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Le tre perle
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Qualcuno diceva che avesse indossato l’abito troppo presto, ma forse solo perché la maturità era arrivata in fretta. La sua vocazione la si poteva cogliere dal suo viso delicato chino sulle mani giunte adornate da un rosario in legno d’ulivo appartenuto alla nonna Ines che aveva comprato quando l’aveva portata con sé in Sud America. Nonna Ines l’aveva portata in Bolivia per conoscere i sapori, i colori, ma anche la realtà amara di un paese in cerca di una speranza. Ricordava quegli occhi color cioccolato e la pelle cacao di quella bambina che col vestito variopinto tipico del luogo a cui apparteneva, danzava attorno a lei felice per aver assaggiato per la prima volta una caramella alla frutta.
Suor Clara alzò lo sguardo verso l’emblematica Croce che padroneggiava sull’altare. Strinse le mani attorno alla coroncina in legno d’ulivo quasi a voler imprimere le sue memorie su di esso. Si alzò lentamente ripensando a quel luogo in Sud America, all’ibisco fragrante, alla minestra di quinoa, al verso dei lama, al sapore acre delle foglie di coca e al profumo grezzo della canna da zucchero.
Non aveva ancora trent’anni, ma nella sua vita aveva avuto la possibilità di conoscere dei mondi che solo pochi avevano l’opportunità di visitare. Era tutto merito di nonna Ines che dopo la morte della figlia prese con sé la nipote portandola in giro per il mondo, facendole conoscere le tre perle. È così che le chiamava sua nonna. Le tre perle: Bolivia, Mongolia, Nuova Zelanda.
Suor Clara camminò con passo deciso verso la sua cella. I suoi passi erano impercettibili sul linoleum color ambra del corridoio. Sentiva in lontananza le novizie del convento che intonavano un canto per la Vergine. Infilò la fredda chiave nella toppa, la girò provocando lo scatto metallico che così bene aveva imparato a conoscere. Si chiuse nella cella e raggiunse l’inginocchiatoio. Era sola nella stanza, ma poteva percepire il respiro affannoso della nonna seppur, in realtà, si trovasse ben lontana da lei. “È un male incurabile”. È così che le avevano detto a proposito della nonna, e lei non poteva fare nulla, era inerme davanti a quel destino. Non poteva muovere alcun dito di fronte ad un fato così potente. Poteva solo pregare e ricordare la nonna attraverso quell’unico modo, attraverso le tre perle. Quei tre luoghi l’avevano aiutata a crescere, a capire la sua strada, a conoscere l’affetto che sua nonna provava per lei e comprendere il senso della vita. Sua nonna le aveva detto una volta: «La prima perla: la Bolivia, il luogo della speranza. La seconda: la Mongolia, il luogo della carità. La terza: la Nuova Zelanda, il luogo della spiritualità». Suor Clara comprese solo alla fine di quel lungo viaggio attraverso quei mondi, il significato delle parole della nonna e d’allora li portava con sé.
«Rosa, il tempo è maligno, ma per renderlo benevolo, bisogna viverlo, bisogna assaporarlo, bisogna coglierlo attraverso il viaggio» le disse sua nonna una volta quando ancora non si chiamava suor Clara.
La Bolivia era la speranza e la si poteva cogliere negli occhi dei bambini, nei riti tradizionali, nei funerali. L’aria era intrisa di speranza. Una speranza a volte ignota e inconsapevole. Una speranza che poteva assumere ogni forma. Suor Clara sorrise, poiché per lei la speranza era una semplice caramella alla frutta data ad una bambina che dopo averla assaporata schiudeva la bocca in un sorriso incurante della povertà, dei suoi piedi nudi e infreddoliti o del vestito color magenta rattoppato. La bambina aveva una nuova luce negli occhi e il battito accelerato di chi sa che da li a poco accadrà qualcosa di nuovo, di bello, che potrebbe cambiare le sorti del suo destino.
La Mongolia era la carità. Un luogo immerso nel silenzio, in cui il povero dona ciò che ha al nullatenente. Si respira tranquillità, ospitalità, mentre sui volti della gente si avverte l’espressione di chi è consapevole che nella vita tutto è da conquistare con difficoltà, ma allo stesso tempo si percepisce nei loro occhi un senso solidale verso il prossimo. Rosa restò affascinata dall’arte mongola, dai canti e dalle danze dell’antica tradizione. C’era sempre una massima cura per i dettagli in ogni cosa. Suor Clara ricordava che proprio in quel luogo aveva imparato il concetto di umiltà e solidarietà, principi che contribuirono alla sua crescita interiore.
La Nuova Zelanda era la spiritualità. Fu lì che Rosa prese coscienza che la sua vita da li a poco sarebbe cambiata. La tribù Maori ha a cuore la propria cultura e saggezza e quel giorno il tohungas, lo sciamano della tribù, le insegnò come colmare il suo spirito attraverso le scelte da compiere, i mondi da esplorare, la semplicità delle cose, l’importanza dell’essenza più che dell’apparenza, la ricerca del significato, lo studio della verità e infine ciò che era più importante: il senso della vita.
Questo fu il suo viaggio nel mondo. Ciò che l’aveva cambiata dentro. Non era importante ricordare il trambusto del viaggio, il bambino strillante in aereo o lo scombussolamento del fuso orario. Non era necessario rammentare le inezie come il cibo differente, le scomodità o la difficoltà di adattamento. Ciò che era essenziale era il messaggio, l’emozione, il significato: la speranza, la carità e la spiritualità. Suor Clara strinse tra le mani la coroncina d’ulivo sentendo in lontananza il respiro di sua nonna che pian piano scivolava via. Una lacrima bagnò il viso della suora, ma non si sentiva sola, poiché sapeva che qualsiasi viaggio, interiore o reale, avrebbe affrontato in futuro, Ines sarebbe stata con lei, tra le sue mani e le avrebbe consigliato la via come aveva fatto attraverso le tre perle.
Nessuno aveva conosciuto suor Clara personalmente, alcuni dicono non sia mai esistita, altri parlano di un diario di viaggio in cui sono custoditi questi eventi che vengono narrati semplicemente come fossero favole immaginarie.
È esistita? Non lo è stata? E poi, è veramente importante saperlo? Io non credo.

Antonella Ritrovato

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