Racconti di Viaggio
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1. VENERDÌ IN PARADISO

«Do you want to go to Uoleva?!».
«Yes, Sir» rispondo.
Il tipastro sostiene in bilico sulla spalla un megaregistratore megagalattico che diffonde musica rap a tutto volume, mi soppesa da capo a piedi come si può soppesare un buzzurro capitato al centro della terra; mi sta facendo un esame di terzo grado: ho qualche chance di sopravvivere a un viaggio fino a Uoleva?
“Allora? Che si fa?” chiedo con una faccia che è un punto interrogativo.
Con quell’espressione da bruto, gli occhiali neri a specchio impenetrabili continua a squadrarmi.
Poi alza le spalle in un atteggiamento di sufficienza, si allontana, mi lascia lì seduto sul muretto.
Così, piazzato davanti all’imbarcazione che mi dovrebbe condurre all’atollo di Uoleva (ammesso e non concesso che ci arrivi), mi dispongo a una lunga attesa.

Sono atterrato in queste lande a bordo di un 747 della ‘New Zealand’.
Sbucato dall’immenso Boeing non ho messo il naso fuori dell'aeroporto di Nuku’alofa.
Dopo un’ora sono risalito su un aeretto, ma stavolta a sedici posti.
La macchina volante ad elica ha preso la rincorsa e poi ha iniziato a svolazzare sorvolando un giardino rutilante di coralli: una specie di giro turistico su una serra di colori sottomarini.
Il viaggio è durato un’ora. Quando la punta dell’aeretto ha preso la mira verso un'isola in mezzo all'azzurro, ha cominciato a planare giù giù verso quella pista di sabbia e terra; infine più o meno a sbuffi, balzi e tuffi ha ondeggiato e curvando in una piroetta si è fermato.

Sulla ‘Lonely Planet’ avevo letto: il regno di Tonga è composto da tre arcipelaghi:
Tongatapu, con la capitale Nuku’alofa; Vava’u, la mecca dei velisti; Ha’apai, dove c’è poco da vedere.
La scelta dove andare era pressoché scontata.
Così ora sono in attesa di imbarcarmi per arrivare ancora più in là, all’isolotto del ‘pressoché vuoto’.

Partendo da Fiumicino credevo di inoltrarmi tra primitivi fermi all’età della pietra, intenti a passare le loro giornate in vite semplici e spensierate, invece dall’aspetto aggiornato del mio Caronte per Uoleva mi dico: “Eccomi qua! catapultato tra persone di mondo”. Il mio traghettatore verso l’atollo ha un’aria molto diversa da quella che mi aspettavo; e anche la barca che mi porterà a destinazione (ammesso e non concesso che ci arrivi) è tutt'altra cosa da quanto immaginavo: io pensavo a un ferry boat magari arrugginito, a un vaporetto magari scassato che facesse la spola tra le isolette del Pacifico; invece il mezzo di trasporto con cui solcherò per la prima volta l’Oceano Pacifico in vita mia è ancorato sulla riva con un sasso.
L’oceano è grande, la barca piccola.
L'acqua di Ha’apai è di una brillantezza che abbaglia e io sono qui seduto su un muretto a dirmi: “Ma guarda un po’ dove sono capitato!”.

Rock rock rock
Because we rock no-stop
Because we rock no-stop
Sex sex sex
is the law law law
La buona novella rap dei ‘Treacherous Three’ continua a spargersi sulla campagna di Ha’apai.
Da tutte le parti grufolano maialini, a volte si spingono fin sulla spiaggia, non smettono di grugnire alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Rosei, tondi, con il codino a virgola, girano sotto le capanne, che sono palafitte rialzate da terra per sottrarsi ai serpenti velenosi.
Ad Ha’apai si aggirano anche decine di molossi; scorazzano da padroni per i viottoli.
A volte echeggiano grida strazianti. Niente paura! È solo un altro maialino che è stato azzannato da un branco di molossi, e tra le strida del malcapitato lo sbranano lì sul posto; con ululati, scambiandosi unghiate, zampate, i molossi si disputano le parti migliori dell’azzannato: una scena da film dell’orrore. Ma gli ha’apaiani vi assistono come la cosa più naturale e normale del mondo: in fondo cos’è sbranare un maialino?! Poi le salsicce le mangiamo tutti, no?!

Rock rock rock
Because we rock no-stop
Because we rock no-stop
Sex sex sex
is the law law law
In questa assolata e assonnata mattina di domenica di luglio gli ha’apaiani camminano tranquilli, vestiti a festa per l’isola; come alunni di scuola, abbigliati di bianco, a gruppi si dirigono verso le chiese in muratura che si susseguono lungo la strada dall’attracco delle barche fino al campo da rugby in mezzo ai fale (le capanne di frasche e canne).
Oggi è domenica e gli ha’apaiani hanno un’ampia possibilità di santificare la festa, possono entrare in chiese di tutte le congregazioni del cristianesimo: luterani, calvinisti, metodisti, testimoni dell’Ultimo Giorno, avventisti, testimoni di Geova, cattolici, presbiteriani, battisti, Testimoni dei Santi, mormoni. Decine e decine di missionari statunitensi ed europei sono approdati qui ad Ha’apai per riportare sulla retta via i primitivi idolatri degli “dèi falsi e bugiardi”.
Gli ha’apaiani candidi, le donne in trine vaporose, stringono in mano il loro bel libretto rilegato delle preghiere e dei canti, camminano con facce serene verso una soglia di una chiesa, indifferenti agli spruzzi di sangue che zampillano sotto le loro palafitte.

Rock rock rock
Because we rock no-stop
Because we rock no-stop
Sex sex sex
is the law law law
Caronte sta ritornando verso il moletto; continua a sparare musica rap dal suo megaregistratore. L’energumeno è vestito da killer, giubbotto nero, jeans sdruciti, si atteggia a membro di una gang, si muove sogguardando di qua, di là con occhiate da killer; sembra si appresti da un momento all’altro a regolare i conti con qualche gangster avversario, così si aggiungerebbero zampilli a zampilli.
Un film dell’orrore incombe su questa placida mattina domenicale ad Ha’apai.
Si sentono rintoccare le campane. È un’assolata domenica di pace lievemente inquietante. Strazianti stridono i gemiti dei maialini. Squilli di campanellini: stanno per iniziare le funzioni religiose.

Caronte è salito sulla barca.
“Bisogna che mi adegui – penso, – che mi dia una sistemata”, e così con un gesto fiero lascio svolazzare al vento i più fluenti capelli, comincio anch’io a muovermi come un vero rapper, mi sposto alzando una spalla e poi l’altra, sogguardo di qua, di là con occhiate taglienti, mi atteggio a duro esponente di una gang (chissà quale).

Sex sex sex
is the law law law
Because we rock no-stop
Because we rock no-stop
inneggiano i ‘Treacherous Three’ dal megaregistratore megagalattico.
Caronte si è messo al timone.
Accanto a lui si sistema un altro ragazzo: faccia altrettanto sprezzante, occhiali altrettanto a specchio; entrambi hanno un atteggiamento da agente segreto in missione da brividi.
Loro due non prestano attenzione al buzzurro arrivato al centro della Terra da chissà dove, guardano verso l’orizzonte, hanno un look da garantiti originali veri uomini duri, sono pronti a qualsiasi impresa, preferibilmente letale.
 
Così seguendo il ritmo dei ‘Treacherous Three’ (“sex sex sex is the law law law”) mi faccio avanti, caracollo di qua, di là butto avanti una spalla e poi l’altra come un autentico genuino originale purissimo rapper dal nome esotico - che ne so? ‘Mister Figo’ - che sta rimuginando fra sé e sé irriverenti giochi di parole, ritmi ossessivi, rime su rime che martellano su una base di beatbox agitando vistosi ‘bling bling’… fino a stravaccarmi sul tetto della barchetta che mi condurrà all’atollo di Uoleva (ammesso e non concesso che ci arrivi). Mi sistemo accanto a un vecchietto che si sta tagliando le unghie dei piedi con un coltellaccio.
«Hi!» saluto in modo molto trendy.
Nessuno sembra neppure sfiorato dal minimo interesse per il mio arrivo.
«Hi!» faccio di nuovo nel caso non avessero sentito bene.
È come se avessi parlato al vento.
“Vabbè! ? dico fra me, ? “la prossima volta vengo con una ‘mise’ un po’ più aggiornata”.

Regolati i conti del passaggio, la barchetta si stacca da riva.
All’inizio scorriamo sopra tutti i colori dell’arcobaleno, scogli ricoperti fino all’inverosimile di coralli scivolano sotto di noi.
«Where are you from, guy?» mi chiede il vecchietto senza alzare gli occhi dal coltello con cui si sta regolando i calli.
(“Dunque si era accorto che qualcuno era salito”.)
«L.A.! – rispondo con fare esuberante da urban cow boy. ? And you, old men?».
«San Francisco, but I am from Uiha» risponde senza alzare lo sguardo dai piedi.
Uiha è un’altra isoletta a cui è diretta ‘sta barchetta (ammesso e non concesso che ci arrivi).
I due Rambi mi sbarcheranno su un atollo pressoché vergine o forse extravergine o anche exvergine a tre ore di viaggio da Ha’apai.

Al di là della barriera corallina il mare si alza in grande ondate; gli spruzzi ci inondano. La barchetta s’impenna. È impossibile rimanere asciutti.
«What is like to live in L.A.?» mi domanda il vecchietto tranquillo come una Pasqua continuando a raspare unghie e calli con il suo coltellaccio.
«Great, old man, great!» rispondo facendo su e giù con gli occhi e il mento come uno che se ne intende.
‘Sto vecchietto deve essere abituato a ‘sti viaggi perigliosi tra muri oceanici
perché non fa una piega.
«Do you work in L.A.?» mi chiede continuando ad armeggiare sulle sue unghiacce.
«Doing this... doing that...» faccio io mantenendomi molto sulle generali.
L’anziano solleva un sopracciglio, mi sogguarda… non appare molto convinto delle mie attività lavorative a Los Angeles.
«What is like to live in Frisco?!» domando io con fresca esuberanza (per cambiare soggetto della conversazione).
«So and so...» risponde lui facendo spallucce, riabbassando gli occhi sui calli.
«There are problems... aren't there?» abbozzo.
Ma il vecchietto non risponde.
Se torno da ‘ste parti dalla mia cittadina immersa nella nebbiolina padana (e non dalla mitica, chimerica L.A.) mi porterò dietro un tagliaunghie perché quelle unghie sono davvero malandate e storte… come forse la sua vita da emigrato polinesiano a San Francisco.

La piccola imbarcazione beccheggia, viene scagliata verso il cielo, ma invece di staccarsi dal mare come un missile e intraprendere un viaggio verso la luna trova sotto di sé un buco acquoreo e così iniziamo a sprofondare e finiremmo in pasto ai pescecani se non ci fosse un maroso che con un colpo di coda ci spinge su su verso l’azzurro…
Rock rock rock
Because we rock no-stop
Because we rock no-stop
Sex sex sex
is the law law law
Come on, sunshine
Go off Go off
Come on, sunshine
Go off Go off
Il megaregistratore megagalattico dei due Rambi continua a sparare la buona novella dei ‘Treacherous Three’ su tutto l’Oceano Pacifico.

Go off Go off
Cavalloni ci assediano.

Go off Go off
"Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie" mi aveva detto un giorno un amico che parlava sempre per anastrofe e iperbati.

Go off Go off
Altro che foglie, amico mio! Da stracci qui si sta!

Go off Go off
È un continuo giù e su, un ripetuto indietro e avanti, un interminabile in basso e in alto.

Go off! Go off!
Realizzo di bianco in punto che gli ultimi “Go off! Go off!” non provenivano dal megaregistratore megagalattico dei ‘Treacherous Three’ e non erano diretti al genere umano in generale. Dopo zigzag a migliaia, su e giù a centinaia, miriadi di qua e di là, dopo aver superato cavalloni, scalato montagne acquoree, evitato abissi marini, siamo svicolati proprio nei pressi di un’isoletta, dove la barca prima ha rallentato, poi si è fermata.
Con la barca immobile in mezzo all’acqua alzo lo sguardo verso i due Rambi per capire cosa sta succedendo.
La risposta al mio silenzioso sconcerto è inequivocabile: si aspettano che io mi tolga in fretta dalle palle.

In bilico sul parapetto della barca sono in preda a un dilemma oserei dire shakespeariano: “Oh God! Io mi aspettavo di giungere in vista di un porto, di un approdo, di un pontile… ma qui sotto c’è acqua! Nessun porto! Nessun molo! Nessun attracco! Nessuna passerella! Il mio regno - chiamiamolo così - è a una quindicina di metri! Per conquistarlo non posso neppure offrire un cavallo o viceversa proporre il regno per una comoda barchetta… Fin là bisogna arrivarci a nuoto!”.
“Che fare?”.
«Go off! Go off!» sbraitano i due molossi.
«How?» domando molto educatamente.
«Go off!» abbaiano di rimando.
«Here?» chiedo facendo la persona più educata del mondo.
I due Rambi hanno la bava alla bocca, se fossi a portata di zanna mi sbranerebbero; si vede che stanno pensando: “Ma guarda un po’ ‘sto zotico che ci sta facendo perdere tempo!”.
“È per questo che mi hanno fatto pagare in anticipo! ? penso io. ? Oh God!”.
La disposizione mentale dei Rambi tongani è da veri originali uomini duri.
Devono aver visto ‘Die Hard’ trenta volte al cinema e ora pensano che anche gli altri abbiano le stesse predilezioni cinematografiche e la stessa filosofia dell’esistenza.
“Poteva arrivarci anche più vicino a ‘sta riva, no!” dico io guardando tutta quest’acqua qui sotto.
«Go off!!» sbraita Rambo con il timone stretto tra le manacce.

Per prendere tempo e organizzare le idee ed elaborare una strategia efficace in grado di convincere i due Rambi tongani a portarmi più vicino a riva parlerò di Uoleva: è un atollo che fa parte dell’arcipelago di Ha’apai, a sua volta Ha’apai fa parte del mega-arcipelago di Tonga, Tonga è una piccolissima parte dell’infinito arcipelago della Polinesia, che è uno spicchio dell’Oceania.
Sempre per prendere tempo mi dilungo in un excursus sul tema degli atolli dell'Oceano Pacifico: la loro sorte è segnata dal riscaldamento del pianeta e dallo scioglimento dei ghiacci…
Potrei andare avanti due orette con il mio dotto excursus… ma il mio destino contingente questa mattina non è legato allo scioglimento dei ghiacci e al conseguente triste inabissamento degli atolli del Pacifico, ho solo il problema di arrivare a riva senza affogare.
Se sapevo che l’atollo di Uoleva non aveva manco un porto, un attracco, uno scalo, un pontile, avrei scelto un’isoletta più comoda, magari con una pensioncina a conduzione familiare e a cucina casareccia. Ma ormai è andata così...

«Excuse me, Sir ? faccio molto educatamente. ? Why don’t You bring me near to the beach?».
I due Rambi digrignano i denti quasi gli avessi detto che il mestiere della mamma non è quello che loro credono. Sento i “drggg drggg” dei molari e dei canini.
«Only a little» spiego.
Roteano le zanne come i molossi quando stanno decidendo da che parte azzannare: testa o coda?
«Very little!» preciso.
Quello là se non viene a dissanguarmi a morsi è solo perché non può abbandonare il timone.
Onde per cui facendo buon viso a tante onde e a tante zanne mi esibisco in un tuffo artistico (a bomba) fuori dalla barca.

In questo momento (come potete notare) sto andando giù giù di parecchi metri sott'acqua… glub glub glub (bollicine). Come potete constatare con agio (seduti sulla vostra poltrona in salotto) sto verificando che l’Oceano Pacifico è stramaledettamente più profondo e scomodo di quanto era possibile preventivare dalla barca e io affondo, affondo, occhiali e tutto il resto.
La maglietta Lacoste comprata in Turchia è ormai zuppa d’acqua. Chissà se quando riemergo (ammesso e non concesso che riemergo) e mi asciugo (ammesso e non concesso che mi riasciugo) riuscirò ancora a respirare (ammesso e non concesso che mi capiti ancora di respirare)?
Voi sapete come sono ‘ste magliette Lacoste comprate in Turchia: la prima volta che le lavi si restringono di quattro misure!
È per questo che io non le lavo mai.
Però le spolvero tutti i giorni.

Spuntando all’aperto non devo mostrare alcun segno di sorpresa, di disappunto. Bisogna che mi comporti da Rambo! È una decisione subitanea e volitiva: a Roma come i romeni, a Milano come le cotolette, a Tonga come i tongani, tra questi durissimi Rambi come un vero originale garantito granitico Rambo!
E così sbuco fuori dall'acqua e con il pugno teso esulto «Wooow!», e mi tengo pure a galla...
«Wooow!» riesulto a beneficio dell’inclito pubblico...
«Wooow!» faccio sempre galleggiando…
Ma i due Rambi sono troppo indaffarati a scavalcare i cavalloni, a zigzagare tra muraglie d’acqua per prestare attenzione alle mie esaltanti imprese subacquee.
La barca fila via sgommando tra pareti oceaniche. In pratica se la squaglia a gambe levate.

I due capitani rambiani sfrecciano a tutto gas verso il mare aperto, sembrano impazienti di allontanarsi a rotta di collo dall’atollo di Uoleva.
“Che sia popolato da cannibali? Che ci siano serpenti velenosi a ogni piè sospinto? Che il sottoscritto sia stato offerto in pasto come gentile omaggio a una tribù dai riti cavernicoli e dalle esigenze gastronomiche sopraffine?
Niente di più facile!”.
E così mi tengo a galla a una decina di metri dall'isola dove si nasconde chissà quale quantità spropositata di pericoli.
Saprò sconfiggerli? Oppure no?
Mi comporterò da eroe invitto? o finirò in padella di qualche cannibale affamato?
Se questo fosse un romanzo a puntate sotto questa riga spunterebbe la scritta
-continua-

Non ho neppure il tempo di pensare al mio raffinato romanzo: i due Rambi hanno sistemato il mio sacco su una ciambella e l’hanno buttata in acqua dicendo probabilmente: “Va al diavolo, te e il tuo proprietario!”. E siccome il vento spira verso il largo devo nuotare a rotta di collo per riacchiappare i miei averi che stanno dirigendosi verso il Giappone.
Riacchiappato il mio corredo da viaggio e la ciambella di plastica (non si sa mai possa servire da queste parti) nuoto a rana (notare lo stile) e mi sospingo elegantemente all’asciutto dove tiro un sospiro di sollievo: «Woow!».

Così (soprassedendo per un attimo a tutte le insidie che mi stanno per piombare tra capo e collo) metto i piedi a terra. Gioisco per essere giunto a Uoleva.
Mi raddrizzo in tutta la mia non rilevantissima altezza. Dopo due giorni e due notti di viaggio sono giunto a destinazione; stravolto, fradicio d’acqua, sul punto di essere schiacciato da chissà quante tonnellate di imboscate, ma in ogni caso sono qui, dove avevo programmato di arrivare: Uoleva!

Riesulto: «Woow!».
Nessun cannibale è in estatica ammirazione del mio arrivo e delle mie imprese natatorie.
‘Sti selvaggi si nascondono dietro le palme e mi stanno puntando con le loro frecce avvelenate.
I due Rambi invece si sono dimenticati di me, mi hanno già voltato le palle, pardon le spalle. La loro barchetta schizza via tra ondate oceaniche.
“Che andassero in pasto ai pescecani!” gli auguro.
(Da chierichetto all’oratorio ho vinto il Primo Premio al Concorso annuale ‘Domenico Savio’.)
Di tanto in tanto fra un’ondata e uno spruzzo lassù in cima sul tetto dell’imbarcazione appare il vecchietto: sempre intento a tagliarsi le unghie dei piedi con il suo coltellaccio, indifferente al trambusto che lo circonda: un Rambo d’altri tempi, un Rambo con i calli!
(Possibile che non ci sia un callista a Uhiva?! o a San Francisco?!)

Ci sono infinite spiagge al mondo, milioni di palme accarezzano il mare, migliaia di litorali hanno la sabbia finissima, ma l'atollo di Uoleva è un flash mentale: la sabbia scintilla impalpabile, migliaia di lumini sfavillano nella scia di sole fino all’orizzonte, nuvole di gocce d’acqua si alzano e vaporizzano fino al cielo, è uno spettacolo di energia allo stato puro, uccelli volano in picchiata tuffandosi nella superficie acquorea, pescecani a fior d’acqua spuntano appena fuori dal mare e mi fanno “ciao ciao” con la pinna, pregustando già il simpatico tête-à-tête ovvero dent-à-dent quando farò il bagno.
 
‘Moana’ è il nome che i polinesiani danno al mare; gli abitanti di isole distanti migliaia di chilometri usano lo stesso nome per indicare la distesa d’acqua che li circonda. Ma la gente di questi atolli disseminati a distanze siderali usa anche un altro centinaio di termini per indicare l’oceano: ogni nome precisa una caratteristica, una particolarità di profondità, di colore, di pescosità, di moto ondoso, di pericolosità. Quella massa liquida tanto importante per questi esseri umani spersi in un oceano senza confini occupa un’intera parte del vocabolario polinesiano.
E io ho visto centinaia di spiagge al mondo, decine di lagune, di atolli, di insenature, ma l’atollo di Uoleva scintilla ancora nella mente come la stella più splendente.

Nascoste tra le palme si intravedono delle capanne.
«Hallo!» faccio tutto amichevole.
Nessuna risposta…
«Hallo!» ripeto con la più gentile disposizione d’animo.
Non si muove foglia…
«Hallo!» insisto alzando un po’ il tono della voce.
Nessuna reazione…
Poi un rumore… un clangore…
Una pentola finita per terra?…
Una catinella che ha picchiato su un lavandino?…
Un machete che si è sfilato dalla sua guaina sbattendo su un sasso?...
Sul limitare di una capanna spunta un tizio: ha un aspetto parecchio singolare; mi sogguarda. «I beg your pardon?» fa con un atteggiamento distaccato, come dire: “C'è bisogno di gridare tanto? Siamo mica sordi da queste parti!”.
«May I stay in the beach, Sir?» chiedo.
«Yes, you can stay in the beach» concede benevolo il selvaggio.

(Bisogna sapere che i polinesiani delle isole remote considerano loro proprietà non solo il campo davanti alla loro capanna, ma anche la spiaggia davanti al loro campo e persino il mare davanti alla loro spiaggia! Onde per cui bisogna stare molto attenti e chiedere il permesso prima di stendersi in spiaggia… se no si finisce diritti dalla spiaggia in pentola!)

A prima vista il tizio che mi sta concedendo di dimorare sulla sua spiaggia è vestito in maniera inusuale per un selvaggio: camicia stazzonata, calzoni spiegazzati, addirittura scarpe! anche se parecchio scalcagnate.
Solo la capanna malandata di canne e frasche da cui è sbucato è da garantiti originali Selvaggi a Denominazione di Origine Controllata.
«You can stay in the beach» mi ripete con condiscendenza il primitivo nel caso non avessi capito bene.
«Do You live alone here, Sir?» chiedo con guardinga disposizione d’animo.
Il tizio fa un ghigno selvatico, come a dire: “Perché non ti fai gli affari tuoi?!”;
appare attraversato da disappunto infastidito per una domanda che si intromette nella sua privacy.
«I moved to this land» dice. «This is my land!» afferma con orgoglio.
«It’s a very beautiful place, Sir» gli rispondo sopra il fragore delle onde per venirgli incontro.
E in effetti è un posto da favola, anche se il più sperduto e isolato in cui mai mi sia capitato di mettere piede.
«Do you like a coffee?» domanda il selvaggio.
«Yes Sir! Thank You, Sir!» faccio io. Dopo un lungo viaggio tanto periglioso nell’Oceano un caffè è proprio quello che ci vuole!
E così - senza pensare a quello che sta per piombarmi tra capo e collo - mi faccio avanti, mi avvio sereno verso la capanna di un cannibale.

Appena entro il selvaggio fa una mossa selvaggia: prende una tazza da un lavandino! Un lavandino senza tubi! Senza rubinetti! Senz’acqua! ma pieno di posate, di piatti non lavati: in pratica un catino sporco.
Che manchino i detersivi oltre che l'acqua da queste parti?!
Poi con gesto rapidissimo estrae da una scatola una cucchiaiata di una polverina magica (ovviamente).
«Do you like milk?» domanda con un sogghigno.
«Yes Sir! Thank You, Sir!» rispondo io molto educatamente.
(Non so se si sarà capito, ma la buona educazione è la mia astuta strategia di approccio ai cannibali.)

E il selvaggio con un coltellaccio apre un barattolo! Con la lama estrae un’altra polverina nera! (insetticida? veleno? ossa polverizzate di qualche ospite precedente? S'è mai visto latte nero da che mondo è mondo? Ditemelo voi, seduti comodamente sulla vostra poltrona a sorseggiare il vostro frappè!)
Poi il selvaggio versa acqua fumante - s'è messa a fumare da sola! - in una tazza. E con un mestolo - apparso dal nulla! - comincia a scuotere a scuotere la sua mistura delle sue polverine.
Io intanto con cauta disposizione d’animo sogguardo in giro nella capanna.
Lui borboglia: «Nothing… nothing…».
Cerco di capire cosa voglia dire con ‘sto ‘nothing’. Ma valli a capire i selvaggi dell’età della pietra!
Chino sulla sua tazza, il cannibale gira il mestolo e borbotta «nothing nothing».
“Nothing cosa?” gli chiedo.
Ma il selvaggio è tutt’assorto nel volteggiare il mestolo nella tazza e continua a ripetere «nothing nothing».
Boh!...
«Nothing».

A questo punto mi chiedo se sia il caso di ingurgitare quella bevanda o eventualmente come declinare l’invito a berla. Ma come faccio a dirgli che non ho più voglia di sorbirmela se gli ho appena detto di farmela? Gli potrei dire che il medico mi ha assolutamente proibito di bere i caffè fatti a mano!
Così magari s’incavola e m’infilza con un coltellaccio da parte a parte.
E d’altronde come fidarsi? Quella bevanda è al cento per cento velenosa! Lo si capisce al volo: è fatta con polverine da cannibali! E come se uno dicesse alla suocera: “fammi un frappè!”, e quella va di là in cucina e voi state lì ad aspettare bel belli in salotto in poltrona il vostro frappè velenoso!

Un radioregistratore giallo è posato in un angolo.
Così anche qui, tra catini sporchi e polverine subdole, i ‘Treacherous Three’ la fanno da padroni incitando a tutto spiano
Sex sex sex
is the law law law
Sex sex sex
is the law law law
Deve essere l'inno di Tonga!

In fondo alla capanna c’è un pertugio; attraverso il pertugio si vede una branda: stracci, coperte che pendono da tutte le parti, panni buttati per terra. Un vero posto da cannibali disordinati!
Il tizio continua a girare il mestolo sulle sue polverine dentro la tazza e a ogni giro farfuglia:«nothing… nothing…».
Io giro il capo e gli occhi di qua, di là… e sempre più perplesso domando: «Are there any danger here, Sir?»
Ho chiesto così, soavemente, come sovrappensiero, tanto per sapere (mentre tra me e me penso: a ragni velenosi, a serpenti sia di terra sia di mare, a rettili grandi e piccoli, a pescecani vecchi e giovani ovvero a selvaggi non ancora ben svezzati dal cannibalismo e magari con qualche problemino psicologico).
«Where?!» domanda il selvaggio alzando gli occhi dalla tazza, come a dire: “Dov’è che hai visto ‘sto pericolo?!”. Ma me lo chiedo con un ghigno così selvaggio che non fa che acuire i miei sospetti sul suo conto.
S’installa nel mio cervello la convinzione che il pericolo maggiore per me da queste parti venga precisamente da questo signore a cui sto chiedendo se ci sono pericoli in giro.
«Somewhere around… somewhere in the sea… ? rispondo. ? You never know...» aggiungo mantenendomi strategicamente sulle generali; e intanto giro il capo e gli occhi di qua e di là con fare meditabondo.

(Viaggiando per il pianeta Terra ho imparato che i pericoli più tremendi, la malaria, le rapine, gli stupri, il peggio del peggio che ti possa capitare a ‘sto mondo, a detta dei locali a cui chiedi è sempre in agguato nell’isola vicina, nel villaggio confinante, nel paese che si vede laggiù in fondo al di là del lago o della collina, alla fine della strada, mai nel luogo in cui loro vivono e in cui tu stai con candore domandando!)

«Danger? Have you seen any danger?» si incomincia a preoccupare il cannibale con una faccia un po’ stralunata... magari io sono più informato, venendo da fuori ho notizie più recenti di malattie e di rapinatori in arrivo dalle isole vicine.
«Little danger» preciso per non preoccuparlo troppo.
«What?» s’infervora il selvaggio.
«Only a little!» spiego.
«What?!»
«Danger!» faccio io.
«What danger?» si preoccupa il cannibale scombussolato dal mio eloquio.
«Dangerous fish… dangerous sea… dangerous place…» faccio io tranquillo e sereno per non preoccuparlo.
«Nothing danger here!» esclama il cannibale paonazzo. «Danger only in Uhiva!» s’incavola.
Al che comincio a preoccuparmi che non si agiti troppo e che non s'incavoli proprio con me.
(Uhiva - come volevasi dimostrare - è l’isolotto più vicino.)

«Do You fish, Sir?» domando tanto per cambiare discorso.
«I beg your pardon?» replica il selvaggio rosso in viso e con le vene della gola ingrossate, preoccupato per i pericoli tremendi provenienti da Uhiva.
«Do You capture fishes form the sea, Sir?» spiego sillabando con tono professorale.
«Yes, I dive» risponde e alza gli occhi per indicarmi con il capo fuori della capanna un albero dove sono appoggiati due sottilissimi fucili subacquei rudimentali a elastico, con il calcio di legno fatto a mano.
«The other day I killed a fish of sixty kilos!» esclama con orgoglio il selvaggio.
(“Preciso preciso il mio peso!” faccio notare io a me stesso.)
«Like this table then, Sir» osservo (per spostare l’attenzione dal sottoscritto a qualcosa di meno personale e più inanimato).
«No, more or less your weight» precisa lui con un ghigno vedendo la mia faccia preoccupata di fronte alla corrispondenza tra il mio peso e quello del pesce da lui appena pescato.
«What fish was, Sir?» domando con tono distaccato e aplomb all’inglese.
«A barracuda!» esclama il selvaggio.
«Congratulations, Sir!».
«I fished a tut too» aggiunge con avidità predatoria.
«I beg Your pardon, Sir?».
«A tut too» ripete.
«I don't understand, Sir».
«A tut too!» reitera spazientito (quasi mi volesse trapassare da parte a parte con ‘sto “tut too”).
«I am sorry, but I don’t understand, Sir» dico con tono dispiaciuto (e facendo un passettino all’indietro).
«Do you speak English?» m’interroga il cannibale con un’espressione sogghignante, come a dire: “Ma siamo sicuri che sai parlare l’inglese e che non stiamo qui a menar il can per l’aia?”. E mi sogguarda con l’espressione di chi si rivolge a un buzzurro arrivato or ora al centro della Terra e che non sa manco parlare l’inglese!
«Yes, Sir! ? faccio io piccato per i dubbi sollevati sulle mie competenze linguistiche. ? And spanish ad german ad french too» aggiungo (allargandomi un pochino).
«A big fish with wings» precisa.
«A dolphin, Sir?».
«No, a tut» s’impunta.
«A turtle, Sir!» esclamo io illuminandomi d’immenso.
«Yes, off course!» conviene il mio dirimpettaio… e mi sogguarda… mi squadra…
Non ci crederete, voi seduti comodamente sulla vostra poltrona in salotto,
ma in questo momento il cannibale ha una faccia così cannibalesca che più cannibalesca non si può!
Gli occhi gli brillano di gusto; gli è guizzata la lingua fuori dalla bocca come a un serpente che ha appena visto una preda succulenta.
E io sono qui, tenero e in carne, 62 chili di ciccia, lontano mille miglia da casa, nella sua capanna.
E lui è lì e mi sta preparando un caffè fatto a mano con polverine magiche e una quantità spropositata di zucchero per farmi ingrassare come un’oca a cui poi tirare il collo con gran soddisfazione gastronomica.

D’improvviso mi passa per il cervello un’idea geniale, ovvero folle: chiedergli quanto varrei gastronomicamente cucinato bene rispetto a un barracuda o a una tartaruga.
Sarei proprio curioso di saperlo!
Magari con un po' di rosmarino e di aglio sotto le ascelle a insaporire.
Per dire: potrei anche chiedergli la ricetta!
‘Nelle più remote isole di Tonga - leggo sulla guida della Polinesia - è ancora praticato il cannibalismo’.
“Chissà se è vero?” mi domando.
Così si domandò probabilmente anche il reverendo Baker, il primo missionario cristiano arrivato a cristianizzare Tonga.
(“Particolarmente buone e saporite erano le guance paffute e le dita grassocce sia delle mani che dei piedi” riportano ancora con piacere le cronache locali sul reverendo Baker.)

Ma di fronte all’aspetto moderno di questo primitivo mi dico che non mi trovo drammaticamente faccia a faccia con un cannibale affamato.
“Non ha le fattezze del cannibale affamato questo qua!” dichiaro io a me stesso. “No, no! ? cerco di convincermi. ? I cannibali affamati hanno un osso infilato al naso e questo qua non ha nessun osso infilato al naso! Elementare, Watson!”.
Poi però mi viene il dubbio che i cannibali affamati si infilino l’osso al naso solo quando escono dalla capanna, un’usanza simile a quella di mettersi il cappello quando si esce di casa. Oppure - ecco la soluzione! - si portano in giro l'osso dentro un astuccio e lo tirano fuori e se lo infilano al naso appena vedono qualche bocconcino succulento che merita.
E siccome io - senza falsa modestia - mi ritengo incluso nella categoria dei ‘bocconcini che meritano’ ricomincio a preoccuparmi.

Mi accorgo che il cannibale ha interrotto il suo vorticoso prillare la mistura di polverine, mi sogguarda con un’aria perplessa, sembra chiedersi: “Che abbia qualche problemino psicologico questo qua?!”.
«You live here like Robinson Crusoe!» gli dico tanto per cambiare discorso e intavolare un’interessatissima discussione letteraria.
Ma lui non risponde, probabilmente non sa chi sia Robinson Crusoe, magari pensa che sia mio cugino.
«I would live here like You for a month, for two months, but not for the entire life, Sir» soggiungo, dandogli lo spunto per un interessante confronto filosofico.
Ma neanche la filosofia sembra rientrare tra i suoi interessi. Il selvaggio mostra anzi di gradire poco le mie osservazioni sulle mie e sulle sue predilezioni esistenziali: rimane altezzosamente silenzioso; mi sogguarda con distacco come un vero lord londinese nella living-room della sua country-house dello Yorkshire in un sonnolento saturday-afternoon dopo aver accolto con sussiego nella sua magione un tizio stupidamente perdutosi nella nebbia della campagna inglese.
«Do You know Robinson, Sir?» domando.
E lui muto come un pesce.
«Defoe?… Moll Flanders?...» aggiungo.
E lui sgrana gli occhi pensando che sono venuto a Uoleva a cercare qualcuno che non si è mai visto da queste parti.
«Don't mind, Sir. It's not a shame, Sir» gli dico.
E lui muto come un varano.
«Ok, Sir ? faccio io alzando le spalle. ? Don’t worry, Sir ».
E lui mi guarda con occhi sempre più perplessi e stralunati.
Per cui, bevuto il caffè, constatato che non sono crepato all’istante, penso che sia giunto il momento di prendere un po’ le distanze da ‘sto barista dell’età della pietra.
Così fatti i complimenti per il caffè - in effetti niente male per il modo e le polverine con cui è stato confezionato - dico: «Sir, I go to the beach. I place my tent there. How much is the coffee, Sir?».
«Nothing» risponde.
«Please! I’d like to pay You, Sir» ripeto, immaginandomi che qualche monetina potrebbe fargli comodo per i suoi scambi dell’età della pietra.
«Nothing!» replica altezzoso il cannibale.
«Ok, Sir».
«Nothing!» aggiunge.
«Yes, but five cents…»
«Nothing!» si agita.
«Thank you very much, Sir!» faccio io.
«Nothing!!» ripete.
«Thank you!» cerco di calmarlo.
«Nothing!!» sbraita il cannibale.
«Thank You! Thank You!» ripeto.
«Nothing!» urla.
«But five…».
«Nothing!!» mi minaccia.
“Forse è la solitudine ? penso, ? forse è la malattia dei cannibali; l’ho letto sull’enciclopedia, controllare per credere”.
«Nothing!!!» mi abbaia alle spalle.
E così inseguito dai “nothing! nothing!” abbaiati alle mie terga lascio il cannibale alle sue polverine, ai suoi ululati gutturali, ritorno alla spiaggia più splendida che abbia mai visto in vita mia.

Mentre cammino mi passa per il cervello l’idea che in qualsiasi istante potrei essere trafitto da parte a parte da un arpione; forse la punta affilatissima è già in volo verso la mia schiena scagliata da uno di quei fucili subacquei intagliati a mano.
Giunto sulla riva integro, almeno nel corpo se non nella mente, mi guardo in giro: “Dove andare? Che fare?” (come si chiese un giorno anche Vladimir Il'ic Ul'janov).
Guardo a sinistra. Guardo a destra. Buttarsi a sinistra? Buttarsi a destra?
Non c’è nessuno da nessuna parte, solo una splendida spiaggia che non finisce mai con palme fino all’infinito. È davvero un paradiso, un paradiso un po’ isolato e sperduto, ma il paradiso al 100 per cento: il Paradiso Perduto. (Forse è stato qui anche John Milton!)

Mi viene il dubbio che il cannibale non m’abbia fatto pagare il caffè perché tanto pensa di venirmi a tirare il collo stanotte, l’ha già programmato.
E in sovrappiù arrafferà tutti i miei averi compresa la mia graziosissima maglietta Lacoste taroccata in Turchia e ora ristretta di quattro misure dopo essere rimasta a mollo con me nell’Oceano Pacifico.
Che fare? Cambiare atollo? Cambiare isola? Avviarmi a nuoto verso qualche altra laguna dell’Oceano Pacifico? Sarebbe un po’ lunghetta la nuotatina! Pagaiare a cavallo di un tronco?
Alla fine mi sposto solo un po’ più in là. Mi fermo al di là di una duna da dove se non altro non si vede la capanna del barista dell’età della pietra.
Poso a terra il mio armamentario e mi siedo sulla riva.

Il mare di Uoleva è una distesa di lumini argentei. Il sole illumina come uno specchio questo angolo favoloso del pianeta Terra. Il vento fa vibrare le foglie delle palme come bandierine. Nella sabbia non c'è traccia di piede umano. È uno scintillio di luci in ogni dove.
Mi stendo sulla spiaggia come se fossi al mare.
E per tutto il pomeriggio me la godo alla grande; passo le mani sulla sabbia; lascio scorrere i granelli finissimi tra le dita; osservo le scie di brillii fino all’orizzonte; ogni tanto allungo un piede in acqua, è calda… ma subito lo ritraggo: pinne grigie affilate spuntano sul tratto di mare qui davanti.
 
In quest'angolo di Paradiso nel 1777 si fermò il capitano James Cook.
Dopo mesi e mezzi di navigazione, lui e il suo equipaggio non avevano più un goccio d’acqua da bere. Boccheggiando si diressero verso un atollo; spuntava sul filo del mare… Uoleva!
Appena arrivato il capitano Cook ordinò di tagliare tutte le noci da cocco dell’isola. (Davvero un maramaldo antiecologico e un po’ ladrone!)
Solo pochi anni più tardi, nel 1789, in queste stesse acque si fermò la goletta inglese Bounty. Il comandante era il Capitano William Bligh... ma solo per poco; in queste stesse acque fu buttato a mare dal suo secondo ufficiale, si chiamava Fletcher Christian (ovvero Marlon Brando), l’intraprendente tenente si mise alla guida degli ammutinati della goletta Bounty, che non ne volevano proprio sapere di ritornare alla nebbiosa Inghilterra, avevano apprezzato troppo le dolcezze e il seducente oscillare, al suono degli ukulele, dei lavalava delle sinuose curve polinesiane, davvero più prosperose e disponibili di quelle spigolosette che li attendevano a Brighton con una borsetta in una mano e il mattarello nascosto dietro la schiena.
Ma il capitano Bligh era un duro, uno capace di resistere a tutte le tentazioni anche le più seducenti, o forse - altra possibilità - sotto quella dura scorza da marinaio celava altre inclinazioni; in ogni caso per tornare a casa dovette farsi tutto l’Oceano Pacifico a remi! Remò per due mesi di fila su una scialuppa di salvataggio da Tonga a Timor! 6500 chilometri d’oceano a forza di braccia!
Per sentirsi poi dire appena sbarcato in Inghilterra: «Ti sei divertito tanto eh? a girare il mondo per tutto questo tempo!».

Dopo Cook, dopo Bligh - due Rambi d’altri tempi - eccomi qua! “Stessa spiaggia! Stesso mare!”: Uoleva, il luogo più incantato della Terra in cui mai mi sia capitato di mettere piede. D’improvviso mi sento Rambo!
O meglio: mi sento mio cugino Robinson Crusoe che nella sua Isola del Tesoro si sentiva Rambo.
(Forse mi confondo.)

Verso sera sentendomi un po’ meno Rambo e dicendomi - come dire?... - che il posto è un po’ troppo da Rambi Doc più di quanto mi senta io, comincio a sogguardarmi in giro: chi è che condivide con me quest’angolo del Paradiso?
Serpenti di mare? Serpenti di terra? Pescecani? Tribù di cannibali? Mosche Tzetzè? Pesci Pietra? Pesci Ragno? Murene indiavolate? Polpi blu maculati? Polpi blu non maculati ma cattivi lo stesso? Pesci Scorpione? Pesci Cobra? Pesci Leone? Vespe Giganti? Vespe piccole ma fetentissime?
Ma guarda un po' in che razza di località ho scelto di passare le mie vacanze invece che spassarmela a Gatteo a Mare in pedalò!
(Se noleggiate un pedalò a Gatteo a Mare controllate bene che tutti i pedali siano attaccati ai mozzi.
Se volete la tranquillità assoluta andate a Gatteo a Monte.)

Ritornando ai serpenti di mare dirò che sono sottilissimi rettili timidissimi, hanno una boccuccia finissima, è difficilissimo che ti mordono… ma se ti mordono (anche solo per antipasto, solo per un assaggino) - mi spiace per te - purtroppo non c’è niente da fare: Rambo o non Rambo, t'iniettano il veleno più micidiale della Terra! Non fai a tempo a dire né a né ba né “mi pento di....” che sei già passato all’altro mondo e non te ne sei neppure accorto e non hai fatto a tempo a pentirti dei tuoi inqualificabili peccati.
Nelle isole Fiji addirittura la sera i serpenti di mare escono dall’acqua e risalgono la riva, vanno a dormire all’asciutto; forse lo fanno anche qui a Tonga.
“Chissà se è vero!?” mi dico (come si disse probabilmente anche il reverendo Baker sbarcando da queste parti con l’idea geniale di redimere i cannibali dai loro gusti gastronomici singolari).

In ogni caso di gente in giro qua attorno se ne vede pochina, nell’arco di un chilometro in pratica ci aggiriamo solo io e quel cannibale dentro la sua capanna intento a verificare l’efficienza dei suoi sottilissimi fucili a elastico lunghi due metri, costruiti a mano, adattissimi ad arpionare prede di sessantadue chili con o senza pinne.
Onde per cui mi convinco che ho piazzato la tenda troppo nei pressi della capanna del barista dell’età della pietra, di conseguenza (onde per cui) smonto la tenda, sistemo il mio armamentario e le mie vettovaglie in spalla e mi avvio lungo la spiaggia. Mi allontano in cerca di un posto più riparato e a una distanza più ragionevole dal barista cannibale.

Cammina cammina… mentre già scende l’oscurità giungo a una punta di sabbia che s’inoltra in mezzo all’oceano.
Qui tiro su di nuovo la tendina.
Mi spalmo di repellente contro le zanzare.
E mi stendo sulla riva.
Mi metto a guardare il cielo.
………!
Astri luminescenti! Stelle grandi come monete! Nuvole d’argento! Bagliori di luce! Pianeti! Punte di spillo! Galassie che fanno scie nella volta bluviola dell’universo!
E io sono qui! al centro di tutto!
(Anche di un nugolo di zanzare.)
Sono nel cuore palpitante dell’infinito!
Se era l’infinito che cercavo, stavolta sono servito, se allungo una mano posso anche sfiorarlo, accarezzarlo, lambirlo…
(Già che ci sono anche ammazzare qualche zanzara.)
È uno spettacolo in cinemascope e per di più gratis!
Sono steso qui ad ammirare l’universo…
e il naufragar m’è dolce in questo mare
Un verso non male, eh?! M’è venuto qui all’istante!

Dopo un’ora di questo spettacolo decido che è tempo di andare a nanna;
sistemo tutti i miei averi dentro la tendina, volgo le terga alla bellezza sublime dell’universo, chiudo le cerniere, mi infilo dentro il sacco a pelo e tanti saluti.
Se a qualcuno adesso venisse in mente di trasformarmi con un mattarello in polpetta o pizzetta potrebbe farlo con comodo…
e il naufragar m’è dolce in questo forno
Endecasillabi a ripetizione!!

Dopo mezz’ora che a nessuno è venuto in mente di trasformarmi in polpetta o in pizzetta e di infilarmi in un forno… si mette pure a piovere! E io sono qui in attesa di essere trasformato in polpetta o in pizzetta o di essere cotto al forno e non chiudo occhio.
L’acquazzone è un tamburellare di gocce portato dal vento, scorre sulle punte degli alberi, scivola sopra le cime delle palme e arriva esattamente a rovesciarsi dove?… (SUSPENSE)... sopra la mia tendina!
Dagli dagli riduce me e la mia fedele magione a un’entità acquosa. Un po’ più intenerito e pregno di sentimenti umidi mi addormento.

L’indomani mattina, risvegliandomi nella mia essenza né di polpetta né di pizzetta, occhieggio fuori delle cerniere.
Granchi, gabbiani, cormorani sono lì ad aspettarmi, ad ammirarmi. Salutano con calore il mio spuntare dalla tenda come Venere dal mare. Pescecani a pelo d’acqua mi fanno ‘ciao ciao’ con la pinna dandomi appuntamento a un bagno insieme. Pesci guizzano sopra l’orizzonte (come diceva il Sommo Vate), poi s’infilano con un tuffo nel mare, fanno di tutto per farsi notare.
Ma per fortuna… nessun serpente di mare in giro a fare lo gnorri.

Accendo la radio: da tutte le frequenze, basse e alte, corte, medie, modulate, non modulate, brevi, lunghe, decine di voci stentoree tentano di vendermi la stessa, identica merce: la storia di un signore nato in una grotta 2000 mila anni fa e che non ha messo il copyright sulle proprie parole e sulla propria vita.
Questi venditori radiofonici con le loro prediche fanno tremare le retine dei transistor. E i gentili polinesiani, tanto sensibili alle belle storie raccontate con abilità e che da sempre hanno passato le loro notti attorno ai fuochi a raccontarsi vicende leggendarie del Pacifico, epopee passate di bocca in bocca, ora fanno a gara a pendere dalle labbra di questi prestidigitatori della parola che con i loro sermoni martellanti li distolgono da storie, miti, riti millenari.

Così vissi cinque giorni, non facendo altro che guardare le stelle, ascoltare il ticchettio della pioggia, nuotare, pescare, leggere, sogguardarmi dai serpenti di mare, dai pescecani e dai piazzisti di certezze.
Per due volte in cima a una duna vidi il barista cannibale. Stava lì a osservarmi, forse per controllare le mie mosse. Il vento gli faceva svolazzare la camicia e i calzoni bucherellati. Ci guardavamo… ma nessuno dei due faceva un passo verso l’altro, nessuno dei due apriva bocca.
Del resto di cosa parlare?
Lui forse avrebbe voluto discutere di barracuda, di tartarughe e degli arpioni migliori per catturarli.
Io avrei cercato di portare la discussione su Robinson Cruose, Defoe e Moll Flanders. E lui avrebbe di nuovo pensato che ero sbarcato su un’isola diversa da quella in cui credevo di essere capitato: quei tizi ad Uoleva nessuno li aveva mai conosciuti!
Sarebbe stato un dialogo tra sordi.
Nothing era in grado di farci incontrare.
Nothing per una volta e per sempre.
Così lui, dopo avermi sogguardato, girava i tacchi, tornava alla sua capanna a fare chissà che.
Io invece mi chinavo e riprendevo a leggere il libro di mio cugino:
“Un giorno, era circa mezzogiorno, camminando verso la mia barca
– scriveva mio cugino, – notai sulla riva l’orma di un piede umano, un’impronta assolutamente nitida sulla sabbia. Ne fui straordinariamente sorpreso”.

All’alba del quinto giorno, quando già pensavo che ne rimanevano solo due per tornare al mio normale e insipido tran tran, spuntando dalla mia tendina - me lo ricordo ancora, era preciso preciso un Venerdì come per mio cugino - io non vidi un’orma… vidi centinaia di orme!
“Caspiterina! ? mi dissi. ? Qui il plot si fa più complicato!”.
Andavano verso il mare, risalivano verso le palme, giravano attorno alla mia tenda, attraversavano le dune, si dirigevano verso l’interno… ma poi ci ripensavano e si indirizzavano dove?... (SUSPENSE)… verso la mia tendina!
Decine di bipedi avevano camminato nei pressi della mia magione.
Era un pellegrinaggio?
La storia del mio viaggio a Uoleva aveva anche un sottofondo religioso?
Una folla aveva girato attorno alla mia capannetta di plastica?
La mia tenda era stata scambiata per un santuario di Loreto in sedicesimo?
Mi guardai in giro: nessuno!
Sogguardai a destra, sogguardai a sinistra, verso l’interno, verso il mare: nulla!
Come trarre un indizio da tutto quel tramestio?
Come risalire da tutte quelle tracce agli individui che le avevano impresse sulla sabbia? Come svelare l’identità e il grado di pericolosità di coloro che avevano lasciato tante orme in un luogo pressoché deserto?
Ci sarebbe voluto mio cugino (l’altro) Sherlock.

In mancanza di Sherlock smontai la tenda.
Da cinque giorni mi trovavo in Paradiso, ne mancavano solo due per ritornare al mio normale Inferno quotidiano.
Mi caricai i miei averi in spalla. E m’incamminai lungo la spiaggia verso il punto dov’ero sbarcato.
Per via pensai di avvertire il barista cannibale della mia decisione.
Ma stavolta fu lui a precedermi; se ne stava lì, sulla soglia della sua magione ad attendermi; forse aveva davvero bisogno di compagnia.
Ma dal grugno con cui ora mi sogguardava cambiai idea: quello là aveva sempre la sua aria da possidente dello Yorkshire e mi squadrava come si squadra uno sconosciuto che sta avvicinandosi con chissà quali losche intenzioni; il cannibale mi considerava sempre e solo uno scocciatore.

«I come back, Sir!» dissi alzando un pochino la voce per farmi sentire sopra il rombo delle onde.
Non rispose. Sembrava dire: “Ma che razza di rompiscatole!”.
Feci qualche passo in avanti e con un altro sorriso aggiunsi: «May I stay in the beach, Sir?». E mi fermai a guardarlo come se fossimo vecchi amici.
Lui mantenne un silenzio da possidente dello Yorkshire.
«Only for two days, Sir» aggiunsi con tono orante, facendo un altro passettino verso di lui.
Mi sogguardava senza battere ciglio da vero lord inglese con la puzza sotto il naso.
«All right, Sir?» chiesi a conferma dell’accordo appena raggiunto.
Al che lui si voltò… e sputò per terra!
Non aveva solo la puzza sotto il naso, ma aveva anche mangiato qualche maialino indigesto.
In ogni caso mi voltai anch’io, non per sputare (sono un tipo educato) ma per cercare una duna un po’ più lontana dal barista selvaggio dell’età della pietra: la digestione di quel cannibale mi convinceva poco.
Feci marcia indietro.
Scelsi un avvallamento tra due dune abbastanza altine e lontane dal possidente altezzoso. E non muovendomi pressoché mai di lì passai i due giorni successivi.
Dopo due giorni mi posizionai di nuovo nel luogo dell’appuntamento, la riva dove avevo messo piede ad Uoleva; gli accordi con Rambo erano chiari: sette giorni e doveva venire a riprendermi.

Ma ora il sole sta calando e non si vede nessuna barca, nessun Rambo, solo mare, solo miriadi di brillii di luce. E io sono stufo di questo splendore! Ne ho piene le scatole del Paradiso! Sono stufo di tutta questa bellezza! Voglio tornare a casa! Martedì ricomincio a lavorare al Catasto!

Al tramonto comincio a preoccuparmi: “Sta a vedere che adesso questi qua si sono dimenticati di me e che mi tocca dimorare per sempre in Paradiso!”.
Di botto l’oscurità!
Su questa spiaggia sono in attesa di una barca purchessia che non si vede.
Un fruscio alle spalle…
È il cannibale!
Stavolta sono fritto! (Bollito? In umido? Alla griglia?)
«Are you waiting for the boat?» m’interpella il cannibale squadrandomi con famelicità.
«Am I waiting, Sir?» domando mentre lui si fa avanti come un orango.
«The boat will arrive tomorrow ? ghigna scuotendo la testa. – On Sunday!». E si mette a ridacchiare. «Not on Saturday!» esclama tutto divertito.
Finalmente qualcosa di divertente ad Uoleva!
Caspiterina! Ho fatto male i conti! È domani domenica!
Al che il cannibale si dilegua senza neppure un invito a passare la notte nella sua stamberga.
Proprio maleducati ‘sti cannibali tongani!
«Nothing… nothing…» sento ripetere con un ghigno divertito.

Mi stendo sulla riva.
Non tiro su neppure la tendina: che vengano pure a mangiarmi ‘sti scocciatori di serpenti di mare (o i varani o i cannibali).
Sopra di me brillano miriadi di astri, scintillano a centinaia le stelle, nuvole si distendono argentee davanti ai miei occhi, galassie disegnano scie nella volta bluviola del cielo.
E a me non mi fanno né caldo né freddo! Anche a Rogoredo ci sono le stelle!
Così con gli occhi pieni di stelle esclamo: “Mi sono stufato del Paradiso! A me mi piace di più il mio normale Inferno quotidiano”.
Da un istante all’altro mi aspetto una saetta da Giove Pluvio o da qualche dio polinesiano incavolato per la mia ingratitudine.

Il pomeriggio successivo sono sempre lì, “Stessa spiaggia! Stesso mare!” (come ripeteva instancabile quell'epicureo di Edoardo), è il litorale a mezzaluna più bello della Terra, ma che mi ha proprio rotto le scatole! E quando uno si rompe si rompe!
Al calare del sole mentre già mi sto convincendo di essere stato dimenticato dal genere umano mi scende una lacrima sul viso (succedeva la stessa cosa anche al mio amico Bobby) e comincio a interrogarmi sull’universo, sulla mia sorte,
comincio anche a domandarmi se non sia il caso di farmi il tratto di mare tra Uoleva e Hahapai a nuoto, sarebbe una nuotatina di due giorni e due notti, nuoterei in mezzo a un corteo di pescecani ma forse… chissà… forse arriverei...

E quando già mi vedo magro come un grissino torinese, smangiucchiato come un craker romagnolo, all’orizzonte appare un puntino. Viene proprio da questa parte!
Non vorrei mettere i buoi davanti al carro ma mi sembra che si diriga proprio dove io sono in dolce attesa!
Sì sì sì si avvicina!
Rock rock rock
Because we rock no-stop
Because we rock no-stop
Sex sex sex
is the law law law
mi rispondono i ‘Treacherous Three’.
Altro che lacrime sul viso, caro Bobby! Il rap dei ‘Treacherous Three’ è un Inno di Salvezza, un Cantico dei Cantici, la Bella Ciao Ciao dal Paradiso!
Sull’imbarcazione c’è un tizio in piedi.
«Are you, mister Ruffini?» ulula sopra il rap dei ‘Treacherous Three’.
Sono in controluce. Mi faccio schermo con la mano cercando di decifrare l’identità dei nuovi venuti.
Quel tizio con la maglietta a mezze maniche, senza giubbotto sbrindellato di pelle, senza occhiali neri a specchio non è di sicuro Rambo.
«I beg Your pardon, Sir?» domando. (Non comunico facilmente le mie generalità a sconosciuti.) E intanto penso: “Che si siano messi d'accordo? Che vogliano cucinarmi in un pranzo comunitario?!”. Quel tizio in piedi su quella barca non è nessuno dei due Rambi, non assomiglia proprio a quei due testadicavoli che sette giorni fa mi hanno buttato a mare dalla loro barcaccia decrepita. Vogliono fregarmi, è chiaro!
«Are you mister Ruffini?!» ulula di nuovo il tizio sopra il rombo dell’oceano.
«Who are You looking for, Sir?» chiedo. (Non si sa mai che siano cannibali a motore.)
«Are?! You?! Mister?! Ruffiniii?!!!» ulula a più non posso.
«Who am I?» domando di rimando.
«Come on, Mister Ruffini! I am here for my friends! Get up! We go to Ha’apai!».
«Yes Sir! Thank you, Sir! ? gioisco. ? I am jumping, Sir! ? mi slancio. ? You are very kind, Sir. You are a very good guy, Sir. God bless you, Sir!».

(Per chi non sa l’inglese spiegherò che ‘sto selvaggio è stato incaricato dai due Rambi testadicavoli di venire a riprendere il turista che si è fatto sbarcare - chissà perché - sette giorni fa a Uoleva, forse per provare l’ebbrezza di passare le vacanze su un atollo isolato come Robinson Crusoe! Certo che ce n'è di gente strana che va in giro per il mondo pur di spendere i soldi!)

E così sto per buttarmi in acqua per raggiungere a nuoto la barchetta della mia salvezza dal Paradiso ma quello là addirittura si avvicina! e non mi tocca neppure nuotare! Gli passo lo zaino… e poi il sacco con le noci di cocco che ho fregato al cannibale.
E così seguendo il ritmo dei ‘Treacherous Three’
Sex sex sex
is the law law law
salto con un balzo sulla barca come Rambo.
Ed eccomi qua bel bello (si fa per dire) di nuovo sul tetto di una barchetta in navigazione sull'Oceano Pacifico.
Sex sex sex: in un battibaleno (anzi meno) divengo zuppo come un pesce.
Sex sex sex: sono fradicio come una tartaruga.
Sex sex sex: ingranchito come un granchio.
Ma - sex sex sex - felice come un serpente di mare!
È dura vivere in Paradiso, anche se è proprio per questo che si è partiti.
E mentre vengo sbattuto su e giù, a destra e a manca, in alto e in basso come un polipo, canto a squarciagola
Sex sex sex
is the law law law
Sex sex sex
is the law law law
L’inno di Tonga!
Uoleva… addio!
Rogoredoooo… arrivoooo!!

 


2. SABATO NEL NIRVANA

La jeep scassatissima, ricoperta di ninnoli multicolori, di ciondoli e di immagini sacre, a ogni curva sbanda, occhieggia un precipizio; stiamo per prendere come foglie al vento la via del vuoto, il Paradiso in anticipo sta aprendo le sue porte… ma poi una mano divina ci sfiora e ci risparmia il burrone.
Un clangore di ferro. Abbiamo perso un pezzo! Veleggia laggiù nello strapiombo.
Ma lui, imperturbabile col suo turbante in capo, le braccia distese sul volante, non fa una piega; ha un viso reso ancora più altero da due baffi neri lunghissimi e sottili.
«Travel is a very good way to spend money» mi dice per creare un po’ di cordialità, continuando a guardare verso la strada.
“Lascerò il sacco all’hotel ? penso, ? poi, confidando nella benevolenza degli dei, mi farò portare ancora più su, fino a Hemis”.

Davanti all’hotel, il mio Automedonte si complimenta: «You chose a very good hotel, sir! Very good! Very expensive!»; è contento di aver caricato all’aeroporto qualcuno che si può permettere l’Hotel Yak; ride scoprendo una dentatura che è un cruciverba a punti bianchi e neri, continua a sorridermi col suo sorriso affettato mentre scivola fuori dalla sua jeep e tutto servizievole con un inchino mi spalanca la porta; poi con fare da maggiordomo vorrebbe prendermi il sacco, ma io lo precedo e col mio zaino in spalla mi avvio verso l’Hotel Yak.

All’impiegato della Reception spiego che ho prenotato una camera con una email.
Mentre l'impiegato scorre la fila delle prenotazioni, mi accorgo che il mio Automedonte quatto quatto mi ha seguito, sta facendo segni per attirare l'attenzione dell’impiegato, cerca di fargli intendere che è stato lui a indirizzarmi al suo hotel, a fargli fare buoni affari, si aspetta quindi una buona mancia.
Incurante delle subdole manovre del tizio a cui ho affidato oggi la mia vita senza averlo mai visto prima, porgo con cura sopra il banco il mio sacco all’impiegato che lo afferra e senza alzare lo sguardo dal suo libro lo sbatte contro la parete dietro il bancone. Mi chiedo se sia incavolato con me o con lo strano personaggio che è alle mie spalle, in ogni caso è incavolato con chissà chi, forse con la moglie, si sa come sono le mogli sull’Himalaya (è l'altitudine).
Io sono lì indeciso se incavolarmi a mia volta con l'impiegato e dirgliene quattro informandolo che non se la può prendere con me se ce l’ha con sua moglie, oppure prendermela con il personaggio alle mie spalle intimandogli di ritornare senza indugio alla sua jeep oppure più ragionevolmente con me stesso per essere qui alle sette meno un quarto di mattina in un posto che presenta a quanto pare alcuni inconvenienti oltre l'altitudine che opprime come un chiodo piantato nel cervello.
“Chissà se riuscirò a ritrovare il mio sacco quando ritornerò qui stasera?” mi chiedo guardando il mio povero zaino sbattuto miseramente per terra.

Fuori dell’albergo Automedonte mi ricopre di nuovo di effluvi di complimenti: «Your hotel is very good, sir! Very expensive!»; e mi fa cenni di assenso, inchini, sorrisi, cenni di ammirazione; è proprio contento del suo cliente. «You chose a very expensive hotel, sir. Congratulations! Very expensive!» ripete.
“Boh? ? penso (Bo è un dio himalayano). ? Chissà quali e quante ragioni avrà per farmi tutti questi complimenti?”.

Sette di mattina dall'altra parte del mondo, dall’altra parte della Terra, dall’altra parte di tutto, 4000 metri di altezza.
Riprendiamo a scorrere su e giù per le vallate del Ladah segnalando con clangori a ogni agglomerato di case e di casupole il nostro passaggio.
Un uomo anziano allampanato sta camminando in mezzo alla strada, è vestito con una lunga tunica bianca, lacera, coperta di chiazze; (“ecco qua qualcuno che non si può permettere l’Hotel Yak!”); cammina e ogni tanto dà un calcio a una pietra, a un barattolo, a una cartaccia sparsi sulla carreggiata. Con uno spazzolino infilato in bocca nel frattempo si sfrega vigorosamente su e giù la dentatura. Pulisce denti e strada nello stesso tempo, davvero un ecologista di riguardo! La jeep sgomma, suona il clacson, lo sfiora, e il vecchio, tranquillo come una Pasqua, continua a pulirsi i denti e a scalciare cartacce, sassi, barattoli; tutto quello che gli capita a tiro lo sbatte lontano come un proiettile; un fare un po' rude ma con una sua funzionalità; per dire: cento di questi calciatori mattinieri e tutta la valle del Ladah si risveglierebbe con le strade immacolate!

La catena dell’Himalaya è una distesa ocra, pietrosa, ghiaiosa, solo le vette lontanissime sono innevate. Chi si aspettava un paesaggio simile alle Alpi è proprio scarso di geografia, meglio che restava a casa (avrei risparmiato anche parecchi soldi).
Fumo nero si alza dalla carreggiata; uomini dai visi anneriti stazionano dentro la nuvolaglia, sembrano diavoli dell’inferno, i loro corpi si muovono tra fumi e fiamme; armeggiano, picconano, svangano, si chinano: stanno asfaltando la strada. La jeep s’infila dentro la nuvola nera.
In alto, offuscata tra nubi e fumo, la sfera del sole fila veloce come nella carrellata della sequenza di un film; tra mezzogiorno e le 4 del pomeriggio quella stessa sfera diventerà una palla di fuoco che brucerà la pelle degli esseri umani. A perdita d’occhio sono circondato da pareti ocra, ghiaioni, cumuli e sterminate distese bianche che da lontano qualche sprovveduto (ad esempio qualcuno arrivato proprio questa mattina) scambia subito per nevai… mentre invece sono solo sassi lattescenti.
La jeep lascia alle spalle gli esseri avvolti dal fumo tra i baluginii delle fiamme, risale su per i tornanti del Ladah, sgomma, sbuffa, ballonzola, punta il muso verso i 5000 metri di altezza.

All’incrocio col sentiero per il monastero di Hemis la jeep accosta sul lato della strada; si ferma.
«Here you are, sir!» esclama Automedonte col turbante.
Da qui in avanti bisogna andare a piedi.
«How much?» chiedo aprendo il borsellino.
«Two thousand rupias, sir» risponde gentile Automedonte.
Rialzo lo sguardo… sgrano gli occhi sorpreso…
Lui mi squadra… gli brilla lo sguardo in attesa della mia reazione...
«Too much!» faccio secco secco.
«No sir! It’s a very long way, sir!».
Scuoto la testa. «Too much!» ripeto.
Fa un passetto all’indietro, si acciglia, assume un fare offeso, aggrotta la fronte e le sopracciglia a cespuglio. «The price is fixed, sir!».
(Ma da quegli occhi lubrici s’intuisce che sta pensando: “Turista del cavolo! Ti puoi permettere l’Hotel Yak! e adesso vieni a contrattare il prezzo della mia corsa!”).
«Are You sure?» gli domando per concedergli un’ultima possibilità, un’ultimissima condiscendente via d'uscita da un comportamento non proprio onesto.
«I am sure, Sir!» dice impettito col suo turbante ritto in testa portando la mano al petto come se facesse la dichiarazione di fedeltà eterna a Sua Maestà Britannica.
Tiro fuori le 2000 rupie e le poso con distacco sopra il sedile.
E lui con un lieve sorriso e occhi che scintillano allunga la mano sulle banconote. Ridiventato di nuovo un monumento di gentilezza chiede: «Sir, shall I come later and pick you up any time you want?».
“Ma va al diavolo! – penso. – Te e le duemila rupie!”.
Passano alcuni secondi…
«Ok, Sir!» esclama con un sorriso come se mi avesse letto nei pensieri.
Fa un inchino.
«Good bye, Sir – mi saluta richiudendo lo sportello. ? Have a nice day!».
Non riesco a mettere soggezione neppure ai tassisti del Ladah! Questo qua se ne sbatte pure dei miei anatemi.
(Ho davvero ben poche chance nelle vesti di Cerbero, di Indiana Jones o di Rambo.)

L’ultimo tratto per Hemis è da gambe in spalla ovvero da spalle in gamba. Il monastero dal fondovalle appare un castello fatato incastonato tra guglie affilate di vette.
Dopo essermi inerpicato su per il costone, a non molta distanza da Hemis vedo un saddhu seduto per terra sul margine del sentiero con le spalle appoggiate a un muretto di pietre che costeggia il viottolo; indossa solo un perizoma, anche se a quest’ora in questa parte in ombra della montagna fa freddo; lui se ne sta lì incurante del gelo, ha il braccio scarnificato disteso, il gomito appoggiato al ginocchio, il palmo della mano aperto verso l'alto; tende la mano così che il passante possa posarvi qualcosa; accucciato nel suo angoletto a ginocchia alte e sedere per terra, mano aperta, aspetta un’oblazione.
E anche quando superandolo io non gli ho dato niente, lui se ne sta lì col braccio teso, gli occhi fissi, il cranio e la faccia di una mummia, in attesa nel suo spigolo tra il sentiero e il muretto. In realtà lui è superiore alla contingenza che qualcuno passando gli faccia l’elemosina, non è neppure sfiorato dal problema di ricevere, lui non si cura del dare e dell’avere, al contrario si dispone a favore di quelli che lo incrociano perché possano fare un’oblazione, è per questo che se ne sta lì in attesa non dell’elemosina ma del Nirvana; col suo ascetico, superiore sussistere in questo mondo, che è pura apparenza, si dispone ad assolvere un compito codificato da scritture millenarie: permettere agli esseri umani che si aggirano per le strade di questa terra di fare l’elemosina a un saddhu e di guadagnarsi così il lasciapassare per una migliore reincarnazione.

La gente è venuta da tutto il Ladah in questo primo sabato di luglio per partecipare alla celebrazione della festa religiosa più importante dell’Himalaya. La polvere ben presto la fa da padrona, alzata da quelli che arrivano con i sandali, gli zoccoli, solo pochi, i ricchi, con le scarpe. Gruppetti sempre più numerosi risalgono il sentiero verso il monastero. Parecchi ladahi gremiscono già le tende erette attorno alle mura, si sono sistemati nelle panche, mangiano spaghetti in brodo, piatti di riso, alzano al cielo bicchieri colmi di tè insaporito con il burro di yak.
Il tè al burro di yak è una bevanda da bere assolutamente una volta nella vita… (se si vuole assegnare con cognizione di causa l’Oscar delle Bevande Più Imbevibili e Più Rancide del Pianeta).
Così io mi siedo, non su una panca a bere il tè di yak (m'è bastato una volta e non ci ricascherò mai più), ma per terra in un angolo del cortile del monastero in attesa che inizi la cerimonia religiosa.
Accanto a me si sistema subito una donna con un neonato in braccio. La giovane ladaha ha la faccia essiccata dal sole, che da queste parti a 4000-5000 metri di altitudine nelle ore centrali della giornata è micidiale. Il sorriso della ragazza è un po’ rude e tosto, ma simpatico, culla la sua bimba imbacuccata in un fagotto di fasce bianche avvoltolate da cui spunta solo la testolina.
La donna ladaha mi sorride e a gambe incrociate ondeggiando di qua e di là cerca la posizione più comoda per restare seduta per parecchie ore; è vestita con un lungo abito nero che alla lontana assomiglia a quello delle beghine del Nord Europa di alcuni secoli fa con arzigogolati ricami bianchi agli orli, la differenza è che lei in testa non porta un fazzoletto nero ricamato ma un cappello alto quasi mezzo metro, una specie di minicattedrale di stoffa e di feltro scuro con i bordi rivolti all’in su come torrioni; la gonna è così larga che funziona da tovaglia e da coperta; i boccoli della capigliatura le giungono fino alle spalle, neri come ardesia; gli occhi scintillano da carboni accesi; nella sua rudezza, nei suoi caratteri tanto marcati fa trasparire un senso di umanità.
In questo monastero in mezzo ai monti tra lei e me, che vengo da tutt’altra parte del pianeta, c’è la particolarità che non abbiamo alcuna parola in comune per scambiare messaggi, ma siamo vicini in uno spiazzo polveroso tra montagne himalayane, condividiamo il tempo e l'attesa, e la nostra conversazione si articola in accenni cordiali, sorrisi, sguardi, ammiccamenti cortesi.
Il vestito della signora ha una affilata scollatura che dalla gola scende giù giù fino al seno.
E ora la donna con la mano destra - la mano sinistra sostiene la bambina - apre la scollatura e denuda davanti a me una poppa. Sgrano gli occhi! Questa non me l'aspettavo! La mammella è grossa, turgida, con un capezzolo grande, rosso scuro come vino. Mi ci vuole poco per capire che lo spettacolo non è a mio beneficio; la signora si china, avvicina la sua poppa alla bimba che intuendo che quella è la parte più buona e interessante del mondo comincia subito ad agitarsi finché le sue labbra riescono a trovare il tesoro che le viene offerto.
Mentre la bambina succhia con foga, la ragazza ladaha rialza gli occhi e mi sorride compiaciuta. Anch’io le faccio un sorriso… poi cerco di guardare da un’altra parte.
E penso che mi sembra di avere in comune qualcosa con questa signora nata a decine di migliaia di chilometri dal luogo dove sono nato io, qualcosa di reale quanto i nostri due corpi che si sfiorano; mi sembra un po’ strano che si sia denudata proprio davanti a me che più estraneo rispetto a lei non potrei essere, eppure in fondo in fondo la capisco: siamo qui in attesa dell’inizio della cerimonia religiosa e lei approfitta dell’attesa per allattare la sua bimba. Furba, no?!

A getto continuo arrivano gruppi di pellegrini. Le donne ladahe si mettono tutte sedute in fila accanto alla signora che allatta.
Mi viene il dubbio di essermi piazzato nella zona del tempio riservata alle donne; mi alzo, mi guardo in giro… ma c’è un tale viavai di gente da ogni parte che non saprei dove andare, così mi risiedo in mezzo al gruppo di signore ladahe… sperando di non essere lapidato.
La giovane con al seno la poppante viene seguita nella sua opera di allattamento da tutte le altre donne, è un fervido cicaleccio segnato da un acceso dibattito, interesse, attenzione, commenti. La signora viene accompagnata attimo per attimo nella sua funzione di allattamento, un evento che da queste parti deve essere molto importante tanto da coinvolgere l’intera comunità, almeno quella di sesso femminile.

Tutte le signore che mi circondano portano in capo la stretta tuba con i bordi rialzati, un copricapo nero puntuto ricoperto di ciondoli dorati, come quello di una maga.
E adesso, visto che ormai siamo proprio vicini e che anzi siamo spinti a forza l’uno verso l’altra, coscia contro coscia dalle donne che continuano ad arrivare, a sedersi, a reclamare con uno sguardo e un sorriso un po’ di spazio, visto che ormai condividiamo l'attesa, la polvere, la terra su cui convivere per una giornata intera e che abbiamo in questa contingenza della nostra esistenza tante cose in comune, per tenersi meglio in equilibrio, per stare più comoda la ragazza si appoggia a me: piazza sicura il gomito del suo braccio sopra il mio ginocchio sinistro così da porgere con più agio il suo seno alla sua bimba. Furba, no?!

In questo frangente, unico individuo di sesso maschile in mezzo a un gineceo di donne himalayane, che sorridono e si danno di gomito indicandomi con gli occhi, entro a far parte di un singolare trittico: se fosse un quadro esposto al Prado di Madrid sarebbe intitolato ALLATTAMENTO
Mamma, Bambina e Appoggiagomito.

Nello spiazzo polveroso di questo monastero in cima all’Himalaya il mio ginocchio sta assolvendo un utile servigio.
Almeno per una volta servo a qualcosa.
È per questo per caso che sono capitato al mondo? Una bella domanda filosofica.
E ancora: è per questo che esistono le ginocchia? E le mie ginocchia esistono in quanto servono? O servono in quanto esistono?
Come si vede i quesiti non mancano.
Ondeggiando sulle chiappe (trattenendo il bisogno di andare a fare pipi) cerco di trovare la posizione più comoda per sostenere l'imprevisto carico critico che mi è piombato addosso per qualche sghiribizzo della dea Parvati.

Arriva sempre più gente.
Mi sembra strano per i miei canoni occidentali che questa signora si sia denudata proprio davanti ai miei occhi e che ora si appoggi al mio ginocchio per porgere il suo bel seno nudo e turgido alla sua bimba, ma lei a quanto pare non ci trova proprio nulla di strano o di contrario al bon ton!
E se va bene a lei...
Il sorriso della giovane ispira fiducia ed esprime fiducia nei miei confronti.
Chissà se me la merito?
In ogni caso io le sorrido e penso: "In fondo capisco questa mamma che col suo gomito ossuto si appoggia al mio ginocchio per stare più in equilibrio e porgere con comodità il suo seno alla sua bimba. Mi sembra davvero strano che si appoggi proprio a un ginocchio arrivato dall’altra parte del pianeta, ma in fondo la capisco”.
Lei continua a sorridermi, ad appoggiarsi, ad allattare e a non mostrare alcun imbarazzo. E io continuo a capirla, a sorriderle e a chiedermi: “Quanti anni hai? Diciassette? Venti? Venticinque? Ne dimostri quaranta! Con quel viso abbrustolito dai raggi del sole sembri più anziana di quello che sei. Ma io, che forse sono più anziano di quanto tu sembri, ormai so bene che quello che conta non è quello che appare ma quello che abbiamo nell’intimo. Con questo tuo appoggiarti a me, con questo tuo denudarti senza falsi pudori, gioisci nel mostrarmi la tua bimba e il tuo bel seno gonfio di buon latte: sono la tua ricchezza, quella da esibire come un tesoro a un turista ricco sfondato, spuntato come un diavolo dal basso delle pianure peccaminose”.
In ogni caso io, turista ricco sfondato ma di beni ben più effimeri, inutili e falsi dei tuoi, cerco di distogliere lo sguardo, di volgere gli occhi da un’altra parte. Almeno fin qui il mio bon ton ci arriva.
(Ma forse a non guardarti ti sto deludendo.)

Gli altri occidentali man mano che si approssima l’inizio della cerimonia religiosa si aggirano come falchi per Hemis. Si fanno avanti per fotografare tutto e tutti. Si dirigono di qua e di là per scegliere la posizione migliore, per godersi lo spettacolo esotico. Provo un senso di estraneità a tanta frenesia di vedere, di fotografare, di accumulare foto, oggetti, ricordi.
In questo momento mi sento davvero del tutto uno straniero: io non sono un ladaho, non allatto, ma non ho nulla a che fare con questi visi pallidi venuti dai miei stessi emisferi per carpire la scena di folklore himalayano; io non sono parte degli uni per inappartenenza né degli altri per disposizione d'animo.

Quando il lama - era ora!- spunta dalla pagoda con una maschera multicolore atteggiata a una smorfia minacciosa e insieme beffarda, comincia a salterellare di qua e di là come una giostra ricoperta di pendagli multicolori; carico di monili e di drappi e di chincaglieria, con mosse studiate da canoni millenari, si volta di qua, si volta di là, dà un’occhiata di su, dà un’occhiata di giù, quindi d'improvviso fissa la sua maschera tremenda proprio nella mia direzione. Caspiterina!
Poi per fortuna la distoglie (sembrava che ce l'avesse con me!). Assume pose che intendono e suggeriscono sentimenti, emozioni che raccontano a gesti, a smorfie, a salti, miti tramandati da millenni, storie di battaglie fra dei e dei, tra dei e uomini in queste montagne e vallate himalayane. Con la sua maschera, oberato di monili, porta in giro se stesso e un numero spropositato di chili di orpelli.

E io penso: capisco questi occidentali che, come se gli avessi piazzato due fili elettrici scintillanti nelle chiappe, appena hanno visto il lama travestito da divinità del tenebroso Olimpo degli dèi himalayani hanno preso a saltellare da una parte all’altra del cortile di Hemis cercando di star dietro ai vorticosi prilli del semidio. Li capisco questi miei contemporanei armati di macchine fotografiche superdigitali che balzano e sgomitano per stare alle calcagna del lama che si aggira per il monastero per gratificare tutti e tutto con le sue sacre piroette; di nuovo si è immobilizzato in equilibrio su una gamba sola, l’altra è ferma a mezz’aria con la punta della scarpa rivolta all’in su… Sogguarda verso il cielo… verso gli dei... poi con un guizzo “sdleng! sdleng!” fa una piroetta e da vero acrobata tintinna con tutti i suoi pendagli e monili “sdleng! sdleng!” per ricominciare a girare per Hemis.
Capisco questi turisti che si precipitano sul ciglio delle mura per fotografare i monaci che hanno appena alzato al cielo le lunghissime trombe dorate e le fanno risuonare cupe verso le cime per raggiungere con suoni di tube, di echi e di controechi, le vallate e gli agglomerati più sperduti di casupole abbarbicate sui precipizi del Ladah. Li capisco questi fotografi spericolati che come kamikaze puntano le donne ladahe per ghermire su quei visi le espressioni più stupite, gli occhi più sgranati, i copricapo più puntuti, i vestiti come tovaglie, le facce bruciate dal sole. Li capisco questi miei consimili che si piazzano davanti a tutti e tutto impedendo di seguire il rito religioso ai ladahi che hanno percorso decine di chilometri a piedi per arrivare fin qui, per partecipare alla cerimonia sacra di quest’anno e che ora torcono il collo, gli occhi perché ci sono questi visi pallidi, arrivati da chissà dove, che si sono intrufolati nella cerimonia senza ritegno e ora non fanno vedere niente a nessuno. Capisco questi curiosi globe-trotter arrivati in taxi, in jeep, in SUV, in aereo, e che ora usurpano della liturgia sacra i ladahi che hanno percorso sentieri di montagna tra pietre e polvere sui loro zoccoli, ciabatte, sandali per presenziare al rito propiziatorio del nuovo anno buddista.
Li vorrei sgozzare questi miei consimili, ma li capisco. Capisco la loro mentalità avida, la conosco. Assomigliano tanto a serpenti velenosi. Ma li capisco. Li capisco quando si atteggiano a grandi fotografi professionisti assumendo pose plastiche per lunghissimi secondi, rivolti alla scena che si tradurrà in una fotografia secondo loro artistica, secondo me volgare, di cui arricchire un carnet di foto e poi, tramite cornici, muri di case ricche e volgari. Li capisco nell'attimo che sono convinti di scattare l’istantanea che susciterà l’ammirazione e l’invidia in tutti coloro a cui la mostreranno quando torneranno nelle loro città cementificate alla conclusione della loro vacanza esotica: proprio quella sarà la foto che mostreranno con orgoglio a parenti, amici, conoscenti, individui altrettanto carichi di fotografie altrettanto repellenti e scattate con lo stesso spirito avido e meschino.
Capisco i monaci che intravedo già dentro il monastero a borbogliare frasi gutturali; sembra stiano compitando gorgoglianti mantra liturgici; ma non stanno recitando mantra liturgici né versi sacri, non stanno invocando giaculatorie propiziatorie per concludere dentro il tempio la cerimonia sacra di quest'anno: stanno ruminando, in un susseguirsi di borboglii simili a un cupo echeggiante OM, i conteggi e riconteggi delle stropicciate banconote ricevute dagli occidentali e gli incassi delle vettovaglie consumate nelle tende di ristorazione dai pellegrini ladahi.
Li capisco tutti: “Humani nihil a me alienum puto”.

E mentre la cerimonia sta volgendo al termine - anche il lama è rientrato nella sua pagoda - con grazia e circospezione sottraggo il mio ginocchio sinistro al gomito destro (a dire il vero un pochino spigoloso) della mamma ladaha che sta cullando la sua bimba soavemente addormentata e soddisfatta della pappata pantagruelica. Nel sottrarre il mio utile ginocchio faccio un sorriso contrito come per dire: "Beh… adesso devo andare", … per esprimere le mie scuse, le mie giustificazioni, come facevo a scuola quando dovevo uscire prima della campanella.
La signora mi sogguarda - non è che mi ringrazi, il mio servigio in fondo è un atto dovuto, - mi sorride… quanto basta per ringraziare un diavolo spuntato dal basso delle pianure peccaminose.
E io penso: "Ti capisco, cara mia. Sei una furbetta gentile!".

Mi rialzo. Faccio un inchino cerimonioso (anch’io ci so fare - se mi ci metto - con le pantomine); poi zoppicando un pochino - il gomito di quella puerpera era davvero puntuto - mentre le donne ladahe s’inchinano con i loro cappelloni e con un sorrisino ironico sulle labbra verso di me, esco dal cortile di Hemis.
“Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt”.
Nell'uscire vedo che la signora ladaha mi fa un cenno come dire: "ciao ciao" ovvero “ci rivediamo l’anno prossimo”.
Io alzo appena il capo per rispondere: “forse… chissà…”.

Mi avvio lungo il sentiero che scende verso valle. Fuori del tempio quando non c’è più nessuno in giro, mi fermo subito in un angolino (davvero non ce la facevo più a trattenermi!). Faccio anche distensioni e flessioni. Cavolaccio! Dovrò sorbirmi tutto il tratto del sentiero fino alla strada con il ginocchio indolenzito!
Quando riprendo a camminare, malgrado tutto - non so perché - mi sento più leggero di questa mattina quando sono salito, non è solo che adesso vado in discesa mentre all'alba camminavo in salita, è qualcosa che non so spiegare.
Quando sarò laggiù in fondo sulla strada, mi apposterò sul ciglio della striscia d’asfalto e prenderò a fare autostop con la speranza che qualcuno dei tanti intrepidi Indiana Jones, portati a Hemis a vagonate su rombanti jeep e sfumacchianti SUV da agenzie di viaggi organizzati, fra le tante spericolate avventure di cui vantarsi e da raccontare ad amici, conoscenti alla fine di questa spericolata vacanza valuti anche quella di aver salvato dandogli un passaggio un tizio un po’ fuori di testa che si aggirava da solo all’imbrunire a piedi in mezzo alle montagne impervie dell’Himalaya, tra dirupi immani e ghiacciai gelidi quando già si sentivano gli ululati ingordi degli yeti. Magari per quel passaggio davvero gradito accetterei anche di farmi fotografare: una fotografia artistica abbracciato spalla spalla al mio prode salvatore, sorridendo entrambi all’obiettivo come vecchi amici, così da immortalare per sempre la sua ulteriore avventura tra gli immensi spazi del cattivo gusto.

Lungo il sentiero rivedo il saddhu: se ne sta lì immoto, appoggiato con le spalle al muretto, magro, scheletrico.
Lui non partecipa alla cerimonia, non è interessato all’arte della fotografia, lui non stacca biglietti, non suona trombe, non fa piroette su una gamba sola, non trasporta pendagli e monili, non vende il tè di yak né indossa cappelli a tuba, non allatta neonati e non presta il ginocchio a puerpere, è sempre in mezzo ai campi col suo perizoma a coprirgli le scarse pudende; con la mano destra aperta, il gomito appoggiato al ginocchio (il suo) sembra aspettare… ma in realtà non aspetta nessuno.
Gli altri sono impegnati a contare soldi, ad allattare, a suonare, a fare giravolte, a scattare fotografie, ad andare in giro trasportando in bilico sulla testa cappelloni che peseranno chili, a vendere tè al burro di yak! a berlo! Se la vivono la vita! Sono amabili ed esecrabili, ebeti e intelligenti, belli e brutti. Il saddhu con il suo gomito posato sul proprio ginocchio, la mano perennemente aperta, non guarda nessuno, non parla a nessuno, le sue labbra non sorridono, la sua mente non ha desideri. Lui incarna il vuoto. È nudo, sembra carta velina, è indifferente sia al passare che al non passare degli altri, all’esserci e al non esserci degli altri, veleggia nell’inalterabilità nel suo non-esserci; è l’incarnazione dell’indifferenza al mondo e agli altri.
Mentre gli passo accanto e le mie gambe gli sfiorano la mano sono quasi quasi tentato di dargli una bottarella a quella mano, così per vedere se si smuove dalla sua superiore imperturbabilità.
E anche quando in quella mano aperta a ciotola io non ho posato nulla (né ho dato una botta), lui mantiene la stessa posizione, non si scompone, non mi manda al diavolo per la mia taccagneria né si complimenta per il mio ardimentoso viaggio tra le vette himalayane.
Dietro di me non c'è nessuno, ma lui tiene la mano sempre aperta, continua a essere disponibile a ricevere un’offerta anche quando non passa nessuno. Lui non chiede l’elemosina, al contrario con generosità si offre perché gli altri possano fare un’oblazione, per questo se ne sta immoto sul filo sottile tra il Samsara e il Nirvana.
Solo lui, che ho incontrato per primo quando sono arrivato questa mattina e rincontro ora nell’andarmene in anticipo, solo lui che indugia sulla soglia del Nirvana mentre gli altri sfangano la vita tra la melma e la polvere consumando la loro giornata in questo sporco mondo, in questo sogno effimero in cui si aggirano, si affannano, si agitano, si divertono, gioiscono, si rattristano, allattano, imprecano, fanno all'amore, concludono affari, peccano, si arrabbiano con la moglie, si ubriacano… solo il saddhu, che nella prossima reincarnazione gli andrà certamente meglio e che oggi ai margini della confusione più polverosa e festosa che l’ha sfiorato non ha visto nulla e che nel suo straniamento sento tanto simile a me… solo lui - un esile filo d’erba filiforme seduto sul bordo di un sentiero, uno straniero al mondo - solo lui non riesco proprio a capirlo.

Laggiù in fondo dove finisce il sentiero e ricomincia la strada asfaltata, laggiù dove termina il regno fatato di Hemis e rincomincia la civiltà rombante delle macchine, delle motorette e delle preoccupazioni quotidiane, appoggiato con il proprio gomito al tetto del proprio veicolo, vedo qualcuno…
Mi sta aspettando: lui sa che devo ripassare inevitabilmente per di lì e che con un piccolo sconto oggi mi porterà non a New York, non a New Delhi, non a New Orleans… ma all'Hotel Yak… e domani, dopo un’infiammata contrattazione, in chissà quali altri luoghi fatati delle montagne dell’Himalaya.
Ecco, quella personcina che mentre mi avvicino osservo con un sorriso di compiacimento come se fosse già amico mio, quella là la capisco: quello è l'essere più comprensibile e decodificabile che io abbia incrociato oggi nella mia giornata himalayana.
Così, mentre lui con un inchino e un fare cerimonioso pregno di calorosa affettazione si scappella o meglio si sturbanta nell’aprirmi lo sportello per farmi accomodare come se fosse una Rolls-Royce nella sua jeep scassatissima ma ricchissima di ninnoli e di ciondoli multicolori, io mi chiedo chi, fra noi tre, viva sul cucuzzolo più elevato della spiritualità e chi nel più profondo abisso dell'egoismo, chi fra noi tre sia incamminato sul sentiero dell'essere e chi invece sia immerso nel non-essere, chi fra noi tre resterà vuoto in questa o nell'altra vita o in qualsiasi altra vita ci tocchi per malagrazia di sfangare e chi sia ricoperto di polvere, di errori, di mancanze… ma almeno sia vivo.

 


3. DOMENICA NELLA SANTITÀ

«Mi porti all’Hotel Clara Sombra».
«Non è un posto che fa per lei! ? replica lui subito. ? La porto io all’albergo che fa per lei! molto più accogliente, le faranno anche uno sconto; l’accompagnerò!».
Sorpreso, non so cosa replicare.
Il taxi già veleggia verso la sua destinazione.
«Alla sua età del resto…» aggiunge voltandosi con un sorrisino.
«Alla mia età?!» esclamo.
«Già…» fa lui voltandosi di nuovo con occhi lubrici.
«Ma ho solo trentacinque anni!».
«Strano! ? si sorprende. ? Avrei detto che ne ha quaranta».
«Mi porti immediatamente all’Hotel Clara Sombra! ? gli ordino. ? Lo so io quanti anni ho!»; e aggiungo sottovoce: «Vi conosco tutti, voi tassisti!».
L’autista inverte la rotta; il taxi s’infila nel traffico in direzione contraria.
Attraversando le strade di questa città mi viene un dubbio: “Ho davvero trentacinque anni? O mi sto confondendo per il fuso orario?”.
Fuori del finestrino sfilano esseri umani che sembrano spettri, svicolano via in modo per niente rassicurante.

Giunto a destinazione scopro che l’Hotel Clara Sombra in realtà è un Ostello per la Gioventù! Forse era meglio che davo ascolto al tassista. Ma i frizzanti proprietari non fanno una piega al mio aspetto, m’indirizzano subito al grande terrazzo dove mi viene messo in mano un drink di benvenuto. E così sullo sfondo dei vulcani ho in mano un bicchiere di non so quale superalcolico distillato con tutti i crismi dell’arte vinicola di queste parti, sono in mezzo a giovani e giovanissimi globetrotter di tutto il monco, che con nonchalance raccontano di scalate alle Torres del Paine, di trekking tra gli Yanomami, di discese in canoa sul fiume Orinco, di escursioni al Ghiacciaio Perito Moreno.
Faccio ripetuti cenni di assenso come uno che se ne intende, quasi a dire: so bene di cosa stiamo parlando! Ce ne avrei io di cose da raccontare!
Ogni tanto sorseggio il superalcolico (sono astemio, ma non vorrei apparire un rudere con la glicemia alta).
 
La stanza singola ovviamente non esiste, mi ritrovo a dormire in camerata a piano terra tra tre ragazzotti: un chitarrista austriaco del gruppo “Die musikalische Zwiebel”, un americano del Colorado dei “Volontari della Libertà” e un israeliano che ha appena finito il servizio militare di tre anni in Galilea: una miscela in linea con la mia disposizione d’animo - diciamo così - un po' confusa.

È sabato sera e per non apparire un rudere che va a letto presto accetto l’invito dei tre ragazzotti a uscire con loro per la città di ‘Gringolandia’, come l’ha chiamata lo statunitense. Ho pensato subito a Gardaland, un luogo per bambini, eventualmente anche un po’ cresciutelli, che possono sollazzarsi tra baracconi, tiri a segno, giostre.
Così la mia prima sera a Quito mi ritrovo a passarla in un’osteria del Mercato Coperto della Carne (detto anche - non so perché - ‘Gringolandia’) dove con gringos e locali faccio a gara a chi beve più birra… rutta più forte… mangia più salsicce…. e canta più a squarciagola canzoni di cui mi sfugge il senso, ma di cui intuisco perfettamente il continuo doppio senso.
Mi si accende una lampadina dentro il cervello: questo luogo viene chiamato ‘Gringolandia’ perché le osterie del Mercato Coperto della Carne di Quito con relativi quarti di vitello cotti alla brace e birra a fiumi costituiscono il luogo preferito dei gringos statunitensi appena sbarcano in Ecaudor.

Verso le due mi trascino verso l'ostello, i miei tre compagni tireranno avanti fino all’alba; ogni tanto mi piego per rigettare.

Di mattina lascio i tre giovani carnivori a dormire, a russare, a emettere rumori vari.
Uscendo la sensazione è quella di una leggera insicurezza interiore, di una mancanza d’aria e di un continuo incombente mal di testa per l’altitudine.
Le facce dei locali di prima mattina sembrano - se possibile - ancora più incupite e ombrose di quanto appaiano la sera. L’inquinamento forma una cappa di nubi: una miscela micidiale per i polmoni e per la testa stretta da un cerchio di ferro.
La città in certi punti appare un cumulo di pietre e di calcina: una visione tanto agghiacciante da essere quasi affascinante, una concentrazione di pareti con tutte le gradazioni di grigio mentre sullo sfondo si staglia l’immenso cono bianchissimo innevato del Cotopaxi.

A mezzogiorno al Parco La Alameda tra qualche albero trovo posto in una panchina sotto la statua di Simon Bolivar.
A pochi metri c’è una bancarella che vende cibo cotto su una friggitrice.
Convinto dal viavai dei locali impegnati a ordinare le leccornie domenicali, ordino pollo con riso.
«Muy bien!» dice il venditore e si mette subito ad armeggiare sulle sue casseruole.
Quando mi mette in mano un piatto di plastica, sul piatto c'è una salsiccia che sbrodola grasso!
Non so se protestare o se dubitare del mio spagnolo ovvero come si dice: “Ho appena ordinato pollo con riso! Perché lei mi serve una salsiccia fritta nello strutto?!”.
Ma poi mangio lo stesso la salsiccia fritta nello strutto.
Così passo tutto il resto del pomeriggio assieme a Simon Bolivar: lui lassù in alto a guardare con occhi fieri verso i vulcani… io qui sotto steso sulla panchina con occhi fuori dalle orbite e le budella che mi si rinvoltano davanti al piatto di plastica dove prima c’era una salsiccia straordinariamente immangiabile.

Quando riesco a rimettermi diritto, lascio Simon Bolivar ai suoi vulcani e mi aggiro un po' intontito - il che non è una novità - per La Ciudad Vieja. Finisco per assistere al cambio della guardia del Palacio Presidential con i soldati che in uno sfoggio di squilli di tromba, di gesti alteri e di marziali rutilanti pennacchi in una coreografia militar-carnevalesca farebbero diventare verdi di invidia le guardie di Buckingham Palace.
All’ammainabandiera c’è addirittura l'orchestra; le guardie impugnano lance degli Inca; il tutto con un discorso finale sulla protezione divina del Presidente; infine, in un susseguirsi di “Arriba Ecuador!” gridati con orgoglio dalla formazione militare della Piazza, i soldati se ne vanno inquadrati a paso marcial!
Sono sicuro che chi fa collezione di soldatini e ama le sfilate militari sarebbe entusiasta dello spettacolo.
Io mi avvio sbandando verso l’ostello chiedendomi: “Che ci faccio qui?”. (Ovvero per dirla non alla Bruce Chatwin ma alla Cesare Pascarella: “Quaggiù chi me c’ha mannato?”)

Non mi è costato molto lasciare Quito; sono sollevato dall’idea di partire per un altro luogo meno inquinato sia materialmente che mentalmente. Ho preso un autobus per Baños, alcune ore di pullman a sud di Quito: una destinazione di vacanza dell'Ecuador tra montagne verdi alla base del vulcano Tungurahua; la sua attrazione maggiore sono le sorgenti di acqua calda con i bagni termali.
(Dirò fra parentesi che ho un’avversione congenita per i bagni termali, provo una sensazione di repulsione spirituale quando sento le parole “bagno… termale” pronunciate l’una di seguito all’altra, anche se non sono mai stato in un bagno termale. In ogni caso ci vado lo stesso a Baños pur di sfuggire da Quito. Praticamente questo mio viaggio è un pellegrinaggio in luoghi dove di solito non andrei mai.
Se devono essere bagni termali… che siano bagni termali! Ho transvolato l’Oceano per andare per la prima volta in vita mia in un bagno termale!)

Appena il bus si ferma e sbuco all’aperto mi ritrovo davanti l’insegna ‘Luz Oscura’: un ossimoro troppo invitante per la mia peculiare disposizione d’animo un po’ contraddittoria per non entrarci e non chiedere una stanza singola.
Ovviamente le tre stanze singole sono già state tutte occupate.
Ma ormai ho fatto l’abitudine alle camerate dove piazzarmi in mezzo alla gioventù: diamine! un po’ di vivacità ringiovanisce!
Così piazzo il mio zaino vicino a un letto accanto al grande finestrone.
La spartana sistemazione costa 2 dollari.
In Ecuador la moneta corrente è il dollaro. Il sucre è stata la valuta fino al 2000 quando il governo è passato al dollaro per aggrapparsi alla stabilità del paese capitalistico che più capitalistico non si può, tentando così di contrastare la crisi e l'inflazione che imperversavano.
Il nome ‘sucre’ viene da Antonio José de Sucre, un eroe sudamericano nato in Venezuela, che è stato l'artefice della liberazione della Bolivia e che ha dato il suo nome alla moneta dell’Ecuador. Una miscela di nomi, di luoghi, di destinazioni, di imprese (alcune forse andate a male) che ben si addice alla mia disposizione d’animo - diciamo così - un po’ confusa.
A quanto vedo in giro il cambio della moneta non ha giovato a cambiare alcunché. Il che si accorda perfettamente col mio permanere nel limbo di una stessa invariabile incerta disposizione d’animo.

Finito di piazzare il mio armamentario attorno e sopra la branda vengo indirizzato dai proprietari sul terrazzo dell’ostello; è già gremito da giovani globetrotter di tutto il mondo, con in mano il loro drink di superalcolico di benvenuto sullo sfondo del vulcano Tungurahua raccontano di scalate sull’Aconcagua, di rafting alle cascate di Iguaçu, di trekking in Rondonia, di avventure nella foresta del Monte Roraima.
Io sorseggio il superalcolico (la glicemia va su su verso 500) e faccio segni di assenso. “Ce ne avrei io di cose da raccontare!” lascio intendere.
Quando con lo stomaco sottosopra mi stendo sulla branda mi chiedo se uno debba cambiare continente, spendere migliaia di euro per ascoltare sempre le stesse storie. E mi dico anche: “Cristo Santo! Visto mai che con un buon bagno termale a Baños domani non riesca ad apprezzare questi racconti di imprese eroiche su e giù per il Sud America?”.

Di mattina presto, invece di andare a un bagno termale, affitto una motoretta.
Guido per le strade per raggiungere il punto più alto del vulcano Tungurahua, a cui sia possibile arrivare sopra Baños senza essere un’aquila e senza scottarsi troppo.
La vista, da dove finiscono i fiumi rappresi di lava, è fantastica; arrivare fin quassù quasi quasi è valsa la pena.
Dico ‘quasi quasi’ perché adesso devo scendere.
Il tipo che mi ha affittato la motoretta mi aveva detto: «Se sente odore di bruciato si fermi e aspetti dieci minuti».
Lo guardavo perplesso.
«Possono cedere» ha aggiunto.
«Cosa?!» ho chiesto.
Lui ero sorpreso della mia sorpresa, come se fosse scontato cosa potessero cedere... «I freni!» ha esclamato.
«I freni?».
«Sì, i freni» ha confermato lui sereno.
Così dopo aver ammirato le montagne, le cascate, i fiumi, i laghi delle vallate attorno a Baños - davvero un paesaggio singolare tanto è lussureggiante e ricco di vegetazione - guato la stretta carreggiata che non mi ero reso conto fosse così ripida. Sono tra le nuvole, sto per veleggiare come un uccello sopra il vuoto.
Avvio il motorino (non potrei fare altrimenti).
Sto guidando un motorino per la strada sterrata in discesa.
La strada in discesa si rivela molto più ripida della strada in salita; è un fenomeno molto noto a quelli che non guidano quasi mai un motorino.
In curva sto andando troppo veloce, ne sono consapevole; finora non ho mai toccato i freni, ma adesso non posso esimermi. Appena le mie dita sfiorano la maniglia prendo a ruzzolare sbattendo qua e là sui sassi, filo diritto come un missile.
I freni dunque… funzionavano! Era la strada a non essere adatta alle frenate!
Quando mi rialzo, ho la gamba sinistra insanguinata.
A quanto pare però, niente ossa rotte.
Recupero il motorino.
E di riffe o di raffa riesco ad arrivare più o meno sano, più o meno salvo a Baños dove vado a riconsegnare la motoretta al negozio.
«C’è la penale» fa il negoziante.
«Quale penale?».
«La moto è ammaccata, non vede?».
«Era ammaccata anche quando l’ho presa!».
«Non così ammaccata!» fa lui.
Sono troppo ammaccato per litigare con un commerciante ladro del Sudamerica.
Pago la penale e ammaccato mi avvio verso l'ostello.

Praticamente se questo mio viaggio in Ecuador fosse una playstation in cui contano i ‘Punti-Calamità’ dopo soli tre giri, ovvero tre giorni, starei veleggiando verso quote da record.
Entrando all’ostello una bella ragazza francese che avevo conosciuto ieri sera, seduta mollemente su un divano, mi chiede: «Sei stato anche tu al bagno termale?».
«Sì! ? rispondo. ? E domani ci ritorno» aggiungo.
«Anch’io ci vado» fa lei.
«Potremmo andarci insieme!» esclamo (non so con quale coraggio).
Lei fa un sorriso… come per dire: “Non so… vedremo…”.

Dopo cena gli altri globetrotter mi invitano ad uscire con loro per visitare Baños.
«Non so…» faccio io.
«A Baños l’orchestra suona tutte le sere in un quartiere diverso» dicono.
«Sono un po’ stanco».
«È molto divertente, molto sudamericano!» spiegano.
«Davvero?».
«Dai, vieni!» mi esortano.
(Mi viene il dubbio che stiano facendo un’opera buona ovvero il tentativo di far vedere che non si turbano ad accompagnarsi con persone con qualche annetto sul groppo.)
«È che il bagno termale è stato davvero lungo» mi scuso.
«Ci divertiremo!» assicurano.
Vedo che la ragazza francese mi sorride in modo - come dire?... - molto francese!
«Ok, vengo!».

Così mi faccio un lungo bagno non termale nel bagno in comune dell'ostello.
Durante le abluzioni, atte a far sparire i souvenir delle mie capriole dal vulcano Tungurahua, vengo disturbato dalle proteste di chi da fuori vorrebbe entrare in bagno.
«Aspetta! Wait! Hasta luego! Tomorrow!» faccio io.
Quando esco, una fila lunghissima è dietro la porta.
«Un bel bagno non termale a Baños è la cosa più elettrizzante che si possa fare in un bagno di Baños!» esclamo.
Nessuno mi capisce. Come spesso mi accade. Qualcuno alza le spalle come a dire: “Vabbé… e allora?”
Seduto sulla branda mi fascio la gamba scorticata; mi spruzzo un po' di profumo da un nebulizzatore dimenticato in bagno da chissà chi e mi appresto a un’eccitante avventura erotico-musicale a Baños. M’ingegno anche a ripassare alcune parole che stasera mi torneranno utili: “Tu es charmant! Tres jolie! Mais oui! Mais non! Je suis enchanté! A la bonheur!”

Dopo mezzora nella piazza dov'è piazzata l'orchestra con la mia rinomata grazia e perizia mi esibisco - malgrado la gamba malandata - in balli appassionati con signore locali e turiste che fanno a gara a mostrare tutta la loro maestria nell’arte della danza.
Al culmine dell’ebbrezza mi rendo conto che la ragazza francese sta viaggiando in Ecuador con un fidanzato francese!
«Merd!!».
Per di più l’orchestra stasera suona proprio nel rione dell’ostello e - guarda un po'! - non lontano dalla finestra della mia camerata.
Così due ore dopo che sono ritornato a stendermi sulla branda, con la gamba indolenzita, maledicendomi in italiano, ad occhi sgranati fisso il soffitto e mi faccio una cultura non di sesso alla francese ma di rumbe, cha cha cha, tanghi sparati a tutto volume dalla banda di Baños dalla piazza vicina: una città diabolicamente musicale, oltre che stolidamente termale.
E penso che sono io a cercare le mie disgrazie, me le vado a scovare, solo così può spiegarsi l'aver scansato tutti i gentili suggerimenti che mi erano stati offerti di passare le vacanze in luoghi più normali e accoglienti. Se qualcuno stanotte venisse a cercarmi e magari anche a darmi non consigli ma una caterva di legnate potrebbe farlo con tutta comodità, senza particolari difficoltà, non se ne accorgerebbe nessuno né qui né a Quito né in Italia né in nessun’altra parte della Terra.

Dopo la notte insonne a Baños, la destinazione è Riobamba: tre ore di autobus più a sud. La partenza del pullman è alle 7.15.
Siamo appena partiti, filiamo già sicuri per strada quando il mio vicino mi chiede: «Va anche lei a Quito?».
«Disculpe?!».
«Va anche lei a Quito?».
«Ma l'autobus non va a Quito! ? gli rispondo. ? Lei ha sbagliato autobus! Questo autobus va a Riobamba!».
«È lei che si sbaglia, señor ? replica il mio vicino. ? La nostra destinazione è Quito».
Al che io mi alzo: «Il cartello diceva Riobamba!».
Dal posto accanto al guidatore si alza un tizio vestito in tuta paramilitare.
«C’è scritto Riobamba!» urlo ma senza dare in eccessive escandescenze.
Il paramilitare si avvicina; «Quieto, quieto» dice.
«Fermi l’autobus!» gli ordino.
Il paramilitare ripete: «Quieto».
«Ma cosa quieto! ? esclamo io. ? L’autobus deve andare a Riobamba non a quieto, cioè a Quito!».
«Quieto» ripete il paramilitare appoggiando il palmo della mano sulla sua rivoltella. «Quieto ? mi ripete accarezzando la pistola. ? Questo pullman è l’unica possibilità per arrivare a Riobamba».
(Mi sento sequestrato da un paramilitare pistolero, scortese e folle.)
«La strada per Riobamba ? aggiunge, ? è stata sepolta dall'ultima eruzione del vulcano. Fare il circolo attorno alle montagne è l’unico modo per arrivare a Riobamba».

Così torno a sedere ma non al mio posto, giù in fondo in mezzo ai bagagli e alle galline; mi rincantuccio nel sedile dietro un maialino, cerco di sprofondare tra un tacchino e un coniglio nel luogo più nascosto del pullman dove di mia spontanea volontà io sono salito. Je suis fini.
(Lo score della playstation “Punti-Calamità” sta raggiungendo quote da record.)

Dopo dodici ore di scossoni attorno alle montagne ecuadoregne entro a Riobamba. Faccio ingresso in questa città relativamente molto grande, relativamente molto inquinata, con pochissime attrazioni, in pratica solo una: l’unica ragione al mondo per venire a Riobamba, per dirigersi proprio qui in questa città il cui nome più appropriato sarebbe ‘Nada’ in quanto non c’è nulla da vedere (neppure il cumulo di pietre e di calcina da brividi di Quito), è che da qui, da Riobamba parte il treno per El Nariz Del Diablo.
All’Hacienda Chimborazo sono l’unico ospite.
Dopo aver cenato in un salone vuoto vado a letto singhiozzando come un’oca il cui fegato sia stato preparato e trattato a pâté.
Nella vastissima stanza singola piombò nel sonno.

Alle 7.15 mi sveglio con l’animo sollevato: ho grandi aspettative per oggi: sarà un giro fantastico, un tour spettacolare su El Nariz Del Diablo (La Narice Del Diavolo), un viaggio mozzafiato superando ponti all'apparenza (?) pericolanti, precipizi apparentemente (?) smisurati.
La linea ferroviaria del Nariz del Diablo è stata costruita nel 1908, la maggior parte del tragitto è un continuo zigzag sui costoni e sulle creste andine con il vulcano Chimborazo sempre sullo sfondo con le sue nevi perenni.
Pieno di speranze arrivo in stazione alle 7.50.
L’entusiasmo e le speranze crollano immediatamente a zero: c’è un’orda di turisti tedeschi di mezz’età che con fare teutonico, ordini militareschi e panze e chiappe spropositate si danno da fare per occupare tutti i posti migliori.
Un amico che aveva fatto questo stesso tragitto otto anni fa mi aveva detto: piazzati sul tetto del treno, è vero che la locomotiva ti sputa addosso fumo nero, ma da lassù la vista è fantastica, in certi punti ti sembra di volare.

In effetti, in mezzo a quest'orda di barbari, l’unica cosa ragionevole sarebbe rifugiarsi sul tetto, ma non è più consentito… dopo che due turisti giapponesi a una frenata brusca del treno sono proprio volati (e non in senso metaforico).
Oggi però non varrebbe proprio la pena piazzarsi sul tetto, ci sono così tante nuvole che non si vede niente da nessuna parte. Così né io seduto in un posto interno né loro, i teutonici, che con il loro blitz antelucano e le loro chiappe naziste hanno occupato i posti migliori vediamo nulla.
Il viaggio è un giro turistico in mezzo alle nuvole: si sente che il treno va in salita perché sbuffa e poi che scende giù in discesa perché il cuore ti va in gola (forse le traversine dei binari non sono proprio tutte bene attaccate), ma in ogni caso la vista sia in salita sia in discesa, sia per me sia per i barbari teutonici non è sulle Ande ma sulle nuvole.
I barbari a un certo punto per passare il tempo e ammazzare la noia tirano fuori dagli zaini würstel e birra.
Arrivo ad Alausi odiando la Germania e disgustato dai würstel e dalla birra.
Una domanda s’impone sempre più chiara, lampante e urgente nel mio cervello: “Perché sono venuto qui, in Ecuador?”.
Solo una risposta esiste: è che io cerco astutamente di fare le scarpe a me stesso. E quasi sempre ci riesco.
(Ma questa volta… stranamente…  come si vedrà… mi sbaglio.)

Ad Alausi, dopo essermi sistemato in una camera dell’Hotel Panamericano, scendo nella Sala da Pranzo.
Per un po’ non si fa vedere nessuno.
Mi viene il dubbio che il ristorante sia chiuso.
Mentre mi sto alzando per andarmene arriva un cameriere, si avvicina e come per confidarmi un segreto mi sussurra: «Disculpe, señor».
«Me diga, amigo mio» faccio io che pregustavo già le leccornie di una luculliana cena andina.
«Stasera abbiamo solo salsicce».
«Ok! Vada per le salsicce!» faccio io convinto, sedendomi di nuovo. «E birra! ? aggiungo. ? A volontà!»
Il cameriere mi osserva in silenzio… e pensa che il suo cliente non stia troppo bene. (Non si sbaglierebbe di molto.)

Dopo cena decido di avventurarmi (se non altro per digerire le salsicce) in città.
Gli indigeni indossano abbigliamenti tradizionali: colori sgargianti, cappelli da uomo in testa alle donne, scialli da donna addosso agli uomini, di tanto in tanto individui (non so se maschi o femmine) piegati in due sotto immensi sacchi; i bambini sono trasportati in scialli avvoltolati dietro la schiena. Le luci sono fioche.
Tutto sembra molto oscuro e molto cupo, ancora più che a Quito (se possibile). Le facce raggiungono qui il massimo delle espressioni di tristezza, sembra quasi che le persone siano permanentemente sul punto di piangere, con i lati della bocca rivolti all’ingiù, gli occhi stretti a fessura, rughe sulle guance.
Se stasera qualcuno mi piazzasse un coltello nella schiena - tanto per ammazzare la tristezza e la noia o per raggranellare qualche spicciolo - potrebbe farlo con comodità, gli darei subito i soldi, ammesso e non concesso che non trovasse più comodo mandarmi subito - senza dire né a né ba - al Creatore.

Così quando avverto un fruscio di passi felpati che mi seguono, mi dico: “Sono arrivato al capolinea. Com’è che diceva Ludwig? ‘Bisogna pur tirare le cuoia un giorno o l’altro!’. Sto concludendo il mio viaggio (non solo in Sudamerica) ad Alausi, una cittadina che non sapevo neppure esistesse, ma tutti i posti per l’ultimo viaggio si equivalgono. So già che quelli con cui avevo parlato prima di partire esclameranno: “Glielo avevo detto di andare a Gatteo a Mare!” oppure “Perché non ha seguito il mio consiglio di farsi una cultura di tanga ad Ipanema?”; e più in generale: “Perché non ha girato al largo dai posti strampalati che tanto lo attirano?”.

In questa stradina polverosa di una cittadina sconosciuta di case e di pietre e di calcina allungo il passo per sottrarmi al killer che mi sta inseguendo.
Malgrado i miei allunghi vengo raggiunto.
Mi volto, se non altro per curiosità, per vedere in faccia il mio Caronte per l'al di là.
È un Caronte davvero singolare: una giovane ragazza che dopo avermi salutato “Hola!”, invece di tirare fuori il machete e farmi a fettine, si mette a conversare amabilmente come se ci conoscessimo da anni.
Io la lascio parlare - sono sempre stato democratico - ma questa qua è davvero parecchio effervescente.
“Forse sta prendendo tempo ? mi dico. ? Forse sta cercando il posto migliore per farmi fuori senza tante conseguenze”.
Lei fa le domande e, siccome io sto zitto come un pesce, lei si dà anche le risposte. Ecco qua qualcuno che avrebbe fatto la gioia del mio amico Ludwig che ragionava sempre sulle domande a cui non è possibile rispondere.
Così io continuo a camminare accanto a questa bella ragazza che parla parla, facendo le domande e rispondendosi.
A un certo punto mi chiede: «Vogliamo andare a casa mia?».
A questo punto mi sembra che non sia più possibile non rispondere: a una domanda del genere si deve dire “Sì” se uno vuole andare a casa sua, oppure “No” se non ci vuole andare; “tertium non datur”, come diceva sempre quel saputello di Ludwig.

Ma io anche questa volta riesco a deludere sia la ragazza sia il mio amico Ludwig, sgrano gli occhi e faccio lo gnorri, non rispondo a nessuna domanda, del resto non so bene con chi ho a che fare: una giovane di larghe vedute? una ladra matricolata? una ecuadoregna moderna e intraprendente oltre che loquace? Con la mia predisposizione a fare le cose contrarie di quello che gli altri si aspettano… non rispondo.

Luz - così si chiama - non se la prende e, forse pensando che non capisco bene lo spagnolo, si mette a parlare in quechua.
«Ecco qua una lingua in cui me la cavo meglio!» esclamo.
Luz mi squadra… pensa che io forse non stia troppo bene. In ogni caso lei capisce l'italiano come io capisco il quechua; così si ferma e facendo ampi gesti, sorridendo e indicando prima se stessa con le punta delle dita al petto (non male non male), poi me fissando le punte delle sue dita sul mio petto (che dolcezza!), poi una casa, poi su in alto la volta del cielo, sorridendo si mette a compitare alcune parole come farebbe con un bimbetto. Mi fa capire che sta dicendo “io… casa… tu… notte… andare… stare… bene”.
E alla fine, dopo tanto ascoltare, tanto parlare, tanto domandare, tanto non rispondere, mi sembra che questa sia la prima volta in queste lande che avverto una sensazione di gentilezza, di spontaneità. Luz è un po’ petulante ma simpatica.
Così dico: «Ok! Andiamo a casa tua!».
Luz non capisce l’italiano… ma capisce lo stesso.

La mattina seguente, molto presto, senza fare il minimo rumore per non svegliare la gentilissima e disponibilissima Luz (che tra l'altro mi ha fatto pure lo sconto), esco lemme lemme da casa sua.
Vado a riprendere lo zaino all’Hotel Panamericano.
Alla stazione degli autobus salgo al volo su un pullman per Cuenca, una città storica dell’Ecuador.
Mentre l’autobus fila via già lungo la strada scorro lungo il corridoio, non c’è un posto libero.
Finalmente un buco!
Capito vicino di posto a una ragazza.
Dopo un po’ è lei che si presenta, si chiama Clara; insegna Educazione Fisica; in questo periodo ha due settimane di ferie.
Con lei faccio tutto il viaggio di quattro ore fino a Cuenca.
Clara è simpatica e parlando del più e del meno, lei in spagnolo io in italiano, ridiamo a tutto spiano.
«Claro?» mi chiede lei.
«Claro Clara!» rispondo io.
Lei mi segnala le cose più belle del paesaggio che scorre fuori del finestrino.
E io, guardandola, penso che la cosa più bella non sia affatto fuori del finestrino.

Giunti a destinazione abbiamo fatto un viaggio piacevole entrambi.
Una stretta di mano e con un sospiro prendiamo strade diverse, perché a questo punto - a quanto pare - le nostre strade divergono.
Io m'incammino verso laggiù in fondo, non so bene cosa ci sia laggiù in fondo, ma mi ci sto incamminando, non so neppure se sia un luogo o un non-luogo, in ogni caso ci vado.
Clara sta camminando in direzione contraria, lei di sicuro sa dove sta andando.
Io non sapendo dove andare, non so perché, non so per quale ispirazione… mi fermo… mi volto.
E Clara - non si sa per quale strana coincidenza del destino - rallenta… si ferma… si volta. La sua figura è slanciata, gli occhi le brillano, mi guarda; tiene il sacco con tutte e due le mani davanti a sé e sorride.

Se mi comportassi come mio solito, le farei un cenno, un saluto con la mano, poi mi volterei e tirerei diritto, riprenderei a camminare verso un luogo in cui non c'è nulla e nessuno ad aspettarmi.
Ma stavolta non faccio come mio solito, non accenno a un saluto, non mi dirigo dove non mi aspetta nessuno e in cui non c’è nulla per cui la valga andare, non mi contento di fare un sospiro per qualcosa che non riesco ad avere… resto lì…
e chissà dopo quanto tempo m'incammino…

Bastano poche parole per decidere di cercare insieme l’ostello.
Capitiamo davanti alla Pension Eden.
Vi entriamo.
Le stanze sono ariose, grandi. Il prezzo: 5 dollari.
Decidiamo di restare qui tutti e due.
E visto che le stanze sono davvero molto spaziose e confortevoli, alla conclusione di un processo logico un po’ a zigzag, per risparmiare decidiamo di ridurre davvero le spese… ovvero: prendere una stanza sola.

Santa Ana de los Ríos de Cuenca (o semplicemente Cuenca) a 2500 metri sul livello del mare nella Sierra Andina durante l'impero Inca era una bella città chiamata Tumibamba (e davvero è bella, molto bella, me ne accorgo ogni attimo di più).
Cuenca non ha più niente di Inca, ha conservato invece intatto il suo fascino coloniale spagnolo (e davvero ha un fascino seducente).
Il Centro Storico è incluso nell'elenco dei Patrimoni dell'Umanità dell'Unesco (e mi piace ogni attimo di più).
Il tempo a Cuenca è piacevole, la città sembra sicura, la gente amichevole (tra l’altro ha fatto anche parte della nazionale giovanile di pallavolo del’Ecuador).
Le chiese hanno grandi portoni istoriati e splendidi rosoni delle vetrate, nelle case i balconi sono tutti pieni di fiori (per di più scrive anche racconti e poesie).
È una città davvero tranquilla (è davvero splendida!).
Al Parco Central un uomo anziano che deve essere molto popolare da queste parti - tutti lo salutano chiamandolo ‘Colonnello’ - accomodato su una panchina sta raccontando storie eroiche dell'aeronautica ecuadoriana.
Si è formato un capannello di persone che lo ascoltano ammirate.
Le gesta eroiche dell’aeronautica militare ecuadoregna si susseguono (e noi due siamo sempre più vicini).
Quando giunge la vittoria, tutti battono le mani (e noi due ci stringiamo le mani).
«Arriba Ecuador!» grida un signore vestito di bianco.
Vedo che alcuni fanno ammicchi: un gringo assieme a una ragazza ecuadoregna!
A dire il vero Clara è alta, slanciata, ha la pelle molto chiara, solo un occhio esperto potrebbe sostenere che è ecuadoregna.
E poi… io sono tutto, meno che un gringo!
Camminando verso la pensione ridiamo di cuore: si deve proprio girare il mondo se si vogliono ascoltare gesta eroiche dell’aeronautica militare ecuadoregna che ha solo sei aerei in un eroico conflitto aeronautico con il Perù che non c’è mai stato!
Mano nella mano - un due un due - ci dirigiamo verso la nostra Pension Eden… verso la nostra stanza… verso noi due…

Ancora in viaggio: da Cuenca a Vilcabamba, un piccolo villaggio ecuadoriano al confine con il Perù, abitato - secondo la guida - da gente centenaria dalle vite felici e spensierate.
Il tratto in bus sembra davvero durare all’infinito come le vite di quei centenari, ma il viaggio è ben poco felice e spensierato per la bambina del sedile di dietro che ogni mezz’ora rigetta quanto ha mangiato, per il continuo procedere a sussulti, per i polli che spuntano da sotto i sedili. In sovrappiù negli autobus notturni in Ecuador vige una regola ferrea: l’esatta coincidenza tra spegnere le luci e alzare a tutto volume la radio del pullman per far partire musica caliente che allieti i cervelli dei viaggiatori.

Così ora dopo aver attraversato il confine tra Ecuador e Perù, dopo aver lasciato alle spalle il paese per cui ho fatto migliaia di chilometri, sono a Piura: l’orologio segna le 8 di mattina. Le mie pile sono esaurite. Sono crollato sul letto dell’albergo della piazza della stazione dove abbiamo trovato una stanza.
Domani andremo a Mancora, un piccolo villaggio peruviano sull’Oceano Pacifico con una spiaggia di tutto riposo.
Una pioggerellina continua a scendere dal cielo, a rinfrescare e ripulire non solo l'aria ma anche l’anima di qualcuno stremato, buttato a faccia in giù su un letto per riprendersi da un viaggio notturno un po’ movimentato.
Il villaggio peruviano di Mancora in riva all’oceano viene lambito da un vento che forma onde adattissime per fare il surf e ha un campo nudisti chiamato El Jardin (una singolarità in America Latina).
Ma per me Mancora sarà un angolino appartato del pianeta Terra per tutt’altre ragioni.
Sto tentando di riposarmi ma le campane di Piura suonano a tutto spiano, chiamano gli uomini e le donne di buona volontà a santificare la festa; le chiese fanno a gara a chi scampana con più vigore per tenermi sveglio.

 

 


4. LUNEDÌ IN GIARDINO

Quiz: Chi sono le due migliori surfisti femminili al mondo?
Risposta: Sofía Mulánovich Aljovín e Najda de Col, due peruviane!
Quiz: Chi è al mio fianco a guardare il sole vermiglio immenso che sta tramontando sulla linea del mare colorando a striature di rosso tutto il cielo su questa spiaggia da favola tra le palme, sulla battigia del mio angolino appartato de El Jardin de l’Eden in riva all’oceano più pacifico e più bello che io abbia mai visto in un giorno della mia vita?!
Risposta (con le lacrime agli occhi): Grazie Ecuador! Splendido Ecuador! Arriba Ecuador!
Ecuador: Clara luz de mi Vida!

Paolo Borsoni

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