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LUNGO TOUR NEI VICINATI DELL'OCA INDIANA

Non ho imparato come si scrive il mio nome nell'alfabeto giapponese, né saprei consigliare una bisteccheria porteña né dove si possono trovare le onde migliori in Australia. Però le cose adesso hanno preso ad andare. Per tutto l’anno avevo desiderato andare a Londra, ad aprile. Era settembre e stavo atterrando all'Aeroporto Internazionale di Ezeiza. Settembre Duemila e Uno. Acido, e diciottenne di fresco, pensai impunemente ch’avrebbero potuto dirottare l’aereo sulla Casa Rosada; non m’avrebbe stupito, tanto vedevo nero. I miei zii mi accolsero sbracciandosi – mia zia Ernesta è identica a mio padre: troppo; mi dispiacque subito per lo zio Jorge. Non capii come facessero a orientarsi nella città dalla volta di ferro e vetro ch’era l’aeroporto. Seguimmo zio Jorge fino al parcheggio. Un cofano che si chiude, una portiera che sbatte, filavamo in una macchina color tortora, con mio zio che agitava il braccio fuori dal finestrino e urlava, orgoglioso neanche fosse tutta sua: – Eccola, Buenos Aires! Mia zia Ernesta mi rassicurava – Appena saremo a casa potrai chiamare i tuoi. Il contrario di quel che volessi. Volevo: starmene lontano. Ma se attraversando un oceano sull’altra sponda ci trovi ancora la tua famiglia capisci di aver preso la direzione sbagliata. Non ero pronto: al frastuono al gigantismo alla velocità; all’Argentina. I miei zii avevano casa nel Barrio Palermo, in una strada bene che aveva il nome di un altro paese sudamericano: Paraguay o Guatemala o El Salvador: non ricordo, in prossimità di Plaza Güemes. Ricordo non era affatto come mi ero aspettato, Buones Aires. – Argentina? – avevo spalancato occhi e bocca contro i miei, quando mi dissero del viaggio organizzato – Io non ci andrò mai in un posto del genere. Era luglio, era il mio regalo di compleanno. Per la maggiore età. I biglietti erano già stati pagati, gli zii avvisati, non c’era verso. Pensai: all'arrivo cambio gate e prendo un volo diretto per l'Inghilterra. Mi mancava completamente il fegato per fare una cosa del genere. Al mio arrivo avevo la fronte sudata. – E se i miei zii non ci sono, cosa ne sarà? Questo lo ammisi solo con Josefina, molti giorni dopo, al Malba. Mi aspettavo, cosa? motociclette, gente che avrebbe riso del mio non saper cosa dire e come dirlo, odori di corpi, suoni incomprensibili, non so, cani della prateria e gauchos ovunque. Certo non i viali alberati, le case costose e i grattacieli bianchi con attorno parchi dai piccoli laghetti artificiali che invece ci trovai. Zio Jorge ci disse di scendere, nell'edificio sulla sinistra c'era casa loro; ripartì senza che prima potessi prendere i bagagli. Mia zia Ernesta era sorridente e severa, il suo era un italiano leggermente più: acustico; più squillante sulle vocali, e più sospirato con le sibilanti. Mi sentivo a disagio perché mi sentivo a casa. Ero partito da Fiumicino, io volevo andarci in treno, da Napoli, ma mio padre s'impuntò, voleva accompagnarmi, voleva – disse – dirmi delle cose. Poi mi disse poco, mi disse di non prendermela per la storia di Londra, mi raccontò qualcosa dei miei zii. Non volevo ascoltarlo, ero tutto un rifiuto, da luglio a settembre non ne avevo voluto sapere, d'informarmi sul Paese in cui avrei dovuto trascorrere cinque settimane. Ricordo mio padre accennò al fatto che quella dei miei zii fosse una famiglia speciale. Ernesta, sua sorella, era italiana – Lei in Argentina non ci è emigrata: ci è scappata. Per amore. Zio Jorge invece era spagnolo “discendente diretto Juan Díaz de Solís”. Forse mi raccontò di come si fossero conosciuti, ma a me non interessava. Mia zia mi mostrò la camera, luminosa, mi disse di riposare, che sarebbe venuta a chiamarmi per la cena. L'orologio alla parete indicava le sei del pomeriggio, da Roma ero partito al mattino verso le nove e qualcosa, mio padre mi aveva detto che il volo sarebbe durato quattordici ore in tutto. Mi sdraiai sul letto – soffice, profumato – e mentre a mente cercavo di far combaciare i calcoli, mi addormentai. Josefina mi risvegliò. O no, o non fu lei? Tre settimane dopo parlammo nella camera singola che prendemmo per due notti, riuscendo a fargliela alla donna della reception non mostrandoci mai in coppia ma entrando e uscendo separatamente, indossando pressoché gli stessi abiti: dei jeans, la maglietta e il cappellino con visiera abbassata sulla fronte gialli comprati al negozio di souvenir del parco. Oggi mi sconcerta ripensare a come bastasse poco, un nontravestimento, per rendere me e Josefina indistinguibili. Però una doppia non potevamo permettercela: Josefina mi confessò, vergognosa, di aver speso quasi tutti i pesos che aveva da parte per pagare i biglietti di andata e ritorno per il volo: se avessimo occupato una camera più grande saremmo rimasti del tutto a corto di soldi. Mi chiese, Josefina, in camera dopo la seconda giornata di escursioni, se fossi ancora dispiaciuto, se avessi ancora preferito partire per Londra, l'aprile prima. Ci sono molti modi per fare l'amore. Ora ho più di trent'anni, so che c'è un modo di farlo, a diciotto, che è molto diverso dal farlo a ventitre o a ventotto. Ma anche a diciotto anni ci sono molti modi. Due diciottenni provenienti da due continenti diversi fanno l'amore in un modo particolare, come due maggiorenni da troppo poco tempo per non essere due minorenni appena e finalmente scappati di casa per trascorrere due giorni in un luogo dominato dalla natura e il suo istinto e loro con lui. Dalla violenza. Dalla bellezza che ti schiaccia gli occhi. Invade la gola, la bellezza, come le cascate dello Iguazù invadono le gole della terra, precipitandosi per decine di metri. Non si schiantano soltanto dabbasso, acqua nell'acqua, ma negli addomi di chi li guarda, sulle teste di chi li guarda dall'alto: è il cielo che si fa fiume e si scatena dislivello dopo dislivello. Per parlare, in camera, dopo dovevamo urlare tanto eravamo assordati. Un intero giorno sui percorsi a tu per tu con le cascate, poi ricordavamo che urlare non potevamo mica, o ci avrebbero scoperti. Josefina profumava di cascata sul collo e sulle braccia, io profumavo di ossigeno nei capelli. Chiudevamo gli occhi e ci sentivamo nella potenza del fiume, nel suo gettarsi come un pesce preistorico sulle scogliere, dove si spaccava in migliaia di pesci più piccoli, per ricomporsi durante il corso impetuoso delle acque. Aprivamo gli occhi e facevamo fatica a credere di averlo mai visto: io ero la cascata di Josefina e Josefina era la mia. Il battito e l'ansito avevano lo stesso fragore. La seconda notte ci sentivamo come le cascate dello Iguazù al confine tra l'Argentina e il Brasile; come fiumi, indomiti senza sapere di esserlo, che corrono sulla terra sempre vergine. La prima notte, stremati e troppo vergognosi, ci addormentammo quasi subito, io a capo e Josefina ai piedi dello stesso piccolo lettino di legno della camera del Rifugio, un alberghetto a due piani di travi e assi, all'interno del Parco Nazionale dello Iguazù; un letto come una zattera di fortuna sulle semplici forze di natura che ci avevano portato lì, con pochi soldi, mangiando affettati in camera, increduli che il mondo potesse contenere cose come le cascate di Iguazù, cose come me e Josefina a diciotto anni. Amarsi, a diciotto anni, significa mettersi in fuga. Mio zio Jorge era psicanalista e la prima cosa che mi chiese, a cena la sera del mio arrivo, fu se avessi mai letto Cortázar. Io gli risposi che non avevo la più pallida idea di chi fosse questo Cortázar e lui rise, gettando un'occhiata d'intesa a mia zia Ernesta. – Prima che riparta, dobbiamo fare in modo che legga Cortázar. Durante la prima settimana mia zia mi portò in giro per Buenos Aires: durante il week-end si unì mio zio. Alla Basilica de Nuestra Señora de la Merced scattai delle foto, pensai di volerle mostrare a mia madre, ma furono le uniche che feci per tutto il viaggio. Decisi che non avrei portato a nessuno, lì in Italia, pezzi d'Argentina: mi sarei tenuto per me la rabbia che dovetti trattenere quando visitammo la Torre de los Ingleses: ci fosse stata una grigia giornata di pioggia e all'ingresso avessero pattugliato degl'uomini bianchicci con dei copricapi pelosi sarebbe stata perfetta. Uno sberleffo britannico, un ceffone tutto per me. Andare allo Zoo di Buenos Aires fu imbarazzante: avevo diciotto anni, che ci facevo con due cinquantenni a guardare degli animali in gabbia? La faccia degli animali in cattività è uguale ovunque, assomigliava alla mia, anche se devo dire mi fece uno strano effetto vedere un canguro da vicino. Josefina, per quella prima settimana, non venne mai con noi. – Perché ci sei venuto, se non volevi? – mi chiese – era il martedì o il mercoledì della seconda settimana, al Malba. Mia zia disse di soffrire una emicrania lancinante, d'altronde le sue lacrime erano vere, credo la sua fosse più l'esasperazione di avere a che fare per un'altra intera settimana, e senza il sostegno di suo marito, con un nipote freddo e taciturno; era questa prospettiva a farla sentire male davvero. Non so come, Josefina, che fino a quella mattina se ne era stata in camera sua o non so dove, accettò di accompagnarmi al Museo di Arte Latinoamericana. Ancora oggi, a distanza di più di dieci anni, sono convinto che io abbia cominciato a starle simpatico nel momento in cui si convinse che stessi mortalmente antipatico a mia zia Ernesta. Ricordo poco di quello che ci dicemmo io e Josefina, in fondo non facemmo mai grandi discorsi, ma tre frasi, tre frasi molto semplici a dire la verità, tranne forse la prima, quella che disse quando mi risvegliai nella camera del Barrio Palermo, mi si sono scolpite nella mente. La terza frase me la disse il venerdì sera della mia terza settimana a Buonos Aires – Voglio portarti in un posto indimenticabile, così non potrai mai più dimenticarti di me, se ti ci porto io; mi disse, la sera che fermammo un tassì e invece di dare l'indirizzo di casa a Barrio Palermo Josefina diede quello dell'areoporto. La seconda frase fu quella che mi disse il martedì al Malba, il nostro primo appuntamento in effetti, fuori casa almeno, quando si fermò di colpo davanti a un quadro, senza avermi detto nulla fino a quel punto; sull'autobus per arrivare fin lì se ne era stata in silenzio. Le uniche parole pronunciate le aveva rivolte al cassiere all'ingresso del museo. Il titolo del quadro era "Untitled", è più difficile dimenticare ciò che non ha mai avuto nome, e là per là quello che vidi furono soltanto tante curve di colore che s'incrociavano tra loro: rossi e gialli e azzurri e verdi s'un fondo d'un verde più chiaro, d'un giallino più chiaro, ma a guardare meglio non erano dei veri incroci: non c'erano veri punti d'intersezione: erano circonferenze che sparivano l'una nell'altra e nei punti di contatto c'era un bianco luminoso: come avvenissero scintille di luce, in quei punti. Come le linee che esplodono in nuvole spumose, quando le acque di sopra cadono sulle acque di sotto. Provai: meraviglia. E terrore. Lo stesso terrore della seconda notte nel Rifugio. – Perché ci sei venuto, se non volevi? mi chiese Josefina, come se fosse facile, fosse la cosa più semplice al mondo, scegliere, scegliere della tua vita per giunta. Il quadro era di una tale Robirosa, pittrice argentina. Vivente, mi sa. I miei vennero a prendermi all'areoporto di Fiumicino. Mio padre scurissimo in volto, mia madre in lacrime provò a colpirmi con un ceffone, mio padre le disse qualcosa e lei si strinse le mani, cominciò a piangere in silenzio; le persone ci guardavano, come fossimo posti curiosi sui quali vale la pena buttare un occhio prima di proseguire. – Ne parliamo in macchina, sbrigati; mi disse mio padre, ma in macchina poi non parlammo quasi per nulla. Vorrei dire che già avevo in previsione di partire per Londra, così come avrei fatto, vorrei dire che avevo tutto chiaro in mente e che rientrava nei miei progetti, festeggiare il mio ventitresimo compleanno in un tempio buddista nella periferia del Giappone, e doverne compiere ventotto dopo qualche mese quando m'involai per l'Australia. Con ogni probabilità non sarebbe mai successo niente del genere, se nel settembre dei miei diciotto anni Josefina non mi avesse chiesto, nel museo di arte latinoamericana – Perché ci sei venuto, se non volevi? La mia vacanza in Argentina si era conclusa con due settimane di anticipo sul previsto. Al mio ritorno in Italia non sapevo proprio come sarebbe andata, da allora in poi. Mi sentivo la testa pesantissima, al mio risveglio, quella prima sera prima di cena, erano ormai le otto e trenta, avevo dormito più di due ore, quello da Roma a Buenos Aires era stato il viaggio più lungo dalla mia vita, nelle gambe avvertivo uno strano formicolio. Non fu Josefina a svegliarmi, mi svegliai io e lei era lì. Ricordo le sue prime parole ma soprattuto ricordo lei, c'è qualcosa di spaventoso in questo ricordo che porterò con me sempre, perché mi ha scavato e continua a scavarmi dentro, come fa l'Iguazù quando, barrendo, si spinge a testa bassa nei precipizi d'acqua. Il viso era più allungato e aveva più polpa nelle labbra, la sua carnagione era sicuramente più olivastra, ma chiunque non sia me e non abbia la familiarità che ho io con il mio riflesso, non può capire la sensazione di terrore e straniamento che mi colse quando vidi Josefina per la prima volta. Per quanto io non abbia niente di femmineo nel mio aspetto e lei niente di mascolino nel suo, ci assomigliavamo tantissimo. Per un istante ebbi la sensazione che l'Atlantico che separava il mio paese dal suo non fosse altro che un enorme specchio che tenesse distinte le nostre due immagini. Josefina mi disse – Ben svegliato. Voglio dirti una cosa curiosa del nostro quartiere: qui è dove tutti i porteños vengono a farsi strizzare il cervello con la speranza che ne sgoccioli ancora fuori qualcosa. Sai com'è che lo chiamano? Villa Freud. Divertente. Chiedi in giro se non mi credi. Chiedilo a mio padre, te ne darà conferma. Però adesso andiamo, o si fredderà tutto. A diciassette anni e otto mesi, precisamente nel marzo del duemilauno, una pleurite mi bloccò a letto per quasi tre settimane, vanificando il mio desiderio di partire per Londra l'aprile successivo, durante il viaggio d'istruzione del quinto anno di medie superiori. L'anticipo mi fu rimborsato interamente e i miei, convinti di farmi cosa gradita, oltre a lasciarmelo intascare, mi organizzarono un viaggio in Argentina dalla famiglia della sorella di mio padre. Avrei dovuto restarci cinque settimane, alla fine della terza ero di ritorno. I moduli per l'iscrizione all'università erano stati consegnati prima della mia partenza e tutto faceva credere che per i prossimi quattro anni, se non di più, li avrei impiegati per conseguire un titolo di laurea. Iniziai una storia con una ragazza che aveva insistito molto, pur di stare con me. I primi due o tre mesi furono un disastro, quando chiudevo gli occhi per baciarla era il rombo di Josefina che sentivo e quando li riaprivo la mia espressione era sempre un po' delusa, lo capivo dalla sua. Poi mi innamorai per la prima volta, proprio di lei. Era un'appassionata del fumetto e nel settembre del duemilacinque – io avevo ventidue anni e lei ventuno – si iscrisse a una Comic Strip Academy e affittò una camera a Londra. Mi chiese di partire con lei e mi chiesi perché non farlo, visto che era proprio quello che volevo. Trascorremmo assieme tre mesi meravigliosi: non uscivamo mai, con quello che le passavano i genitori ci andavamo in pari con il vitto e l'alloggio. Le uniche sterline extra che rimediavamo erano quelle che chiedeva per i libri di testo o per le strumentazioni che poi non comprava, ricorrendo alle fotocopie o chiedendo in prestito ai compagni di corso, a cui non dava più indietro. Lei passava la mattina ai corsi e i pomeriggi a disegnare, fino a notte fonda. Io tenevo in ordine la stanza, cucinavo qualcosa, fingevo di studiare per gli esami dell'università italiana, stavo su Internet la maggior parte del tempo e non sentivo nessun bisogno di visitare la città o di conoscere altra gente. Dopo un periodo iniziale di rottura dei rapporti, anche i miei cominciarono a inviarmi dei soldi ma a lei non lo dissi. Li conservai e comprai due biglietti in offerta d'andata e ritorno per Tokyo, come regalo per il nostro primo Natale londinese. Quello che mi rimaneva non sarebbe bastato per mantenerci in Giappone le due settimane previste, ma mi dissi – Un modo troveremo. Lei aveva iniziato a vendere qualche tavola e qualche sera adesso uscivamo dalla parti di Hackney. La vigilia di Natale ci fu una lite furiosa, vorrei tanto potermene ricordare il motivo, ma credo che tre mesi di convivenza coatta avrebbero reso nevrastenico chiunque. Andai via facendo un gran baccano, camminai fino alle quattro in strada, tornai indietro convinto la punizione potesse bastare, per me e per lei; trovai la porta della camera aperta e di lei nessuna traccia. Per la settimana successiva vissi nel panico più completo, dicendomi, e rimandando ogni volta al giorno dopo, che dovevo avvisare i suoi, dovevano sapere che forse era successo qualcosa di brutto alla figlia ma che non sapevo cosa. Tornò il due di gennaio, in ottima forma, chiedendomi di lasciare la camera perché il pomeriggio di quel giorno stesso ci si sarebbe trasferita una sua compagna. – Compagna o...? – A te non deve importare. Le dissi dei biglietti per Tokyo, mi rispose che solo uno come me poteva fare l'associazione demenziale secondo cui a una a cui piace disegnare fumetti potesse interessare qualcosa andare in Giappone. Le dissi che se non ci fosse voluta venire lei, ci sarei andato con qualcun'altra. Mi rispose che per quel che la riguardava potevo andarci con chi volevo e che era altrettanto sicura che non ci sarei andato, non senza di lei, di sicuro non da solo. Ricordo bene, quella volta fui io soltanto ad urlare, e mi dispiace che adesso, a trenta anni, io parli di quell'episodio con lo stesso spirito freddo e neutrale che aveva lei, sette anni prima. In tutta onestà non le invidio affatto che a ventun'anni lei riuscisse a sentirsi lontana dagli avvenimenti in corso come riesco a esserlo io adesso e a malapena. Mi feci rimborsare un biglietto d'andata e ritorno per Tokyo, ci rimisi una penale; con quei soldi mi pagai il volo per tornare in Italia e dall'Italia partii, l'ultima settimana di giugno, per il Giappone, con l'intenzione di restare chiuso in un albergo in attesa della ripartenza. Partivo per fare dispetto a lei, mica perché importasse qualcosa a me. Non ho mai saputo seppoi nella sua camera ci si trasferì un compagno o una compagna, non so dove e da chi alloggiò dal venticinque dicembre del duemilacinque al due gennaio del duemilasei. A Londra non ci sono più tornato, lei non l'ho più sentita. Tokyo non ha inizio e non ha fine. Ci atterri e non sai più come si sei arrivato e se troverai mai il modo di andare via. Tokyo è come t'immagini sia New York se New York fosse costruita come Las Vegas, ma a me che non ero stato né a Las Vegas né a New York, Tokyo apparve fin dal primo istante come un immenso castello, un castello imperiale con per torri senza numero i grattacieli e i tralicci e i viadotti sospesi erano altrettanti ponti levatoi e le migliaia e migliaia di strade che la intersecavano erano i camminamenti di una corte interna: Tokyo mi diede l'impressione di una fortezza medievale del trentunesimo secolo. Presi camera al K's House, l'ostello più economico che avessi trovato, cercandolo su Internet; prima dell'avvento di Trip Advisor e dei siti di booking era già tanto trovare una pagina sul Giappone non in caratteri kanji. Un palazzo giallo con per ingresso una saracinesca alzata, al secondo piano, con la finestra che affacciava s'un palo telefonico stritolato dai cavi, con delle camere molto più confortevoli del previsto e in prossimità del fiume Arakawa. Tutto quello che avevo intenzione di fare, partendo per Tokyo, era di rispondere con inchini e sorrisi alle persone che ci avrei incontrato, di fare spedizioni di due ore per fotografare quante più cose della città, per poi stamparle e inviare un album all'indirizzo della casa londinese una volta rientrato in Italia, e poi di starmene in camera, di questo avevo voglia, sperando in una connessione alla Rete e comprandomi da mangiare yakitori e tsukune e fritture varie nei localini dei paraggi. A me il sushi non è mai piaciuto, per quanto le copie in cera nelle vetrine dei ristoranti apparissero appetitose al punto da farmi desiderare di mangiare proprio loro e non le pietanze autentiche che avrebbero poi servito all'interno. Così feci i primi tre giorni, ma al quarto, nella camera al K's House, sistemandosi nel letto di sopra, arrivò Showa. Figlio di giapponesi trasferitisi a Firenze quando lui aveva due anni, Showa aveva pressapoco la mia età ed era venuto a Tokio per frequentare un corso estivo al Geidai, l'Università delle Arti. Era un appassionato di fotografia. – Tu hai bisogno di dimenticare: per questo verrai con me. Per dimenticare devi fare il pieno di nuovi ricordi. Per ogni nuova foto fatta, svanirà una delle immagini che già ti porti dentro. Non credo funzioni, o forse ha funzionato e non me ne sono mai reso conto: non c'è modo di ricordare cos'è che sei riuscito a dimenticare. Tokyo ha così tanti volti che finisce per non averne nessuno: è impressionante il numero di persone ed è impressionante la quantità di apparenze che le contraddistingue: uomini in camicie bianche e pantaloni grigi, doppia valigetta nera a tracolla e cappellini con visiera; ragazzi con caschetti e ginocchiere a bordo di enormi scooter bianco-perla versione a due ruote delle limousine spaziali alla De Lillo; altri uomini in kimono e con dei cappelli di paglia sulla testa con ai piedi dei sandali di legno; folle con la mascherina e molti più occidentali di quanto potessi prevedere, e ricordo una volta, in pieno giorno, appoggiata all'angolo di un edificio, una ragazza giapponese con i capelli legati ai lati del viso con due elastici, una maglietta gialla e una gonnellina di quelle alla collegiale, con una spaccata verticale mostrò a tutti il suo intimo viola e le gambe di un chiarore niveo insolito. Showa mi disse che in Giappone mostrare il proprio sesso è un atto di protesta rumoroso. La ragazza fu presto circondata da decine di persone che scattavano foto. Accorsero dei cameraman di qualche emittente locale. Non riuscivo a capire cosa avessero in comune tra di loro quelle centinaia di persone tutte perfettamente a loro agio in uno spazio che condividevano fisicamente ma non psicologicamente: erano tutte isole alla deriva e io con loro. Tokyo fu per me la città perfetta, e se di giorno Showa mi portava al Palazzo Imperiale e nei dintorni di Ginza, nei templi dell'elettronica ad Akihabara e soprattutto per le strade del quartiere di Ikebukuro, pieno di fumetterie e cosplay e di bar in cui donne conciate come camerieri servivano le ragazze otaku che soltanto una donna avrebbe potuto viziare come loro volevano un uomo facesse con loro, le notti le passavamo nel distretto di Rappongi, dove potevo sfogare la rabbia accumulata per quel gekica di Yoshihiro Tatsumi che stava diventando il mio viaggio. Showa deve aver scattato parecchie foto di me e di altri gaijin abbracciati o a strusciarci con ragazze giapponesi che avevano, per coprirsi i seni e le altre nudità, soltanto dei grandi adesivi a forma di stella o di cuore o di gatto: pagavamo da bere e nient'altro che questo, verso l'alba tornavamo al K's House. Showa aveva una fidanzata fiorentina che non aveva nessuna voglia di tradire, so per certo che non la tradì e so di certo che se Showa non fosse stato con me, io a Tokyo ci sarei affondato. Showa mi tirava fuori dalla notte e mi rimetteva nell'alba tenendomi poi la fronte, nel bagno in comune dell'ostello. Ora so che quelle giornate e quelle notti giapponesi di giugno erano la mia fuga dal venticinque dicembre del duemilacinque al due gennaio del duemilasei, era la mia vendetta per essere rimasto in una stanza di Londra ad aspettare impanicato la persona che amavo e che al suo ritorno mi avrebbe messo fuori dalla porta. Showa mi disse che dovevo assolutamente andare con lui in un posto che aveva assolutamente intenzione di fotografare. Era la mia ultima domenica in Giappone. Da Tokyo prendemmo un treno per Kyoto, arrivati lì prendemmo un cambio per Nara e dopo pochi minuti a piedi eravamo nel parco della città, circondati da giovani cervi. Cervi veri! E mansueti, e per nulla spaventati dalla presenza umana. Era la prima settimana di luglio, non c'era una grande affluenza. Nara sembrava un enorme e pacifico e quasi anonimo – a parte i cervi – parco pubblico, ottimo per farci riposare il qualcosa che mi pesava dentro da parecchio ormai, perché a volte l'animo di un uomo diventa una pietra che gli finisce nelle scarpe, e allora ogni passo diventa pesante. Showa mi disse – Guarda questi cervi, guarda come sono mansueti, come cercano la carezza di una mano: hanno molto più coraggio della stragrande maggioranza dei giapponesi, e degli esseri umani in genere. Nara è stata capitale del Giappone, molti secoli fa. Poi toccò a Kyoto, poi a Tokyo – e continuò, ridendo – Tu oggi hai fatto il viaggio all'incontrario, un viaggio: all'indietro nel tempo. C'è una cosa che mi ha fatto sempre ridere. In Italia, o comunque in Occidente, lo chiamano: l'Estremo Oriente. Eppure di estremo, qui, c'è così poco, e certamente meno di quel che serve. Lo lasciai alle sue foto, non gli dissi che quel giorno compivo ventitre anni e che avevo voglia di tornare a casa, che non volevo essere un'isola; una penisola poteva bastare: con tre lati bagnati dal mare, d'accordo, ma con almeno il quarto lato legato alla terra. Per non andare continuamente alla deriva. Vidi un tempio enorme, bianco e ardesia, così enorme che pensai fosse la caricatura contemporanea di un tempio antico; in realtà era antichissimo, perché la passione per le costruzioni giganti i giapponesi l'hanno sempre avuta. All'interno il tempio ha colonne di legno e un tetto a graticcio; mi trovai davanti a una enorme statua di bronzo di un Budda con labbra, naso e occhi di particolare e sensuale bellezza; c'erano delle persone in preghiera. Uno strano senso di vertigine, temetti un'indigestione, l'attimo dopo un vento, tiepido ma quanto violento, irruppe dall'ingresso del tempio. Il vento assunse un colore e una consistenza: di petali di ciliegio. Ero in una tormenta di petali – ma come? la struttura del Grande Tempio Orientale ne fu scossa in ogni punto. Spinto dal vento arretrai verso la statua, impossibilitato a raggiungere l'uscita. Eppure non avevo paura. Tutto era drastico, ma soffice. Bastò poco e i petali mi riempirono gli occhi, la bocca, i polmoni, lo stomaco, mi sentivo soffocare e commuovere e prima che la tempesta di ciliegi mi coprisse del tutto ebbi come la visione di alcuni cervi fermi all'ingresso del tempio: mi guardavano con misericordia, una giovane cerva in particolare si avvicinò mentre io ero inginocchiato, vinto dal profumo e dal vento, e, ricordo, mi baciò sulle labbra. L'amore, a diciotto anni, è vincere la paura di un incubo. A ventitre era stato cadere in un sogno. A Showa non parlai di quello che mi accadde nel Todai-ji, gli dissi solo di ciò che avvenne dopo, di come mi fossi risvegliato nel parco di Nara, circondato da dei cerbiatti – i manti castani marezzati di macchioline bianche, come da piccoli petali di ciliegio – che si lasciavano accarezzare da un gruppo di bambini sorvegliati da lontano dai loro genitori. Non poteva esserci stata nessuna tempesta di petali, perché la fioritura dei ciliegi avviene ad aprile, in primavera, perciò lasciai perdere. Tokyo non ha inzio e non ha fine. Sono trascorsi sette anni dalla mia partenza dal terminal di Haneda, ma sono sincero se dico che da Tokyo non sono mai andato via, così come sono sincero quando dico che non ci sono ancora arrivato. Venni a sapere della nascita del primo figlio di Josefina nel maggio del duemilaundici. Per trasferta di lavoro mi trovavo a Perth, in Australia, da più di due mesi ormai. Josefina me lo scrisse in un messaggio privato, il primo che mi avesse mai inviato, su Facebook. Cancellai il messaggio subito dopo averlo letto. Parlava di un matrimonio felice, di due aborti precedenti, di una amichevole nostalgia che provava nei miei confronti e di un nome che le sarebbe piaciuto dare al primogenito. A Perth, da consulente informatico, lavoravo per una industria di fibre sintetiche. I responsabili dell'IT dell'azienda vollero conoscerci di persona, me e il mio collega, ci dissero che gli piacevamo, ci chiesero di restare: la chiamano ospitalità, si chiama sottocontrollo. Io non ero sposato, il mio collega lo era da circa tre anni; ottime ragioni per restare a quanto pare ne avevamo entrambi o perlomeno quante ne bastavano perché non reclamassimo per il viaggio di ritorno spesato che ci sarebbe spettato di diritto ogni tre settimane di trasferta e di cui non usufruimmo mai. Per quanto non mi piacesse ammetterlo, fui turbato dal messaggio di Josefina; perciò non diedi neanche un'occhiata all'album di foto postate da Showa di lui e sua moglie in viaggio di nozze: una delle tappe era stata Londra. Non so perché, spesso ho la sensazione ci siano pezzi della mia vita che continuano la loro storia in maniera indipendente da me, nelle parti del mondo dove ce li ho lasciati o dove mi sono caduti. C'era troppo cielo, in Australia. Si ha la sensazione ti tolga l'aria. Per quanta terra ci possa essere, di cielo ce ne sarà sempre di più. Le creature nobili, in Australia, abitano il cielo, oppure, subito dopo, il mare. Le altre si accontentano della terra, e se nobili non lo sono affatto, in Australia ci vengono per lavoro e non in viaggio. In trasferta in un albergo a tre stelle di Perth. Colazione inclusa. C'è un bar, su St. George Terrace (com'è St. George Terrace, la strada principale di Perth? ci trovi dei vertiginosi palazzi di vetro e di fianco dei torpedoni parcheggiati davanti a una chiesa anglicana color biscotto e appresso ancora una folla di ragazzini che comprano ciambelle in una specie di pasticceria a forma di palafitta. Dopo? Un altro palazzo di vetro, probabilmente), non so se c'è ancora, fino all'anno scorso sì; si chiama Mungo Bar, di proprietà di un africano del Senegal che, quando non vuole i suoi clienti sappiano cosa gli sta augurando, mugugna in un dialetto dalle forti sonorità francesi. Il Mungo Bar ha alle pareti delle illustrazioni de "Il giro del mondo in 80 giorni". Io sedevo sempre al tavolo con di fianco il disegno del salvataggio dalla giovane vedova dal sutty indiano: un bianco e nero di grande effetto, con un uomo in piedi sulla catasta di legna preparata per il rogo e già in fiamme che si carica a spalla il corpo svenuto della donna, mentre tutt'attorno si levano le facce sconcertate de "i fachiri, le guardie, i preti". Nella scena il francese Passepartout rischia la vita per salvare la donna che andrà in sposa a Phileas Fogg, un inglese che durante il viaggio del mondo non fa che cambiare cabina e mezzo di locomozione e sborsare circa ventimila sterline e che, a furia di voler sapere sempre l'ora, si dimentica che giorno è. Conosco la storia perché me la spiegò Pass, il proprietario del Mungo Bar; tutta la storia e l'episodio della scena accanto a cui sedevo in particolare. – Per questo mi faccio chiamare Pass, qui. Attraversi un oceano per dare il via a una attività in un posto bello come l'Australia, ce lo sognavamo proprio eh, e mia moglie cosa fa: mi molla per un pezzo grosso, un armatore, e si porta dietro i nostri due bambini per andare a vivere New York, dopo essersi sposati a Las Vegas. Pah! A cinquanta anni l'amore è così: un ricordo, a volte migliore a volte peggiore di quello che c'è stato veramente. Pass il viaggio del mondo lo aveva fatto per davvero, lavorando per dieci anni come barman sulle navi di crociera, e mi disse – Il posto più bello del mondo è Perth. – E perché è Perth il posto più bello del mondo, mi dica Pass. – Perché io ho deciso così. E posso deciderlo perché il mondo l'ho girato, prima. Pensai che Josefina sarebbe potuta essere la donna ideale di Pass, ma non lo dissi mai a nessuno dei due. Cristoforo, il collega in trasferta di lavoro con me, chiamava fandonie tutte le storie di Pass. – Fandonie, se le inventa, ti dico che se le inventa, e tu te le bevi: non a caso fa il barista, quel furbo là. E io cercavo di spiegare a Cristoforo che tante volte inventarsi una storia è più faticoso che viverla e raccontarla poi: ricordare è più semplice che immaginare. – Però è anche più doloroso; mi diceva Pass, quando gli riportavo i commenti di Cristoforo. A Cristoforo dicevo anche – Comunque vale la pena di ascoltare, le fandonie di Pass, tanto più che al massimo paghiamo da bere per noi, mica per lui. Natalie. ( – Il suo nome come si scrive?; le chiesi, non sapendomi inventare niente di meglio per allungare il solito dialogo del buongiorno, salve, salve, la colazione è servita, le auguro buona giornata, oh buona giornata a lei; e lei – Natalie, come la cantante australiana. Che Natalie Imbruglia fosse australiana non lo sapevo, come non sapevo lo fosse Heath Ledger. – Ma come? – rise Natalie – Ledger è nato proprio qui, a Perth! Mi scusai, le dissi che mi dispiaceva non saperlo, neanche il non saperlo fosse parte del motivo per cui è morto giovane. – Mi è piaciuto molto, in Batman. Con delle conversazioni così, non mi stupisce che tutto quello che abbia saputo da Natalie sia stato che la colazione era servita, puntalmente tutte le mattine dalle sette alle dieci. Dell'Australia, prima di esserci mandato in trasferta, conoscevo solo l'Uluru delle cartoline e Megan Gale monolitica altrettanto dai cartelloni di strada). Natalie, la receptionist dell'albergo a tre stelle di Perth, confidò a Cristoforo – lui così mi disse – che il vero nome di Pass fosse Jacques Sadeur e che fosse scozzese. Alberto, il vichingo del kite surf che mi invitava tutte le domeniche ad andare a vedere all'opera lui e i suoi amici sulla spiaggia di Cottesloe, diceva invece che il suo nome fosse Matthew Flinders e che fosse inglese. Infine, una sera, dopo una giornata particolarmente lunga di lavoro, non volli lasciare il Mungo Bar prima dell'orario di chiusura e dopo aver dato una mano a Pass a girare le sedie sui tavoli, lui stesso trasse dalla tasca posteriore dei suoi bermuda al polpaccio un documento con la sua foto e con sotto il nome "Willem Janszoon", di nazionalità, mi parve di tradurre, olandese. L'Australia, come l'America, l'hanno tirata su i galeotti, perciò qui chi sei non conta mai quanto chi sei diventato. Alberto e i suoi amici erano belli e giovani e biondi e riccioluti, non capivo di cosa vivessero, li incontravo tutti i sabato e domenica pomeriggio al Mungo Bar, non potevano essere né tutti istruttori né tutti figli di papà, avevano trenta anni come me ma a vederci uno di fianco all'altro non lo si sarebbe mai detto: né che avessimo la stessa età né che appartenessimo alla stessa specie. Alberto me lo presentò Pass. La sua compagnia, tra birre ordinate e urla di ragazze di autentica bellezza, schiamazzava allegramente e mi colpiva quel nome italiano urlato spesso – Alberto! Alberto! Chiesi a Pass a chi si riferissero e Pass ci fece stringere le mani. Pass diceva cose del tipo – Quando due uomini di paesi lontanissimi si stringono la mano: è in momenti come questo che il mondo gira davvero invece che a vuoto come al solito. Cristoforo fu entusiasta dell'incontro con la comitiva di Alberto, credo abbia anche avuto fortuna con qualche ragazza del posto. Alberto e i suoi ci consigliarono dei locali a Northbridge, uno si chiamava Geisha-bar, in realtà era una discoteca e con le geishe non aveva niente a che vedere. Di quelle serate conservo due numeri telefonici che non ho mai rifatto, una decina di contatti facebook e la paurasperanza di aver concepito un figlio in una sala privé, scongiurata pochi minuti dopo quando lei mi disse che, per precauzione, prendeva la pillola sempre. Come l'avrei chiamata, se fosse stata concepita e fosse femmina e fosse nata? Josefina? Maddai. Un giorno Alberto mi disse – Domani mattina passo a prenderti, ti porto in un posto. Ero convinto mi avrebbe portato da qualche parte nell'outback, a vedere i canguri e i koala, che so, alla riserva di Wandoo o al Midgegoroo National Park, a spalancare gli occhi su alberi, fiumi e uccelli e mammiferi e pesci australiani (credevo facesse parte del mio destino, andare in un nuovo continente e finire in qualche sito diventato patrimonio dell'Unesco). Invece Alberto mi portò al Perth War Memorial, il cimitero dei caduti delle guerre australiane: un posto meraviglioso per viverci. Pieno di cielo. Alberto mi indicò una tomba e mi disse che era la tomba di suo nonno, partigiano partito volontario nel '44 da Perth per morire in Italia nella guerra antifascista. Suo nonno si chiamava Albert. Poi mi disse – Ora ti porto in un altro posto. E questa volta ero convinto che mi avrebbe portato nell'outback, invece guidò fino a Bronte Street ed entrammo nell'East Perth Cemetery: niente vista mozzafiato, niente obelischi, niente siepi traboccanti di fiori freschissimi, ma tombe in campo aperto e pochi alberi perlopiù lungo il perimetro. Alberto mi portò sulla tomba di una ragazza. La sua ragazza, mi spiegò. Gli chiesi, vai a sapere perché, se fosse morta annegata – m'immaginavo un mare agitato e una tavola da surf che si capovolge, di che altro si può morire in Australia? divorati dai coccodrilli? Mi spiegò che era morta di leucemia, che era successo l'anno prima, che per lui era dura ma per il momento aveva smesso di lavorare e che se non fosse stato per i suoi amici andare avanti gli sarebbe stato impossibile. Infine gli chiesi perché mostrava queste cose proprio a me, uno sconosciuto. – Perché vieni da abbastanza lontano – mi disse – e spero che quando tu andrai via, porterai parte di queste cose con te, liberandomene. – E anche perché – mi disse – hai l'aria di uno che cerca di perdere le stesse cose. Gli risposi che in effetti era così, che anche io avevo perso dei figli e delle donne, anche se in una maniera diversa dalla sua; diversa ma altrettanto naturale, ecco. E gli confessai pure che con gli anni credevo le cose avrebbero cominciato a delinearsi, a rendermi chiaro il cammino fatto fin lì. In realtà non c'è nessun cammino. Siamo tutti lì, fuori da qualche parte. Nell'outback. A Perth, oltre ad altri due mesi di lavoro e di bevute e di chiacchiere al Mungo Bar con Pass, mi capitò poco altro. Venne il mio compleanno, offrii da bere, passò il mio compleanno. Per una settimana il Mungo Bar rimase chiuso: Pass andò a trovare i figli a New York. Di bar lungo St. George Terrace ce ne sono a profusione. Ne scelsi uno che un famoso architetto giapponese aveva concepito secondo le spirali e le terre dell'arte aborigena. Al suo ritorno gli chiesi come fosse andata e Pass mi rispose che i suoi figli stavano benissimo e che non aveva mai visto sua moglie così felice, prima. Era veramente innamorata dell'americano. – Puoi andare ovunque nel mondo – disse – se l'amore ha intenzione di venirti a prendere, ti troverà ovunque tu vada e con chiunque tu vada. Gli chiesi se sapeva di Alberto e della sua ragazza morta. Mi disse che quella non era la sua ragazza ma sua moglie. Andavo verso i trent'anni. L'amore a trenta anni – ho deciso che devo descriverne uno per ogni età che attraverso: se smettessi di attraversarle, smetterei di sapere cos'è l'amore – è come il mondo ed è come la morte: non è mai né come né dove te lo aspetti. Se ti metti in movimento, aumentano le probabilità che tu incontri almeno uno dei tre. Sul volo di ritorno Perth-Milano guardai l'Australia dall'alto e mi chiesi come fosse stato possibile che gli europei ci avessero messo così tanto tempo per trovare non un'isoletta sperduta tra l'Oceano Indiano e l'Oceano Pacifico ma un intero continente. La risposta più semplice è che non lo cercavano. Neanche le Americhe cercavano, quando furono scoperte. Mettersi in viaggio in cerca di qualcosa è stupido, e inutile: se cerchi qualcosa di conosciuto, devi cercarlo nella parte di mondo che già conosci, perché è lì che lo hai scoperto, è lì che ne hai saputo l'esistenza. Invece c'è un solo modo per trovare quello che non sai di star cercando: lasciarti mettere in viaggio. Sul volo di ritorno Perth-Milano – lunghissimo anche lui, non so se più o meno lungo rispetto a Roma-Buenos Aires e rispetto a Roma-Tokyo, eppure così immobile: si raggiungono città in continenti diversi standosene tutto il tempo seduti; ho fatto molta più strada per raggiungere Josefina la prima volta spostandomi dal centro al bordo del letto, e per coprire con la mano la distanza tra me e il cerbiatto nel Parco di Nara quando mi risvegliai dopo la strana visione nel tempio, e forse la distanza più grande che abbia mai colmato è quella superata girando il volto dall'oblò dell'aereo di ritorno dall'Australia per chiedere alla mia vicina, distrattamente, cosa stesse ascoltando, perché la musica che proveniva dalle sue cuffiette mi sembrava di riconoscerla. E lei, tra il grato e l'infastidito per essere stata disturbata, mi disse che ascoltava – Shiver; è di Natalie Imbruglia. Io ne risi; lei, forse un po' piccata, mi chiese cosa ci trovassi da ridere, e io le spiegai dei miei falliti tentativi di approccio con Natalie, la receptionist dell'albergo di Perth. Non sapevo neppure che potesse piacermi, una così. Viaggiare per più di dieci ore di fila fianco a fianco con una ragazza che ti piace mentre ci parli e che sorride per le cose buffe che ti vengono da dirle è una cosa rara, anche nei voli transoceanici. Circa otto mesi che stiamo assieme; viviamo in due città diverse ed è dura. Per lavoro lei è spesso all'estero; è una biologa marina, in Australia c'era andata per studiare le barriere coralline. Aveva fatto scalo a Perth, in visita dalla sorella e dal marito australiano di lei, conosciuto a Firenze durante una vacanza studio, di lui. Adora sua nipote e si è commossa la prima volta che si è sentita chiamare zia. Ci sono state delle liti furibonde tra di noi; ci sono state settimane di silenzio audio e video quando non ci siamo né visti né sentiti e l'icona Skype restava una piccola ossessione disattivata e fissata per ore in basso sullo schermo. Per l'anno prossimo abbiamo progettato una crociera, se si può chiamare così, in barca sul Gambia, per più di un migliaio di chilometri, in Senegal. La nostra storia, ah; la nostra storia. Non so dove andrà. Però voglio andarci.

 Antonio Coda

 

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