Racconti di Viaggio
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Sai cosa c’è oltre l’Europa? Un mondo. Scopriamolo!
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Tra le Ande e l’oceano
3 sogni per un viaggio intorno al mondo
Uccelli migratori volano a sud
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Un viaggio intorno al mondo
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La valigia invisibile
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ATTITUDINI

Sono sempre stata affascinata dai viaggi, dai luoghi lontani, la curiosità di conoscere il modo di vivere di altri esseri umani in altre latitudini mi ha sempre appassionato, forse è per questo motivo che ho studiato lingue straniere all’università, e l’esame più esaltante è stato antropologia culturale, ma allo stesso tempo una paura latente, dei possibili pericoli, di lasciare le sicurezze per affrontare l’ignoto, delle limitazioni economiche, non mi hanno permesso di realizzare questo sogno, fino a qualche mese fa.
Chi, da bambino, non ha mai guardato le mappe del mondo sognando e scegliendo un posto piuttosto che un altro, senza la minima informazione riguardante quei luoghi, magari soltanto per il suono gradevole del suo toponimo, per le sensazioni che esso evocava, o per la vicinanza o distanza dal mare. I punti su cui si soffermava spesso la mia attenzione erano l’America meridionale, la Nuova Zelanda e lo Sri Lanka, anche se faticavo a pronunciare correttamente quest’ultimo. “Un giorno - giuravo a me stessa - girerò il mondo e visiterò tutti questi luoghi”.
Non so cosa e perché mi attraeva, forse vaghi ricordi di una vita passata, il fatto che si tratta di aree costiere o comunque vicino al mare, una forza sconosciuta mi spingeva a non perdere mai le speranze di poter realizzare questo sogno, a ingegnarmi per trovare le risorse e un modo per giustificare questo viaggio. Ora che sono cresciuta e ho studiato la storia, la geografia, la cultura e talvolta la lingua di questi luoghi e altri, sono sempre più entusiasta. Negli ultimi anni, dopo una sfrenata corsa verso un ideale di modernità e tanti errori ad essa collegati, sta nascendo la necessità di riscoprire le civiltà che ci hanno preceduto e tutto ciò che di buono e saggio potevano offrire. Si pensi alle civiltà precolombiane, ai nativi americani, in un modo o nell’altro, più o meno serenamente integrati nella società moderna, agli aborigeni e a tutte le popolazioni autoctone incontrate nel corso delle colonizzazioni e nei processi di popolamento in Australia e in  Polinesia; e quell’isola fatta di templi, tè e turismo chiamata Sri Lanka, già sul suo nome e la sua storia si potrebbe discorrere a lungo.
In fondo è questo che ci spinge a viaggiare, ed è questo che apprezziamo di più in un viaggio: le sensazioni, le emozioni che scaturiscono dai sogni, dall’immaginazione, dal pensiero stesso che quel viaggio si possa realizzare, e dopo, le immagini dei paesaggi, l’aria e i profumi che si respirano, le sensazioni sulla pelle di caldo, freddo e timore; e le esperienze che s’insinuano dentro di noi fino a divenirne parte integrante e ci cambiano la vita per sempre.
Eh sì, perché il viaggiatore, colma la propria mente di aspettative e stereotipi, di immagini rubate da fotografie, da racconti di altri viaggiatori, da informazioni estrapolate da atlanti, libri di storia e geografia letti durante gli studi o per semplice curiosità, da idealizzazioni basate sull’immaginazione pura e semplice, ognuno di noi ha un’idea vaga o precisa di un paese ogniqualvolta lo si sente menzionare, e la voglia di visitarlo è anche un po’ la voglia di scoprire e verificare la veridicità di quell’idea, di capire se quell’immagine mentale corrisponde effettivamente alla realtà.
Se ci aggiungiamo un pizzico di insoddisfazione nella vita quotidiana, nella routine soprattutto occidentale, una spasmodica ricerca di qualcosa di misterioso, di sconosciuto e indefinito che pervade il cuore di ognuno di noi, la voglia di scoprire le origini del mondo e dell’uomo, la necessità, a volte impellente, di trovare il senso della vita stessa: ecco trovata la ricetta del viaggiatore perfetto, di ciò che ha nella mente e nel cuore nel momento in cui egli decide di compiere un viaggio, un viaggio che non è solo al di fuori, ma soprattutto all’interno di se stessi, nel proprio universo, nel proprio mondo. Ed è ciò che spinge anche me in questa esperienza fantastica.

 


LUOGHI FAMILIARI

Quindi, con la voglia di spezzare la routine, con una situazione lavorativa molto più che precaria che mi spingeva ad evadere e allo stesso tempo a cercare qualche modalità di vita e di guadagno differente e più soddisfacente; complice il mio attuale compagno Max, che da anni mi sostiene nel perseguire le mie aspirazioni, ad affrontare le mie paure e a lasciarle andare via; mi sono ritrovata, quasi senza accorgermene, grazie al suo regalo di laurea così speciale, a bordo di un aereo diretto per Lima, la nostra prima destinazione e l’inizio dell’avventura.
Perché Lima? All’università ho scelto come prima lingua straniera lo spagnolo, sentendomi fortemente attratta da questo idioma dal suono dolce e romantico già dai primi anni delle scuole superiori. Durante la maturazione della mia ideologia, arricchita da letture e discussioni in famiglia e tra amici, mi sono trovata a modificare non la lingua preferita ma la cultura, a simpatizzare maggiormente per i popoli colonizzati piuttosto che per i colonizzatori, a nutrire una profonda e inarrestabile curiosità per le lingue e le culture dei nativi americani, quindi niente per me sarebbe stato più interessante e stimolante di un corso di lingua e letteratura ispano-americana, tenuto da un professore universitario madrelingua per metà peruviano e per metà genovese. Inutile dire che è stata un’esperienza entusiasmante, forse anche per la passione che il professore riusciva a trasmettere raccontando la sua terra, la sua storia e insegnando le caratteristiche tipiche della lingua ispano-americana, che ovviamente è differente dallo spagnolo castigliano standard che si studia negli ambienti universitari. Siamo rimasti in contatto, ci ha fornito indirizzi e consigli per andarlo a trovare, e Max ed io, una volta conseguita la laurea, abbiamo deciso di realizzare questo sogno. Ovviamente avremmo dovuto lavorare per mantenerci e seguire almeno qualche corso di lingua Quechua alla famosa e prestigiosa Università di Lima, ma un primo punto d’appoggio era stato conquistato, e comunque le difficoltà non ci spaventavano, entusiasti e incoscienti come eravamo, e come credo sia chiunque a trenta anni con una passione che guida il cuore, la mente e i piedi.
Lima è semplicemente fantastica, vitale, multietnica, enorme, storica ma moderna allo stesso tempo, in continuo movimento ed evoluzione; due tempi e forse anche di più si contrappongono qui, la storia e la cultura di un popolo antichissimo, la modernità che tutti inseguono, ma da cui non si lasciano inghiottire con l’orgoglio e la consapevolezza delle proprie origini. L’elevato grado di umidità che si respira mi ricorda la mia città natale, Cagliari, nelle giornate estive, calde e afose.
La sensazione di essere piccolissime creature di fronte all’immensità dell’oceano, e quella di trovarsi in un luogo testimone della storia di secoli fa, rimangono dentro per tanto tempo. Fortunatamente ho avuto l’occasione di visitare musei e siti archeologici, ed essendo così appassionata di cultura precolombiana, non potevo andar via senza visitare Cuzco (Qusqu in lingua Quechua), la capitale dell’impero Inca: un’esperienza indescrivibile, a metà tra mito, storia e leggenda, un altro mondo, così differente da quello attuale, un’altra dimensione religiosa, mistica, spirituale. Non potrò mai dimenticare gli sguardi malinconici dei bimbi, con i loro vestitini multicolori, e i sorrisi di coloro che hanno impressa sul viso la sofferenza ma che non smettono mai di sperare in un futuro migliore.
Uno in particolare non scorderò facilmente, sei anni, si aggirava per il tempio come se fosse casa sua, più tardi scoprirò essere il figlio di uno dei custodi e guida turistica. Ángel era il suo nome, mi scelse tra una vasta folla di turisti, mi sorrise e mi prese la mano senza dir nulla, mi guidò insieme al padre tra le scalinate di quei luoghi sacri, e poi in una lingua inizialmente sconosciuta, ma che dopo soltanto io riconobbi, mi disse che, anche se non lo ricordavo, anch’io appartenevo come loro all’impero, che in realtà anch’io conoscevo quei luoghi e che dovevo solo rievocare le mie origini. Dapprima sorpresa e incredula, imbarazzata perché credevo si trattasse di uno scherzo, poi insieme a lui, scelsi un luogo vicino alle porte del tempio, mi sedetti e respirai profondamente con gli occhi socchiusi, come si fa quando si tenta di calmarsi e di entrare in meditazione, e in pochi minuti si aprì davanti ai miei occhi un altro mondo, un altro tempo, il tempio era animato, vivo, e più austero, il mio corpo e le mie vesti erano differenti, ma ero io! Respiravo quei profumi e l’oro che circondava il tempio luccicava al sole e quella luce abbagliante rifletteva sui gioielli che portavo al collo e sulle braccia. Intorno a me altre persone si aggiravano per il tempio in trepidanti faccende, stavamo preparando una celebrazione. A un tratto il cielo si fece scuro e nuvoloso, e sentì trascinarmi per un braccio: era Max, che voleva accertarsi che stessi bene. Mi aveva visto spesso meditare da quando ci conoscevamo, (eredità trasmessa da mia madre, sensitiva e terapista di medicina alternativa), e seppure con curiosità e un pizzico di scetticismo, mi aiutava a rilassarmi, accendeva le candele, dissipava la luce, abbassava il volume della voce e si assicurava che nessuno mi disturbasse, mi fissava incuriosito e dopo mi chiedeva ansioso i risultati; ma quel giorno si spaventò, aveva paura di perdermi, forse anche lui aveva avvertito la distanza tra me e il mondo contemporaneo e la voglia di scoprire il mio passato. Ángel mi guardò, sorrise e sollevò le spalle, conscio del fatto che il mio compagno mi aveva disturbato e distolto dalla visione seppure inconsapevolmente, e disse che comunque sarebbe stato sufficiente per quella giornata. Ripensai a lungo a quell’avvenimento, credo fermamente nella reincarnazione, nelle vite passate tutte concatenate per uno scopo infinito, ma mai prima di allora mi capitò di scoprirlo in maniera così fulminea, e con ricordi così vividi. Da quel momento in poi capì che in qualsiasi luogo fossi andata, avrei potuto scoprire un collegamento in qualsiasi momento, e così avvenne.   
Dopo qualche settimana di ospitalità, duro lavoro, studio assiduo e turismo alla scoperta del mondo peruviano e andino, antico e moderno, a malincuore, partimmo con il cuore carico di esperienze, sensazioni ed emozioni, pronti per una nuova avventura. 

LA TERRA DEI MAORI

Attraversammo l’oceano Pacifico e ci fermammo da un’amica di mio padre, un’amicizia nata in Italia, durante un seminario sulla meditazione. Mary ha origini inglesi e tedesche, trasferitasi da piccola con i genitori in questo luogo lontano ma ospitale, ora fa la pubblicitaria e risiede in una vasta tenuta a pochi chilometri da Auckland. La natura ancora incontaminata fa da padrona in questi luoghi, con reverenziale attenzione da parte dei suoi abitanti. Non potrò mai dimenticare le immense spiagge e le maestose cascate. Avevo la sensazione che gli occhi e il cuore faticassero a contenere tanta bellezza, tanta emozione. Ho meditato spesso sulle rive dei laghi, ai piedi dei vulcani spenti, sulle pendici dei fiordi dinanzi all’oceano, consapevole dell’immensità della natura, e tentando di far provviste il più possibile di queste meraviglie, per i momenti grigi della vita, quelli in cui le negatività ci impediscono di apprezzare e accettare il mondo nella sua interezza.
Ho sentito spesso nominare i Maori, ma non ho mai avuto il tempo e l’occasione di approfondire. Ancora una volta uno splendido luogo dove però la colonizzazione non ha portato soltanto benefici; vengo a sapere di questo popolo che, dopo lunghe guerre e battaglie, ancora oggi sta lottando per l’integrazione e per la legittimazione dei loro diritti, seppure in misura più pacifica rispetto al contesto australiano con gli aborigeni. Mi chiedo perché si debba sempre subire un’invasione, una sopraffazione da parte dell’altro; a volte mi vergogno un po’ di appartenere, anche solo anagraficamente, a questo emisfero, a quella parte occidentale che si è sentita per lungo tempo superiore in nome di chissà quale evoluzione, e che ha sfruttato risorse e popolazioni del cosiddetto “nuovo mondo”. Da parte mia, rimango incantata a osservare gli abitanti indigeni, i loro modi di vivere, le loro tradizioni, la loro lingua, i loro rapporti sociali e familiari. Soltanto assistendo alla loro danza tradizionale (Haka), che ormai è divenuta celebre per merito della squadra nazionale di rugby, così ricca di forza, di potere, di connessione con la natura e la terra, (trattandosi inizialmente di un’invocazione al dio sole), mi rendo conto che c’è soltanto da imparare da queste popolazioni. Non sarei mai voluta ripartire, ma il nostro viaggio non era ancora concluso, un’altra terra dai sapori più esotici ci attendeva.

 

 

SERENDIPITY

Quest’isola ha avuto nel corso del tempo, varie denominazioni: venne chiamata dai greci Taprobane, dagli arabi Serendib, dai portoghesi Ceilão (e quindi dagli inglesi Ceylon), e solo nel 1972 acquisisce il nome di Sri Lanka in lingua autoctona singalese, che deriva dal sanscrito e che significa “isola risplendente”, mai nessun altro nome le fu più congeniale. Certo è tipico delle aree soggette a colonizzazione la scelta sovente arbitraria di toponimi e una successiva rivendicazione autoctona, ma la storia del nome di quest’isola mi ha davvero incuriosito. Addirittura presta il nome per un neologismo curioso, poco usato nella lingua italiana rispetto a quella anglosassone, che indica la sensazione che si prova quando si scopre una cosa imprevista mentre si è alla ricerca di un’altra (grazie alla fiaba persiana di Cristoforo Armeno e dei principi di Serendip appunto).
L’atmosfera che si respira qui è ancora differente ma sempre idilliaca, splendidi tramonti sul mare, i pescatori e il loro rapporto intimo e sereno con il mare, i sari dai mille colori sgargianti o di un bianco puro e austero, fiumi e laghi ricchi di una flora e fauna inimmaginabili, i sorrisi sereni delle donne, barriere coralline che lasciano senza fiato, musiche soavi dalla vaga origine indiana, le danze tipiche tradizionali con i loro archetipi e simbolismi, risaie immense, antiche fortezze e templi buddisti di ineguagliabile bellezza e maestosità che richiamano a un’antica e profonda religiosità. Il tutto avvolto nel caratteristico profumo del tè. E’ in questi luoghi che nasce la meditazione, un’altra modalità di scandire il tempo e la vita quotidiana. Ancora una volta, incontro la natura, la terra, la religiosità del cuore, la riflessione e mi sento sempre più parte integrante di questo mondo, luoghi differenti ma al tempo stesso uguali, un unico legame tra cielo, terra e uomo finalmente in armonia.

RITORNO A “CASA”

Ci sarebbero altri milioni di luoghi da visitare, altri mondi da esplorare, altre località che avrebbero rievocato ricordi e suscitato fortissime emozioni, ma il nostro viaggio volgeva al termine. Si parte con la speranza di poter un giorno riprendere il viaggio da dove lo si è interrotto, anche se raramente succede. Ma ogni partenza presuppone un ritorno per chiudere il cerchio e per permetterci di assimilare le lezioni della vita, di rielaborare le emozioni provate e dargli il giusto senso, la giusta misura. E anche quella che comunemente chiamiamo casa, al nostro ritorno sarà diversa, pur rimanendo materialmente lo stesso luogo, la stessa abitazione. Sono sempre stata abituata, sin da piccola, a non avere radici, a sentirmi a mio agio in ogni luogo, colmandolo soltanto della mia presenza e colorandolo con la mia personalità. E’ quello che faccio anche oggi, in un’altra città, sempre vicino al mare.
Si parla spesso del rapporto che lega l’uomo al mare, del fatto che, se per caso un bimbo vive l’esperienza di questo legame, difficilmente poi saprà distaccarsene. Tutto ciò accade anche a me, per lungo tempo non ho amato le mie origini, mi sono sentita prigioniera di un’isola secondo me troppo piccola e limitante, ma il “mio” mare lo porto sempre nel cuore. E’ come un amico a cui poter confidare i segreti senza bisogno di parlare, un alleato con cui potersi sfogare nei momenti di rabbia o tristezza, passeggiare o sedersi ad ascoltare osservando il suo moto ondoso fa riflettere, lenisce i dolori e la sua brezza leggera soffia via tutte le paure.
Vicino al mare, mi sento sempre a casa.  
In realtà, credo che la nostra vera casa sia dentro di noi, quell’immenso universo fatto di personalità, ricordi, emozioni, esperienze che ci portiamo sempre in una sorta di valigia invisibile.

Sara Solaro

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