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Da 28 anni lavoro in questo albergo di Venezia, ricevo i clienti che da tutto il mondo entrano con le loro grandi valigie nel salone d'ingresso. Gli stucchi, le pesanti tende in broccato rosso scuro, i morbidi divani settecenteschi e la grande scultura in pietra d'Istria del leone di San Marco fanno da scenografia al loro arrivo nella città che galleggia da secoli sulle acque. Porgo loro le chiavi delle camere e li introduco al fascino della città che li circonda.
Tutti i giorni, a fine turno, salgo sulla terrazza, sul tetto dell'albergo, bevo una buona tazza di te caldo e guardo gli aerei che decollano ed atterrano dalle piste dell'aeroporto di Tessera. Milioni di storie, di persone, di viaggi, di pensieri, di sogni che ogni giorno si incrociano in quei pochi chilometri di asfalto e attraversano le porte dei check-in per poi dirigersi veloci verso tutte le destinazioni del mondo.
Questa mattina sono arrivati in albergo i signori Bhupati, lei bellissima nel suo sari color ambra, la pelle scura e gli occhi neri e profondi dell'India. Parla un perfetto inglese in cui si sente la forza dell'accento indiano e la gentilezza dei suoi 21 anni. Mi mostra i documenti, suoi e del giovane marito, vestito all'occidentale, con dei lunghi baffi neri ed i capelli impomatati come sicuramente li portava anche il padre. E' il loro primo viaggio da coppia sposata. Sono partiti da Jaipur, nel nord ovest dell'India. Mentre mostro loro la pianta di Venezia e parlo della bellissima facciata di San Marco con le sue cornici gotiche ed i marmi orientali colorati, le guglie intarsiate ed i portoni, vedo nei loro occhi lo spettacolo delle finestre dell'Hawa Mahal il grande palazzo dei venti di Jaipur, una costruzione elegante, rossa sotto il sole caldo dell'estate indiana. Le centinaia di finestre, da cui si affacciavano le donne dell'harem del Maharaja, ricevevano il vento fresco e lo incanalavano all'interno del palazzo. Le ragazze potevano sbirciare attraverso le graticole cesellate delle finestre senza essere viste da chi passava lungo la strada sottostante. Chissà quante volte la giovane signora Bhupati passa con aria indaffarata e veloce sotto quelle grate che nascondevano l'harem agli occhi del mondo e che ora ricevono gli sguardi affascinati di migliaia di turisti. Forse passeggiando sotto al ponte dei sospiri, le grate in pietra che coprivano agli sguardi il passaggio dei prigionieri del Doge, le richiameranno alla mente quel grande palazzo rosso a pochi passi da casa sua.
Quando la giovane signora Bhupati mi chiede di consigliarle un ristorante, penso subito al profumo del curry, al peperoncino, alla cucina forte di Jaipur, al pollo tandoori, al loro pane non lievitato, lo chapati, le verdure. Penso alle spezie profumate che attraverso la via della seta raggiungevano Venezia e poi i mercati di tutto il mondo.
I due sposi escono a passeggio e mi sembra di vedere allontanarsi l'imperatore moghul Shah Jahan con la moglie adorata Arjumad. Per lei fece costruire il grande mausoleo del Taj Mahal che con i suoi ricami in pietra ancora oggi è testimone del grande amore dell'imperatore. Il Taj Mahal si trova a poca distanza da Jaipur, sicuramente i giovani sposi lo conoscono bene, chissà quante volte hanno passeggiato lungo i viali che portano al principesco ingresso.
Mi chiedo se ora che passeggiano per le strette calli di Venezia, stiano pensando al traffico caotico di Delhi, alle auto che passano in tutte le direzioni, gli schiamazzi dei venditori, le mucche per strada, i carri. Forse saranno disturbati dall'odore salmastro della laguna a cui non sono abituati o si chiederanno per cosa urlano tanto i gondolieri che passano lungo i canali.

Appena i due giovani girano l'angolo della calle e ne perdo la vista, entrano in albergo i signori Morrison. Arrivano da Tauranga una città lungo la costa della Nuova Zelanda. Mentre ricevo il loro passaporto immagino lunghe spiagge bianche, palme e sole caldo. Il signor Morrison è sui 40, dalla pelle abbronzata ed i muscoli evidenti sotto la maglietta mi chiedo se non sia un surfista. Mi chiedono del mare e gli indico il vaporetto per il Lido, ma li avverto di non aspettarsi nulla di simile alle loro spiagge. Penso ai signori Morrison sulla loro barca, al largo di Tauranga, mentre pescano e i delfini gli passano accanto quasi a salutarli. Vogliono fare un giro in laguna, e poi fermarsi in un buon ristorante di pesce ed assaggiare le nostre sarde in saor. Sono affascinati dalle gondole e dai gondolieri, dalla loro arte che si impara da giovani e che si esercita solo dopo un esame. Forse il sig. Morrison già pensa ad una bella gondola nella baia di Tauranga, lui e la moglie con lo sfondo di un tramonto rosa. La nuova Zelanda è un crogiolo di razze, etnie, est e ovest del mondo, occidente ed oriente abitano una terra rimasta inesplorata per secoli. Il grande porto di Venezia con le sue barche da crociera ormeggiate, ricorda ai due ospiti il laborioso porto della loro città natale. Il porto dove lui lavora e dove ogni giorno scambia opinioni con i proprietari dei pescherecci sul meteo e sulle nuove leggi di tutela del pesce. Mi sembra quasi di sentire il mio vicino di casa che torna alle 4 di mattina lamentandosi ad alta voce del poco pesce pescato. Secondo i coniugi Morrison, sono gli alberi che mancano a Venezia, le foreste verdi che circondano la loro città, il McLaren falls park dove vanno nel week-end a fare lunghe camminate con i due figli. Mi danno lo spunto per parlare loro dei giardini di Venezia, chiusi dentro le case. Dalle calli non si vedono, ma se si ha la fortuna di entrare dentro uno dei grandi portoni, allora si aprono i cortili della nobiltà veneziana. La storia di Venezia li affascina, una città con un passato ricco di eventi ed opere d'arte. I maori non hanno lasciato molte tracce sul suolo della loro città e sono stati spazzati via dai primi colonizzatori. Resta poco della loro tradizione e della loro cultura, forse più spettacolo per turisti che senso di appartenenza ad un popolo. A poca distanza dalla loro città c'é Auckland con il suo porto enorme e gli alti grattaceli in vetro, la mondana Queen Street, Manukau, la comunità polinesiana più grande nel mondo. Profumi di mare, fiori, un vento pulito e leggero che spinge le vele delle barche, i colori del tramonto, il succo fresco di kiwi e gli occhi scuri delle ragazze maori. I signori Morrison escono per una passeggiata, li vedo allontanarsi indecisi lungo la calle stretta e guardare in alto la piccola striscia di cielo che si intravede tra i tetti delle case. Devono provare un senso di claustrofobia nell'aggirarsi per la città della laguna, intricata come un labirinto e chiusa tra le sue case.
L'orologio a pendolo della hall segna le tre del pomeriggio, il mio turno è quasi finito. Mi accingo a preparare le ultime cose quando entrano in albergo i signori Torres da Lima. Vengono dalla grande valle del fiume Rimac dove per opera dei conquistadores sorse una città che poi divenne una megalopoli. Lima ora lambisce il deserto, una città estesa, quasi senza fine. La sua piazza Mayor e la sua cattedrale ricordano la Spagna, il barocco in salsa sudamericana. La piazza è circondata da bei palazzi, su cui domina lo sfarzo del palazzo Arzobispal con la sua pietra dura grigia ingentilita dai balconi finemente decorati in profumato legno di cedro. Così lontana dal gusto gotico, leggero, ma cupo di piazza San Marco, perfettamente equilibrata con le sue file di finestroni. A piazza Mayor domina la luce, il sole caldo, i colori della sabbia e della terra, la fantasia sudamericana con la pesantezza del barocco spagnolo e le palme verdi. Descrivo loro le case colorate e allegre di Murano e penso subito alle casette variopinte del Barranco, alle strade larghe percorse da grosse e vecchie auto, alle donne robuste che passeggiano con le loro gonne variopinte. A Lima regnano il rumore, il caos, l'andirivieni di persone, auto, mezzi pubblici, ma sopratutto il rumore. Ci vuole pazienza a Lima per muoversi, la città è enorme, i suoi abitanti sono milioni, gli autobus sono vecchi mezzi anni '50 che continuano ancora a sferragliare per le strade. Forse i signori Torres apprezzeranno una città come Venezia, senza auto, dove ci si sposta con le barche, dove le strade sono piccole calli e non grandi viali. Oppure forse troveranno noiosi i suoi vicoli taciturni dopo il tramonto. Il signor Torres mi porge il passaporto chiuso in una busta con la foto di Machu Picchu. Nella foto ci sono lui e la moglie con lo sfondo della città Incas. Mi racconta che tutti gli anni prendono il treno che porta nel cuore del Perù, risale le montagne e arriva fino al parco dove si trova la città di pietra. Il treno ha il soffitto sostituito da un pannello di vetro così da poter ammirare il maestoso panorama selle montagne andine. Arrivano sempre all'alba per ammirare la città ancora avvolta nel silenzio della notte. Il sole si leva e scopre le massicce pietre con cui fu costruita l'inaccessibile città precolombiana. Un sito misterioso e muto che nasconde ed a tratti svela i suoi segreti, avvolto nel fascino della storia. Quasi la medesima sensazione che provo quando arrivo al lavoro alle 7 di mattina, con le

 

calli deserte, il sole che si insinua radente tra la laguna ed i palazzi. Il suo colore caldo sembra dare vita alle grige ed umide pietre di una città nata povera, su palafitte di legno, trasformatasi in prezioso gioiello di palazzi e dimore principesche, che seppe diventare centro di commercio e di cultura e che oggi affascina i turisti di tutto il mondo. I signori Torres lasciano i bagagli in stanza e si dirigono subito verso l'isola di Murano attratti dai colori sfavillanti dei monili in vetro e dal fuoco delle fucine. Sicuramente la signora troverà un bel paio di orecchini luccicanti da abbinare al suo mantello andino e che le ricorderanno per sempre le placide acque della laguna.

Anche per oggi il mio turno termina. Salgo in terrazza con la mia tazza di te caldo e volgo lo sguardo alla laguna, alle navi da crociera ormeggiate al porto che attendono i loro turisti e poi alzo gli occhi ancora più in là verso Tessera, verso l'aeroporto di Venezia, la porta che unisce il mondo e le persone. Marco Polo abitava, secoli fa, a due calli di distanza da quello che oggi è l'albergo dove lavoro, sono sicuro che anche lui saliva sulla sua terrazza e guardava le navi ormeggiate al porto sognando la sua strada verso est.

Elena Turchetti

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