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Da tempo Diana sentiva dentro sé un senso di smarrimento, un'inquietudine che non riusciva a spiegarsi. Si sentiva fuori luogo, non trovava più soddisfazione nei soliti passatempi e le sere trascorse tra un locale e l'altro le davano noia. Persino le vacanze in Costa Smeralda con gli amici l'avevano lasciata abbastanza indifferente. Sotto la facciata sicura e disinvolta, si sentiva vuota. Il lavoro, poi, aveva smesso di essere uno stimolo e si era trasformato in una grigia abitudine. Spesso si chiedeva: se la mia vita dovesse finire adesso, potrei dire di essere soddisfatta di come l'ho trascorsa? Ogni volta la risposta era no.
A volte pensava di abbandonare tutto ed andarsene in un “Puerto escondido”, ma aveva troppi legami con il suo mondo. Sognare di partire o invidiare chi ci riesce è molto semplice, ma quando si tratta di realizzare quel sogno ci si accorge dell'infinità di lacci che ci tengono ancorati a casa. L'indefinito affascina, ma al contempo impaurisce e Diana non si sentiva l'animo da avventuriera. Non avrebbe mai lasciato la sicurezza del suo divano per finire chissà dove, da sola per giunta. 
Fu durante la visita ad una mostra fotografico a Milano che si mosse in lei qualcosa. Tra i vari scatti scorse una gigantografia in cui due ragazze camminavano verso una foresta in lontananza. La strada sterrata era di un color ocra bruciata, in contrasto col verde intenso della vegetazione e con i colori sgargianti delle baracche in lamiera ai lati. Sullo sfondo un cielo plumbeo sovrastava alcuni rilievi. La luce che filtrava dalle nubi cariche di pioggia dava all'insieme un che di lontano, perduto. Per un istante Diana si vide catapultata su quella strada, estraniata dal tempo e dal mondo e poté persino sentire l'odore di terra bagnata. In quel batter di ciglia tutte le angosce sparirono, lasciandole solo un senso di profonda pace.
Scoprì che si trattava di Las Claritas, un villaggio sperduto nel sud del Venezuela, ai margini della foresta e della Gran Savana. Il luogo sembrava promettente, ma l'assenza totale di servizi e di strutture ricettive adeguate era un ostacolo insormontabile. Non esistevano villaggi italiani, oasi sicure che offrivano riparo dai pericoli esterni, e lei non avrebbe mai potuto resistere tra topi, zanzare, serpenti e ragni, mangiando termiti e col rischio di prendersi la malaria o qualche infezione mortale. Gli unici viaggi organizzati che toccavano quella zona erano i percorsi di trekking, cui partecipavano “pazzi” disposti a camminare per chilometri sotto il sole, con un solo ricambio nello zaino e un sacco a pelo per dormire.
Diana si rassegnò: non era quella la sua strada.
Ma più passavano i mesi più si sentiva insofferente verso tutto ciò che la circondava, finché contrarre la malaria diventò il problema minore.
Decise che un cambiamento drastico le avrebbe fatto bene e un lungo viaggio per il mondo poteva fare al caso suo. Se non avesse funzionato, allora avrebbe saputo che non c'era più rimedio.
Quella foto di tanti mesi prima era ancora nei suoi pensieri, così stabilì che doveva essere la prima tappa di un viaggio agli antipodi, il più lontano possibile dal suo “hic et nunc”, e prenotò il primo volo per Caracas, nonostante il parere assolutamente contrario degli amici, del medico dell'ASL e del suo buonsenso.
Atterrata dopo un viaggio senza troppi scossoni, seppur estenuante, il primo impatto col nuovo ambiente fu disastroso. All'aeroporto fu accerchiata da venditori di ogni tipo e a malapena riuscì a infilarsi in un taxi per raggiungere l'hotel. Dal finestrino poteva vedere le strade caotiche che alternavano costruzioni in muratura a baracche in lamiera, le une addossate alle altre; i marciapiedi pullulavano di umanità tra le più svariate, i colori si mescolavano nella luce abbagliante del sole e sembravano sciogliersi al caldo torrido dell'ormai avviata stagione delle piogge. I veicoli circolanti, confronto ai quali il suo taxi anni '50 sembrava un gioiello, si facevano spazio nel traffico senza nessuna regola. Il dubbio di aver sbagliato tutto la assalì prepotentemente, ma almeno per il momento non cedette.
Dopo aver imboccato una traversa, la sua vettura si fermò davanti ad un cancello arrugginito che immetteva nel cortiletto di un edificio il cui intonaco, un tempo bianco, appariva ora, dopo evidenti traversie, di un'indefinita tonalità tra il grigio e il sabbia. A partire dallo zoccolo e fino ad una certa altezza, qualche artista metropolitano si era sbizzarrito in arricchimenti a spruzzo dai messaggi indecifrabili.
Scoprire che quello era l'ingresso del suo hotel aumentò il suo senso d'angoscia, ma tutto cambiò quando, entrata nella sua stanza, spalancò la finestra. Fu come una folgorazione: da fuori El Caribe prepotente spumeggiava nella luce del tramonto ormai imminente e una ventata d'aria fresca e salmastra la investì obbligandola a scuotersi. Forse non tutto era perduto, – pensò -  il Venezuela poteva riservarle davvero piacevoli sorprese.
Passò comunque la notte immobile sotto le lenzuola, cosparsa di repellente, nel terrore che qualche zanzara infetta avesse potuto entrare nella stanza da chissà quale fessura. Solo alle prime luci dell'alba si decise ad uscire da quel bozzolo e se ne stette alla finestra, incantata davanti al mare. L'Italia era lontana e le riusciva difficile credere di essere partita da così poco; non sapeva cosa la aspettava, ma adesso più che mai era decisa ad andare avanti.
Le ore che seguirono furono frenetiche e misero a dura prova la sua capacità di adattamento. Giunta con un volo interno a Ciudad Guayana, ingaggiò un autista per proseguire fino a Las Claritas. Feliz, questo il suo nome, caricò i bagagli di Diana sul suo fuoristrada, ringraziando il cielo che le compagnie aeree imponessero limiti di dimensione e peso.
Durante il lungo tragitto, egli le parlò di Simon Bolivar, figura perno del Venezuela, del presidente Chavez, delle divisioni tra criolli, i discendenti dei conquistadores, e indigenos. Nel frattempo Diana, che in sua compagnia si sentiva già più sicura, non staccava gli occhi dal finestrino cercando di immagazzinare più immagini possibili.
La via che percorrevano, a tratti sterrata e piena di buche simili a voragini, in realtà era l'autostrada per il Brasile, l'unica via che portava dritta filata oltre il confine. Ai lati le coltivazioni si alternavano alla foresta. Immensi termitai infestavano gli alberi più isolati e coloratissimi pappagalli si contendevano le zone più verdi. Completamente catturata dal paesaggio, Diana se ne distolse solo in seguito ad alcuni preoccupanti scossoni della vettura e alle imprecazioni di Feliz, accompagnate da violente manate sul cruscotto.
Il fumo che usciva dal cofano non dava adito a dubbi: in breve i due si trovarono in piedi sul ciglio della strada, in attesa che il motore si raffreddasse o che qualcuno arrivasse in loro soccorso. Rimasero così per due interminabili ore, durante le quali i loro umori cambiarono in modo inversamente proporzionale. Più passava il tempo, infatti, più Diana diventava insofferente e intrattabile. Feliz, al contrario, dopo una prima reazione collerica, era rientrato in sé e ora armeggiava tranquillamente chinato sul cofano, quasi fosse normale amministrazione.
La pausa obbligata terminò solo al provvidenziale fermarsi di un autista di passaggio, il quale, dopo aver tentato invano di risolvere il loro problema, si offrì di portarli entrambi a Las Claritas.
Vi giunsero nel tardo pomeriggio e, prima ancora che Diana si rendesse conto di dove fosse, fu il suo olfatto ad essere colpito. Un odore di pioggia e terra bagnata, mescolato a un che di dolciastro, quasi di frutta troppo matura le invase le narici. Quello per lei sarebbe divenuto il tratto distintivo di Las Claritas e non l'avrebbe più dimenticato.
L'autista la lasciò sulla strada principale. Era sterrata, come del resto tutte le altre, ed era il centro delle attività commerciali del luogo. Sul fondo, la piazza centrale era dominata da un enorme albero che allungava la sua ombra tutto intorno, sulle panchine e sui tavoli dell'unico bar, dove gli abitanti si ritrovavano per cercare un po' di frescura. Non lontano un cartello segnalava un call center. Diana si ricordò che non aveva ancora telefonato in Italia ed ebbe la tentazione di farlo, ma cosa avrebbe raccontato? Come esprimere emozioni così forti e contrastanti? In che modo spiegare che proprio quel niente apparente la stupiva e la incuriosiva sempre più?
Per prima cosa cercò la via della foto; nell'intrico di viottoli, sentieri, case, la trovò e un senso di vittoria si impossessò di lei. Era arrivata! Ce l'aveva fatta! A differenza della foto il cielo era sereno quel giorno, ma le sensazioni erano le stesse che aveva provato allora, solo più accentuate. Si chiese cosa rendesse così speciale quel posto. Forse il connubio tra uomo e natura, quell'essere più fragili e in balìa del destino, ma nel contempo più appagati e più felici.
Mentre rifletteva seduta su una staccionata di legno, dall'abitazione di fronte uscì una bimba di pochi anni. Il vestitino rosa sbiadito, evidentemente di qualche taglia in più, le arrivava alle caviglie. Teneva in mano un recipiente di plastica trasparente e uno spazzolino da denti. Senza curarsi dell'estranea, riempì il contenitore da un secchio più grande, poi lo appoggiò a terra davanti a sé e accovacciata si spazzolò accuratamente i denti. Infine si voltò e mostrò quelle piccole perle bianche con un gran sorriso. La commozione chiuse la gola di Diana, che non poté impedire alle lacrime di scenderle calde sul viso.
Si trattenne qualche tempo “ai confini del mondo”, ospite del medico del posto. “Mi casa es tu casa”, le disse la doctora Rosa. In compagnia della sua nuova amica, Diana conobbe i bambini del fiume, piccoli campioni di tuffo dal ponte della statale, le mogli dei cercatori d'oro, in perenne attesa dei mariti di ritorno dalle miniere, le troppo numerose ragazzine già madri, spesso abbandonate al loro destino dalla famiglia e dagli stessi uomini che ingenuamente avevano amato. Tante storie diverse che si intrecciavano, tante vite difficili nelle quali nonostante tutto non veniva mai meno la speranza. In quel piccolo mondo in cui la sopravvivenza sembrava così precaria, tra povertà, malattie e problemi sociali, Diana notò una gioia di vivere e un desiderio di riscatto che mai aveva incontrato in altri luoghi. Ripensando alla sua vita in Italia, si accorse di quanto futili fossero in confronto i suoi affanni quotidiani e quanto insignificanti tutti i timori che aveva nutrito all'inizio del viaggio.
La sera ci si riuniva a ballare sotto le stelle al suono del quatro e quando la voce di Luìs, il maestro della scuola, intonava la canzone “Venezuela”, Diana si sentiva davvero parte di qualcosa di più grande, che la avvolgeva e la legava a quei luoghi indissolubilmente.
Un venerdì Rosa propose una spedizione nella Gran Savana per il week-end. Diana era elettrizzata, ma nulla le poteva far immaginare quello che avrebbe provato. Dai bradipi alle farfalle variopinte della foresta, dalle spettacolari cascate create in un susseguirsi di altopiani  fino al prorompente salto Angel, Diana visse un crescendo di emozioni che la lasciarono senza fiato. Per allontanare la calura fecero il bagno nelle fresche acque di un laghetto nella foresta, poi ne seguirono l'emissario nell'intrico della vegetazione, facendo attenzione alle rocce scivolose e ai rami che ostacolavano il passaggio. E quale fu lo stupore di Diana quando vide improvvisamente le fronde davanti a lei aprirsi in un varco, mentre il torrente in quel punto precipitava in un dirupo, perdendosi fra le chiome della foresta sottostante. Riuscì senza fatica a giungere all'orlo della cascata e, accovacciata su una roccia, lasciò che il suo sguardo si perdesse all'orizzonte, sopraffatto dall'immensità di quel mondo verde pulsante di vita tutto intorno a lei. Rosa le spiegò che quel punto veniva chiamato la Porta del Paradiso e a Diana sembrò che nessun nome fosse più adatto.
Il rapido tramonto le colse nella savana, ammantando tutto di rosso e poi di un tenue azzurro, mentre i tepui da lontano vegliavano sul loro percorso.
Furono due giorni indimenticabili e ne parlarono a lungo dopo il rientro a Las Claritas. Purtroppo, però, per Diana si avvicinava il momento della partenza: il suo viaggio alla ricerca di se stessa doveva continuare e a malincuore dovette salutare i suoi nuovi amici e quel mondo che l'aveva accolta con tale calore tra le sue braccia.
Come aveva programmato, proseguì per la Nuova Zelanda.
Ritenendosi ormai una viaggiatrice navigata, si imbarcò per Wellington con la metà del bagaglio con il quale era partita, lasciando tutto ciò che poteva agli assistiti più indigenti di Rosa.
Al suo arrivo, l'inverno australe aveva già abbassato le temperature e un vento gelido spazzava la costa. Decisamente non era il momento migliore per il turismo, ma forse proprio per questo avrebbe potuto cogliere meglio il volto più autentico del luogo, senza il frastuono delle orde di visitatori stranieri.
Dopo il periodo passato a Las Claritas, Wellington le parve inizialmente troppo grande, troppo dispersiva, troppo rumorosa, ma una volta ambientatasi scoprì che la città aveva un cuore caldo, fatto di arte, cultura, creatività. Trascorse alcuni giorni tra musei, teatri, biblioteche e mostre, riscoprendo con piacere quegli aspetti del suo mondo occidentale che aveva amato in passato. In fondo ogni cultura racchiude in sé un grande tesoro, pensò. La civiltà del progresso è associata sempre più spesso ormai a un'idea di deprivazione di valori in nome di consumismo e individualismo, ma sotto quest'immagine negativa pulsa ancora una grande anima alimentata da una ricchezza di pensiero che fin dall'età antica l'ha improntata e l'ha sorretta e che oggi s'è solo affievolita.
Per non tralasciare alcun aspetto della cultura neozelandese, Diana volle concedersi anche una giornata allo stadio cittadino per assistere ad una partita di rugby. Ci andò quasi obbligando se stessa, dal momento che non aveva alcun interesse verso sport di nessun tipo. Non avrebbe mai pensato che, invece, quello sarebbe stato un pomeriggio addirittura divertente e che l'entusiasmo dei tifosi l'avrebbe contagiata a tal punto da dimenticarsi del freddo che le rattrappiva le dita, mentre la sua voce esultava euforica tra quelle degli altri.
Per pura coincidenza, Diana scoprì che Thomas, l'uomo seduto accanto a lei e a cui aveva chiesto ragguagli nel corso della partita, era una guida maori. Ne approfittò per avere alcuni consigli, ed egli si offrì di seguirla nel suo itinerario, aiutandola ad entrare più profondamente nello spirito del Paese. Egli sosteneva, infatti, che non si può capire un popolo sentendone solo parlare, bisogna viverne la quotidianità, cercare il contatto con la gente. Nella sua mente, Diana avrebbe per sempre ricollegato la permanenza in quei luoghi alla voce profonda e pacata di Thomas che, durante il viaggio, le raccontava le tradizioni del suo popolo, per poi finire inevitabilmente per parlare di... rugby!
I primi giorni furono dedicati alla scoperta dell'Isola del Nord, con le sue spelonche, i vulcani e le acque termali. Le grotte di Waitomo, uniche nel loro genere, la lasciarono senza fiato. Come potesse la natura creare gli esseri luminescenti che le abitavano, così sottili ed eterei, era un mistero. Anche l'inferno di Rotorua la colpì. L'attività vulcanica, i geyser, le fumarole, quel qualcosa di mai sopito che covava sotto la superficie terrestre le davano un senso di precarietà e al contempo la affascinavano. In seguito, poi, visitò alcune comunità maori e ciò che più la impressionò fu lo sguardo mite e nel contempo fiero di quella gente orgogliosa, concentrata nell'importante missione di tramandare le tradizioni del suo popolo, quasi fosse una sorta di rivincita sugli antichi invasori europei, a dispetto della globalizzazione incalzante.
L'Isola del Sud fu un'altra grande scoperta. Quei profondi fiordi incorniciati da distese di pini e abeti, quei monti specchiati nei laghi dall'acqua cristallina e la neve che tutto copre, arrotonda, assopisce...
Si trovò un pomeriggio nei pressi di un piccolo lago montano. La superficie era completamente ghiacciata e ricoperta da uno strato di neve. Intorno solo silenzio e foreste. Diana osservava stupefatta questo paesaggio onirico, i massi resi tondeggianti dalla bianca coltre che li ricopriva, il ruscello che ancora riusciva a gorgogliare nonostante la morsa del gelo. Temeva di proseguire: le sue orme avrebbero contaminato la neve immacolata e lasciato una traccia del passaggio umano in quel mondo incorrotto.
Rimase per lungo tempo immobile nel silenzio, bevendo con gli occhi quell'incredibile spettacolo, poi Thomas, che fino a quel momento non aveva osato distoglierla dalla sua contemplazione, iniziò a raccontare con voce pacata dell'origine del suo popolo: della pesca di Maui, dell'avo Paikea, giunto sul dorso di una balena, e di Te Rauparaha, scampato alla morte con l'aiuto di una donna. Infine intonò la Haka. La sua voce riecheggiò nel silenzio, fu come se la storia di un popolo si materializzasse in quella valle, in quei monti, in quel mare al di là di essi. Era la storia dell'incontro tra gli uomini e quella terra, di un amore durato secoli, che più volte aveva rischiato di spezzarsi per l'avidità degli uomini stessi. Quando il canto finì, Diana era lontana, persa tra le pieghe del tempo.
Gli ultimi giorni della sua permanenza in Nuova Zelanda passarono in fretta. Ogni tanto, la sera, il pensiero andava al Venezuela e all'Italia, ma solo per un attimo, perché Diana non voleva abbandonarsi alle nostalgie. Doveva assaporare fino in fondo quel che stava vivendo e farne tesoro. Ci sarebbe poi stato tempo per i ricordi.
Alla partenza, Thomas, salutandola, le donò un carved bone, un ciondolo in osso intagliato, augurio di buon inizio. - Strano come la fine di qualcosa possa essere nel contempo l'inizio di un'altra! - pensò Diana.
Il giorno dopo si risvegliò a Phnom Penh, in Cambogia, ed era già tempo di immergersi in un nuovo mondo, a detta di molti uno dei più straordinari d'Oriente.
L'architettura della capitale la colpì immediatamente. I tetti delle pagode in particolare, con gli eleganti naga protesi verso il cielo, le guglie affusolate e i preziosi intagli dorati dei timpani le comunicavano leggerezza e raffinatezza. Superati i tragici eventi che avevano segnato il recente passato del Paese, gli antichi fasti del regno erano risorti e nei templi, nei palazzi, nei giardini era celebrata la grandezza della monarchia. Sotto gli occhi degli dèi induisti e dei numerosi Budda, il grande Mekong scorreva lento, secolare testimone dei contrasti della città. Accanto alle architetture celebrative del potere e del divino, molte altre testimoniavano la povertà di buona parte della popolazione. Per le vie sfrecciavano autobus stipati di passeggeri all'inverosimile e motorini carichi di ogni sorta di merce, mentre bambini cresciuti troppo in fretta, trascinandosi i più piccoli per mano, inseguivano i turisti in cerca di qualche dollaro o alcuni riel.
Diana era sbalordita e nel contempo affascinata e lasciò che la vita brulicante nelle strade la risucchiasse, portandola con sé fino al tempio di Phnom, affollato di monaci oranti. La cantilena dei mantra era ipnotizzante, il vivace arancione degli abiti catalizzava lo sguardo. Lasciandosi cullare da quelle voci corali nel caldo torrido della stagione dei monsoni, Diana si fermò ad un ristorante vicino e, seduta davanti ad un gustoso piatto di amok, in cui il cocco, il riso, il pesce e le spezie mescolavano i loro sapori solleticandole il palato, pianificò i giorni successivi.
Era ancora assorta nei suoi pensieri quando alcune grosse gocce bagnarono la cartina che teneva sul tavolo, trasformandosi ben presto in una pioggia torrenziale. In breve ci fu un fuggi fuggi generale, tutti corsero al riparo. Lei, dopo un primo istintivo impulso ad alzarsi, decise di rimanere. Sentiva la pioggia caderle pesantemente sul viso, sul corpo, inzuppandole i vestiti, ma era come se, oltre alla calura della giornata, le lavasse via i pensieri più grigi, lasciandole un senso di sollievo, di purezza. Se ne stette per un po' inerme, ad assaporare quella sensazione nuova, poi si avviò a piedi verso l'hotel, con rinnovato entusiasmo, sotto gli occhi stupefatti e divertiti degli astanti.
Il viaggio verso nord fu per molti versi accidentato.
Volle compiere un primo breve tratto in battello, sulle acque dell'arteria principale del Paese: il Mekong. Phnom Penh, con i suoi palazzi riflessi tra i flutti, si allontanava poco a poco, cedendo il posto all'aperta campagna. Diana, lasciandosi dondolare dal lento procedere dell'imbarcazione, osservava attentamente il mutare del paesaggio e le attività legate al fiume. Numerose chiatte ne salivano e scendevano il corso, strabordanti di merci di ogni tipo, mentre placidi buoi si bagnavano alle rive, tenuti a bada dalle verghe dei ragazzi a cui erano stati affidati. Qua e là, sorgevano precarie palafitte che sembravano sfidare le inondazioni ormai prossime.
Scesa dal battello, Diana pensava di poter continuare in taxi, ma ben presto si accorse di aver fatto male i suoi conti. Il villaggio in cui si trovava, lontano dalle rotte turistiche, disponeva di una sola automobile, al momento in panne, e nessuno conosceva l'inglese. Solo dopo ardui tentativi di comunicare con l'addetto al molo, le sembrò di capire che ci fossero due alternative: aspettare fino a sera il battello di ritorno e rientrare in città, oppure camminare per 3 km sotto il sole cocente fino alla fermata dell'autobus di linea,  pregando nel frattempo che ne passasse uno.
Entrambe le proposte le sembravano assurde, ma avvertiva sempre più impellente il bisogno di andarsene da quel luogo, in ogni modo.
A sbloccare la situazione intervenne un ragazzino sui 12 anni: l'avrebbe accompagnata in bicicletta al bus-stop alla modica cifra di 15 euro. “Ben 15 euro?? Per 3 km??” Diana si inalberò, scandalizzata dalla sfacciataggine di quel piccolo affarista, ma le prospettive erano poco allettanti e ben presto si  trovò impegnata in una lunga trattativa. Alla fine l'accordo fu di 10 euro per il viaggio, con il gentile omaggio extra di una noce di cocco ristoratrice.
Fortunatamente l'autobus non si fece attendere troppo. Per tutto il tragitto, stritolata tra i numerosi passeggeri e con una gabbietta di polli che rischiava di caderle in testa ad ogni scossone, Diana maledì la sua pessima idea. Il suo sguardo correva disperato fuori, nell'ampia campagna, dove i braccianti chini sotto il loro largo cappello di foglie di banano curavano le verdi risaie.
Finalmente, quando ormai aveva quasi perso ogni speranza, giunse a Siem Reap. Si accorse che la città era molto diversa da Phnom Penh. Centro di provincia, sorto ai bordi della foresta, era evidentemente votato al turismo.
Appena a nord, oltre l'aeroporto cittadino, si estendeva Angkor, una meraviglia celata per secoli dalla vorace foresta, un gioiello di pietra millenaria incastonato in un giardino di smeraldo. Diana ne fu rapita. Rimase estasiata dalla maestosità delle Tetramela Nudiflora, che nel corso dei secoli avevano allungato le enormi radici sulle architetture di Angkor, legandole a sé in una rete indissolubile, un po' come se uomo e natura avessero collaborato in un progetto architettonico unico e irripetibile. Si sarebbe fermata ore ad ammirare la prospettiva della porta della Vittoria o gli immensi visi scolpiti nella pietra di Bayon. Quei Budda giganteschi, che le sorridevano tranquilli, sembravano stregarla, le trasmettevano un tal senso di pace da farle quasi intravedere il Nirvana.  Si accorse che tutto in quel luogo, dalle enormi sculture ai monaci in preghiera, invitava alla calma e alla riflessione.
Giunta finalmente all'Ankgor Wat lo spettacolo la lasciò senza respiro: un immenso tempio si ergeva imponente davanti a lei specchiandosi nelle acque del lago circostante.  Attraversare il ponte d'accesso fu come salire su una macchina del tempo. All'interno splendidi fregi narravano le gesta degli dei, corridoi ombrosi si aprivano su corti interne e vasche di purificazione, ballerine apsara si muovevano sinuose, ammiccanti dai bassorilievi. Era incredibile pensare che tutto questo fosse stato nascosto per secoli e ancor più che oggi, come allora, si trattava di un sito vivo, utilizzato ancora come tempio dai numerosi monaci che, silenti, si aggiravano tra gli antichi loggiati. Diana davanti a questa meraviglia si sentì per la prima volta sola da quando era partita: si rese conto che non poter condividere questa bellezza con nessuno di caro ne ridimensionava la gioia.
Una sera decise di salire a dorso di elefante sulla collina Phnom Bakeng per ammirare dall'alto l'Angkor Wat ammantarsi di rosso alla luce del tramonto. Accanto a lei, un ragazzo francese con zaino e sacco a pelo le raccontò di essere in viaggio per l'Indocina a piedi. Diana si meravigliò di se stessa quando si trovò ad ammirarlo e forse un po' anche ad invidiarlo: prima di partire probabilmente l'avrebbe considerato solo un folle.
Ma le emozioni di quel viaggio l'avevano cambiata, ora capiva che viaggiare non è fuggire da un luogo, ma ricondurlo ad una giusta dimensione. Significa conoscere, sperimentare, incontrare, capire. La sete del viaggiatore non si spegne mai, si rinnova ad ogni ritorno e alimenta il desiderio di ripartire.
Dopo aver condiviso con lui lo spettacolo del sole che svaniva dietro la foresta, decise di scendere in città e il suo accompagnatore pensò di farle un gradito pensiero invitandola a bere “vero caffè espresso italiano” in un ristorante vicino al fiume. Diana accettò più che altro per la compagnia, ma appena entrata l'aroma intenso della nera bevanda la inebriò. Davanti a quella tazzina bianca un senso di familiarità e appartenenza la pervase. Assaporò lentamente, sorso dopo sorso, il suo caffè e pian piano riaffiorò la nostalgia di casa. Capì che era tempo di tornare.
Dal finestrino dell'aereo osservò la cittadina farsi sempre più piccola e pian piano perdersi sotto le nubi. Quella che tornava era una Diana nuova, più ricca, più consapevole, riconciliata con la vita. La sua valigia, miracolosamente molto più leggera di quando era partita, durante il percorso si era svuotata del pesante contenuto, con la stessa velocità con la quale il suo cuore si era riempito di affetti e di esperienze. Le emozioni che l'avevano scossa, le persone che aveva incontrato sarebbero sempre rimaste con lei.
Forse, chissà, in futuro sarebbe tornata in quei posti, forse sarebbe partita alla ricerca di nuovi, sicuramente sarebbe tornata alla sua vita di sempre con occhi diversi e tutto, intorno a lei, sarebbe stato migliore.

Giusy Calzavacca 

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