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Luci del nord
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Un viaggio indimenticabile dalla Norvegia all’Alaska

PREMESSA: Le motivazioni del viaggio

Premetto che avevo già percorso con particolare trasporto quest’ avvincente viaggio. In quei territori ero già stato. Nella teoria. Da diversi anni l'interesse per una visita lassù attraeva i miei pensieri e quando, trasformatosi in desiderio, talvolta occupava il mio sonno, trasferendosi nei miei sogni, capii che un bel giorno sarebbe stato il caso di assecondarlo. Dato che l'"inconscio", con l'aiuto della fantasia e del "noto teorico" ovvero del frutto delle mie frequenti letture sulla geografia del Mondo, già si era anticipato quel "viaggio", mancava ora soltanto il "veder dentro alle cose", il riscontro pratico con la realtà (una volta stappata, la bottiglia bisognava pur berla...).

Appassionato di fotografia naturalistica, per coronare l’ambizioso proposito di realizzare un lungo viaggio prima e una documentazione fotografica poi, ero arrivato a una scelta di fondo. Consapevole del fatto che non sarebbe bastata una vita per visitare l’intero Pianeta, occorreva andare per esclusione, trascurare parecchi territori, ancorché eclatanti, e concentrarsi su un filo logico in linea con la volontà di gustare una natura il più possibile rispettata nonostante la convivenza con l’uomo. Scegliere paesi esotici nel cuore dell’Africa o tra le etnie asiatiche, sarebbe corrisposto ad un’impostazione più facile e senz’altro più economica ma anche più frequentata, con qualche inflazione sia letteraria, sia televisiva o cinematografica e in più mi avrebbe fatto sentire in cima a un piedistallo come un “bwana” bianco che, illustre sconosciuto in patria, riesce a superare i complessi interiori grazie al proprio status in rapporto alle realtà che avrei incontrato. Una tal scelta, seppure dignitosa alternativa e in discreta sintonia con gli obiettivi prefissatimi, mi avrebbe peraltro trasmesso qualche criticità emotiva sulla potenziale monotonia del vivere giornate pressoché sempre d’eguale durata, in ogni stagione, con albe intorno alle 6 del mattino e tramonti intorno alle 18. Il Nord, terra di contrasti e di giorni sempre più lunghi con l’avvicinarsi dell’estate, di tramonti intorno alla mezzanotte, di notti sempre più intense con la stagione invernale, di per sé, oltre al fascino che già mi aveva trasmesso sin dai tempi dell’adolescenza, m’incalzava per quel senso di spazialità sterminata tra le cortine di cieli tersi e le numerose tonalità di verde o di ghiacci azzurri vaganti nel mare: fotogeniche realtà accompagnate da abitanti che, convivendo con solitudine e silenzio, avrebbero potuto comunicarmi il valore dell’isolamento. Nelle megalopoli in cui viviamo è difficile individuare una facciata non imbrattata ed è sufficiente un ritardo di un secondo nella ripartenza allo scatto del verde per sentirsi insultati da aggressivi, quanto esasperati conducenti di vetture smaglianti da cui sovente il finestrino si abbassa, in corsa, per regalare al prossimo klinex sporchi di muco, pacchetti di sigarette con qualche peluche di tabacco residuato sul fondo e, persino, lattine di Coca Cola o di altre bevande consumistiche e consumate. Lontano, nelle terre del Nord, al contatto con quegli estremi, avrei dimenticato a poco a poco queste negatività e avrei assorbito nozioni se non, addirittura, lezioni di rilassante, genuino civismo.

Nelle terre nordiche, che molti fattori naturali accomunano, vivono uomini che non reclamano gli agi prima di aver lavorato per conseguirli (come, purtroppo, accade per molti figli di un Occidente meno nordico, più popolato e materialista), uomini e donne che sanno dare importanza ad una tendina ricamata su una piccola finestra, ad una candela accesa e ad un mazzolino di fiori su una mensa imbandita, che non badano alla piega dei pantaloni e sanno preferire un cavallino bianco o una covata di oche canadesi ad una Volvo nuova e, persino, vivono uomini che dispongono di case-rifugio in isole lacustri di isole marine: un’altra qualità di ossigeno per gli intossicati abitanti delle metropoli, salvo rischiare poi il collasso al loro rientro, non riuscendo più a riabituarsi a Corso Buenos Ayres, piuttosto che a Via del Corso e a riprendere il frenetico incedere delle otto e trenta del mattino in Galleria Vittorio Emanuele.

Nelle terre nordiche, giusto per trovare una matrice comune da elevare a simbolo accompagnatorio di questo lungo viaggio, vive il salmone. Un animale superbo, libero, tanto più fiero quanto più impetuosa è la corrente in cui naviga. Può costituire un riferimento virtuale per la rotta da seguire. E ne trovo subito riscontro. Quando alla domanda: “In questo paese vivono i salmoni?” viene risposto “Sì” ecco che quel territorio m’interessa, può rientrare a buon diritto nei paesi considerati, toccati dal viaggio, il cui percorso con la via dei salmoni potrebbe a grandi linee identificarsi.

E, scansando le poche grandi metropoli che si affacciano sulla via dei salmoni (Londra, Boston, Montreal…), ogni giorno disporrò di una meta non ben identificabile, mentre i pernottamenti rappresenteranno soltanto l’intervallo fisiologico tra un tragitto eclatante e il successivo. Il viaggio stesso sarà la meta, fatta di continue soste, per ammirare e impressionare con la memoria prima, con il ricordo poi, i soggetti delle numerose riprese: strade, mari, laghi, montagne, animali e tutto quello che la natura sarà in grado di trasmettermi con semplice evidenza nell’indurmi alla voglia di documentarli, pur consapevole di ottenere solo riproduzioni di una realtà più da vivere che da illustrare: un’avventura assorbita, nella sua globalità, dallo svolgersi di un viaggio scomponibile in tre fasi:
- il "prima": la preparazione, la fantasia;
- il "mentre": l'attuazione, la fuga, il rientro;
- il "dopo": la soddisfazione, il bilancio, l'orgoglio di una nuova esperienza.

E l’aver portato a compimento in un libro fotografico – significato di notizie, di appunti, catturati sul campo, e di vedute selettive da tramandare ad altri, da regalare, da consultare e da raccontare sia con le immagini, sia con le parole - risulta appagante e porta a compimento uno scopo tanto desiderato e, infine, spero, con successo soddisfatto.

Premetto che gli scenari incontrati risultano di gran lunga lontani dalle mie capacità di descriverli. Testo e immagini testimoniano il divario esistente tra pubblicizzazione della realtà e realtà viva.

Il mio auspicio é destinato soprattutto a chi, essendo appassionato come me di questi scenari, possa mettere a buon frutto le mie considerazioni e le mie foto per replicare, magari con migliori risultati complessivi, i miei cimenti. Seguire, anche solo in parte, le mie tracce corrisponderebbe infatti a una risposta positiva al principale obiettivo di questa pubblicazione per appassionati della natura e della fotogenia dell’emisfero Nord (dai 25° 47' Long. Est di Capo Nord ai 150° Long. Ovest di Anchorage).
 
NORVEGIA, DANIMARCA, ISLANDA, SCOZIA, BRETAGNA, IRLANDA, MASSACHUSETTS, MAINE, CANADA (New Brunswick, Nova Scotia, Quebec, Alberta, British Columbia, Yukon), MONTANA, PARCO NAZIONALE DI YELLOWSTONE, ALASKA

Territorio Superficie e
Abitanti x kmq N O T E   E S S E N Z I A L I
NORVEGIA
(Oslo)  323.978
12,8 Lunga penisola costellata da migliaia di isole e da grandi ghiacciai Si estende dal 58° al 71° parallelo
DANIMARCA
(Copenaghen)  43.092
118,7 Una penisola (Jutland) tre isole maggiori e cinquecento minori
ISLANDA
(Reykjavik)
 102.829
2,4 Isola atlantica originata da intensi fenomeni vulcanici (27 vulcani attivi, geyser, enormi ghiacciai, 95% del territorio desertico)
SCOZIA
(Edimburgo)
 78.733
65 Costituita dalla parte settentrionale della Gran Bretagna e da tre arcipelaghi principali: Ebridi, Orcadi e Shetland
BRETAGNA
(Rennes)
 27.208
100 Occupa la zona Nord occidentale del vecchio continente di cui fanno parte diverse isole tra cui la Belle Ile, l’Ile de Seine e Ouessant
EIRE E IRLANDA DEL NORD
(Dublino, Belfast)
 83.000
75 32 contee di cui 5 (delle 9 che costituiscono l’ Ulster) nell’Irlanda del Nord (Londonderry, Antrim, Tyrone, Fermanagh, Armagh). Isola verde a clima mite costellata di numerose isole di piccole dimensioni tra cui le Aran, Achill Island, le Skellig e le Blaskett
MASSACHUSETTS/MAINE [NEW ENGLAND]
(Boston/Augusta)  6.930.000
64,5
di cui Maine: 13 Con Vermont, Connecticut, Rhode Island e New Hampshire costituiscono il cosiddetto New England fondato dai coloni europei che per primi vi si stabilirono.
CANADA
(Ottawa)

 9.970.610
2,6 10 Stati e 3 Territori:
Terranova/Labrador (St John’s)
Nova Scotia (Halifax)
Prince Edward Island (Charlottetown)
New Brunswick (Fredericton)
Quebec (Montreal)
Ontario (Toronto)
Manitoba (Winnipeg)
Saskatchewan (Regina)
Alberta (Edmonton)
British Columbia (Victoria)
Yukon (Whitehorse) Northwest Territories (Yellowknife) Nunavut (Baker Lake)
MONTANA
(Helena) 381.086
2,0 Attraversato dal grande fiume Missouri, dalle praterie ai ghiacciai rappresenta una distesa naturale in buona parte ancora incontaminata.
YELLOWSTONE
NATIONAL PARK 8991 Aperto nel 1872, in assoluto il primo Parco Nazionale costituito al mondo.
ALASKA
(Juneau)  1.518.800
0,23 Fu ceduta dalla Russia nel 1867 per 7.200.000 dollari agli U.S.A. che ne fecero il 49° Stato.
1. NORVEGIA

L'aria di Norvegia rende liberi

Ogni anno, terminata quella lunga sospensione di vita biologica che ha un simbolo esteriore in un giorno sempre più corto, qual è l'inverno scandinavo, si ripropone, per chi abbia la volontà e la costanza necessarie per ricercarlo, il fascino della Norvegia, tanto più esclusivo quanto più elevata è la latitudine raggiunta. Il richiamo di questo paese si può identificare proprio con un razionale compromesso tra sogno e realtà.

Può essere difficile sottrarsi alla suggestione del Grande Nord per chi, come noi, si gratifica con l'ammirazione di paesi crudi ma genuini, abitati da popoli ordinati che fanno del rispetto della natura un'etica di vita. In mezzo a loro ci sentiamo nelle condizioni di recuperare semplicità, di ricevere insegnamenti, di assaporare il piacere del silenzio, il desiderio di fermarsi a pensare, di rubare sogni alla realtà nelle notti al chiaro di sole... Anche se, d'estate, dietro la continua assenza della luna nel cielo si nascondono, ma si possono scoprire, i sintomi di una contagiosa malinconia.

Quasi come fanno le rondini con la bella stagione, ho avviato in Norvegia la mia personale migrazione verso Nord. Quasi come un'entità filosofica, l'aria di Norvegia rende liberi, in particolar modo coloro che sanno stare soli con se stessi.

Norvegia: letteralmente "strada del Nord", lo stato degli "estremi", dei "nordkapp" e dei "maelstrom", lo stato che, diviso a metà dal Circolo Polare artico, sembra allungarsi alla rincorsa dei paralleli, lo stato dello "skjargard", il cosiddetto "giardino di scogli" composto da migliaia di isole, barriera naturale a protezione delle furiose tempeste dell'oceano, lo stato degli uccelli marini, del ghiaccio e delle balene... Ma è anche un paese pròdigo di colori e i colori, sappiamo, sono l'alfabeto del mondo.

Viaggiare alla norvegese significa muoversi attraverso la natura secondo modalità non codificate ma provenienti da un legame intessuto con sentimento, frutto dell’esperienza di generazioni. Viaggiare con l’auto in Norvegia significa procedere con riguardo all’ambiente, senza lasciar traccia del nostro passaggio, tenendo per abitudine velocità moderate anche nei tratti ove il percorso consentirebbe delle accelerazioni, significa far tesoro del considerevole spazio disponibile pro capite nel percorrere decine di chilometri senza incrociare veicoli e, talvolta, senza rilevare l’opera dell’uomo (se non nella strada, spesso interrata, che ci conduce) e non potersi mai annoiare poiché la “prua” della nostra vettura si manterrà in vista di cascate e arcobaleni, tra iceberg lacustri e greggi di animali non impauriti (in Norvegia sono bandite persino le gabbie dei canarini), tra fiordi e isole, tra boschi ed estesi altipiani rimasti intonsi per centinaia di secoli. E significa ancora assaporare la libertà di procedere o di arrestarsi senza condizionamenti, se non quelli derivanti dal rispetto della natura che tuttavia risultano, nella spazialità di questo contesto, più che spontanei.

Un personale concetto di Norvegia prese le mosse da queste constatazioni. Da qui la decisione di penetrare in questo “continente segreto”, quello dei fjorden, dei ghiacciai e delle stavkirker, gli arcipelaghi delle Lofoten e delle Vesterålen, l’isola di Magerøy e il target conclusivo rappresentato da Nordkapp.

Avviai la realizzazione di questo programma a metà giugno, un periodo dell’anno in cui le giornate lassù son piene di luce dalle prime ore ai tramonti sulle ventitré e il clima, già temperato dal contributo della Corrente del Golfo e dai venti che soffiano da sud-ovest, è ancora più mite, tanto da permettere in talune zone, come nel Sognefjord e nell’Hardangerfjord, l’abbondante sviluppo di alberi da frutto e frutti di bosco di notevoli dimensioni (specie mirtilli e lamponi).

Oslo, Lillehammer, Peer Gynt Veien, Dalsnibba, Geiranger, Åndalsnes, Ålesund, Briksdal, Vik, Bergen, Eidfjord, Geilo, Lom, Krossbu, Sogndal, Gudvangen, Prekestolen, Stavanger, Lindesnes, Kristiansand, Oslo: questo anello del percorso scandinavo, concepito e rispettato grazie anche all’impiego di otto traghetti avrebbe consentito una visita adeguata, anzi, quasi a tappeto, della parte più ampia del territorio norvegese, quella meridionale, consentendo poi la ripartenza per la seconda fase, in direzione perpendicolare e decisa verso i 71 gradi dell’estremo Nord continentale.

Ricordi di viaggio

Già al termine del primo giorno in Norvegia, dopo aver costeggiato l’interminabile lago Mjøsa, ci troviamo a Lillehammer, la stazione sciistica che ospitò una delle più riuscite Olimpiadi invernali nel febbraio del 1994.

Primi appunti annotati:
? auto: tutte in viaggio a fari accesi anche in pieno giorno (in Scandinavia i numerosi mesi bui dell’anno sono prerogativa di una regola permanente), clacson pressoché inutilizzati, semafori: quasi inesistenti;
? case: tutte in legno (salvo le fondamenta), a travi disposte anche in senso verticale, tutte senza imposte o persiane (in un regime di onestà) per l’evidente bisogno di cogliere anche l’attimo di luce più fuggente;
? boschi: imponenti, verde carico, in salute, miniere di funghi;
? cataste di tronchi d’albero abbattuti in ammollo nelle acque di numerosi laghetti impiegati come bacini di rifornimento di una delle principali ricchezze del paese: il legname;

Seguono altri appunti di viaggio scritti in tutta fretta durante soste o sopra un comodino sul finire di quelle lunghe giornate di luce.

Il villaggio-museo di Mayhaugen

Mayhaugen, alla periferia di Lillehammer, uno dei più significativi ed estetici villaggio-museo del folklore, con vecchie case e cose dell’ottocento, riconduce il pensiero alle modalità di vita dei norvegesi due secoli fa: abitazioni in legno massiccio ove, nella penombra degli ambienti, sono posti arredi semplici ma funzionali, adornati da manufatti che rivelano l’attaccamento degli antichi nuclei familiari alle proprie dimore. Tetti sormontati da caratteristici strati d’erba termo-isolanti, corna d’alce o di cervo affisse al di sopra delle finestre o degli ingressi, pontili per l’accesso ai granai, balconcini intarsiati ed altre apprezzabili espressioni della tradizione locale sono distribuiti nel parco, costituito da un bosco di conifere e di betulle e da alcuni stagni animati da anatroccoli.

Il Peer Gynt Veien

Non molto tempo dopo siamo pronti per nuove riflessioni. La sbarra per il pedaggio si riabbassa alle nostre spalle e intraprendiamo l’aspra “via di Peer Gynt”, circa sessanta chilometri di strada interrata che attraversa un nudo altopiano costellato di piccoli laghi: il mondo dove il funambolico personaggio di Ibsen – presuntuoso e insieme afflitto da un complesso di inferiorità: caratteristiche queste a cui talvolta viene ricondotto il prototipo norvegese – passò di avventura in avventura, in un dissidio tra ideale e realtà, alla ricerca di nuove conquiste pagate al prezzo di “colpi di spugna” sul proprio passato. Si tratta di un percorso desolante e attraente insieme, nella cui sconfinata solitudine i nostri stati d’animo possono sottoporre a verifica i propri “io” terreni.

Le stavkirker

In epoca medioevale la tecnica impiegata per la costruzione delle navi vichinghe culminò nelle particolari chiesette lignee, dette stavkirker da stav, le assi che ne costituiscono le pareti. Delle settecentocinquanta stavkirker edificate a partire dal XII secolo – a cento anni dall’ introduzione del cristianesimo – rimangono oggi circa 30 esemplari, di cui quelli di Vaga e di Lom, nella vallata di Gudbransdal, sono i primi toccati dal nostro itinerario. Seguiranno almeno altre sette chiesette lignee: da quella di Vik a quelle di Bergen, Torpo, Kaupanger, Røldal, Heddal e a quella del Museo del folklore di Oslo. Nel verificare queste testimonianze di storia locale, tra le poche di quel periodo, ci si sorprende dell’estrema perizia dimostrata dalle maestranze del tempo nel costruire, decorare, strutturare col legno - dalle travi portanti ai più minuti particolari (ciascuna singola tegola è un manufatto in legno) – da cui risulta un riuscito connubio arte-sacralità.

Quota 1476: Dalsnibba

Nel proseguire in direzione Geiranger, tumultuose rapide dalla notevole portata d’acqua sono affiancate di quando in quando da cromatiche casette (le cosiddette hytte, rifugi e riferimenti del tempo libero norvegese) che, parimenti all’intenso verde circostante (pini silvestri, abeti rossi e betulle) concorrono a comporre coreografici quadretti a diletto dell’ occhio fotografico. Una salita abbandona il bosco e la sua vita per condurci al lago Djupvass (acque profonde), disseminato di lastre di ghiaccio. Da qui, tra rocce maculate di neve, deviamo per Dalsnibba, la più alta sommità norvegese raggiungibile in auto: quasi 1500 metri che, a questa latitudine, rendono l’habitat delle Alpi Scandinave comparabile a quello dei tremila metri delle nostre montagne, d’una primordiale bellezza.

I fiordi

I fiordi costituiscono il risultato dell’opera di imponenti ghiacciai che fino a quindicimila anni fa scavarono estese e profonde vallate. Queste, una volta completato il loro cammino verso il mare ed aumentata la temperatura terrestre, furono invase dalle acque, che si arrestarono solo in prossimità dei primi sbarramenti naturali: le montagne. I fiordi misurano parecchie decine di chilometri e risultano più profondi nelle parti più interne dove il ghiaccio, a distanza dall’azione raffreddante del mare, poté scatenare la propria forza disgregatrice. In questi punti i fiordi raggiungono una profondità pressochè pari all’altezza delle cime sovrastanti. Essi appaiono simili ai nostri laghi prealpini ma di questi sono più incavati nelle montagne e più frastagliati, a tal punto da suddividersi , come i rami di un albero, in tanti altri fiordi e meandri su cui peraltro si riversano numerosi quanto spettacolari cascate. A discapito di quanto si potrebbe pensare, i fiordi non ghiacciano mai, per via del contenuto sodico dell’acqua e, ancora, del contributo della Corrente del Golfo. Nelle regioni del Sogn og Fjordane e dell’Hordaland ne dovremo costeggiare per parecchi chilometri, salvo traghettare per attraversarli quando non sarà presente uno di quei ponti, ben integrati nell’ambiente, prodotto di bravura ingegneristica norvegese.

Il sentiero dei Trolls

I Trolls sono esseri buffi e benevoli, frutto della fantasia popolare che anima i boschi e le montagne di ogni fiaba narrata al crepitare del fuoco nelle lunghe ore d’inverno. Rappresentano anche il tema più ricorrente dell’artigianato locale che ha sfornato innumerevoli statuette delle più svariate dimensioni con le sembianze dei trolls più conosciuti. “Sentiero dei Trolls” è stata chiamata la più famosa strada di montagna della Norvegia: quella che porta ad Åndalsnes. Inaugurata nel 1936, al termine di vent’anni di lavori, è costituita da undici curve a ferro di cavallo che superano un dislivello di seicento metri, accompagnato dalla prima importante cascata del nostro viaggio: Stigfossen.

Ad Ålesund: una strada sotto il mare per le isole

Dalla sommità della collina di Aksla ammiriamo Ålesund, uno dei maggiori centri pescherecci, distribuito su una lunga striscia di terra tra due fiordi a cui fanno da cornice alcune isole separate da canali che ricordano le calli di Venezia. Tre isole meritano una visita. Le linee rosse tratteggiate disegnate sulla piantina stradale non stanno ad indicare il percorso di traghetti bensì due abissali tunnel autostradali che passano sotto il fondo del mare e conducono dapprima all’isola di Valderoy, collegata a quella di Giske tramite un lungo ponte, e quindi all’isola di Godoy. Si raggiunge così il bel faro di Alnes e la Marmorkirke, una chiesa medioevale (ad arredo interno barocco) rivestita da lastre marmoree, che faceva parte di un castello ora scomparso.

Alle falde dello Jostedalbre

Da Olden, località posta all’estremità del Nordfjord, una vermiglia chiesa settecentesca in legno indica la via per la vallata Oldedalen, al termine della quale giungiamo alle falde della barriera naturale dello Jostedalbre, il più grande ghiacciaio della Norvegia. Da qui proseguiamo a piedi per una delle più affascinanti passeggiate scandinave. Una strada interrata sale verso la cascata di Briksdal, attraverso cui il sole genera un costante arcobaleno. Intervallati da alcuni calessi trainati da cavalli, che trasportano persone in difficoltà, pigre o romantiche, giungiamo in un'ora di cammino a un laghetto cristallino, a quattrocento metri di altitudine, nelle cui acque si sfoga una candida lingua di ghiaccio dello Jostedalbre sino a formare piccoli iceberg. Un freddo vento in linea con questa realtà ci sferza in viso annullando l’effetto sole. Nel silenzio e nello spazio di un giorno indimenticabile.

Dal Sognefjord alla contea dell’Hordaland

Il traghetto che attraversa il Sognefjord sta per approdare a Vangsnes quando mi accorgo di un’enorme statua che sporge dalla collina. Raffigurante il condottiero Fridtjof – eroe scandinavo – con ciglio pugnace, armatura e spada sguainata. Proseguiamo, costeggiando il fiordo. Visitiamo la stavkirke in legno di pino di Hopperstad e una seconda chiesa medioevale cimiteriale, questa volta – ed è una rarità – edificata in pietra. Lasciandosi alle spalle la panoramica insenatura di Vik, la strada s’inerpica verso Sud in direzione di montagne ricoperte di neve. Raggiungiamo il Vikafjell, a circa mille metri di quota tra laghi e cascate in uno scenario del tutto inanimato, salvo qualche hytte, un gregge di pecore distribuite su un nevaio e, al termine della discesa a tornanti verso l’ampia valle di Myrkdalen, un villaggio lappone con alcune renne d’allevamento al pascolo.

La città anseatica di Bergen

La seconda città della Norvegia giace attorno al piccolo golfo di Vagen dove le antiche variopinte case portuali di Bryggen tradiscono le origini di Bergen, sin dal medioevo con Brema, Amburgo e Lubecca, una delle principali roccaforti della lega anseatica. Il fascino dell’antico ci viene ravvivato dall’Hakonshallen, la più bella costruzione gotica della Norvegia (facente parte di una fortezza) con interessanti finestre a bifora adornate, ciascuna all’estremità del davanzale, da due piccole teste raffiguranti personaggi dell’epoca. All’apice del vecchio porto attraversiamo Torget, la più animata piazza di Bergen per via del quotidiano, tradizionale mercato del pesce, concentrazione dei risultati pescherecci e di allevamento dell'intera regione dei fiordi. All’indomani di un’ottima cena a base di salmone, partiamo da Bergen in k-way: dal punto di vista climatico la città gode di un lapidario detto norvegese che la considera “città dove piove o sta per piovere”. Per noi il tempo non ha voluto smentire questo motto.

Vøringfoss: spettacolare cascata di Norvegia

Vøringfoss richiede un discorso a parte. Si tratta della più suggestiva cascata norvegese, inserita in un contesto naturale poco riscontrabile nell’Europa continentale. Un piatto altopiano roccioso è solcato da un profondo canyon in cui si getta un’imponente, fragorosa massa d’acqua della potenza di migliaia di cavalli: uno spettacolo. Specie alla luce dell’alba. E, insieme, una sinfonia che scuote l’osservatore.

Jotunheimen, dimora dei giganti

Obiettivo Jotunheimen: una tappa clou. Partiti da Fagernes saliamo all’altopiano di Bessheim (quota 964) dove alcuni rifugi, segnalati dall’immancabile bandiera norvegese, sono distribuiti insieme ad alcune hytte, sulle rive di laghi alpini. Dopo una sosta panoramica corrisposta da un assalto di capre affamate, proseguiamo verso la discesa per Lom, l’unico paese toccato due volte dal nostro itinerario, e risaliamo la valle di Breiseterdal verso il più alto passo della Norvegia: il Krossbu. Avanziamo tra enormi pareti di ghiaccio che fanno da alte sponde al nostro cammino e fungono persino da palestra a gruppi di scalatori in allenamento. All’ingresso dell’altopiano di Sognefjell una bionda bimba norvegese ci segnala il cartello indicatore dell’altitudine raggiunta: 1434. Ci teniamo in quota per alcuni chilometri: si schiudono ai nostri occhi ghiacciai ed alti picchi, tra cui il Glittertind e il Galdhøppig, con i suoi 2469 metri il “Tetto di Norvegia”. Numerosi laghetti dalle sponde innevate si susseguono a lato della strada. Ci arrestiamo più volte per catturare ammirate immagini fotografiche. La discesa verso il Sognefjord dà continuità al sentimento di pace che ci ha pervaso. A sera raggiungiamo la baia di Sogndal, nelle vicinanze di Kaupanger (dove è presente una stavkirker a stav orizzontali) da cui l’indomani saremmo ripartiti per un traghetto di oltre due ore per il fiordo di Naeroy e Gudvangen, nella valle delle cascate.

Prekestolen: un “pulpito” naturale

Un parallelepipedo roccioso, una forma unica al mondo, circa seicento metri a strapiombo sul Lysefjord, un simbolo per la Norvegia. Lo si trova raffigurato su tanti libri illustrati di questo paese e già di per sé le fotografie stupiscono. Oltre due ore di dura salita non ci scoraggiano dall’impresa. Ci troviamo in una zona geografica che di fatto è isolata avendo fiordi e mare per tre lati e invalicabili catene montuose verso il continente. Di buon’ora iniziamo il cammino. Una pineta, un piccolo altopiano, due azzurri laghetti ed infine un sentiero a ridosso della parete rocciosa a un passo dall’abisso, poi, eccolo, il Prekestolen, il “pulpito” per i norvegesi, per via della particolare, notevole sporgenza rocciosa. Procediamo carponi sino al ciglio del burrone per soddisfare senza rischi, considerata anche la stanchezza, il desiderio di osservare da dominatori il fiordo e i laghi sottostanti ed infine il mare di Stavanger.

Lindesnes: sotto il 58° parallelo

Ci troviamo nell’unica zona continentale della Norvegia di origine vulcanica; la costa è perciò alta e scavata, basaltica. Siamo nel punto più meridionale del regno: al di sotto del 58° parallelo Nord. Un cartello giallo recita: “Lindesnes: a 2518 chilometri da Nordkapp”, come contraltare il punto più settentrionale. Il faro, edificato nel 1915, è rosso e bianco, come di prammatica. In cima al faro, spaziamo con lo sguardo verso Mandal e Krisitansand, sul Mare del Nord, base dei collegamenti marittimi con Danimarca e Gran Bretagna.

Oslo: una capitale, ma non una metropoli

Percorso il tratto di costa che si affaccia sullo Skagerrak, da Arendal a Porsgrunn, ci addentriamo nella contea del Telemark, attraverso fertili campagne. Qui la densità di abitanti per chilometro quadrato (che a livello nazionale è di 13 unità) è più elevata. Dopo una sosta alla Stavkirke di Heddal, la più grande ed elaborata, giungiamo ad Oslo, alla scoperta della capitale: una città che non raggiunge i 600.000 abitanti.
In sintesi, tra le visite rimasteci più impresse, hanno trovato riscontro negli appunti di viaggio:
? il trampolino di salto con gli sci di Holmenkollen (lo sci è nato in Norvegia), disposto alla sommità di un anfiteatro della capienza di 150.000 spettatori; saliamo in cima al trampolino (56 metri di altezza) che, oltre a darci la misura del coraggio di coloro che di lassù ci lanciano nel vuoto, ci offre una panoramica ad ampio raggio sulla baia di Oslo;
? l’Aker-brygge (con banchina ricoperta in legno) situato lungo la baia di Pipervika, base di ormeggio, tra le altre imbarcazioni, del veliero Christan Radich, nave-scuola varata nel 1937;
? la penisola di Bigdøy, dove si trova il “Museo del Folklore”, con antiche case norvegesi, qualche stabur, tipico granaio pensile a scopo protettivo sorretto da pilastri, la stavkirke di Gol e la casa di Ibsen, il “Museo delle navi vichinghe” e il “Museo del Kon-tiki”, la zattera di legno di balsa con la quale nel 1947 lo studioso Thor Heyerdhal ha inteso dimostrare che la civiltà polinesiana era giunta dall’America e non dall’Asia; a Bigdøy è peraltro ormeggiato il Gjoa, usato a inizio ‘900 da Roald Engelbert Amundsen per le esplorazioni polari (fu il primo uomo a riuscire nell’impresa di percorrere il Passaggio a Nord Ovest);
? il “Parco Frogner”, concepito nel 1924 e realizzato in circa trent’anni dall’artista Gustav Vigeland che vi ha posto circa duecento gruppi scultorei, tra cui il celebre monolito in granito intorno al quale 121 figure umane ignude sembrano lottare per giungere alla sommità dell’”obelisco della vita”.

La seconda fase del viaggio norvegese

Un altro itinerario norvegese si distribuisce su oltre quattromila chilometri, da Oslo a Røros, Kristiansund, Trondheim, Bodø, Narvik, Tromsø, Alta, Hammerfest e, infine, a Honnisvåg e a Nordkapp, toccando diverse isole, tra cui quella di Grip e gli arcipelaghi Lofoten e Vesterålen. Prevede poi un’escursione da Mo I Rana al Ghiacciaio Svartisen, la visione delle sue lingue di ghiaccio dall’Hollandfjord, e di attraversare il Circolo Polare Artico e il Grande Nord costeggiando la Lapponia in un autentico "eden" sfuggito al mondo degli affari che preme.

I "nordkapp" e i "maelstrom" norvegesi e il Circolo Polare

In Norvegia, quattro "estremi" sono stati chiamati "Capo Nord". Eccone i riferimenti:
- isola Nordaustlandet, nell'arcipelago delle Svalbard (81° 1' Lat. Nord), il più settentrionale;
- isola Bjornoy (75° Lat. Nord - 19° Long. Est)
- isola Mageroy (71° 10' 21" Lat. Nord - 25° 47' 40" Long. Est).
- isola Jan Mayen (71° 0' Lat. Nord - 9° Long. Ovest)
Di questi "nordkapp" soltanto quello di Mageroy, pur essendo il più noto, non corrisponde in realtà a un "estremo", a meno di non considerarlo come il limite continentale raggiungibile in auto senza grosse difficoltà. La parte più settentrionale dell'isola di Mageroy è infatti Capo Knivskjelodden (71° 11' 48"), posto a circa 2 chilometri e 900 metri dal più celebre Capo Nord.

I "maelstrom" sono imponenti vortici che, generati dallo scontro delle maree, presenti nei mari norvegesi, alternano per quattro volte al giorno la direzione delle correnti. Ne sono esempi:
- Sorstraumen, circa 130 chilometri a sud di Alta;
- Moskenstraumen: il più famoso vortice norvegese (dove affonda il Nautilus di Verne ed è ambientato un racconto straordinario di Edgar Allan Poe) che, nei frangenti di maggior impeto, può raggiungere i 6 nodi marini, si trova tra Moskenesoy e Mosken, due isole dell'arcipelago delle Lofoten, dove il villaggio di Å ha adottato la spirale del maelstrom per il suo stemma;
- Salstraumen, canale di circa 150 metri di ampiezza tra il Saltenfjord e lo Skjerstadfjord (a sud di Bodø), in assoluto la più potente: può raggiungere 27 nodi di velocità!

Superata Rorøs, antica cittadina di minatori e raggiunta, in battello, la piccola isola di Grip, nel mare antistante Kristiansund, stanziamo due giorni nella bella città di Trondheim,l’antica capitale della Norvegia, da cui ci imbarchiamo per raggiungere il Circolo Polare via mare, un confine mentale, in un certo senso inquietante, da considerare fine del mondo occidentale e inizio di quello Artico, dell'estate boreale, con il sole di mezzanotte e una luminosità complessiva maggiore di quella dell'equatore.

Raggiunta questa linea immaginaria, derivante dall'inclinazione dell'asse terrestre, che peraltro attraversa lo Svartisen, il secondo, imponente ghiacciaio norvegese, il nostro viaggio si sofferma su Bodø, ultimo capolinea della ferrovia norvegese, detta la "città vicino a…" tante meraviglie, tra cui:
? Straumen, la precitata "feroce" corrente provocata dalle maree,
? Kjerringoy Gamle Handelssted, villaggio di pescatori (dodici case del primo '800), museo all'aperto dal 1959, raggiungibile tramite un piccolo traghetto.
Bodø ci introduce in un mondo ove il confine tra terra e acqua appare violento ed insieme prevale una vita dai ritmi naturali, un ritmo vitale scandito dalla natura nell'essenzialità del paesaggio, delle linee e dei colori, esito di un equilibrio così norvegese quanto esclusivo.

Le Isole Lofoten

Alle sei del mattino del nostro terzo giorno di permanenza nel Grande Nord, ci imbarchiamo per l'arcipelago. Sei comuni sulle sei isole principali: Rost (detta "la città degli uccelli"), Vaeroy, Moskenesoy, Flakstadoy, Vestvagoy e Austvagoy.

Ci sono nomi che alla sola pronuncia evocano immagini variopinte, suscitano emozioni: tra questi le isole Lofoten. Isole come giganti in un mare crudele a cui, tuttavia, a differenza dell'uomo, non si piegano. Per esser certi che la nostra fantasia venga assistita dai sentimenti occorre giungere sin qui dove risulta difficile non fare poesia al cospetto di un paesaggio sì ammaliatore ma cupo per un uomo fantasioso e tetro come Edgar Allan Poe. Narra Poe: "...Eravamo vicini alla costa norvegese nel cupo distretto delle Lofoten. Qui il vasto letto delle acque si divideva in mille canali in conflitto tra loro e, improvvisamente, nelle convulsioni di giganteschi e innumerevoli vortici.".

Nel canale di Raft, tutto sembrerebbe da secoli immutato, inviolato e inviolabile. Il mare offre un autentico campionario di superfici trasparenti sulle quali si riflettono nelle tonalità più diverse i rilievi imponenti di alte e rocciose montagne.

Un violento temporale ci costringe a restare nel "rorbu" che ci ospita a Kabelvag [ex Vagar], la più antica città del nord norvegese. I "rorbu", tutti in legno rosso ruggine, sono semplici abitazioni di pescatori, costruite su palafitte. Il rorbu più antico, abitato sin dal XVI secolo, è protetto dall'Unesco e si trova a Nusfjord, un pittoresco villaggio di pescatori composto soltanto da 28 case.

Poi, dopo la tempesta, ci appare l'arcobaleno, aereo acquerello senza gravità, così frequente in terra di Norvegia, mentre l'acqua della baia raccoglie il blu intenso di un cielo di nuovo sereno e di un mare calmo e silenzioso. E nella baia le barche. Barche in legno, frutto di un artigianato di alta scuola che tradisce umili origini. Il pescatore norvegese, anche il più povero, non si arrende alla fibra di vetro.

E così l'amore per il legno porta alla fonda veri gioielli navali, tra cui i modelli "Colin Archer", dal nome del mitico maestro d'ascia che nella seconda metà del secolo scorso dedicò la sua vita alla costruzione di navi-capolavoro. Si tratta di imbarcazioni eredi dei lontani "knorr" vichinghi, a doppia prua, cioè a scafo simmetrico, dalla chiglia in quercia e dalle estremità in pino od olmo, così concepite allo scopo di poter fronteggiare al meglio due differenti condizioni ambientali: la relativa calma dei fiordi e le violenti correnti dei mari del Nord.

Qui alle Lofoten ogni anno i pescatori aspettano i merluzzi al varco da gennaio a marzo per la "Lofotfisket", la grande pesca che renderà circa 20.000 tonnellate all'anno di prodotto ittico, di cui 3.000 esportato in Italia. Sino ad aprile, il pesce pescato in parte verrà trasformato in baccalà e, in gran parte, verrà appeso per l'essiccazione sulle caratteristiche rastrelliere in legno chiamate "hjelles". Lo stoccafisso sarà classificato in quattordici qualità ed esportato.

Le Isole Vesteralen

La coreografica chiesetta di Sildpollen rappresenta per noi l'ultimo ricordo delle Lofoten prima del traghetto per le Vesteralen.

La strada è un timido solco tra la roccia e il mare, giusto il necessario per ammirare senza disturbare. A sera, all'estremità settentrionale dell'arcipelago, raggiungiamo il villaggio di Åndenes, tipica rappresentazione dei paesaggi costieri norvegesi, piantati come oasi di pace nella roccia tra ghiaccio e mare, inconfondibile per via del suo alto e purpureo faro metallico.

Il vento che ci accoglie spazza con furia ogni sporgenza vegetale, sibila minaccioso quasi a voler indurre il viaggiatore a una sosta prolungata, più prudente anche se non programmata. Secondo i norvegesi di Åndenes, protagonisti di epiche stagioni di caccia oceanica, ci sono più di 200 mila balene nei mari del Nord che si nutrono di pesce e crostacei sottraendoli all'economia della pesca atlantica. La caccia alla balena, sospesa anni fa in seguito a un accordo internazionale stipulato a Glasgow, fu poi ripresa, seppure sotto stretto controllo, rimotivando norvegesi che da generazioni facevano di questa attività, oggi poco popolare per chi non abita questi mari, una ragione di vita.

Dopo uno sguardo dalla costa alla verde isola degli uccelli, riprendiamo il cammino verso Narvik, porto libero dai ghiacci tutto l'anno, capolinea, per il trasporto al mare del ferro svedese proveniente da Kiruna, di una specifica ferrovia (un termine quanto mai calzante in questo caso), la più settentrionale del mondo, costruita tra il 1898 e il 1902. Alla stazione si trova la locomotiva "Bifrost" datata 1882.

Lasciata alle nostre spalle la "taiga", folta e densa "sciarpa verde", in buona parte costituita da foreste di conifere, che, ultima espressione di vita arborea, si è diradata con il crescere della latitudine, ci siamo da tempo introdotti nella "tundra", zona di ghiacci e di deserti nivali, sino a Tromsø - per il suo legame con le Svalbard e le regioni polari detta "capitale dell'Artico" - la città da cui Roald Amundsen, il 18 giugno del 1928, partì, senza ritorno, alla ricerca del comandante Nobile, disperso al Polo con il suo equipaggio in seguito alla sciagura del dirigibile "Italia".

Benché nelle strutture architettoniche norvegesi prevalga l'utilità sull'apparenza, pregevole è il lungo ponte autostradale che attraversa il mare. A pochi chilometri a Nord Est l'ex centro baleniero di Skjelnan.

Più a nord raggiungiamo l'Otertind, nella Signaldal, il monte detto per la sua forma il "Cervino dell'Artico", imponente e tacito omenone all'apice del Kvaenangenfjord e quindi, superato il ponte di Sorstraumen, l'Oksfjordjokulen, ghiacciaio che arriva al mare ed offre così ai pescatori un inesauribile serbatoio di ghiaccio self service (si vede dalla strada che conduce ad Oksfjord).

Nel Finnmark - per i turisti il "regno del sole di mezzanotte" - pernottiamo (ma questa espressione è corretta?) ad Alta, la città dei graffiti: vi si trovano circa tremila incisioni datate da 6200 a 2500 anni fa, considerate dell'Unesco, al pari delle Piramidi e della Grande Muraglia, patrimonio dell'umanità.

Dopo una settimana di viaggio un primo bilancio. Le giornate sembrano interminabili, ci comunicano il senso ed il gusto della conquista quotidiana, tanto sono vissute con intensità, fredde o tiepide, assolate o piovose. Durante l'estate norvegese, invitante e desolata, le quattro stagioni tendono a manifestarsi l'una dopo l'altra nel volgere di uno stesso giorno: ne è il vento l'indiscusso regista, sempre protagonista e presente, tanto che sembra di stare sul ponte di una nave più che sulla terraferma.

Destinazione Capo Nord

L'indomani seguiamo la deviazione per Hammerfest, considerata "la città più a nord del mondo" (70° 39' 48") e, quindi, anche la più buia durante l'inverno scandinavo. Infatti nessun barlume di luce la può raggiunge ogni anno dal 18 novembre al 23 gennaio. Proprio per questo è stata la prima città d'Europa a disporre dell'illuminazione elettrica nelle strade, sin dal 1891.

Posta sull'isola di Kvaloy, Hammerfest è il centro tradizionale del cosiddetto "pomor" ovvero del baratto "pesce per grano" con la Russia settentrionale [la città risulta esente da zanzare, a differenza delle zone palustri dell'altopiano circostante]. Nella penisola di Fuglenes si trova il Meridianstotten, colonna in granito con alla sommità un mappamondo in bronzo a testimonianza degli studi sulla Terra effettuati dagli scienziati nel secolo scorso.

Qui, più che altrove, il tramonto non coincide con il momento dell'aperitivo cittadino prima della cena bensì con l'incontro di mezzanotte quando tramonto ed alba si uniscono in uno spettacolo penetrante ben lontano dalla nostra capacità di descriverlo. La luce, lo scenario possono riuscire a incantare e, insieme, a intimorire lo spettatore.

Notte diurna, giorno notturno, sole di mezzanotte, notte di mezzogiorno. Ma per noi che abbiamo scelto l'estate sarà disponibile soltanto una "faccia della Luna", quella più colorita, sebbene, d'estate, dalla sproporzionata assenza della Luna possa prendere consistenza una contagiosa malinconia...

Costeggiando la Lapponia

Il termine "lappone" deriva forse dallo svedese "lopa" che significa "correre" ad indicarne le abitudini nomadi che, salvo pochi mutamenti (alcuni lapponi hanno pensato di ricorrere ai mat¬toni nel momento in cui hanno rinunciato al nomadismo), rimangono inva¬riate da centina¬ia di anni. I Lapponi norvegesi, poche decine di migliaia in tutto, preferiscono essere chiamati "Sami" o "Samek", un termine che deriva da Suomi (Finlandia).

Questo popolo tribale difende la propria identità. Conduce una vita estranea al modello di vita dello Stato che lo ospita, una vita legata, se non addirittura subordinata, alla renna. Come già fu per i pellirosse il bisonte e per gli eschimesi la foca, la renna per i Sami è animale rappresentativo di un patrimonio etnico e culturale, da cui traggono svariate forme di sostentamento (dalla carne, al traino delle slitte, alla pelle, all'impiego delle ossa per usi familiari). Questi animali spesso affiancano in branchi il nostro percorso, araldici animali a simbologia contrastante: istinto selvaggio e laboriosità.

Lungo la strada verso nord, incontriamo qualche accampamento isolato costituito dalle caratteristiche tende "lavvu" (una dozzina di lunghi bastoni ciascuna, disposti in circolo ed avvolti in robuste coperte) aperte, con funzioni di camino, all'estremità superiore. Poi, in lontananza, un gruppetto di imponenti alci per nulla impaurito dal nostro passaggio. Ripresa l'impervia strada costiera, concepita a dispetto dell'irato infrangersi delle onde, procediamo con cautela in un silen¬zio interrotto soltanto da spontanee manifestazioni della natura: aria che sa di ghiaccio, il tonfo soffice di una porzione di iceberg che scivola nell'acqua, il riflesso iridato di una goccia cromatica sui rami di una betulla nana.

"Hurtigrute" (significa “rotta rapida” ma è anche una “rotta di emozioni”): il percorso delle navi postali che da Bergen, toccando 35 porti lungo le frastagliate coste, all'inseguimento dei paralleli, giungono sin quassù all'apice del mondo occidentale. L'Hurtigrute, che ha quasi centoventi anni di vita, essendo stato avviato nel 1893, è chiamato con familiarità dagli scandinavi: l'"autostrada numero uno della Norvegia".

Il punto estremo

Nordkapp, finis terrae e pretesto esistenziale per un viaggio in Norvegia, rappresenta il punto estremo anche per noi, il "giro di boa" del nostro itinerario. Il tempo è brutto, ci nasconde la luce grandiosa del Nord. In un paese prescelto per le sue attrazioni naturali, al perdurare del maltempo può subentrare un senso di comprensibile esitazione.

Per un attimo il pensiero di trovarci così lontani e isolati da casa supera il nostro piacere di viaggiare, ma lo stimolo della scoperta rispolvera il movente - costituito dall'ansia della ricerca e dal tradursi di un sogno - allontana dubbi fugaci.

E l’indomani veniamo ripagati per la nostra fiducia. Il sole splende per l’intera giornata in un cielo limpido sopra l’isola di Mageroy e alla mezzanotte del 21 luglio ci uniamo al gruppo cosmopolita di turisti che assistono in silenzio ma anche con commozione a tanta forza della natura, coronamento del desiderio sentito che li ha spinti lassù.

Il bilancio norvegese

Ora che una prima importante frazione del nostro lungo viaggio si è compiuta, col “senno di poi” ne analizzo l’arricchimento interiore e ci chiediamo  se, dopo questa pace, riusciremo ancora a sopportare Corso Vittorio Emanuele. “Gli italiani nella contea di Romsdal sono tanto rari quanto un alce in città” – ci disse un negoziante di Andelsnes. Indossando i maglioni che ci aveva venduto, ci sentimmo un po’ meno isolati da questo popolo di bilingui che, al di sotto dei sessant’anni conosce l’inglese. Pochi “grazie”, pochi “prego”, qualche sorriso dagli occhi azzurri, sormontati da una capigliatura biondo vichingo, civismo e cortesia, tanto amore per la propria casa e la natura (pesca e hytte d’estate, sci d’inverno), i norvegesi suddividono la giornata feriale in tre periodi – lavoro (sino alle 16,30), tempo libero e ambito familiare – e ricorrono, senza molti freni, alla birra a più gradazioni alcoliche (solo) il venerdì e il sabato sera.

På gjensyn, Norge, arrivederci, Norvegia.

2. DANIMARCA

L'itinerario

Il nostro itinerario era costituito da un percorso di oltre tremila chilometri nel regno più antico, da Copenaghen allo Jutland a Bornholm, una meta quest'ultima, la "perla del Baltico", indispensabile per considerare esaustiva la visita di questo paese, un paese pulito, prodigo di colori - e i colori, sappiamo, sono l'alfabeto del mondo - un grande arcipelago immerso in una natura rispettata dai suoi abitanti, che da tempo hanno rinunciato a moto e motorini per il più garbato e sportivo frusciare della pedalata.

Si trattava di seguire il doppio anello che avevo tracciato con cura sulla cartina e che avremmo potuto percorrere grazie anche all'ausilio di sei traghetti. Copenaghen, Isola di Mon - Odense, Egeskov - Sonderborg, Romo, Ribe, Legoland, Spottrup, Rubjergknude, Rabjerg Mile, Skagen, Lindholm Hoje, Silkeborg, Århus, Ebeltoft - Roskilde, Helsingor - Helsinborg, Ystad - Isola di Bornholm - Copenaghen. In una morfologia ondulata ma a bassa altitudine - secondo i cugini Norvegesi, fieri delle loro montagne, "per vedere tutta la Danimarca basta salire in piedi su una sedia" - un tour comunque vario e ravvivato: dal mare, sempre vicino, dai mulini a vento, dai campi di colza, dalle fattorie a graticcio (le "bindingsvaerk"), dai castelli, dalle dune di sabbia, dalle piccole isole, dai porticcioli di pescatori, di nuovo dal mare. Strade, quasi sempre affiancate da piste ciclabili, costellate di antichi Kro (locande ristrutturate, un tempo adibite al cambio dei cavalli), spesso contraddistinte dall'insegna della "sete", il caratteristico omino accaldato, emblema pubblicitario della Birra Tuborg. Campagne disseminate di centrali eoliche locali: affusolati alberi artificiali, sormontati da un'elica simile a un’enorme margherita a tre petali.

Una vacanza in un mondo da fiaba, che prevedeva sì delle mete, ma di cui avremmo assaporato più il "mentre" che il "dove", arrestando l'auto ad ogni imprevista attrattiva locale, per un'emozione e una foto. In fondo, essendo documentato, già conoscevo, almeno in teoria, i principali segmenti del percorso: questa consapevolezza avrebbe potuto mitigare il fattore sorpresa nel vederli nella realtà, quasi come per la seconda volta, mentre un bel paesaggio apparso sullo "schermo" del parabrezza alla sommità di una duna avrebbe ali¬mentato una carica di intenso stupore proprio perché percepito da occhi del tutto impreparati.

Da Sjaelland allo Jutland

Dopo una breve visita al porticciolo di Dragor, ci dirigiamo verso sud attraverso la campagna danese, che, nel mese di luglio significa, anzitutto, giallo-colza. Piccole chiese di campagna, rosse e bianche, ci inducono a qualche sosta sino a raggiungere il ponte che collega l'isola di Sjaelland a quella di Mon. Qui, in un'altra chiesa, a Kelby, ammiriamo gli affreschi cinquecenteschi che ne adornano il soffitto: tratti elementari che raffigurano storie dell'an¬tico e del nuovo testamento, da Eva e il serpente agli inferi del giudizio universale. Poi eccoci in un piccolo paradiso con uno stagno immerso nel verde ed animato da anitre e ninfee: Liselund Slot, il castello fatto costruire nel 1792 dall'esule francese Antoine Bosc de la Calmette ed oggi trasformato nell'albergo dove passiamo la notte.

Il mattino dopo raggiungiamo le bianche scogliere di Mons Klint (oltre 100 metri a picco sul Baltico), imponenti falesie di gesso levigate dal mare e sormontate da una fitta boscaglia di querce.

Dall'isola di Mon a quelle di Bogo e di Falser, dove la "danza macabra" cinquecentesca della chiesa vermiglia di Norre Alslev ci induce a una visita, poi alla torre di Vordinborg, di nuovo sull'isola di Sjaelland: i ponti automobilistici, per i collegamenti, veri capolavori d'ingegneria, non mancano.

A Trelleborg visitiamo uno dei più importanti insediamenti vichinghi danesi. All'ingresso del museo é la ricostruzione di un'antica capanna che ricorda, nella struttura architettonica, le antiche navi del medioevo scandinavo.

A Korsor il primo traghetto: il progetto per la realizzazione di un imponente viadotto che, passando dall'isola di Sprogo, unirà Sjaelland a Fyn è ancora lontano dal giungere in porto. Dal ponte del nostro "ferry" osserviamo un numero elevato di meduse, assai concentrate in questa zona del Baltico, che ricoprono il mare quasi come un tappeto infinito.

A sera raggiungiamo Odense, la città di Hans Christian Andersen. Nell'antico borgo si trova un autentico, quasi commovente paese delle favole: piccole e povere ma decorose case, conservate inalterate da parecchi decenni e ravvivate da accesi colori, spaziano attorno a Munkemolle Straede n. 3, l'abitazione del ciabattino dove, secondo la leggenda, il celebre scrittore danese sarebbe nato il 2 aprile 1805. Al turista a cui non manca l'immaginazione non dovrebbe risultare difficile affidarsi per un attimo al ricordo della propria infanzia per ambientare quella strada acciottolata con "il soldatino di stagno", "il brutto anatroccolo" o "la principessa sul pisello".

Nei pressi della città è il "Den Fynske Landsby", grande parco-museo all'aperto che raccoglie in sè numerosi edifici rurali della metà dell'ottocento. Tipiche fattorie - bianche o rosse, con pareti uniformi all'esterno e all'interno, in argilla e calce, con travi in vista ed appariscenti tetti in torba ricoperta da uno strato di muschio, spioventi come cappelle di enormi funghi porcini, la pianta spesso a ferro di cavallo, adibite in parte ad abitazione ed in parte a magazzino e a stalla - sono state arredate secondo la tradizione dei contadini danesi che, in base alla funzione dell'edificio, ne determinavano la forma.

A Egeskov, un castello nell'acqua, uno dei castelli rinascimentali più caratteristici dell'isola di Fyn, spicca rosso sul lago azzurro, circondato da un verde parco ove alcune fattorie sono state trasformate in un interessante museo del trasporto: antichi calessi, automobili d'epoca, ciclomotori e persino un treno postale e un aereo. Un altro contesto molto interessante e suggestivo.

Proseguendo nella campagna incontriamo i caratteristici mulini a vento danesi. Sino ad alcuni decenni fa nella sola Fyn ne esistevano più di quattrocento.

Con il traghetto ci trasferiamo su un'altra isola, quella di Als, collegata, in prossimità di Sonderborg, con un maestoso ponte, alla parte continentale dello Jutland. Qui si trova il "Dybbol Molle", il più famoso e imponente mulino danese, riprodotto su gran parte dei depliant turistici e persino sulle scatole metalliche dei celebri biscotti Butter Cookies e, a mio avviso, ancor più bello e simbolico del nostrano "Mulino bianco" di Chiusdino.

L'ascesa allo Jutland

In prossimità dell'isola di Romo raggiungiamo il Mare del Nord. Qui, lungo la costa, molto bassa, si ripete il paesaggio tipico delle "marschen" tedesche e dei "polder" olandesi: il mare appare lacunoso o palustre e, nei mesi estivi, arriva pressoché a collegare lo Jutland alle isole limitrofe come Mando, Fano e la stessa Romo. Con quest'ultima una lunga lingua di terra sopraelevata, co¬struita dall'uomo, assicura il collegamento automobilistico in qualsiasi periodo dell'anno. Nel percorrerla ci si pone nel mezzo di uno spettacolo desolante ed affascinante insieme: alcune beccacce razzolano, alla ricerca di qualche crostaceo, nel fango marino, un'immensa distesa violacea tra terra e cielo.

Una fuggevole visita all'isola ci accosta a qualche bello scorcio paesaggistico. Ritornati sulla terraferma in prossimità dell'isola di Mando tentiamo l'impresa, a nostro rischio e pericolo, di seguire l'Ebbewej, una pista stagionale disegnata sul fondo del mare, ormai rinsecchito dal caldo sole estivo e cosparsa di ghiaia per facilitarne la percorrenza. Ci inoltriamo solo per un po', sino a quando cioè il desiderio di emozione è vinto dall'oggettivo timore di danneggiare la nostra auto. Sulla strada del ritorno ci imbattiamo in una simpatica famigliola: babbo, madre, figlio e cagnolino che, raggiunta la spiaggia con le immancabili biciclette, sanno far volteggiare con destrezza un variopinto aquilone, un classico passatempo per i danesi. Un quadretto che cattura la nostra attenzione e quella delle nostre macchine fotografiche.

Proseguiamo per Ribe, uno dei più antichi e caratteristici centri danesi. La cittadina è collocata alla confluenza di due fiumi, l'omonimo Ribe e il Fladsa, pochi chilometri prima dello sbocco nel mare, ed è disposta attorno ad una notevole cattedrale romanica. I viottoli acciottolati, il piccolo porto fluviale di Skibbroen, i Kro, i negozi d'antiquariato fanno di Ribe una delizia turistica da non perdere.

L'indomani a Legoland, per eccellenza il parco dei divertimenti danese, celebrativo del fatto che fu un contadino danese ad inventare i primi tasselli di legno che si incastrano tra loro secondo il criterio ormai noto a tutti i bambini dei paesi consumisti del mondo. Supero la mia personale "allergia" per questi posti così affallati sfruttando la visita per immortalare profili godibili di biondi bimbi danesi, tra i più spontanei e fotogenici.

Poi, nel procedere verso Nord, in direzione del Limfjord, che divide in due la parte settentrionale dello Jutland, ci imbattiamo nel  castello di Spottrup, un piccolo gioiello architettonico, ben conservato: rosse mura circondate da un doppio fossato animato da tinche ed anguille e germani reali.

Quindi all'isola di Mors, secondo una leggenda danese, "lo Jutland in miniatura". Racconta questa leggenda che il Padre Eterno, prima di creare lo Jutland, decise di forgiare un campione. Nacque così Mors, nel bel mezzo del Limfjord, che presenta, infatti, nel suo perimetro notevoli somiglianze con la penisola danese, riscontrabili anche osservando la cartina.

Come da "tabella di marcia", raggiungiamo Vestervig per visitare la chiesa di campagna più importante della zona, detta "la cattedrale dello Jutland", quindi proseguiamo, ancora tra numerosi mulini a vento, costeggiando il Mare del Nord ravvivato sulla costa da variopinti pescherecci insabbiati che attendono l'autunno per rientrare in attività (ne fotografiamo alcuni a Vorupor e a Lokken).

Poi al parco naturale di Rubjergknude o delle Sabbie Vaganti, al centro di un singolare fenomeno di origine eolica e marina costituito da enormi dune desertiche che, in tempi recenti, hanno semicoperto il faro locale (edificato nel 1900 e trasformato in museo nel 1968), celandone la vista ai naviganti. Salendo sulla sommità della collina più alta, sovrastante la spiaggia di diverse decine di metri, ci poniamo, da dominatori, tra il Mare del Nord, a occidente, e il faro. Da qui scopriamo che il litorale presenta una sabbia compatta che consente la percorrenza alle autovetture. Un divertimento da "dune buggy" porta gli improvvisati rallisti ad una corsa sul bagnasciuga. Laggiù, in direzione di Lønstrup, tra un palcoscenico naturale tra i più belli dello Jutland, sta, in pericolo di vita, la Marup Kirke. Il mare, infatti, solo nell'arco di questo secolo, ha sottratto all'alta falesia ben trenta metri. La chiesetta si trova ormai a ridosso del baratro, segnalato da un cartello di pericolo, e rischia sorte analoga a quella di un bunker tedesco rovinato sulla spiaggia, ove a tutt'oggi si è fermato capovolto. Se passate da Lønstrup, in una bella giornata di luglio, come è capitato a noi, fermatevi ad ammirare, verso le dieci di sera, il commovente spettacolo del tramonto sul Mare del Nord, insieme ad altri turisti, che, come a un concerto di richiamo, si dispongono con disciplina e discrezione ad occupare le panche disposte allo scopo: un modo di stare ad osservare che fa della sedia un trono, del silenzio una melodia.

Dopo una sosta al faro di Hirtsals, eccoci al Rabjerg Mile, nei pressi di Hulsig, detto il "Sahara Danese". Un incongruente deserto, "appisolato" a non molta distanza dal mare, che l'uomo non ha ancora saputo "fissare" con la vegetazione e demarcare con precisione. La temperatura elevata, oltre 40 gradi, non ci scoraggia dall'abbandonare l'estrema, minuta presenza dell'erba - a documentare la volontà della vita - per inoltrarci a guadagnare, dalla sommità del deserto, il "miraggio" stra-tificato del paesaggio sottostante: vegetazione verdeggiante, paesi costieri, spiaggia e mare blu.

Poco lontano da qui, nei pressi di Skagen, si trova la chiesa insabbiata di San Lorenzo o Tilsandede Kirke. Dopo la tempesta di sabbia del 1775, ne è stato salvato dalla distruzione il solo campanile che è così divenuto il simbolo per eccellenza della penisola dello Jutland.

Eccoci così giunti a Grenen, l'apice dello Jutland ove potremo assistere al superbo spettacolo dello "scontro" tra due moti ondosi con¬trapposti: quello tra lo Skagerrak, nel Mare del Nord, che si sposta da occidente verso oriente, e il Kattegat, che si muove in senso inverso, nel Mar Baltico. Dopo oltre un chilometro a piedi percorso sul bagnasciuga, raggiungiamo la punta estrema della penisola ove i turisti entrano in acqua per farsi fotografare a gambe divaricate, tra gli spruzzi, proprio dove si verifica lo scontro. Alcuni danesi improvvisano qualche scenetta folkloristica a corredo dello spettacolo naturale. Tra essi due bravi suonatori, sax e chitarra senza play back, che non esito a fotografare. Per il ritorno al parcheggio fa servizio il "Sandormen", un trattore che traina un carrozzone rosso e blu, della capienza di una cinquantina di posti: lo prendiamo in rincorsa, quando già è in movimen¬to, entrando dalla predella posteriore.

Ora verso Sud, da Skagen ad Aalborg per visitare la ne¬cropoli vichinga di Lindholm Hoje. Ciascuna delle oltre seicento tombe è costituita da allineamenti di pietre, tagliate e disposte a disegnare la sagoma di una nave, al centro della quale venivano cremati dai vichinghi i corpi dei loro morti.

A Silkeborg: il paese ove, peraltro si conserva, nel locale museo, il celebre "Uomo delle torbiere" o "Uomo di Tollund", un corpo ben conservato, appartenente a un uomo di mezza età vissuto circa 2200 anni orsono, imbalsamato dal tannino e dagli acidi umici del terreno, ritrovato nel 1950 ed ora esposto smembrato (come hanno richiesto gli studi).

Saliamo all'Himmelbjerget o "monte del cielo", al culmine della foresta di Sonderskov, con i suoi 147 metri di altitudine uno dei punti più alti della Danimarca, su cui si erge una torre ottocentesca, e dalla cui sommità si assiste all'eclatante panorama del lago di Silkeborg. Poco lontano si trova la quercia, piantata per commemorare la conquista del diritto di voto da parte delle donne danesi, prime in Europa a conseguire questo importante risultato, avvenuta il 5 giugno 1915.

Ad Århus la visita al Den Gamle By rappresenta una sosta inevitabile. La "città vecchia" è racchiusa in un grande museo all'aperto costituito da oltre 60 edifici provenienti da ogni parte della Danimarca e disposti attorno a un laghetto. Sugli edifici, che sono mantenuti secondo l'arredo originale a documentare la storia dell'artigianato e dell'arte popolare danese negli ultimi secoli, si aprono le botteghe d'epoca, dal maniscalco, al fabbro, al cappellaio, alla tipografia, all'orologiaio, all'ufficio postale. Davvero uno scenario d'altri tempi, da ritenersi complementare al precitato Den Fynske Landsby di Odense. L'amore per il passato agisce come una colla tenace in una società omogenea e compatta.

L'indomani partiamo dal caratteristico villaggio di Ebeltoft (bello il mulino come il singolare municipio) e ci imbarchiamo sul traghetto che, in circa un'ora e mezza, ci riporterà sull'isola di Sjaelland. "Addio Jutland, ti rivedremo nel ricordo".

Di passaggio di nuovo a Sjaelland

A Roskilde, ex capitale del paese, il Duomo, tardogotico, a due torri campanarie, è forse il più bello della Danimarca, senza dubbio il più interessante. Severo mausoleo della famiglia reale, custodisce, al centro dell'altare, il sepolcro quattrocentesco in alabastro e marmo nero della Regina Margrethe, sovrastato dalla figura giacente della sovrana. Di poco lontano, in direzione del coro, il sarcofago di un guerriero medioevale, l'immagine araldica del duca Cristoforo, fratello di Margrethe.

Da una cattedrale a un castello. Quello di Kronborg o di Elsinore, edificato su una precedente fortificazione ove Shakespeare avrebbe ambientato la tragedia di Amleto. Oggi adibito a museo, si trova sulla punta settentrionale dell'isola di Sjaelland, circondato dall'acqua di un antico fossato. Dopo la visita ci imbarchiamo per la Svezia, più conveniente per avvicinarci all'isola di Bornholm, penultima meta del nostro viaggio.

Sullo sfondo di un tramonto rosso fuoco, osserviamo la sagoma nera del castello di Amleto e mi chiedo se davvero avesse ragione il soldato Marcello nell'affermare, al cospetto del fantasma del re, che vi fosse del marcio nello Stato di Danimarca.

L'isola di Bornholm: la Perla del Baltico

Percorriamo senza soste la regione di Skane per portarci a Ystad e trasferirci in sole due ore e mezza di traghetto sull'isola anseatica di Bornholm (un tempo "isola dei Burgundi"). Situata a 37 chilometri dalla costa svedese, a 90 da quella polacca e a 160 da Copenaghen, la perla del Mar Baltico si può pertanto considerare danese solo sul piano politico.
Nello sbarcare al porto di Rønne, assaporiamo la soddisfazione di passare il controllo doganale senza essere fermati: la nostra targa funge da lasciapassare.

Per quattro giorni ci fermiamo sull'isola: costa alta e rocce rosse nella parte settentrionale (storiche la scogliera di Jons Capel e le rovine della fortezza di Hammersus, ove, nei mesi estivi si tengono spettacoli teatrali); colline, piccoli laghi, boschi, mulini a vento e ad acqua, la fitta foresta di Almindingen (con un incredibile abete a sette fusti su un'unica radice), nella parte centrale; costa bassa a sud in corrispondenza del faro di Dueodde. Il tutto attrezzato per il turismo ciclabile. Infatti solo le strade principali - attrezzate, nei punti più esposti, con paracarri di granito bianco verniciato alla sommità di rosso, enormi fiammiferi in pietra - sono percorribili in auto. Numerose le famiglie che pedalando s'immergono nella vegetazione di quest’isola che, pur radunando in sè molti visitatori, lascia ciascuno solo con la sua privacy, nel contesto di una natura rigogliosa.

Le quattro chiese circolari fortificate di Nyker, Olsker, Østelars e Nylars: insieme alla chiesa di Hagby, nella contea di Kalmar, in Svezia, sono testimonianze di un sistema medioevale religioso e difensivo insieme ove, in caso di pericolo, si asserragliavano gli isolani. La loro struttura gravita attorno a un pilastro portante centrale, spesso affrescato, su cui si sviluppano tre piani sovrapposti. Due di esse, Olsker e Østelars, presentano persino delle evidenti feritoie nel sottotetto per l'inserimento degli archibugi, mentre, per tutte, la torre campanaria, fungeva da "Santa Barbara". Proseguiamo poi con la visita a Luiselund, un bosco, ove sono distribuiti numerosi "menhir" di epoca preistorica.

L'isola è anche conosciuta per gli essiccatoi di aringhe e di salmoni. A Teglkas, Allinghe, Gudhjem, Svaneke, un'attrezzatura turistica costituita da panche e tavoli in legno invita allo spuntino a base di pesce sullo sfondo del mare.

Il momento clou del soggiorno a Bornholm è rappresentato dall'escursione marittima all'arcipelago delle Ertholmene (un'ora di battello), una perla nella perla. Si tratta di tre isolette: Graesholm, riserva naturale ornitologica ove si riproducono numerose specie di uccelli, Christiansø e Fredriksø, collegate tra loro da un pontile, che costituirono il primo baluardo permanente provvisto di armi da fuoco nel Baltico. Fatto fortificare nel 1684 da Cristiano V, è ancor oggi circondato da mura su cui si affacciano numerosi mortai di vari calibri e foggia. La torre cilindrica di Fredriksø, ben conservata, è ora adibita a museo, mentre quella di Christiansø, nella parte più elevata del piccolo arcipelago, è stata trasformata da chiesa circolare in faro. Qui risiedono circa 120 abitanti, al di fuori del mondo, che vivono di pesca e di essiccazione delle aringhe.

Il tempo si è mantenuto molto bello e la notte del quarto giorno, quando ci imbarchiamo sul ferry, dove passeremo la notte (sette ore di viaggio alla volta di Copenaghen), partiamo a malincuore.

Alla scoperta della capitale

La "splendida" Copenaghen all'alba: fu un'occasione unica! Cosa ricordare di questa splendida città scandinava, il cui significato è "porto di mercanti"?

- Il "Nyhavn", in primo luogo, il caratteristico porticciolo secentesco - base di partenza per la visita in battello dei canali - su cui si specchiano case variopinte di pescatori oggi adibite a caffè e ristoranti, sempre affollato in qualsiasi ora del giorno.

- La "Gefion Springvandet", monumentale fontana d'inizio secolo ispirata alla leggenda scandinava sulla formazione dell'isola di Sjaelland: secondo la mitologia nordica la dea Gefion viene autorizzata dal re Gulfe a staccare dalla Svezia quanta terra potesse circoscrivere con l'aratro nell'arco di una giornata. Gulfe trasforma allora in buoi i quattro figli per ottenere con la loro forza il massimo risultato. La fontana, davvero possente, si trova nel parco antistante il lungomare di Langelinie che conduce alla celeberrima Lille Havfrue, la sirenetta di Andersen, divenuta simbolo della città (la "signorina" più fotografata di Copenaghen ha quasi cento anni).

- La statua che raffigura Hans Christian Andersen, di fronte all'ingresso del "Tivoli", l'antico parco dei divertimenti edificato nel 1843 che prese nome dalla cittadina italiana che sorge nei pressi di Roma, famosa per i giardini e i giochi d'acqua.

- "Amalienborg", la residenza reale danese, costituita da quattro palazzi settecenteschi gemelli disposti attorno ad una piazza ottagonale. Su questa piazza ogni mezzogiorno avviene la cerimonia del cambio della guardia a cui abbiamo assistito con pacata attenzione. Questa manifestazione, che richiama il tradizionale turismo di massa attorno a dei soldatini-robot, così piccoli nelle loro grevi uniformi sormontate da un pesante colbacco nero, mi ha trasmesso un senso di pena per queste povere guardie sottoposte a un degradante quanto anacronistico rituale.

- La "Vor Frelsers Kirke", chiesa secentesca caratterizzata da un'alta guglia a spirale che prende spunto dalla chiesa di Sant'Ivo a Roma. Intorno alla torre gira, all'aperto, una scala per il cui tramite il turista raggiunge una grande sfera dorata sormontata dalla statua del Salvatore, da cui si domina la città.

- Infine, alla periferia di Copenaghen, l'imponente stabilimento-museo della birra Carlsberg, ove svetta l'"Elefantporten", l'imponente torre ad arco edificata agli inizi del secolo, in onore del mecenate Carl Jacobsen, fondatore della birreria, sulle spalle di quattro maestosi pachidermi indiani simbolo di pazienza e di laboriosità.

Il commiato dalla Danimarca

Parlavamo di birra poc'anzi. La birra riveste per i danesi un'importante funzione sociale che aiuta a superare la proverbiale riservatezza scandinava, il self control e il civismo della quotidianità, per indurre, almeno il venerdì e il sabato sera a comunicare con gli altri. Allora il temperamento, combattuto tra solitudine e socialità, emerge, si manifesta. La birra ha spezzato gli schemi e le convenzioni. Gli amori, così come i ricordi più fervidi di gioventù, in Danimarca, fioriscono o appassiscono di venerdì o sabato sera, classiche ambientazioni di baldoria all'insegna di "bacco, tabacco e venere". Ma intorno a un boccale di birra si può essere soli. A conferma di quanto già sapevamo, ci siamo imbattuti anche noi, in presa diretta, in uno dei grandi temi della vita scandinava: la capacità di un popolo di vivere, celare e comunicare i propri conflitti.

Consideriamo la Danimarca in tre fasce ben distinte: Copenaghen, Bornholm e il resto del territorio.

Copenaghen, la "Parigi del Nord", risulta una storica e confortevole città portuale a misura d'uomo, ma risente del virus delle metropoli. Semafori, qualche clacson che si desta dalle mani di taxisti impazienti, il problema del traffico, le vetrine ingioiellate dagli articoli del consumismo (belle, comunque, le porcellane danesi). Ma chi si limita a Copenaghen non può sostenere di aver visto la Danimarca.

Bornholm rappresenta un dolce mondo a sè, fatto per il turismo estivo e per i romantici, una piccola zattera fuggitiva nel Mar Baltico, quasi un'oasi mediterranea capitata nel Nord. La morfologia dell'isola è infatti piuttosto atipica rispetto a quella dominante nel resto del regno, con coste granitiche che possono far ricordare la Sardegna e dove viene spontanea un buona nuotata. Ove l'onestà non viene mai intaccata. Lo dimostrano quei banchetti con canestri di fragole, sacchettini di patate, un prezzo e un salvadanaio: un self service senza controllo. A sera il contadino fa il giro dei suoi banchetti e ritira i salvadanai.

Il resto della Danimarca non ha metropoli. E' fatto di gente e cose semplici che custodiscono forse la vera essenza del popolo danese. Un popolo ordinato, che coltiva la propria terra come una figlia da maritare, che adorna le proprie case come per una gara di bellezza, che considera la bicicletta come un'ospite d'onore della famiglia, che non dà troppa importanza ai prodotti "firmati", ma, piuttosto, a un mazzolino di fiori freschi e alla candela accesa sulla tavola da pranzo; "Meglio un buon cavallo di una Volvo nuova!" mi disse un contadino dell'isola di Als.

Nel breve sunto di uno spazio già di per sè ridotto qual è quello di una viaggio itinerante, non è facile spiegare al lettore di quanto di bello si sia visto e fotografato, di quali sensazioni si siano provate, se non qualche flash rubacchiato agli appunti di viaggio e rimpolpato con qualche riflessione a posteriori in occasione della stesura di questo brano. Non è facile spiegare il perchè si sia attratti da un viaggio in un paese scandinavo, mentre qualcun altro preferisce il Marocco o le Maldive, ma è anche giusto mantenerne in sè il segreto motivo, troppo importante perché possa essere afferrato, troppo intimo perché possa essere esibito.

3. ISLANDA

Si trattava di scegliere fra tre modalità di viaggio: via mare, imbarcandosi, ad esempio, ad Aberdeen o ad Hanstholm o a Bergen e facendo tappa alle isole Faroe; via aria, atterrando allo scalo di Keflavik; oppure attraverso un fantastico itinerario che parte dallo Stromboli per calarsi nel sottosuolo, proseguire in direzione del centro della Terra e, dopo una lunga avventura, sbucare dall'interno del cratere dello Snaefells, il vulcano posto nell'omonima penisola che chiude a settentrione Faxafloi, la "baia dei fumi" di Reykjavik. Quest'ultima possibilità, che ha affascinato la nostra adolescenza, è riconducibile a un celebre romanzo di Giulio Verne che, prima di noi, fu attratto dalla morfologia del continente Islanda.

Scartata la prima modalità, poco conveniente in termini di tempo e dopo un breve indugio tra realtà e fantasia sulla terza possibilità, chissà mai se un giorno realizzabile come lo sono stati, davanti agli occhi più o meno increduli dei posteri, altre fantascienze del passato come il giro del mondo in pochi giorni, il Nautilus, il viaggio sulla Luna, riconfermiamo il nostro "viaggio-esplorazione”, pianificato in senso orario, sull'intero periplo dell'isola: il "Hringvegur", un anello, comprendendo qualche deviazione, di oltre duemila chilometri.

Costeggeremo l'oceano alle falde di deserti e di vulcani, seguiremo il corso dei torrenti, tra fuoco e ghiaccio, alla volta di un orizzonte islandese costellato da "miriadi" di uccelli marini.

Il processo di formazione dell'Islanda è tuttora in corso. Questa grande isola vulcanica, delle dimensioni di un terzo dell'Italia, è infatti la più giovane del nostro globo, essendo emersa dall'acqua pochi milioni di anni fa, sospinta da un'eccezionale fuoriuscita di magma dalla "dorsale medioatlantica", la lesione della crosta terrestre che erutta lava dal fondo dell'Oceano e sta all'origine del fenomeno della "deriva dei continenti". Da questa "cicatrice" emergono soltanto pochi altri "picchi vulcanici", su cui il passato geologico continua a vivere, come le isole Azzorre, Ascension, Sant'Elena e Tristan da Cunha.

Trascorso, dal momento della decisione, qualche mese di attesa impiegato nella preparazione psicologica utile a facilitare il "transfer" dalla nostra realtà, giunge luglio e, con questo mese, la nostra sospirata partenza. Il senso del volo, Nord Nord-Ovest, ci consente di tornare di un paio d'ore indietro nel tempo.

Atterrati a Keflavik, tocchiamo l'Islanda, con le sue promesse, ansiosi di aggiungere, in concreto e in presa diretta, altri argomenti alle meditazioni da tempo maturate sul perfezionamento di un progetto, al cospetto di un Paese dove gli aspetti geografici, climatici e ambientali condizionano la presenza dell'uomo. Un uomo che, tuttavia, nelle vesti del navigatore norvegese Ingolfur Arnarson, fondò Reykjavik (correva l'anno 874 d.C.), orgoglio del passato islandese. Le case, basse, con tetti di latta dipinta che "vestono" la città come un abito di Arlecchino, sono riscaldate con i vapori delle acque bollenti del sottosuolo catturati e incanalati verso la capitale.

Abbiamo appena il tempo per una breve visita alla città: in particolare alla casa di Hofdi, che l'11 ottobre 1986 ospitò il summit tra Reagan e Gorbaciov (già nel 1972 Reykjavik fu sede di un grande incontro, scacchistico, tra il sovietico Boris Spassky e l'americano Bobby Fischer), alla statua di Ingolfur e alla caratteristica Hateigs-kirkja.

Ci prepariamo a giorni intensi di scoperte e di arricchimenti interiori: Thingvellir, Snaefellsness, Langidalur, Akureyri, Isola di Hrisey, Myvatn, Damaskard, Husavik, Dettifoss, Egilsstadir, Hofn, Dyrholey, Geysir, luoghi vicini all'infanzia del mondo e al nostro bisogno di evadere. Rinunceremo alla penisola di Isafjordur, il "fiordo di ghiaccio" terra di cacciatori di balene, lembo estremo nord-occidentale dell'Islanda, che ricorda nella sua foggia un grande artiglio nell'atto di graffiare l'oceano.

Il sole gioca a nascondino con le nuvole, non ce la fa proprio ad imporsi. Procediamo verso Thingvellir, il parco naturale islandese per eccellenza. L'acqua piovana indugia, imprigionata dall'ondulata morfologia e dà luogo a fiumi e paludi. Ad ogni tornante il paesaggio cambia: piccoli laghi si alternano a praterie di muschi e licheni che, a loro volta, cedono il posto a rocce imponenti. Poi, nella trasparenza dell'aria, compare il sole ed ecco esplodere i colori. Una luce tersa come eravamo abituati a ricordare solo in alta montagna, accanto a noi un lago azzurro intenso, come dipinto dal pastello di un bambino: scenario impagabile che cancella l'impaziente attesa. D'altra parte sapevamo che "in Islanda non esiste il tempo brutto, ma, piuttosto, il viaggiatore che non si è premunito in modo adeguato!".

Vulcani, cascate, deserti e geyser: luoghi che hanno visto svolgersi, da protagonisti, una preistoria del mondo ancora giovane e manifesta

I duecento vulcani, le "fornaci del diavolo" secondo gli islandesi, rivestono un ruolo importante, fondamentale, nella storia, nella vita e nella cultura dell'isola. Ai principali Hekla, Katla, Krafla, Lakagigar, Askja, Heimaey si aggiungono altri "pargoli" di vulcano di minori dimensioni, tra cui Surtsey (la cui etimologia deriva dal gigante delle mitologia nordica Surtur), emerso dalle acque dell'oceano il 14 novembre 1963 e rimasto in costante eruzione sino al 5 giugno 1967.

Katla, la "strega" che alberga nel Myrdalsjokull, nella zona sud dell'isola, entrò in eruzione nel 1918. Il conseguente scioglimento del ghiaccio provocò un'immane alluvione mentre la cospicua colata lavica che si riversò nel mare, una volta solidificatasi, formò una propaggine che, allungando la costa di Kotlutangi di circa cinquecento metri, divenne il punto più meridionale dell'isola Islandese (63° 24' di latitudine Nord) sottraendone il primato a Vik.

Hekla, l'"ingresso dell'inferno", ha scatenato la sua forza più volte nel corso di questo secolo lanciando la sua coltre di vapori e di cenere a diversi chilometri di altezza.

Durante la notte tra il 22 e il 23 gennaio 1973, nell'arcipelago delle Isole degli Uomini Occidentali - una manciata di coriandoli vulcanici di cui fa parte la predetta Surtsey - un nuovo cratere si era aperto a Heimaey, aveva iniziato la sua opera di seppellimento dell'omonima isola. Con un'azione di salvataggio senza precedenti, gli Islandesi avviarono i soccorsi armando i pescherecci alla fonda a Porlakshofn. Entro la mattinata di quello stesso giorno l'evacuazione dei cinquemila abitanti dell'isola si era conclusa senza vittime. Il 4 luglio, al ter¬mine dell'eruzione, molte case risultavano sepolte o distrutte, ma alle falde del Monte di Fuoco (Eldfell), come fu chiamato il nuovo vulcano, si era intanto formato un alto promontorio di basalto che ora protegge da venti e bufere il rigenerato piccolo porto.

Ogni cinque anni, in media, in Islanda si verifica un episodio vulcanico e, ad ogni sconvolgimento, corrisponde, in proporzione, una variazione dell'aspetto paesaggistico. A quando e dove la prossima eruzione?

Tutte le tipologie di vulcani esistenti al mondo - "a pianoro", "a scudo depresso", "stratificato" - sono presenti in Islanda, così come, di conseguenza, le diverse varietà di minerale di origine eruttiva.

Le manifestazioni geotermiche più eclatanti in Islanda non mancano. Caldi "aliti della Terra" come le fumarole - nelle "saghe" islandesi (leggende scritte) citate come "cucine delle streghe" - e i "laugar" (sorgenti di acque calde) disseminano deserti di lava ed, infine, gli spettacolari "geyser". Un geyser, dall'islandese "gjosa", che significa "scaturire", si forma quando una certa quantità di acqua di falda si accumula in serbatoi sotterranei nelle vicinanze di una massa magmatica in lento raffreddamento. Questa massa intrusiva cede calore all'acqua che, in breve, raggiunge l'ebollizione. L'aumento di pressione che ne consegue sospinge con violenza il vapore prodotto.

Di frequente il percorso attraversa estese zone di pascolo ove spaziano piccoli, biondi cavalli dalle chiome spettinate dal vento: immagini, frammenti di vita semplice e libera, di percezione immediata.

A Glumbaer, nel Nord dell'isola, assistiamo a una delle testimonianze più ricorrenti della frugale economia di sussistenza islandese. Un'esclusiva teoria di tetti rurali disegna una fantasiosa geometria nel verde paesaggio: una fattoria è costellata di vecchie, essenziali abitazioni in torba affossate nel suolo, così da ricoprirne il tetto di zolle erbose. A comporre una stretta simbiosi con la terra che le ospita. In lontananza un gregge sparso contrappone caratteri sublimi e bucolici alla cruda spazialità della tundra. Poco dopo raggiungiamo l'antica chiesetta di Vidimyri, un'ulteriore radicale testimonianza della cultura locale.

Il giorno seguente, l'escursione in battello all'isola di Hrisey, nella baia di Dalvik, ci accosta al mare islandese, alla dimensione solitudine e a un incontro straordinario con noi stessi e con una varietà considerevole di uccelli (sterne, beccacce, pernici bianche, pivieri, anitre, laridi).

Lasciato il respiro del mare e ritornati a terra, raggiungiamo, tra il fragore delle cascate, il fischiare del vento ed altre spontanee manifestazioni della natura che si alternano al silenzio, il Myvatn (che significa "lago dei moscerini"), un gioiello blu cupo incastonato nella crudezza di una natura mitigata soltanto dalla massiccia presenza di anatre e cigni selvatici.

Nella zona circostante, occupata dal complesso vulcanico di Krafla, lo spettacolo non appare più terrestre ma so¬prannaturale. Coni mozzi, falsi crateri - tracce di enormi bolle di vapore che esplosero nella lava di un'antica colata - accentuano la desolazione. Il vulcanismo attivo, la terra ribollente, che distribuisce nell'aria un acre odor di zolfo, le caldere di Viti e Hverfjall contribuiscono a rendere Myvatn una delle regioni più interessanti dell'Islanda.

Questo ambiente severo, lavico da cui sono tormentati i copertoni del nostro mezzo, costretto a procedere con cautela nel deserto di Holasandur, servì da palestra, nel corso del 1967, per preparare gli astronauti americani ad affrontare il suolo lunare. Qui la pausa che segue o precede un cataclisma incalza. Tuttavia lo scenario risulta eclatante, attraente, quasi creato ad arte per i pennelli di un pittore o per l'obiettivo di un fotografo: uno scenario che, in quanto capace di generare dei messaggi, se non addirittura dei sentimenti, si promuove a paesaggio, un'essenza destinata ad imprimersi nella memoria dell'osservatore.

Dopo una settimana di viaggio un primo bilancio. Le giornate sembrano interminabili, ci comunicano il senso ed il gusto della conquista quotidiana, della costante comparazione tra il "noto teorico" e l'eloquenza di questa realtà, tanto sono vissute con trasporto, fredde o tiepide, assolate o piovose. Durante l'estate islandese, sorprendente e desolata, le quattro stagioni tendono a manifestarsi l'una dopo l'altra nel volgere di uno stesso giorno: ne è il vento l'indiscusso regista, sempre protagonista e presente tanto che sembra di stare sul ponte di una nave più che sulla terraferma.

Coabitano estremismi e conflitti naturali - cascate e arcobaleni, fiordi e fiumi, ghiaccio e fuoco, carenza di alberi - che trovano conferma, data la latitudine che lambisce il Circolo Polare Artico, nello svolgersi di ogni anno: sei mesi di luce, sei mesi di buio. Notte diurna, giorno notturno, sole di mezzanotte, notte di mezzogiorno. Ma per noi che abbiamo scelto l'estate sarà disponibile soltanto una "faccia della Luna", quella più colorita sebbene, secondo una "saga" islandese, d'estate, dal continuo stare del sole nel cielo e, più ancora, dalla sproporzionata assenza della Luna prenda consistenza una contagiosa malinconia.Tra profonde pianure prossime alla linea dell'infinito, ove l'esiguo spazio vivibile obbliga la natura a condensare le sue forme, procediamo sotto un cielo sempre in fantastico movimento. Ed è proprio in questi frangenti, in questa terra ben poco disegnata dall'uomo, che la magia dell'Islanda, affidando alle immagini la sua essenza, si rivela con tinte forti nei paesaggi più aspri. In una miscela di contrasti di nuovo uno scenario semiprimitivo, solo di tanto in tanto interrotto nel bel mezzo della tundra da una fattoria o da una chiesa: per uomini solitari opere solitarie che tuttavia sanno assumere il carattere amichevole della gente che le ha costruite.

Nelle case islandesi una stanza è sempre pronta per l'ospite estemporaneo bloccato da una foratura, da un torrente in piena o da qualche altro accidente mentre in cucina la dispensa accoglie un'abbondante riserva di cibo. Anche i libri sono elemento costante dell'arredamento domestico. Rappresentano infatti, come la pesca e la pastorizia, un importante cardine della cultura del popolo islan¬dese ancor più incentivato alla lettura dal fatto che la sua antica lingua non si è mai modificata, si è mantenuta viva, attuale. Un libro islandese scritto oltre un millennio fa, ai tempi di Ingolfur Arnarson, risulta perciò accessibile quanto un libro contemporaneo.

Gli islandesi sono legati alle proprie radici. Ne costituiscono una prova gli elenchi telefonici. Scorrendoli in un esercizio pubblico di Borgarfjordur, nell'Est, abbiamo anche noi potuto verificare la regola che, all'atto della nascita, attribuisce il cognome al nuovo venuto. Allo scopo viene sempre impiegato il nome del padre seguito dal suffisso "son", se trattasi di un maschio, "dottir", se femmina. Così in casa del Signor Geir Larson troviamo la moglie Kristjandottir insieme alla figlia Geirdottir e al figlio Geirson: quattro cognomi ben distinti in un unico nucleo familiare.

Come ci aveva anticipato la lettura di Henrik Ibsen, "il paesaggio spettacolare ma severo del Nord, la vita solitaria costringono la gente a occuparsi solo di se stessa, a diventare seria e riflessiva, a meditare, rimuginare e, spesso, a disperdersi". E così, in Islanda come in Norvegia o in Finlandia ogni uomo corrisponde a un filosofo. Un popolo, forse l'unico al mondo, senza un esercito, senza un passato bellicoso, senza una ferrovia (si dice, infatti, che l'islandese sia sceso dal proprio pony per salire direttamente sull'aereo). Un popolo duro e gentile, senza abiti da sera, che non dà troppa importanza alla piega dei pantaloni: un sorriso, una frase vengono apprezzati più di un bel vestito. Gente determinata, responsabile, attiva, che spera di concludere la propria vita avendo la fortuna di portare le scarpe ai piedi. Non ci sarà facile dimenticare i visi semplici e sereni dei bambini del villaggio di Breiddalsvik, tanto gradevoli quanto espansivi, mentre la frase, secondo noi, più bella, sentita nel corso del nostro viaggio, è di un pescatore di Arnarstapi: "L'Islanda è un piccolo paese con un grande cuore e un enorme futuro".Enorme è il Vatnajokull, un ghiacciaio grande come tutti quelli esistenti in Europa sommati assieme, un immenso mare solido con una superficie pari a quella della Corsica e una profondità media del ghiaccio di 700 metri, con punte di oltre mille. Restiamo stupefatti nel sentirci così piccoli, compresi tra due spazialità maestose e monocrome, l'una bianca, accecante, l'altra, quella del mare, blu, sterminata. Nelle viscere del Vatnajokull si nasconde il vulcano attivo Grimsvotn, il cui cratere è, per il momento, colmato da un lago.

Alla scogliera di Stokksnes, sotto un cielo affollato da rumorose e aggressive sterne-codalunga, abbiamo la fortuna di osservare una piccola colonia di foche grigie, frequenti abitatrici degli incontrastati fiordi del Sud-Est.

Una lunga e candida propaggine del Vatnajokull va a morire nella laguna di Jokulsarlon a sud dell'isola. In questo luogo incantato, siamo testimoni del processo evolutivo di piccoli iceberg dal momento della loro formazione a quello del loro scioglimento quando, ormai sotto le sembianze di scheletri trasparenti, si arenano sulla spiaggia nera di lava. Qui il deserto lunare si scontra col "pack", a contendere al deserto di ghiaccio il primato geologico.

D'estate le enormi quantità d'acqua imprigionate dal ghiaccio, a seguito di un fenomeno chiamato "jokullaup", disgelo vulcanico, causato dal calore sepolto sotto la base dei ghiacciai, vanno ad alimentare le più spettacolari cascate del mondo: Gullfoss, la "cascata d'oro", Godafoss, la "cascata degli Dei", Svartifoss, la "cascata nera", Skogafoss, la "cascata del bosco".

A Dyrholey (letteralmente "buco nella porta"), i pulcinella di mare e i fulmari abitano il paradiso degli uccelli. In milioni di anni la risacca ha scavato l'alta falesia ricavandone un "arco di trionfo" naturale, conquistato dall'oceano e dalla Corrente del Golfo che proprio quassù conclude il suo lungo cammino.

Tra possenti pareti basaltiche, di fronte alla maestosità del mare, che ci attrae come il richiamo di una sirena omerica, abbiamo la sensazione che l'Islanda s'arresti sgomenta sulla soglia dell'infinito, costretta dall'irato infrangersi delle onde. Sotto i fitti voli degli uccelli marini, che nidificano nella scogliera, ci siamo introdotti in un altro spettacolo della natura!L'indomani siamo a Geysir, in islandese "eruzione intermittente". Divenuto sinonimo del predetto fenomeno naturale, dal 1846, col termine di traduzione inglese "geyser", identifica tutte le sorgenti termali di questo tipo presenti nell'isola e in altre zone del mondo: negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda. Geysir ha ottomila anni e negli ultimi secoli, ormai stanco, ha rallentato la propria attività. Ma non molto più in là c'è il giovane Strokkur, forse nato in occasione di un terremoto nel 1294. Più piccolo ma anche più attivo del precedente, questo geyser lancia un getto di 18-20 metri ogni tre-quattro minuti.

E, per finire con un'immagine indelebile e rappresentativa della natura islandese, eccoci a Gullfoss, una sosta collocata all'epilogo del nostro tour.

Islanda: alba e confine del mondo

Il "Hringvegur", questo avvincente "saggio" di geologia/ornitologia, si è completato e con esso la nostra vacanza. Ritornati a Reykjavik, ci domandiamo cosa potremmo barattare noi cittadini dell'Europa del Sud con i nostri ospiti islandesi. Forse un po' di stress e di rumore in cambio di una natura sì aspra ma incontaminata, un paio di giornate di "targhe alterne" per una manciata di chilometri quadrati di spazi liberi, forse qualche comfort in cambio di una dose di solitudine e di silenzio: una medicina, quest'ultima, per vincere quella psicosi che affligge coloro che, assuefatti loro malgrado al rumore, interpretano il silenzio come cagione di inquietudine. Viceversa, a noi ritorna difficile considerare bello un posto ove vi sia rumore o non considerare bello un posto ove vi sia un silenzio interrotto soltanto da spontanee manifestazioni della natura.

Poi, sospese le elucubrazioni, allo spegnersi di un tramonto color rame sulla baia di Faxafloi, ci imbarchiamo per lasciare l’isola: ancora una veduta aerea prima di spezzare un incantesimo. Pochi minuti dopo l'essenzialità globale del paesaggio si perde attraverso il finestrino, poi per noi l'Islanda - alba e confine del mondo, frutto del fuoco, nei silenzi irreali natura ostile ed insieme pianeta di valori, in un ossimoro natura "crudele benefattrice”, rifugio e naufragio di un’altra rotta appagata - è già lontana, ma non dai nostri ricordi.

4. SCOZIA

Immensi spazi, indisturbati silenzi, luci policrome, cangianti: nella scenografia della Scozia vi è la multiforme ricchezza delle emozioni suscitate dal distacco dalla realtà e dall’ammirazione per il livello di fotogenia che quassù, indisturbata, può raggiungere la natura. Natura che, a distanza di decenni dalle ambientazioni letterarie del passato non mostra grandi segni di cambiamento. Ed ecco, ad esempio, che un vecchio libro di Robert Louis Stevenson rispecchia ancor oggi l’attualità di quei luoghi, come allora ancora presenti, vivi, quasi inviolati. E’ dunque con particolare riguardo al mantenimento di questo miracolo della Scozia che conviene, con rispetto, procedere in un viaggio conoscitivo dei suoi territori. L’atmosfera magica della Scozia si è creata un’identità riconoscibile in tutto il mondo, sia che la percorriate attraverso le highlands, grandiosi rilievi alternati a colline ammantate di erica, sia che la ammiriate avvolta nella nebbia o rispecchiata nei controluce dei sui mari e dei sui loch ove si ergono antichi castelli in posa per voi. Ma i suoi paesaggi più spettacolari sono quelli delle profonde insenature, frastagliate come dei merletti, della costa occidentale e, a Nord, la costa hard compresa tra Cape Wrath e gli stacks (faraglioni) di Duncansby Head.

Da Edimburgo a Saint Andrews al Loch Ness

Seconda città del Regno Unito per testimonianze artistiche, la Capitale della Scozia ci accoglie tra ospiti cosmopoliti. Il tempo di qualche scatto nella parte centrale di Edimburgo e si parte, una volta attraversato il Firth of Forth in prossimità del maestoso ponte ferroviario costruito oltre cento anni addietro, costeggiamo il mare, sostando qui e là in corrispondenza di caratteristici porticcioli, tra cui quello di Pittenweem, ove, peraltro, Emma Thompson e sua madre girarono il film “L’ospite d’inverno” sino a raggiungere Saint Andrews la cittadina del Mare del Nord dove nacque il gioco del golf. E qui, difatti, intorno ai resti dell’imponente cattedrale gotica e del castello, gravitano, incentrati su questa attività sportiva, negozi, giocatori, campi da golf e strutture correlate.
L’indomani giungiamo a Inverness per un giro in battello sul Canale di Caledonia e sul Loch Ness sino alle rovine del Castello di Urquhart.

Penisola di Kintyre

Scendiamo poi verso Sud e ci fermiamo per la notte a Callander, un bel villaggio di montagna sul fiume Teith, ricco di trote e di salmoni, tra i luoghi preferiti di vacanza per gli scozzesi. Il giorno successivo raggiungiamo Inveraray, ove giace uno dei meglio conservati castelli scozzesi, poi Tarbert, non lontano dall’isola di Jura, col bel porticciolo con case variopinte ed infine percorriamo la penisola di Kintyre sino al faro meridionale, territorio di Paul Mac Kartney (Mull of Kintyre), il beatle affezionato a questo promontorio dal quale si domina il tratto di mare che separa la Scozia dell’Irlanda del Nord, ben visibile in lontananza.
Nel ritornare verso Nord costeggiamo il canale a chiuse sovrapposte che consente il passaggio dei velieri da una parte all’altra del promontorio esentandoli così dalla necessità di navigare e raggiungendo il mare aperto in prossimità di Crinan Verso sera ci accoglie un bel tramonto a Easdale che ci accompagna a Oban dove ci fermeremo una notte prima di partire per l’isola di Mull nell’arcipelago delle Ebridi.
L’indomani c’imbarchiamo col primo traghetto, superiamo il bel faro bianco, nei pressi dell’isola di Lismore, che, come un antico obelisco si staglia su un isolotto a margine della nostra rotta in prossimità di Duart Point, ove si erge Duart Castle, un ben conservato maniero all’estremità meridionale dell’isola di Mull. Una volta sbarcati, proseguiamo per Fionnphort per un’escursione all’isola di Staffa, un’isola unica al mondo, quest’ultima, costituita da migliaia di colonne di basalto nere a base esagonale, simili a quelle che abbiamo trovato in Islanda in corrispondenza della cascata di Svartifoss.
Sbarchiamo in prossimità di due imponenti grotte naturali e camminando su questo singolare frutto di una esplosione vulcanica sottomarina abbiamo modo di appagarci con scatti fotografici da diverse angolazioni che, per l’appunto, hanno, come principale soggetto, le colonne di basalto. Sotto un sole fin troppo splendente per un fotografo: un’altro spettacolo della natura!
Prima di rientrare sull’isola di Mull ci fermiamo alla bella isola di Iona (leggasi: aiona) ove si trova un antico convento in muratura, tra i più importanti e meglio conservati della Scozia, attorniato da croci celtiche e siepi di fucsie in fiore.
A sera raggiungiamo a Tobermory, la capitale dell’isola, un bel molo abitato da casette variopinte in muratura (che ci ricorda il porticciolo di Tarbert) tra le quali quella gialla é la storica ed antica locanda scozzese dove alloggiamo, con vista sul porto.

L’Isola di Skye

Di ritorno ad Oban in una plumbea mattina, proseguiamo in direzione Nord, una piccola deviazione per una foto allo Stalker Castle, posto su di un’isoletta del Loch Linnhe, raggiungiamo il lungo ponte che ci congiunge a Skye, un’altra isola dell’arcipelago delle Ebridi e ci fermiamo a Portee, letteralmente “il porto del re”, un’altro bel porticciolo dalle case variopinte da assimilare a Talbert e a Tobermory. L’isola é molto bella anche se la parte settentrionale é spesso immersa nella nebbia e non consente molto di frequente di vedere in condizioni di perfetta visibilità i suoi bei promontori e le selvagge scogliere che si stagliano nel mare , ma proprio con la nebbia si può assaporare il clima che, tutto sommato, é tipico della Scozia e della Scozia fa parte.

La costa settentrionale sino a John o’ Groats

L’indomani, rientrati sulla costa Nord Ovest dell’isola britannica raggiungiamo Ullapool, punto di partenza per le Highland scozzesi attraverso le quali raggiungiamo Cape Wrath, all’estremità Nord Ovest dell’isola britannica e percorriamo la stretta strada che da Durness, lungo tutta la costa Nord, tra eccezionali esempi di falesie, baie, spiagge e promontori catturati dalla natura e raramente abitati, incontri con le “highlands cattle”, le rosse mucche muschiate, dalle lunghe corna, tipiche della Scozia Settentrionale, conduce sino a Dunnet Head e quindi a Duncansby Head, il bel promontorio, affiancato da due bei faraglioni conici, alla base del quale si trova il bel paesino di John o’ Groats all’estremità Nord Est dell’isola britannica e dove esiste the “last house” l’ultima casa britannica, al di là della quale sussiste solo mare: se proseguissimo in linea d’aria lungo il 59° parallelo dovremmo percorrere circa 600 chilometri prima di trovare di nuovo terra, in prossimità della norvegese Stavanger.

Le Isole Orcadi

E da John o’ Groats, dopo un paio d’ore di ferry, raggiungiamo l’arcipelago delle Orcadi, Orkney per i locali, la meta clou del nostro viaggio scozzese. Sono un gruppo di 67 isole, di cui 29 abitate, situate a circa cinque miglia marine dalla costa settentrionale della Scozia da cui sono separate dal Pentland Firth. L’Isola di Hoy ci accoglie con un volo di sule bassana e con una spettacolare scogliera rossa da cui si stacca il cosiddetto Old Man of Hoy, una rossa colonna rocciosa di oltre centoventi metri di altezza che può ricordare la postura di un uomo eretto.
Sbarchiamo a Stromness, il porto della Mainland, l’isola principale, e di lì proseguiamo per Kirkwall, la capitale. Alloggiamo nel più vecchio albergo dell’isola con vista sul porticciolo turistico da cui proprio col nostro arrivo, alle prime luci del tramonto, sta per iniziare una bella regata velica tra campioni Norvegesi, Danesi, Svedesi e delle Isole Faroe.
Nel centro del paese si staglia la bella chiesa in muratura rossa, detta la chiesa vichinga per la sua vetustà.
All’alba del giorno successivo, intorno alle 4 del mattino, usciamo in fretta attratti dai bei colori del sole nascente che illuminano l’isola destando la nostra attenzione fotografica. Ci spostiamo con rapidità nella parte orientale dell’isola per catturare il massimo numero di scenari in queste allettanti condizioni di luce e poi rimaniamo in giro per diverse ore per completare la visita dell’isola in una bella giornata, tipica del clima mite di queste isole.
Tra le visite di rilievo: la baia di Scapa Flow, punto di raduno bellico delle navi da guerra inglesi, l’Italian Chapel, una singolare cappella costruita dai soldati italiani qui confinati nel corso della seconda guerra mondiale, alcuni insediamenti di interesse archeologico e diversi porticcioli concentrazione di pescherecci specializzati in granchi ed altri crostacei.
La nostra escursione in Scozia finisce qui e ci soddisfa quanto le precedenti. Ma, il viaggio sulla “via dei salmoni” continua.

5. BRETAGNA

La Bretagna, ultima propaggine continentale verso l’Atlantico (separata dalla costa inglese da sole 80 miglia marine) una regione e un territorio ben distinti nell’ambito della Repubblica Transalpina, è una terra forte e misteriosa che affonda le sue radici nelle leggende dei druidi e dei miti celtici. La sua posizione geografica e il clima temperato favoriscono una vegetazione tanto varia quanto colorata e conferiscono al paesaggio quella luce limpida e pastosa a cui restano sensibili pittori e fotografi.

A buon diritto può rientrare nel nostro itinerario di viaggio, in quanto, sebbene terra molto più popolata delle precedenti, sa trasmetterci con il suo mare e le sue coste, con le sue case e i suoi porti e con il suo cielo oceanico, un’atmosfera “tonica” e ad alta emotività interiore comparabile a quella di matrice nordica.

Carnac e la baia di Quiberon

Da Carnac e Quiberon prende avvio la nostra avventura fotografica, nella Bretagna del Nord, la parte più nordica, sebbene appena al di sopra del 47° parallelo. I “menhir” di Carnac ci riportano a migliaia di anni or sono ma ci destano anche, per via della loro disposizione così concentrata, il desiderio di fotografia, all’alba, al tramonto, nel momento in cui lunghe ombre allineate si dipartono dalla pietra a guisa di enormi gnomoni di meridiane per l’appunto ispirate all’ombra di un obelisco.

La Belle Ile en Mer

All’alba, da Quiberon ci imbarchiamo per la Belle Ile, la più importante isola francese dopo la Corsica. Due giorni e due notti per visitarla, soggiornando nel grazioso porticciolo di Sauzon, per fotografare le sue case colorate, i suoi, fari, le sue falesie e, soprattutto, gli spettacolari tramonti di Pointe Des Poulains - una piccola isola che si aggiunge e si stacca dall’isola principale, a seconda della marea - ove un antico faro, ormai in disuso, si staglia a testimone controluce di ogni tramonto estivo.

l’Ile de Sein, Locronan e i “calvari”

Pointe du Raz e la Baia dei Trapassati costituiscono un romantico corredo per coloro che in questa località vogliano trascorrere la notte. Come una sentinella del mare, un faro in lontananza e, ancora più lontano, l’Ile de Sein: questa minuscola e straordinaria isoletta è una specie di zattera di roccia e sabbia ancorata a cinque miglia marine dalla costa, con una superficie inferiore a un chilometro quadrato e una morfologia non superiore ai sei metri di altezza. Eppure, su di essa, spesso in balia del furore delle tempeste e dei venti oceanici, a discapito dei comfort metropolitani (ma sono davvero tali?), risiedono oggi più di duecento coriacee persone. Luigi XIV esentò i suoi abitanti dal pagamento delle imposte locali. Disse il re: “Applicare imposte a Sein, già prostrata dalla tassazione della natura, sarebbe come applicare gabelle al mare, alle tempeste e agli scogli”. E, proprio a riconoscimento di questo coraggio, viene ancor oggi applicata. Dominata dal mare dunque, ma dagli amanti del mare abitata, con il suo bel porticciolo, la sua chiesa e l’imponente faro di Armen (35 metri di altezza), dal 1880 riferimento atlantico.
Procedendo verso Brest, sostiamo a Douarnenez, porto-museo navale ove sono ormeggiati in modo permanente battelli e imbarcazioni rappresentative dell’evoluzione della nautica marittima bretone, per poi raggiungere Locronan, antico borgo un tempo famoso per la produzione di tele di lino ed oggi recuperato come ricco patrimonio architettonico locale attrattiva dei fotografi e non meno dei cineasti se si considera che a Locronan e dintorni fu girato “Tess”, il film-capolavoro del regista Roman Polanski.
Nella parte interna di questa zona della Bretagna, le epidemie di peste del XVI e XVII secolo indussero i locali ad edificare, in prossimità delle chiese, monumenti di riflessione riproducenti la crocifissione di Cristo, integrata, oltre che dalla presenza dei diversi personaggi della pietà, anche da personaggi secenteschi in costumi d’epoca. Ne sono rimaste diverse testimonianze, tra cui, come esempio che valga per tutte, il Calvario di Pougastel-Daoulas.

L’Ile d’Ouassant

Le Conquet, il villaggio dove pernottiamo, è il primo a mostrarci una escursione delle maree così evidente. Ne fotografiamo le imbarcazioni a secco adagiate sull’estuario del fiume che qui si getta nell’oceano. L’indomani, in battello per Ouassant: un’isola dalle rocce rosse, fatta di silenzio interrotto dai rumori del mare, e dal mare, poco più in là rispetto alla costa, fuoriescono dei fari edificati su scogli scarni, rossi, disdegnati anche dagli uccelli marini. Raggiungiamo Pointe de Pern in bicicletta… al largo il faro della Giumenta e quello di Nividic.

La costa di Perros Guirec, le Sept Iles e l’Ile de Bréhat

Una costa vasta e fotogenica, dalle maree imponenti, dai paesaggi surreali, ove talvolta case in roccia violacea si intrecciano con falesie rosa e verdi isolotti. Soggiorniamo per tre notti a Perros Guirec che eleviamo a punto strategico di osservazione di questa parte costiera della Bretagna ove il promontorio di Ploumanac’h e la spiaggia di Ranolien rappresentano una meraviglia della la natura e un ambito soggetto fotografico. L’escursione a le Sept Iles, riserva ornitologica e marina, un’ora di navigazione per raggiungerle ci avvicina a un’imponente colonia di sule bassana, chiassosi uccelli marini dal piumaggio variopinto: capo e dorso gialli, ali maculate di nero, occhi cerchiati di blu. Ne troviamo ovunque, sulle isole, in acqua, in volo e dal battello catturiamo istantanee a 1/1000 di secondo.
L’indomani sulla costa di Paimpol, quindi a Tréguier a fotografare le vecchie case con intelaiatura lignea tamponata detta “colombages” del XVII secolo, poi un traghetto per la signorile isola di Bréhat. Non vi è momento dell’anno in cui Bréhat non eserciti il suo fascino

Dinard, Saint Malo e Cancale

Nella notte del 14 luglio, commemorativa, per i francesi, della presa della Bastiglia, assistiamo dal lungomare di Dinard ai fuochi d’artificio che si dipartono, al di là della baia, dai massicci bastioni di Saint Malo a cui dedichiamo una giornata di visita. Città fondata nel medioevo dal monaco Maclou su un’isola già anticamente fortificata, Saint Malo è ancor oggi cinta da possenti mura, dette “remparts”, disposte in un rigoroso ordine architettonico.
L’indomani a Cancale, la località clou per l’allevamento delle ostriche che vendono in apposite bancarelle, in prossimità del molo, unitamente a qualche spicchio di limone, per la degustazione sul posto.
E da qui sino al celeberrimo Mont Saint Michel e alla Normandia…

6. IRLANDA

Irlanda, altra terra dai forti contrasti, dalle molteplici tonalità di verde, così poco abitata da chi non ha ceduto alla spinta dell’emigrazione, così tanto richiamata sia dai cultori del Nord, sia dalla letteratura anglosassone. “Gli inglesi sembrano aver pensato che Dio abbia commesso un errore nel dare un paese così bello agli irlandesi e per quasi settecento anni hanno cercato di porci rimedio” Questa frase dello storico irlandese Prendergast é testimonianza della realtà di un paese contrastato non solo, come dicevamo, sul piano naturalistico e morfologico ma anche su quello dell’oppressione politica, religiosa ed economica, alla merce’ di sentimenti di odio-amore. Se da un lato quest’isola sembrerebbe ancora immersa nel XIX secolo, dall’altro uno scenario in cui sogno e realtà, tenacia e lavoro si fondono in un vivido cocktail, la ricollega ai tempi attuali. L’Irlanda rimane ad ogni buon conto, parimenti alla Scozia, un paese meraviglioso, una meta da non disattendere per gli appassionati, come noi, di soggetti naturalistici eclatanti per le nostre riprese fotografiche. E’ d’acqua, dolce e salata, il suo cuore segreto, ma anche il suo cielo, prima di un azzurro intenso, un attimo dopo minaccioso, poi punteggiato di nuvole bianche che risplendono nella luce irreale del Nord, rimane impresso nella memoria dei viaggiatori, dato che da solo è in grado di mettere in risalto ed evocare le bellezze naturali dell’isola promuovendole per un inquadratura e un fotogramma.

Dublino

Questa capitale non ci opprime con gli stereotipi delle metropoli ed anche per i fotografi ambientalisti può risultare ragguardevole. Insieme ai colorati portali delle case in stile georgiano, apprezziamo e segnaliamo il rione di Temple Bar - ricavato sullo spazio di un’antica fabbrica sulla “rive gauche” del fiume Liffey (che divide Dublino a metà) - dove colore, brusio, allegria e musica, insieme a pub, ristoranti e vetrine e agli artisti di strada, ti piombano addosso, in un concerto di vitalità, anche trasgressiva, in continuo fermento. Trascorriamo a Dublino tre notti e abbiamo modo di percorrerla a piedi con calma: una visita a Saint Patrick Cathedral, un’altra al bel museo della famosa Birra Guinness, una capatina ai sotterranei della Chiesa di Saint Michan’s, da cui Bram Stoker prese spunto per l’ideazione del suo “Dracula”… infine, nel bel parco del Trinity College ci sediamo ad assistere ad una partita di hockey su prato femminile in costume d’epoca georgiana.

Kobh e la costa sud ovest

Nell’isola di Kobh, l’antica Queenstown, assaggiamo il primo tramonto irlandese. Per le inquadrature, ci disponiamo sul lungomare, dove si allineano grandi case ottocentesche dalla facciata color pastello. L’indomani, alcuni chilometri più a Ovest, a Baltimore, la prima zuppa di pesce, buona testimonianza di irish food.

Il Ring of Kerry

Il Ring of Kerry, il periplo di un bel promontorio, meta molto pubblicizzata dalle guide turistiche. Partendo da Kenmare, raggiungiamo Waterville, sulla bella Baia di Ballinskelling, poi Portmagee e Valencia Island, concludendo l’escursione - per noi essenzialmente fotografica -  al Blennerville Windmill, il grande mulino a vento di Tralee, da dove si diparte un altro “ring”: quello della Penisola del Dingle.

Il Dingle

Propaggine estrema del continente europeo, Slea Head fronteggia le Blasket Island - di cui si staglia dominante all’orizzonte la cosiddetta “Isola dell’uomo morto” (ottimo punto di riferimento per fotografarvi il tramonto), così detta per via del suo profilo - ultime terre emerse prima di attraversare l’Atlantico. Questa estremità che si apre con la spiaggia mozzafiato di Inch e prosegue col bel villaggio gaelico di Dingle fu teatro di alcuni film d’essai come “La figlia di Ryan” di David Lynch (per la realizzazione del quale fu costruita una scuola in pietra ancor oggi presente, seppur abbandonata) e “Cuori Ribelli” di Ron Howard.

Cliffs of Moher

Spavalde falesie che si estendono per circa otto chilometri e raggiungono i duecento metri di altezza, Cliffs of Moher (in irlandese “scogliere della rovina”) rappresentano una delle immagini simbolo del mondo Irlanda, una meta da non perdere. Abitate da fulmari, cormorani e pulcinella di mare, e sormontate da due torri di avvistamento - tra cui l’ottocentesca O’Brien Tower – sono assediate da fotografi, appassionati della natura e visitatori di tutto il mondo. Sorvegliano un oceano incontrastato, sebbene interessato all’orizzonte, come ultimi baluardi di terra emersa, dalle Isole Aran.
Proseguiamo per Kinvara e il cinquecentesco castello di Dun Guare, edificato su un isolotto. E sulla costa un piccolo complesso di tipici cottages irlandesi di recente fattura.

Il Connemara e le Isole Aran

Dal Connemara, una delle regioni più belle d’Irlanda, teatro di celebri film, come “Un uomo tranquillo” dell’irlandese John Ford e “Un taxi color malva”, di produzione francese, si raggiungono su piccoli aerei o in battello le Isole Aran.
Sono tre isole di pescatori, dalle scogliere a precipizio sul mare, dai cottage tipici irlandesi e dai maglioni di lana bianca intrecciata: maglioni in origine l’uno diverso dall’altro in quanto destinati con la loro specificità a individuare i corpi dei marinati naufragati nelle tempeste e restituiti, più tardi sulla battigia alle loro famiglie. Inishmore, l’isola dei colori, delle varie tonalità di blu e di azzurro, delle spiagge rosa e dei calessi costituisce l’isola principale, Kilronan, ne è il capoluogo.
Un’altra oasi che ci allontana dal mondo.

Achill Island

L’isola, collegata alla costa irlandese tramite un massiccio ponte che attraversa un canale naturale, è costituita da un territorio a sé, alternato da colline di discrete dimensioni, brulle e disabitate, spesso molto somiglianti alla morfologia islandese. L’isola può apparire tetra per via del fatto che spesso viene interessata da fitti banchi di nebbia, ma risulta comunque affascinante, tipico esempio dei paesaggi hard del Nord, poco abitata, molto adatta a chi volesse sentirsi in pace con se stesso e riflettere sul valore delle cose. Ci fermiamo due notti nel bel villaggio di Keel. Toni caldi e toni freddi, nel gioco dei colori, contrastano con più rigore, in questo villaggio, di quanto facciano di solito luce e ombra.

Il Donegal

Il Donegal è una delle tre contee dell’Ulster che sono rimaste alla Repubblica d’Irlanda (le rimanenti sei sono nell’Irlanda del Nord). Da Rathmelton proseguiamo verso un bel promontorio frastagliato e ricco di spiagge e insenature, chiamato dai locali “la costa dei fantasmi”, all’estremità del quale raggiungiamo Fanad Head con il suo bel faro bianco e Five Finger Beach, considerata tra le più belle spiagge irlandesi.

Irlanda del Nord: Giant’s Causeway e Carrick-a-Rede Rope

Formando una scalinata degna di un gigante, pilastri basaltici si ammassano lungo la costa dell’Irlanda del Nord. La leggenda narra che l’eroe Finn McCool abbia costruito Giant’s Causeway (“argine del gigante”) per unire l’Irlanda alla Scozia. Si tratta in realtà di una primordiale colata lavica che, una volta raffreddata, si fratturò in decine di migliaia di pilastri poliedrici disponendosi lungo la costa per una superficie complessiva di oltre 20.000 km quadrati. Le colonnine basaltiche si trovano in gran parte a contatto col mare; le più alte, fino a raggiungere i dodici metri di altezza, sono invece a contatto con l’alta falesia ricoperta, al sommità, di un verde manto erboso.
Un altro spettacolo della natura comparabile a quelli, di pari conformazione, della cascata islandese di Svartifoss e dell’isola scozzese di Staffa. A pochi chilometri di distanza Whitepark Bay, alcuni bei porticcioli pittoreschi e Carrick-a-Rede Rope, il ponte oscillante per i suoi venti metri di lunghezza, gettato tra le falesie e un isolotto abitato da urie e cormorani e circondato da salmoni: sono il corredo eclatante a questa costa settentrionale dell’isola da cui si scorge in lontananza la penisola scozzese di Mull of Kintyre.

7. U.S.A. - NEW ENGLAND: MASSACHUSETTS

Pur consapevoli di abbassarci di latitudine sino ai 42° di latitudine (ma qui non siamo più favoriti dalla Corrente del Golfo), attacchiamo la fascia settentrionale del continente americano, allo scopo di costeggiare le belle coste del New England e risalire poi, proprio come fanno i salmoni, verso Nord sino a raggiungere il Canada.

Con la denominazione New England il navigatore e scrittore inglese John Smith intese identificare, nei primi anni del XVII secolo, un territorio, molto somigliante a quello della sua vecchia Inghilterra, comprendente gli attuali Massachusetts, Rhode Island, Connecticut e New Hampshire. Questo termine fu poi esteso a riferimento delle prime colonie che si costituirono su questo tratto di mare ad opera degli inglesi e, nel corso del XVIII secolo, ai quattro stati originari si aggiunsero Maine e Vermont. A questa regione appartiene un paesaggio pulito, denso di foreste, laghi e praterie e corredato da catene di montagne granitiche. Il New England è costituito da piccole cittadine e numerose fattorie e comprende un litorale frastagliato e incantevole che si estende per migliaia di chilometri.

Plimoth Plantation

In seguito alla svolta decisiva della storia americana, la sconfitta di francesi e indiani nella guerra durata dal 1756 al 1763 nonché alle successive azioni belliche che approdarono alla dichiarazione di Parigi del settembre 1783 che ne riconosceva l’indipendenza americana, le colonie britanniche svilupparono sempre più i vasti territori che si estendono lungo l’Atlantico: Massachusetts, New Hampshire, Maine, Vermont, Rhode Island, Connecticut, in altre parole il New England.

Plymouth rappresenta un riferimento precipuo nella genesi delle colonie britanniche emigrate sulle coste americane. Nel 1620 un gruppo di 102 puritani, tra cui 35 separatisti, predicatori di riforme religiose e per questo perseguitati dalla Chiesa inglese, s’imbarcarono a Rotterdam sul vascello Mayflower, diretti nel Nuovo Mondo. Dopo due mesi di sofferta navigazione sbarcarono in un territorio poco più a Sud dell’odierna Boston e poco più a Nord di Cape Cod ove, negli anni successivi, sotto la direzione del Governatore Bradford che si accordò con il Capo tribù dei pellirossa locali Massassoit (entrambi sono effigiati in altrettante statue sul lungomare), fondarono – era il 1627 - la nuova Plymouth d’oltre Oceano.

Plimoth Plantation é oggi uno dei più bei Villaggi del Folklore americani ove, tra strade e case d’epoca con cura ricostruite, attori in costume cercano di dare al visitatore una buona indicazione di come si vivesse laggiù ai tempi d’allora.

Hyannis Port e l’Isola di Nantucket

Nella penisola di Cape Cod, da Hyannis Port, un bel porticciolo peraltro residenza estiva della famiglia Kennedy, ci imbarchiamo per raggiungere in poco meno di due ore Nantucket, un’isola di particolare richiamo per via delle antiche case che si affacciano su vie e piazze ancora costituite dall’acciottolato degli inizi del ‘900, quasi una scenografia bell’e pronta per le riprese di film d’epoca. Il periplo dell’isola merita la passeggiata, compresa una sosta al faro che, per primo, nel luglio 1956, rilevò il segnale di S.O.S. dall’ Andrea Doria fatalmente speronata dalla nave svedese Stockholm.

Salem, Gloucester e Rockport

Salem fu protagonista, negli ultimi anni del XVII secolo, di un singolare fenomeno di isteria collettiva attribuibile ad alcune giovani donne che manifestarono davanti ai giudici scene di ossesso, simulando di essere possedute dal diavolo e il processo, l’ultimo che la storia ricordi di questo genere, si concluse con la condanna a morte per stregoneria di alcuni imputati. Nel 1996 ne fu tratto il film  “La seduzione del male”, mentre chi fosse interessato a questo macabro ricordo può visitare il Witch Museum, inconfondibile per via della statua, un po’ spettrale posta in prossimità del suo ingresso raffigurante il puritano Roger Conant, fondatore della città nel 1626.

Il primo monumento che incontriamo entrando in Gloucester é “L’uomo al timone” a testimoniare uno dei più antichi porti d’America e, nel contempo la tradizione di un porto di pescatori ancora operativo, di pescherecci che si spingono sino ai Banchi di Terranova per la cattura dei pesci spada, come narra il film “Una tempesta perfetta”, tratto da una storia vera, indicativa dell’essenza di una comunità che vive del mare.

Rockport, un piccolo porticciolo caratteristico, é divenuta concentrazione di artisti negli ultimi decenni e costituisce un’attrazione per via dei numerosi atelier  in un contesto policromo e fotogenico che fu prescelto per la realizzazione di un gradevole film di successo “La lettera d’amore”.

8. U.S.A. - NEW ENGLAND: MAINE

New Harbor e Monhegan Island

Entrando nel Maine, uno degli stati americani più belli e luminosi, non possiamo esentarci da una tappa a Cape Neddick dove il tramonto dipinge pastosi, caldi colori sull’isoletta che chiude il promontorio sulla cui sommità si erge un bel faro, riferimento dalla terra e dal mare.
Poi proseguiamo per Cape Elisabeth, bel parco costiero che conserva al suo interno il più antico e conosciuto faro di tutto il Maine ed, infine, optiamo per una sosta di qualche giorno a New Harbor, bel paesino di pescatori edificato su case di palafitte all’uscita nel mare di un piccolo fiordo, peraltro ambientazione del bel film “Le parole che non ti ho detto” o, per chi ne preferisse il titolo originario “Message in a bottle”. New Harbor é base di partenza per il collegamento con Monehegan, un’ora di navigazione, meritevole di una visita per via della pace che quest’isola - dominata da un faro e da un antico albergo in stile vittoriano - sa trasmettere da circa un secolo ai suoi villeggianti.

Acadia National Park

Procedendo verso Nord-Est raggiungiamo Bar Harbor, la Portofino del Maine, capitale, se così si può dire, dell’Acadia National Park, un esempio eloquente di natura protetta ancorché visitabile. Nella baia, rinchiusa tra numerose isole è ormeggiato un antico veliero, lo schooner “Margaret Todd” un quadrialbero degno esempio di manifattura marinara e di gustoso apprezzamento da parte degli appassionati. L’Acadia National Park é un promontorio frastagliato, circondato da mari e fiumi, pace e tranquillità e la sua visita non può essere disattesa. Spendiamo una prima giornata in auto per penetrarlo con discrezione, in tutto relax. L’indomani, superato l’Egg Rock, l’isolotto su cui é edificato un grazioso faro, sentinella dell’oceano, che chiude la lunga Frenchman Bay, la nostra imbarcazione ci porta in pieno oceano per l’avvistamento di numerosi esemplari di balena grigia.

I tramonti tra Campobello Island e Quoddy Head

La sera successiva, dopo aver trovato una buona sistemazione in un Lodge sull’isola canadese di Campobello, residenza estiva preferita del Presidente americano Teodoro Roosvelt, collegata al Maine tramite un lungo ponte, ci destiamo con estrema attenzione alle luci del tramonto in continuo divenire. Facciamo la spola avanti e indietro tra Lubec e Quoddy Head, all’estremità settentrionale del Maine e proprio di fronte alla canadese Gran Manan Island.
Tra Lubec, all’estremità del border statunitense che il mare divide da Campobello, e Quoddy Head ho avuto modo di assistere ad uno dei più spettacolari tramonti nordamericani, forse il più notevole in assoluto. Una luce eclatante, pastosa iniziò a solleticarmi intorno alle dieci di sera. Tinte forti, disposte a strati sullo sfondo del cielo, arancioni, viola e rosse, dunque tinte calde, s’intrecciavano con altre luci verdi e azzurre e i soggetti che si trovavano in primo piano – imbarcazioni, fari, gabbiani, cormorani, case di pescatori - ne assorbivano i riflessi ed offrivano all’obiettivo fotografico risaltanti, potenti contrasti: un risultato durato a lungo e, nell’insieme, irripetibile. Me ne resi subito conto e fu per questo che, tra i molti “scatti” e i successivi molti altri, mi spostavo di continuo per catturare, in condizioni così favorevoli, primi piani da coniugare con quel tramonto eccezionale e con una regia di ripresa che metteva alla prova tutta la mia creatività potenziale. E i risultati furono difatti d’estrema soddisfazione tra i migliori ritorni del mio “bottino” fotografico.

9. CANADA – NEW BRUNSWICK

Canada: entrare in questo “continente” (secondo paese al mondo per estensione) significa vivere di entusiasmo nel viaggiare anche per decine e decine di chilometri senza incrociare una macchina, un semaforo, un distributore di benzina, ma solo foreste, animali, fiumi impetuosi o i litorali delle due coste oceaniche. Il tutto calato in una delle morfologie più varie della Terra, in una flora e in una fauna ricche e in gran parte incontaminate. Canada: più che una grande storia, una terra immensa e una prosperosa natura.

Per lo stato Canadese, singolare risulta la scelta della bandiera, molto presente su tutto il territorio: fu adottata nel 1965 ed è il risultato di una selezione durata molti anni, nel corso dei quali furono esaminate migliaia di proposte. Nell’attuale bandiera la foglia d’acero rosso a undici punte, su campo bianco, che già da numerosi anni rappresentava un simbolo per i Canadesi é stata così istituzionalizzata mentre le bande laterali stanno a significate la grande estensione territoriale di questo paese. Il Canada è infatti, per eccellenza, “coast-to-coast extending” ovvero “a mari usque ad mare”, qualora il lettore preferisse la frase latina con cui, sul finire del XVIII secolo, si esprimevano i politici canadesi nel proposito di congiungere i due Oceani da parte di un unico, grande paese. Ciò avveniva dopo che l’esploratore scozzese Sir Alexander Mackenzie era riuscito ad aprire una via commerciale attraverso le Montagne Rocciose. Sulla bandiera, queste due fasce laterali oceaniche, furono previste in un primo tempo di colore azzurro mare, ma poi, per non favorire la matrice francofona presente in un popolo multietninico come quello Canadese (nel Quebec essenzialmente), vennero definite col medesimo colore rosso della foglia d’acero centrale.

La Baia di Fundy e le più imponenti maree del mondo

Dopo un paio di giorni spesi sulla Gran Manan island, discreto rifugio canadese al largo del Maine, riprendiamo il continente nei pressi di Saint John sulla costa settentrionale della grande Baia di Fundy, incuneata tra le sponde del New Brunswick e della Nova Scotia e di grande interesse per le sbalorditive escursioni della marea, le massime del pianeta, che corre come un cavallo al galoppo con valori medi di circa 16 metri di differenza nel livello del mare ogni sei ore. E di lì, sulla costa, sino a raggiungere il Parco Nazionale della Fioriere, custode di questo fenomeno unico al mondo e accessibile solo nelle ore del giorno interessate dalla bassa marea. Quando la marea finisce di montare, l’acqua arretra lentamente, mettendo allo scoperto, metro dopo metro, luccicanti distese di melma rosata come un frappè alla fragola, per via della presenza di alghe rossastre. Su di esse si concentrano gruppi di gabbiani in una caccia più palese e più rapida, tra goffi battelli inclinati su un lato. In questa zona, piccoli isolotti sormontati da cedri canadesi e da altri alberi di alto fusto smettono di essere circondati dall’acqua ed appaiono come singolari fioriere costituite da una parte inferiore, rocciosa, che nasce dal fondale e che risulta prosciugata e da una parte superiore con quella stessa vegetazione che, in regime di alta marea, è lambita dal mare. Ci introduciamo tra queste gigantesche fioriere che ammiriamo dal basso, camminando su quello che poche ore prima era il fondo del mare, in un habitat alternato, più fantastico che reale. Lo stupore per la natura non farà mai novità.

Kings Landing Historical Settlement

Attraverso i numerosi ponti coperti che caratterizzano il New Brunswick (tra cui l’Harland Bridge, gettato sul fiume Saint John, che misura ben 1282 piedi di lunghezza), raggiungiamo Kings Landing, la ricostruzione della colonia di Lealisti inglesi del tempo della guerra d’indipendenza americana. Case rurali e personaggi in costume distribuiti intorno a un bel lago rappresentano uno dei più riusciti musei del folklore del Canada Atlantico. La visita non può essere disattesa: troppo genuina risulta la ricostruzione di questo villaggio con veri contadini ed animali da fattoria che svolgono il lavoro quotidiano secondo gli strumenti disponibili ad inizio ‘900.

10. CANADA - NOVA SCOTIA

La strada dei fari

La strada costiera che conduce da Halifax a Yarmouth é detta “Lighthouse Road” per via dei numerosi fari che la costeggiano, di cui in assoluto il più famoso ed anche il più romantico è quello di Peggy’s Cove, una piccola insenatura tra rosee rocce granitiche attorniata da antiche case di pescatori di granchi e di aragoste (numerose le nasse accatastate attorno al molo nella attesa di entrare in azione). La pace, il luogo e l’atmosfera di magici tramonti ci inducono a fermarci in un bed and breakfast con vista sul porticciolo per un paio di notti. Proseguendo lungo la Lighthouse Road, tra i vistosi spettacoli delle maree, ci imbattiamo anche in alcune deviazioni quali: il  Museo del Folklore di New Ross, il Fisheries Museum of the Atlantic di Lunenburg e l’Heritage Museum di Shelburne ove, peraltro, fu girato il film “La Lettera Scarlatta”.

Brier Island e le escursioni alle balene

Brier Island, all’estremità meridionale della Nova Scotia che guarda verso la Baia di Fundy, é un’altra mitica meta. Due traghetti per raggiungerla, due giorni di sosta. Qui i colori del cielo, l’azzurro del mattino, il rosa della sera, i raggi del sole che si fanno largo nella nebbia del mattino, i tramonti al faro meridionale sono ricordi mnemonici di un altro luogo indimenticabile. Vi fu girato il film, tratto da un romanzo di Stephen King, “Dolores Claiborne, l’ultima eclisse”. La mattina del secondo giorno ci imbarchiamo su di un peschereccio per un’escursione alle balene nella Baia di Fundy, una gita davvero riuscita considerata la vicinanza a cui si accostano alla barca questi grossi mammiferi.

Cape Breton e Louisbourg

Riportandoci verso Nord e fermatici un paio d’ore a visitare il Museo del Folklore di Sherbrooke, raggiungiamo l’Isola di Cape Breton - scoperta nel 1494 dal veneziano Giovanni Caboto, al servizio del Regno d’Inghilterra - collegata alla parte meridionale della Nova Scotia con un comodo ponte. Percorrendo la spettacolare Cabot Trail, considerata una delle strade più panoramiche del Nord America, superiamo Cape North. Poi, a Big Bras d’Or, non ci lasciamo mancare un’altra escursione su di un piccolo battello alle Birds Islands due piccoli avamposti rocciosi abitati da cormorani, pulcinella di mare e otarie. Ma la visita clou riguarda il Louisbourg Fortress Historic National Park, dove il tempo si è fermato all’estate del 1744 concentrato sull’ultimo baluardo della resistenza francese. Costruita nella prima metà del XVIII secolo all’estremità della baia, la fortezza sembrava inespugnabile, ma gli inglesi riuscirono a conquistarlo in 46 giorni d’assedio. Cadeva così l’ultimo baluardo francese nella lotta anglo-francese per la conquista del Canada. Dopo alterne vicende, la fortezza fu ricostruita dal Governo Canadese che la ricondusse alla sua struttura originaria, in considerazione sia del notevole interesse storico, sia allo scopo di allestirvi l’attuale Museo del Folklore, aderente a quella che doveva essere la vita dei Francesi del ‘700, con case arredate e attori in costume: una vera attrattiva per chi voglia scattare delle buone fotografie inclusi discreti “ritratti” a singoli personaggi in costume.

11. CANADA - QUEBEC

Un breve traghetto ci consente di risparmiare una cinquantina di chilometri trasferendoci da un capo all’altro della Baia Des Chaleurs che divide il New Brunswick dalla Penisola di Gaspesie nel Quebec. E per tutto il Quebec sostituiremo il nostro inglese con la lingua francese, pressoché esclusiva da queste parti.

Percé

Percé è una meta saliente del nostro viaggio. Ne sono attrattiva: l’enorme scoglio rosato bucato nel centro come un grande arco romano che si stagli nel mare, isola con l’alta marea, istmo e promontorio con la bassa marea, e l’interessante Ile Bonaventure esclusivo rifugio di circa 20.000 coppie di sule-bassana, dopo gli albatros e le fregate i più grandi uccelli marini. Raggiunta l’isola dopo un breve tragitto in battello e guadagnata, dopo un’ora di cammino, la scogliera, orientata verso il mare aperto, ci aspetta uno spettacolo incomparabile, ancora più spettacolare di quanto già visto nella parte europea del viaggio, alle Sept Iles di Perros Guirec in Bretagna dove trovammo alcune centinaia di coppie di sule. Arriviamo a pochi metri di distanza dai nidi delle sule, tra individui adulti e piccoli appena svezzati, tra un brusio di suoni gutturali e di continui decolli e atterraggi. Vi assistiamo in doveroso silenzio e muovendoci con estrema cautela e senza scatti. La colonia di sule non si mostra spaventata ed anzi si concede agli scatti della macchina fotografica continuando i propri riti senza alterazioni. La sula bassana impiega quattro anni per divenire individuo adulto, con piumaggio completo ed ali tinte all’estremità di nero e giallo. Nel periodo che precede lo sviluppo, le ali risultano maculate come spruzzate a getti d’inchiostro i quali più diminuiscono e più risultano indicativi della maturità dell’individuo. Gli occhi bordati di azzurro e, in generale, la bellezza e l’eleganza dei movimenti di questo uccello marino, che vive in comunità così numerose, ne fanno un ambìto modello per gli appassionati di birdwatching.
Rientriamo in tempo utile per assistere ad un altro intenso tramonto Nordamericano che si chiude sullo scoglio di Percè.

Quebec City

L’indomani ripartiamo di buona ora e costeggiando la penisola di Gaspesie tra baie, fiumi e fari variopinti, tra cui svetta quello rosso vermiglio di La Martre, raggiungiamo Quebec City, una piccola Parigi canadese sull’estuario del fiume San Lorenzo.
In effetti a Quebec City - abbarbicata a misura d’uomo su di un dirupo alla sommità della quale svetta Chateau Frontenac, famoso albergo terminato nel 1893 che, peraltro fece parte della scenografia del celebre thriller di Alfred Hithcock “Io confesso” - si respira aria francese. I bistrot, i caffè, le case e i negozi ricalcano gli arredi e l’impronta architettonica parigini facendone insieme un luogo romantico sia per giovani, sia per anziani, una cittadina attraente, densa di sorprese, di folklore, mimi e saltimbanchi, e di angoli deliziosi.

Tadoussac e le escursioni alle balene

Costeggiamo la sponda settentrionale dell’estuario del San Lorenzo che, col passare dei chilometri si allarga sempre più. La strada si interrompe in prossimità del Saguenay, in assoluto il più lungo fiordo atlantico del continente Nordamericano. Transitati in traghetto sul fiordo canadese, ci troviamo a Tadoussac dove svetta, rosso e bianco, il bell’albergo omonimo in stile vittoriano, peraltro ambientazione del film “Hotel New Hamshire” tratto da un romanzo di John Irving. A Tadoussac pressoché d’obbligo è l’escursione ai beluga e alle balene del San Lorenzo, piccole ma numerose e per nulla allarmate dalla vicinanza della nostra imbarcazione.

Il Parco del Mingan

La bellezza della costa settentrionale del San Lorenzo da Tadoussac a Port Cartier a Havre Saint Pierre è dirompente. Qui più che altrove la meta è davvero il percorso. Un percorso che alletta la nostra visione mentre procediamo a velocità moderata tra fiumi, cascate impetuose, ancora fotogenici quanto isolati fari policromi, foreste, laghi, praterie talvolta punteggiate da piccole case di legno o da stazioni di idrovolanti, i soli segni della presenza dell’uomo in questo track esclusivo.
Dopo una visita al Parco di Pointe aux Outardes e una breve sosta al faro di Pointe des Monts, proseguiamo per Havre Saint Pierre ove, anche qui, in questa terra estrema al confine del Labrador e tra i primi villaggi Inuit, e non vorrei essere tedioso e ripetitivo, assistiamo a un nuovo spettacolo del tramonto sul mare mentre un peschereccio, seguito da decine di chiassosi gabbiani reali che svolazzano a poppa, fa rientro in porto tra i caldi colori degli ultimi raggi di sole intorno alle ventitré.
L’indomani ci attrezziamo per un escursione personalizzata alle isole del Parco del Mingan, specifiche di conformazioni funghiformi uniche di questo genere e sedi di nutrite colonie di pulcinella di mare e di gazze marine che condividono le nidiate sullo stesso territorio nelle zone erbose che sovrastano le falesie di queste isole protette.

12. CANADA - ALBERTA E I PARCHI NAZIONALI DELLE MONTAGNE ROCCIOSE

I Parchi Nazionali americani sono in prevalenza concentrati lungo la catena longitudinale delle Montagne Rocciose. Partendo da Calgary, la nostra tabella di marcia prevede un ambizioso itinerario che tocca i seguenti Parchi Nazionali: “Banff” e “Jasper”, in Alberta, “Yoho”, in British Columbia, “Waterthon Lakes” al confine tra Alberta e Montana, “Glacier” in Montana e, una volta raggiunto il Wyoming, per buona parte del percorso in compagnia del fiume Missouri, il principe dei Parchi: “Yellowstone National Park”.

Banff e Jasper National Park

Là dove la pianura cede ai primi contrafforti montuosi, la valle del fiume Bow è tutto uno spettacolo da gustare. In uno scenario da fiaba, la natura prevale sull’opera dell’uomo, nascondendola, e un fiume sinuoso, celeste, smeraldino o ceruleo a seconda delle condizioni del cielo, ma sempre godibile, si inserisce nel profondo verde delle foreste che si alzano in direzione delle Montagne Rocciose, habitat di animali selvatici che per lo più non temono la vicinanza dell’uomo. E per renderne più realistica la descrizione, giova un breve inventario: oltre ai salmoni, scoiattoli di varia natura, oche canadesi, pettirossi americani, waxwing bird, ghiandaie, aquile glabre dalla testa bianca, cervi muli, wapiti, pecore big horn, orsi neri (i cosiddetti baribal per i canadesi). Nell’incontrare questi fieri campioni del regno animale occorre fermarsi ed osservarli sì con ammirazione, ma anche con estrema calma e senza avvicinarsi troppo, un buon teleobiettivo, uno zoom o un binocolo sono sufficienti per vederli agire in tutta tranquillità liberi nel loro territorio. Così le soste lungo il corso del Bow, come sulla strada per Lake Louise si fanno frequenti ed ancor più gli “scatti” naturalistici. Il bottino fotografico è completato da riprese ai lunghi treni canadesi coast-to-coast (fino a due chilometri per convoglio) che percorrono i binari della Canadian Pacific Railway ai margini del Bow.
Da Lake Louise, attraverso il Kicking Horse Pass, sconfiniamo in British Columbia, nello Yoho National Park, per raggiungere, al termine di un torrente impetuoso, l’Emerald Lake, un lago dai colori davvero intensi e brillanti come quelli di un gioiello orientale e che, come il Bow, merita un’escursione in canoa per un più accurato apprezzamento.

Dal Banff al Jasper National Park l’aria si fa più fresca e secca, la strada sale senza sosta sino a raggiungere cospicue altitudini, l’Atabasca e il Columbia Glacier si stagliano a fianco della strada: un “capello” a raffronto dell’imponenza di questi ghiacciai che la costeggiano consentendoci comunque di procedere in auto senza bisogno di esser dei rocciatori esperti muniti di ramponi come accadrebbe per conquistare analoghe visioni nelle Alpi Europee: un superbo spettacolo, procedere tra ghiacci perenni, dove tutto è smisurato, per chilometri! E dalla cittadina di Jasper spaziamo - attraverso una strada frequentata anche da cervi, orsi “baribal” e pecore “big horn” - ai laghi circostanti: Patricia Lake, Medicine Lake e lo splendido Maligne Lake (tra i soggetti più ricorrenti nei poster panoramici che vengono appesi anche sui muri delle nostre case europee).

Waterthon Lakes National Park

All’ingresso del Lago Waterthon, tre ingredienti paesaggistici catturano la nostra attenzione: l’imponente montagna rosata che, illuminata dalla luce del tramonto, riflette questo sua intensa colorazione nell’acqua del lago, le numerose famiglie di cervi-mulo che pascolano in tutta tranquillità nelle praterie circostanti e, ubicato su di un promontorio che si estende all’ingresso del fiume immissario, il Prince of Wales Hotel, un imponente albergo in stile montano che, nonostante le sue dimensioni non danneggia questa natura incontaminata.
Una strada di fondo valle conduce al Red Canyon ove col passare dei secoli le rapide del torrente hanno scavato nella roccia un grezzo canale rosso violaceo, con striature bianche, in netto contrasto con il verde della foresta.

13. U.S.A. - MONTANA

Glacier National Park

Attraversata una parte della riserva degli indiani Piedi Neri, una delle tribù di pellirossa che abitavano le Montagne Rocciose, saliamo lungo la strada che ci porterà, sopra i 2000 m di altitudine, al Logan Pass, habitat ideale di candide capre di montagna, emblema di questo Parco, per poi ridiscendere, a lato de McDonald creek, un torrente tanto impetuoso, quanto smeraldino, incavato in un alveo di roccia rosso violaceo. Dunque i colori che si affacciano ai nostri occhi sono il verde dell’acqua, il bianco delle rapide, il rosso degli alvei del torrente, il verde della foresta che lo affianca... altro ricordo indelebile.
Raggiungiamo così il McDonald Lake, campo-base del Parco Nazionale e nel contempo al centro di una serie di laghi alpini e raggiungibili in parte a piedi in parte tramite lunghe strade polverose a garanzia di maggior conservazione di mete così isolate e incastonate nella natura. Anche qui incontri con baribal e cervi-mulo, come qualche escursione in canoa non risultano infrequenti.

14. U.S.A. – WYOMING: YELLOWSTONE NATIONAL PARK

L’occasione di trovarci solo ad alcune centinaia di miglia dal Parco di Yellowstone, il nostro itinerario contempla una più che giustificata deviazione: attraversare in senso longitudinale Nord-Sud il Montana, sino al Parco di Yellowstone. Così proseguiamo senza sdegnare qualche sosta sul fiume Missouri ad ammirarne alcune spaziose vallate ove domina la colorazione azzurro pastello delle sue acque e dove talvolta si incontrano gruppi di pellicani intenti a catturare salmoni, in concorrenza con i pescatori appostati sulle rive o su qualche barchetta per lo scopo attrezzata. Poco prima di sconfinare dal Montana nel Wyoming, notiamo una coppia di osprey, cioé di falco pellegrino, che ha nidificato lungo la strada alla sommità di un palo del telegrafo abbandonato.

Dopo un paio di giorni di viaggio, entriamo nello Yellowstone National Park, il più antico Parco Nazionale Americano attraversando l’arco originario in muratura che data 1872. E a questo riguardo, narra una leggenda, che un viaggiatore inglese, qui in visita, definì la costituzione di parchi nazionali la migliore idea che l’America avesse mai avuto

Il Parco è diviso in cinque zone:
- Mammoth (hot springs e formazioni di travertino),
- Roosvelt (ricostruzione del vecchio West con cervi, bisonti e lupi),
- Canyon (spettacolare gran canyon con imponenti cascate),
- Geyser (la zona a maggior concentrazione di geyser al mondo, ebollizioni geotermali e fumarole),
- Yellowstone Lake (la foresta attorno a un bel lago azzurro sullo sfondo delle Rocky Mountain del Teton Park),
ciascuna con proprie caratteristiche specifiche.
Prendiamo alloggio, accanto al grande geyser, all’Old Faithful Inn il più grande albergo al mondo costruito intieramente in legno: cinque piani sovrapposti compresa la terrazza di avvistamento. E qui ci fermeremo almeno per una settimana.
L’Old Faithful da cui l’albergo prende nome è l’adiacente grande geyser che espelle acqua bollente ogni 55 minuti circa. Cronometrando la durata del getto, che non è sempre costante, si potrà poi calcolare, tramite una formula empirica ma collaudata, il minuto preciso di inizio della prossima eruzione oscillante tra i 51 e i 58 minuti. E’ a cura dell’amministrazione dell’albergo effettuare questo calcolo ed esporre il cartello con l’orario della prossima replica.
Lo spettacolo, unico al mondo, merita la visione da più angolazioni, ma dovunque si osservi, questa infaticabile potenza della natura non smetterà di sorprendere.

Riprendiamo dunque più volte l’evento Old Faithful, incentrato su questa violenta fuoriuscita d’acqua bollente che si slancia con violenza verso il cielo per qualche decina di metri. Ma nei giorni successivi, seguendo il corso del Firehole - il corso d’acqua dominante la zona centro occidentale del Parco ove vivono numerosi i salmoni, del tutto indisturbati in talune zone, in altre alla mercé di pescatori spesso appostati, con le loro canne ed il relativo corredo, in mezzo al fiume - abbiamo modo di raggiungere altri bacini di fontane bollenti e di accostarci a centinaia di altri geyser, ciascuno con peculiarità proprie, colorazioni dell’acqua assai variabili, azzurro intenso, rosso amaranto, viola, giallo ocra, giallo zafferano, verde smeraldo, verde mimetico e temperature variabili tra i 90 e i 110 gradi centigradi con eruzioni non sempre presenti o ad intervalli imprevedibili misurabili in minuti o in ore ma anche in giorni. Anche il cratere di fuoriuscita più o meno sofisticato, varia da geyser a geyser: da un apparente laghetto colorato a veri e propri coni aperti alla sommità come un cannone pronto a tuonare al momento dello sparo con intense nuvole di fumo che possono nascondere per alcuni minuti ampi spazi circostanti. Sono distribuiti quasi su tutto il parco (ve ne sono anche di subacquei sul fondo dello Yellowstone Lake) e per poterne seguire con razionalità la visita, senza correre il rischio di ustionarsi o di sprofondare nelle “sabbie mobili”, opportuni serpentoni di legno a mo’ di passerelle sono installati per diversi chilometri lungo percorsi obbligati. Sembra di muoversi in un altro pianeta, in un’altra era tra continue eruzioni di assestamento, circondati dappertutto da fumate e zampilli bollenti. Ed intorno, al posto di animali preistorici, i bisonti si muovono indisturbati, accanto ai cervi mulo, ai wapiti, alle gru canadesi, agli scoiattoli e alle marmotte e ad altri animali oramai del tutto abituati a questa irreale morfologia. Tutt’intorno, insieme agli animali, laghi e monti condividono la presenza di alberi spettrali bruciati e rinsecchiti, distrutti dall’enorme incendio divampato per effetto di un fulmine nella primavera 1988 e lasciato ardere sino alle prime nevicate del successivo mese di novembre, senza interventi degli uomini del Parco che, dopo uno specifico esame della situazione, lo avevano infine considerato un evento naturale da non contrastare e fonte rigenerativa, in prospettiva, dell’equilibrio biologico del Parco. L’incendio ha distrutto due terzi della foresta del Parco di Yellowstone e saranno necessari ancora diversi decenni prima di ritornare a un situazione forestale paritetica rispetto a quella antecedente all’incendio. Tra questi alberi arsi giungiamo al cosiddetto Grand Prismatic Spring un lago fumante a forma di cuore costituito da una parte centrale azzurra e verde smeraldo e da un bordo giallo con sbavature di colate a guisa di fiamme disposte a raggiera attorno al perimetro del lago. Uno spettacolo davvero hard, unico al mondo, da cui si é attratti e spaventati insieme che rimaniamo ad osservare per molta parte della nostra giornata.

Un temporale serale si concentra sullo Yellowstone National Park, che colpisce con forte intensità. Ma dall’osservazione del cielo ci rendiamo conto che sarà passeggero in quanto i suoi confini appaiono ben delimitati. Raggiungendo in auto Dunraven Pass il valico più alto del Parco, speriamo di essere in grado di vedere lo sfondo del tramonto filtrato dalla pioggia. E così è. Incuranti del temporale, operiamo diversi scatti con le sagome nere degli alberi della foresta in primo piano e i tenui, un poco sbiaditi, ma gustosi colori rosso e rosa del cielo come sfondo. Ne è valsa la pena.

Artist Point è una delle migliori postazioni strategiche per osservare il Gran Canyon di Yellowstone, acqua verde e sponde gialle sullo sfondo della Lower Fall, una portentosa cascata, ambìto soggetto pittorico oltreché fotografico.

La zona di Mammoth é un capolavoro architettonico della natura: una grande roccia di travertino con fontane bollenti alla sommità da cui scende in continuazione acqua calda e fumante che si riversa in numerose vasche sovrapposte sino a scaricarsi nel fiume. Ed ogni vasca conserva colorazioni azzurre o cerulee in contrasto con la roccia rossastra su cui con dovuta attenzione si arrampicano volentieri i cervi mulo.

15. CANADA - BRITISH COLUMBIA

Dintorni di Vancouver: Stanley Park e Steveston Fishing Village

Provenendo da Prince George, lungo la valle del fiume Fraser, per lunghi tratti incanalato in uno spettacolare canyon, e la Caribou Hayway raggiungiamo lo Stanley Park che chiude la baia di Vancouver con un audace ponte, il Lions Gate, detto anche la “Cancello del Pacifico” in considerazione del fatto che navigando in direzione Est la prossima terra continentale é la costa orientale dell’Asia. Vi si possono praticare diversi sport (vela, golf, skeeting, equitazione, ciclismo) ma anche una semplice camminata sul sentiero del lungomare per la visione dei diversi animali che vi si concentrano senza timori reverenziali: oche canadesi, aironi blu, foche e persino procioni, animali onnivori che, al calar del sole, escono in avanscoperta per cibarsi degli avanzi abbandonati dall’uomo. Vi dedichiamo una breve visita, soprattutto per ammirare i totem degli indiani Atabasca. Un paio di giorni per girare i dintorni settentrionali di Vancouver sino a raggiungere il fiume Frazer. Poi non vediamo l’ora di approdare su Vancouver Island una delle isole più belle del continente Nordmaricano ricca di foreste ed animali selvatici.
In attesa dell’imbarco ci soffermiamo allo Steveston Fishing Village, nelle vicinanze dell’idroporto di Vancouver. Si tratta di un antico porto peschereccio oggi rimodernato - si affacciano sul molo in legno alcuni negozi di alimentari o di attrazione turistica e qualche Caffé - ciò nonostante vi rimane ancora attivo il commercio dei gamberi, dei salmoni e di altri pesci di rango. Abbiamo così modo di assistere all’arrivo di una piccola scialuppa carica di salmoni i quali vengono puliti, decapitati e subito venduti, senza passaggi commerciali intermedi, ad acquirenti desiderosi di pesce fresco e pregiato.

Isola di Vancouver: Victoria

Dopo un traghetto di un paio d’ore di navigazione tra le numerose isolette che si frappongono alla rotta, raggiungiamo Victoria, elegante capitale della British Columbia, una piccola Londra densa di giardini e di colori, carrozze e personaggi folkloristici. Victoria, chilometro zero della Trans Canada Highway, rappresenta l’ultimo avamposto della colonizzazione europea nel Nord America, uno dei suoi primi porti ad attirare i viaggiatori provenienti dall’Asia. Nella sua baia, ove si rispecchia il superbo edificio del parlamento, fanno servizio delle strambe golette-taxi e fanno scalo numerosi voli di idrovolanti che uniscono il continente all’isola. Merita una visita il Fisgard Lighthouse collocato su un promontorio all’interno di un antico forte, baluardo storico.

Isola di Vancouver: Cathedral Grove e Tofino

L’indomani, dopo una breve puntata alla Spiaggia dei Francesi sul ventoso Juan De Fuca Strait, ci avviamo in direzione Nord fino al bivio per Tofino, un percorso di diversi chilometri che ci porterà al più romantico villaggio dell’isola, tra i pochi esistenti sulla costa occidentale. Ma una sosta é doverosa al Cathedral Grove, una foresta di giganteschi cedri canadesi dalle cortecce rossastre. Raggiungono alcune decine di metri di altezza e minimizzano le dimensioni degli uomini abituati a foreste meno maestose. La luce del sole e il colore dei tronchi fanno della passeggiata nella foresta un percorso da film ad effetti speciali del tipo “Il Signore degli anelli”.
Una sosta a Tofino di un paio di giorni ci consente un’escursione alle balenottere e una in canoa e di nutrirci con benefica tranquillità di questa  piccola baia isolata dal mondo.

Isola di Vancouver: Telegraph Cove

L’Isola di Vancouver é la prima di un elevato numero di isole che da Sud verso Nord sono situate a poca distanza dalla costa continentale Nordamericana determinando al centro il cosiddetto Innlet Passage, una specie di “autostrada marina” che si prolunga per decine di miglia sino all’apice che si chiude con la baia di Skagway in Alaska.
Procedendo in auto lungo la costa orientale dell’Isola di Vancouver abbiamo sul fianco destro la panoramica di questo lungo canale, costellato di numerosi isolotti pieni di vegetazione. Giunti a Port Mc Neill, un delizioso porto sia turistico, sia mercantile, sia base di partenza per escursioni in idrovolante, dove ci fermiamo per un paio di notti, ci troviamo in corrispondenza del Johnstone Strait un canale di particolare importanza per il fatto che ogni anno, intorno alla metà di luglio, viene raggiunto da numerose famiglie di orche o killer whales che qui passeranno tutta l’estate. E proprio per questo motivo anche noi siamo venuti sin quassù in questo periodo e l’indomani ci prepariamo per un’escursione. Di buon’ora raggiungiamo Beaver Cove, una baia circoscritta ove si trova una compagnia per il trattamento del legname in fluitazione che, giunto a un buon punto di preparazione viene caricato su uno di quei tanti giganteschi camion americani o, addiritutta, su di una specifica ferrovia. Alle prime luci del mattino, é uno spettacolo anche questo: assistere al trattamento di questi enormi tronchi d’albero che vengono manovrati nel mare da piccoli ma potenti rimorchiatori gialli, specifici di questa attività.
Proseguiamo per Telegraph Cove, un piccolo gioiello nella natura. Poche case di pescatori su palafitte e l’agenzia che organizza l’escursione ravvicinata alle orche. Qualche ora di navigazione e le orche sono in vista anche se, essendo arrivate nello stretto da diversi giorni le famiglie si sono ormai ben ambientate e non si mantengono unite con tutti i loro componenti a discapito, purtroppo, del nostro reportage fotografico.

Da Port Hardy a Prince Rupert

Al mattino del giorno successivo ci imbarchiamo a Port Hardy su un battello che, dopo quattordici ore di navigazione, ci porterà a Prince Rupert l’ultimo porto settentrionale canadese (poi la costa passa ad appannaggio dell’Alaska). Prima di imbarcarci, possiamo assistere ad un raduno di aquile glabre dalla testa bianca che, approfittando della bassa marea, si posizionano in parte sugli alberi circostanti, in parte sulla spiaggia, in corrispondenza dell’uscita nel mare di un piccolo fiume.
La navigazione é lenta ma interessante e varia. Il tempo coperto non ci evita di uscire sul ponte in prossimità dei pochi avamposti abitati di questo tratto dell’Innlet Passage, come l’ Hurtigrute norvegese, una “rotta di emozioni”: isole, fari, estuari, villaggi indiani (come quello di Bella Bella) si susseguono parimenti all’incontro di imbarcazioni di vario genere e di idrovolanti.
Intorno alle undici di sera veniamo salutati dalla visione di Prince Rupert in concomitanza di un bel tramonto sullo sfondo delle Queen Charlotte Island.

Cassiar High Way: Stewart, Bear Glacier Lake e Hyder

La Cassiar Highway che ci porterà sino in Alaska é una strada interrata della lunghezza di centinaia di chilometri (sino a congiungersi con l’Alaska Highway), che a parte i due piccoli villaggi di Stewart e Dease Lake ci introdurrà nel profondo della natura più incontaminata. Nelle sconfinate foreste di cedri canadesi si trovano laghi e fiumi con molte specie di animali selvatici quali alci, linci, aquile glabre, castori, volpi, grizzly, marmotte, anche se difficili da individuare in quanto inseriti e radicati nel loro ambiente, quasi inaccessibile per l’uomo.
Stewart in realtà non é proprio sulla strada, ma raggiungibile dopo una breve deviazione. Poco prima dell’ingresso nel villaggio: Bear Glacier Lake dove un imponente ghiacciaio scivola, come un’enorme cascata ghiacciata verso il basso sino a stagliarsi in un lago alpino generando dei piccoli iceberg e manifestando tutte le proprie tonalità di azzurro in contrasto con i colori dell’acqua.
E a Stewart si trova il confine con l’Alaska. Al di là del confine si trova il villaggio di Hyder ove un fiume si scarica in un lungo fiordo abitato da salmoni e, di conseguenza, frequentato da grossi grizzly. Dopo un paio d’ore di permanenza ad Hyder abbiamo la fortuna di imbatterci proprio in uno di questi grossi campioni che non manchiamo di riprendere a debita distanza, mentre si affila le unghie si di un tronco di cedro canadese.

16. U.S.A. - ALASKA

Alaska, la grande terra, l’estrema avventura, “the last frontier” per gli americani: più di un milione e mezzo di chilometri quadrati che non hanno scoraggiato i primi pionieri e che ancora oggi costituiscono una sfida per i viaggiatori più arditi. Foreste pluviali, arida tundra, esposizione ai potenti venti settentrionali, elevate montagne e paludi sconfinate sono habitat naturale del grizzly, dell’alce, della volpe, della lince e, ovunque, di salmoni di varie specie.

Come il vento e i tramonti, la natura selvaggia fu accettata dall’uomo come una stabile realtà finchè il progresso ne segnò la graduale scomparsa, l’emarginazione. Ora, nella nostra epoca, potremmo domandarci se “un più alto livello di vita” sia valso il prezzo della natura vera, libera, equilibrata. Ma, per gli abitanti dell’Alaska la possibilità di incontrare una lince o un grizzly o un’aquila può risultare più importante della televisione così quanto la prospettiva di salvaguardare le primitive condizioni di vita di flora e animali come autentica, primaria ricchezza.

L’Alaska corrisponde ancor oggi a un dominio incontrastato della natura: la sua selvaggia e spietata maestosità non può infatti consentire ad alcun uomo di poter affermare di averla visitata per intero. Per parte nostra ci accontenteremo di percorrerla secondo le arterie meno impervie, con l’aiuto di qualche traghetto, non allontanandoci mai in misura irreversibile dalla costa del Pacifico.

L’Alaska ha la forma di una grande padella il cui manico occupa la costa continentale tra Skagway e Prince Rupert per una larghezza sì costituita da montagne e ghiacciai imponenti ma piuttosto contenuta: quanto basta per sottrarre il mare alla British Columbia. Questa striscia di territorio é infatti detta “pan handle”, il “manico della padella”. Gli abitanti dell’Alaska non si sentono inseriti con decisione negli Stati Uniti, con cui non confinano geograficamente tanté che definiscono con sufficienza i loro concittadini degli altri Stati con l’epiteto di “the lower forty eighth people”, la gente dei quarantotto stati meridionali dai cui vengono esclusi i soli hawaiani.
L’Alaska può pertanto rappresentare un territorio a sé dove l’impronta americana non ha lasciato un grosso segno se non nella installazione del lungo pipeline che porta il petrolio greggio da Prudhoe Bay sull’Artico a Valdez, sul Pacifico, dopo un viaggio di 1280 chilometri.
La natura dell’Alaska é rimasta in massima parte intatta ed è in questa realtà che un appassionato naturalista può raggiungere un elevato livello di appagamento.

Skagway

Dal territorio dello Yukon imbocchiamo la Klondike Highway e, attraverso il villaggio di Carcross (nelle cui vicinanze ammiriamo l’Emerald Lake, un bel laghetto verde intenso che, non a caso, porta lo stesso nome di quello già incontrato nello Yoho National Park della British Columbia) e il White Pass, intorno ai 900 m di altitudine, entriamo in Alaska e raggiungiamo Skagway all’apice dell’Innlet Passage. Skagway accoglie il visitatore in veste di Museo all’aperto dell’epoca 1898/1899, quella dei pionieri e della “febbre dell’oro”. L’intera cittadina, infatti, é stata dichiarata Parco Nazionale della Febbre dell’oro del Klondike. Buona parte delle antiche case della centrale Broadway, con le facciate lignee, i saloon, le posterie, risale ai tempi d’allora, quando Skagway era porto e punto di partenza dei cercatori d’oro e con i suoi 20.000 abitanti costituiva il più grande insediamento dell’Alaska di quei tempi. Ora che i residenti sono solo 800 anime, vive il ricordo di quell’epoca rinnovato da donne in costume e dal treno a vapore, munito a prua di un’enorme ventola tritaghiaccio e dalla White Pass & Yukon Route Raiload, ancora tenuta in funzione e che proprio alla Stazione di Skagway fa copolinea. Tutto, intorno: ritorno a un passato di rilievo per la breve storia americana.

Juneau

Dopo due giorni di permanenza a respirare polvere d’oro, ci imbarchiamo per Juneau, la capitale dell’Alaska raggiungibile solo via mare o aerea.
Navighiamo di nuovo sulla “rotta di emozioni” dell’Innlet Passage, già intrapresa in British Columbia da Port Hardy a Prince Rupert, ma questa volta ci ritroviamo a percorrerla in senso contrario, cioè da Nord verso Sud.
Juneau si trova ai piedi di un complesso montuoso di notevoli dimensioni costituito da ghiacciai perenni che scendono sino al mare e Mendenhall Glacier ne é un esempio eclatante. I suoi lembi si gettano in un lago a poco distanza dal mare.
La cittadina é davvero singolare, protetta dall’isola di Douglas che le si contrappone sull’Innlet Passage andando così a costituire un tranquillo canale naturale, il Gastineau Channel, si concentra attorno al suo grande porto in legno ove, d’estate, dalle grandi navi passeggeri, provenienti da tutte le parti del mondo, che vi ormeggiano, accoglie un turismo cosmopolita che rinnova la solitudine di un inverno che al 58° parallelo non risulta di certo prodigo di raggi di sole.
Il Gastineau Channel é uno spettacolo nel mare: battelli, pescherecci, idrovolanti si contendono in continuazione questo tratto di mare che diviene così il cuore pulsante di questa piacevole cittadina di mare. Anche qui non mancano i totem, le aquile glabre e gli scoiattoli, nonchè i salmoni.
Qualche giorno di completo relax e poi di nuovo ci imbarchiamo vero Nord alla volta di Haynes e da qui intraprendiamo la strada che, attraverso il Chilkat Pass (a oltre 1000 metri di altitudine), ci riporta nello Yukon. Poco dopo il passo ci imbattiamo in una foresta che ci premia prima con l’incontro di un giovane grizzly a spasso per il bosco e quindi di un baribal intento a mangiarsi con gusto delle bacche rosse staccandole dalla vegetazione che cresce spontanea ai margini della strada. Proseguendo, ci inseriamo nello scenario del Kluane Lake National Park un altro potente spettacolo della natura situato a valle del Monte Saint Elias, con i suoi 5488 metri la più alta vetta canadese. Ci fermiamo per la notte a Burwash Landing sulla sponda meridionale del Lago.
L’indomani riprendiamo, di buon ora, il percorso verso Ovest per alcuni centinaia di chilometri lungo territori tanto disabitati quanto eclatanti e, al tramonto, da Beaver Creek, rientriamo in Alaska. L’Alaska Highway è una meraviglia della natura: ancora fiumi, laghi, foreste e animali selvatici. Ai lati di uno stagno immerso nella vegetazione assistiamo al bagno di un alce che incurante della nostra osservazione continua nel suo rituale. Intraprendendo la strada per Valdez raggiungiamo il Thompson Pass, alle falde dell’imponente Columbia Glacier, ove i lembi del ghiacciaio Worthington incalzano la strada.
Il fiordo di Valdez ci accoglie tra petroliere e foche intente a riposarsi al sole. Le conseguenze del tremendo incidente che nell’aprile 1989 comportò la fuoriuscita di migliaia di tonnellate di petrolio dalla Exxon Valdez non sembrano più tangibili e la baia si presenta come un tranquillo insediamento incentrato sul caricamento del greggio dalla piattaforma terminale del Trans-Alaska Pipeline.

Denali National Park

Dopo aver toccato, a Fairbanks, il punto più a nord del nostro itinerario americano sino a superare il 65° parallelo, entriamo nel Denali National Park, esteso territorio, alle falde del Monte Mac Kinley, con i suoi 6187 metri il più alto di tutto il Nord America. Su un pullmino-safari ci addentriamo per diverse miglia nel parco dove, tra scenari hard, non mancano incontri a debita distanza con caribou (così gli americani chiamano le renne), famiglie di grizzly, volpi e marmotte.


Homer Spit e Halibut Cove

L’indomani proseguiamo in parallelo alla ferrovia lungo il Turnagain Arm alla fine del Cook Inlet, ove si trova un bel lago con alcuni iceberg che si staccano dal Portage Glacier. Attraversiamo la penisola di Kenai, ove abbiamo la sorpresa di incontrare un alce che proprio davanti al nostro naso ci attraversa la strada, raggiungiamo la bella chiesetta russo-ortodossa di Ninilchik e, quindi, Homer, una cittadina distribuita in parte sullo “spit”, letteralmente lo “sputo”, una lingua di terra che per circa tre miglia si addentra nella Kachemak Bay avendo come sfondo lontano la cordigliera delle isole Aleutine.
Lasciato il faro sulla destra, percorriamo la strada nel mezzo di questo singolare istmo. Ai lati antiche, caratteristiche capanne di pescatori costruite su palafitte per via delle maree, talune delle quali trasformate in piccoli ristoranti e un antico faro in legno, orgoglio locale.
Al centro dello “sputo” sta il porto e con il porto si concentra la vita del paese. In uno specifico punto si raduno i pescatori di halibut o discoglossi, enormi sogliole a pesca delle quali ogni giorno i pescatori escono in mare a contendersi il primato del campione più grosso.
A sera le prede vengono radunate, pesate una ad una e quindi esposte, appese ad un’apposita rastrelliera con un premio assegnato al pescatore vincente.
L’indomani, a bordo della Danny J., ci imbarchiamo per Halibut Cove una piccola Portofino, accessibile solo via mare, inserita a nido d’aquila sul fondo di una piccola baia circondata dalla foresta. Lungo il tragitto facciamo l’incontro dapprima con alcune lontre di mare e vari tipi di uccelli marini in corrispondenza di un isolotto roccioso, quindi con una peschereccio proprio nel momento in cui è in atto il recupero delle reti per la pesca al salmone.
Le casette in legno di Halibut Cove sono integrate nella vegetazione, tra nidi di aquile glabre e fondali costellati di stelle marine. Il paradiso della tranquillità spesso è raggiunto dagli abitanti di Homer anche solo per prendersi un caffè all’unico bar esistente.

Seward e l’escursione ai leoni di mare e ai ghiacciai

Trasferendoci dall’altro lato della penisola di Kenai incontriamo fiumi e laghi panoramici abitati da diverse specie di uccelli acquatici: loone, beccacce, germani, intenti in questo periodo estivo ad allevare la prole ed infine raggiungiamo Seward, cittadina posta all’estremità della Ressurrection Bay, un fiordo proveniente dal Golfo di Alaska.
E l’indomani ci imbarchiamo per una delle escursioni più interessanti e complete di tutto il viaggio. L’imbarcazione si stacca dal porto di Seward sotto lo sguardo vigile e austero di un’aquila glabra abbarbicata sui tralicci portuali. Proseguendo, incontriamo alcune lontre in ammollo nel fiordo, passiamo l’isoletta di Fox, con una piccola palude dai colori verdastri, sino ad uscire dal fiordo. Fotografiamo una colonia di leoni marini abbarbicati sugli scogli a godersi i raggi del sole ed infine penetriamo nell’Ajalik Bay, dove a sentinella del suo ingresso si staglia un bell’arco naturale. Numerosi piccoli iceberg si disperdono nel mare. La parte meridionale dell’Holgate Icefield si chiude con enormi falesie di ghiaccio che si stagliano sulla baia. Avvicinandoci, ci rendiamo conto, mettendo a confronto la dimensione della nostra imbarcazione con una di queste bianche muraglie, dell’effettiva portata di questi colossi della natura: almeno trecento metri a strapiombo sul mare, su cui prevalgono con imponenza.

Anchorage

Infine Anchorage: la meta finale che si contrappone a Capo Nord in Norvegia: le due estremità del nostro appagante viaggio che sta per concludersi.
Dal corso principale di questa città, ogni anno, agli inizi di marzo, parte l’Iditaroud Trail Sled Dog Race, la grande corsa di cani da slitta che termina dopo circa 1000 miglia nella cittadina di Nome, sul Mare di Bering (ma nel marzo del 2003, per via della temperatura più elevata della norma, prese avvio dalla più settentrionale Fairbanks). Una statua al cane da slitta (askya o samoyedo) è posizionata nel punto di partenza di questa estenuante gara.
Uno sguardo alla statua di Capitan Cook - il navigatore inglese, che navigando gli oceani fu pure affascinato da questo Grande Nord raggiungendo l’Alaska – una sagoma nera che si staglia contro l’ultimo tramonto prima del nostro rientro. Il lungo viaggio attraverso i paesi occidentali dell’emisfero Nord termina qui.

IL CONGEDO

Un corredo fotografico, una compagna, uno zaino, una carta di credito e degli itinerari studiati a tavolino e registrati nella mente durante le stagioni invernali facevano parte del patrimonio essenziale per il coronamento di un così lungo viaggio.

La vita è un viaggio. Vivere due volte viaggiando, viaggiare per ritornare più ricchi, più capaci di distinguere l'essere dall'apparire, la genuinità dal materialismo, sono criteri questi applicabili nella natura armonica dei paesi incontrati, il cui "modus operandi" sta in buona sostanza all'insegna della disciplina, ma anche della libertà e del rispetto per la natura e per gli altri.

Nell’emisfero Nord, un viaggio, la “via dei salmoni”, si diceva, dove la natura è protagonista di uno stupendo continente boreale, brillante e genuino come una bolla di sapone alla luce del sole, dove la vastità non si limita a sopravvivere, ma prevale, dove, impreparati, assediati dall’esuberanza geologica, abbiamo dovuto domare l’emozione, altrimenti incontenibile. Laddove i maggiori contrasti naturali coesistono in una bellezza che talvolta si veste di aspetti quasi drammatici, talaltra di struggente malinconia, dove l’uomo coltiva l’atavica passione per la vita all’aperto, era importante incontrare il favore del tempo. In questo senso la fortuna, di concerto con le scelte dei mesi più indicati per ogni paese toccato dal viaggio, ha contraccambiato la nostra fiducia e rafforzato le convinzioni maturate durante l’inverno nello studiarne i percorsi a tavolino: ha ripagato con continuità quasi ogni ora di permanenza, consentendoci di passare con disinvoltura dalla giacca a vento al costume da bagno, di trascorrere giorni magici dalla fantasia alla realtà, alla suggestione e di trasformare l’esito della nostra avventura in un’indelebile esperienza, un arricchimento interiore che indurrà a meditare per molto tempo ancora.

Ma questa natura è una calamita irresistibile. In un prossimo itinerario di nuovo potremo identificare col significato stesso del nostro viaggio il percorso da una località all’altra senza mai affrontarlo come un semplice trasferimento. Da questo concetto, di nuovo, l’essenza della nostra scelta: nel viaggio stesso è la meta, animata da frequenti quanto spontanee piccole soste. La destinazione, infatti, di rado è così importante e definita da condizionarci con la trepidazione di arrivare, spesso non è altro che una pausa fisiologica tra due giorni di esplorazioni, di scoperte, di rinnovate emozioni.

Cosa dire ancora di questo viaggio-racconto fotografico che sta per concludersi? Potremmo rispondere prendendo a prestito una similitudine di Stendhal che paragonava il contenuto della sua opera "Il rosso e il nero" a uno specchio che, collocato nella gerla del viaggiatore, seguendo la strada, riflette ogni cosa: dall’azzurro del cielo, al fango dei pantani, rilevandone e narrandone con fedeltà gli avvenimenti di prima mano così come si manifestano. Ebbene il nostro "specchio", lungo la strada del Nord, ha riflettuto immagini, silenzi, esclusivi messaggi della natura, meditazioni, la percezione dell'essere liberi.

Virginia Woolf sosteneva che "nulla è realmente accaduto finché non viene scritto in un diario". Ma nel diario materiale il viaggio tende a tradursi nel racconto di se stesso mentre nella nostra memoria sta il vero diario, nella cura della nostra sensibilità, che si modella sulle esperienze alla ricerca di un intimo equilibrio che si vorrebbe estendere agli altri, proprio per convivere con serenità, come ci sarebbe bisogno, per combattere e vincere quella sezione del nostro cervello occupata da un rettile. Forse stiamo manipolando i nostri pensieri, ma crediamo che chiunque sia avvezzo a viaggi che realizzino propri sogni conosca bene l'amaro dolce epilogo. Specie se quei sogni equivalgono a dei film da premio Oscar. E' difficile dirsi arrivederci quando dal punto di vista razionale è più verosimile un addio. Appena tornati a casa, siamo lusingati dal miraggio di reimpostare una fetta di mondo, quella che da tanti anni coabitiamo, su principii sociali ideali: vivere senza serrature, senza antifurti, senza antiestetici frontalini di autoradio estraibili portati a spasso come borsette, senza continui e fastidiosi trilli di cellulari full optional, senza armi e marmitte rumorose, senza certificati e caselli autostradali, e senza "badge" personali da esibire all'ingresso dell'abituale posto di lavoro.
L'illusione ha un prezzo. Basterà poco tempo per ritrovarci, ancora una volta, coi piedi per terra. Su marciapiedi sempre più stretti per pedoni sempre più numerosi, tra continui e fastidiosi trilli di cellulari full optional, l'impatto sulla realtà quotidiana metterà a nudo la nostra utopia. Ma a testimoniare questa positiva utopia ci rimarranno, come "elisir di vita", i documenti ove il conoscere e il fare confluiscono: i nostri fotogrammi, eccelsi “disegni di luce nordica”. In essi abbiamo firmato, come con una penna ancor più preziosa di quella che ha redatto il nostro racconto, sensazioni visive e percettive: ad essi, osservandoli, con trasporto interiore ritorneremo. Essi hanno trasportato su queste pagine luoghi lontani mantenendoli così ancor più desti nella nostra memoria.
Se ciò che abbiamo visto e se l’esperienza che abbiamo assorbito corrispondono davvero alla verifica di un sogno ambizioso, ebbene possiamo considerare che se già sarebbe stato di per sé stimolante un tal sogno, per la sola fortuna di averlo fatto, ancor più appagante può quindi risultarne la realizzazione concreta e tangibile. Ne è scaturito un amore ancor più radicato per il Nord e vorremmo che questo libro ne rendesse partecipi i lettori.
Il nostro auspicio é destinato soprattutto a chi, essendo già appassionato come noi di questi scenari o, quanto meno, incline ad intraprenderne l’avventura, possa mettere a buon frutto le nostre considerazioni e le nostre foto per replicare, magari con migliori risultati complessivi, i nostri cimenti. Seguire, anche solo in parte, le nostre tracce corrisponderebbe infatti a una risposta positiva al principale obiettivo di questa pubblicazione per appassionati della natura e della fotografia del Nord.

Massimo Messa

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