo, le nuvole bianche e morbidose, i gabbiani bianchi e fastidiosi, la sabbia marroncina, le strade asfaltate e le case composte da quattro muri e un tetto, le auto scatole metalliche con l’unica eccezione che correvano nel senso opposto. In questo nuovo mondo l’unica cosa che cambiava era la lingua. Perché al mondo esistevano così tante lingue, non sarebbe stato più semplice se tutti parlassero con lo stesso linguaggio? E poi, perché una persona avrebbe desiderato volare e cambiare il mondo che lo circondava, le persone che conosceva e aveva intorno, se qualsiasi luogo era praticamente uguale ad un altro. Certo, cambiavano i paesaggi. Le sfumature dei dettagli sarebbero state più o meno accentuate, sia della natura, dell’uomo, e di ciò che quest’ultimo ha creato, ma il mondo sarebbe stato mondo, con la sola eccezione che molti luoghi e culture sarebbero state influenzate dalla loro storia e religione.
Guidata dall’acqua una piccola conchiglia si adagiò sul mio piede, graffiandolo leggermente. Mi chinai, liberando nell’etere i miei pensieri, e raccolsi quel piccolo pezzettino d’osso. Lì mi resi conto di quanto fossi mortale e che solamente una cosa aveva il potere di cambiare tutto quello. Dio. La conchiglia non era altro che una piccola croce, e da quel giorno divenne il mio portafortuna più prezioso. La misi in tasca con la consapevolezza che in un futuro prossimo sarebbe diventata il pendaglio per la mia collana. Quel piccolo oggetto accese in me uno strano desiderio, che riuscii a far divenire realtà solamente con lo scadere del contratto con lo sponsor. Andare in Terrasanta e vedere dove una croce aveva acquistato quel significato puro e autentico.
 Uscito dalla porta dell’aereo una vampata d’aria calda m’investì con la potenza e i danni di un treno. Non so se abbia perso i sensi o cosa, sta di fatto che una rapida carrellata sulla mia vita passata, prese forma nella mia mente.
Le danzatrici di samba sembravano ballassero solamente per me, mostrando i loro costumi succinti e sgargianti. Il ritmo era quasi palpabile, quando come in sella a una motocicletta senza freni e senza controllo, m’insinuavo per le strade di Rio, tra i suoi murales colorati e singoli, le ville dei ricci, i palazzi delle banche, passavo accanto ai skateboardisti mentre si esibivano nelle loro evoluzioni, per poi salire verso le favelas sino ad arrivare nella foresta pluviale, per scrutare, lì dall’alto con accanto il Cristo Redentore, la vista più bella che i miei occhi abbiano mai contemplato, l’arcipelago di Rio, sfarzoso nelle mille sue luci e affascinante in ogni isola e roccia che solcava l’oceano, per far vedere al mondo l’originalità e la bellezza del popolo brasiliano.
Da lassù, come se le forze mi fossero venute a mancare, eccomi scivolare giù per il monte, sino ad arrivare nell’oceano e affrontare a muso duro la prima onda che s’innalzava di fronte a me. Superata quella tenda d’acqua, eccomi sbucare a Sydney e alla vittoria del torneo, alla visita della città e dell’originale teatro dell’opera, per poi solcare le spiagge delle altre città, come Melbourne, Adelaide, Gold Coast, Darwin, Perth, per poi viaggiare sin dentro quel magnifico Paese sino ad arrivare, scartando uno ad uno, coccodrilli, koala, canguri, ornitorinchi, al parco naturale Kata Tjuta per andare a sbattere contro all’Ayers Rock e lì, in quei colori rossastri ritornare a riemergere nella realtà e a ciò che miei occhi ora potevano osservare. Il santo sepolcro a Gerusalemme.
Ed eccomi al luogo dove vi sto scrivendo. Il fulcro del mondo, dove ben 2012 anni fa la storia venne azzerata, per poi ripartire, sino ai giorni nostri. Non importa a quale religione, cultura, idee di pensiero noi siamo devoti, sta di fatto che proprio nell’anno zero, che noi ci crediamo oppure no, è nata una persona che ha segnato tutti i nostri giorni.
Un’emozione indescrivibile ha solcato il mio cuore quando misi piede all’interno della basilica del santo sepolcro o come viene anche chiamata, chiesa della resurrezione, perché come riportato nelle sacre scritture, all’interno del suo perimetro si sarebbe svolta la crocifissione, l’unzione, la sepoltura e la resurrezione di Gesù.
Gerusalemme non è solamente questo, anche perché la città vecchia con le sue mura, trasforma questo immortale complesso architettonico, in un luogo unico e incredibile. Affascinante è anche la Moschea di Omar, luogo di culto per il mondo islamico, caratteristica per la sua cupola d’oro, ma suggestivo è il suo interno con i migliaia di ricami preziosi. Non si può di certo dimenticare il muro del pianto, palazzo del tempio di Salomone, con il solo muro occidentale rimasto per il culto di migliaia di ebrei, i quali per devozione lasciano foglietti all’interno delle piccole fessure con le loro preghiere.
Qui si, si respira una cultura diversa, un mondo diverso, come se le antiche scritture non fossero mai state sepolte dallo sviluppo e dalla tecnologia. Un prezioso tesoro sorge lì poco distante nelle sembianze del “tesoro del faraone”. Dopo essersi insinuati nella gola del Siq ecco intravvedere la facciata monumentale di El Khasneh, la tomba del re Areta III che l’ha prescritta al suo architetto. Una facciata monumentale che non trova eguali al mondo, intagliata nella roccia con minuziosa precisione, la quale riprende la facciata di un tempio, decorata sulla parte superiore con due capitelli laterali mentre nella parte centrale sorge un tempietto circolare. Tralasciare le decorazioni di vegetali e acroteri sarebbe un’eresia.
Questo è il piccolo riassunto di quello che è accaduto nella mia vita; tra poche ore andrò a Costantinopoli, e da lì ritornerò in Australia, dove un altro anno di contratto mi aspetta con un nuovo sponsor. A scrivere queste parole non sono io, ma Jack, l’amico che mi ha seguito nell’ultimo anno. Ebbene si, non so scrivere, ma lui piano piano me lo sta insegnando, soprattutto nelle pause morte dei nostri continui viaggi. Se vedrete un surfista indossante una collana con il pendaglio a forma di croce, quello sarò io.

            Alessandro Zilotti

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