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Mio padre mi ha sempre detto che qui le persone sono gentili. Soprattutto quelle nei campi di riso, quelle con quei cappelli tondi buffissimi. Se li guardi dall'alto sembra siano cerchi bianchi in mezzo all'erba verde. Quando passi ti guardano in silenzio con un sorriso, e ti seguono con lo sguardo, con quegli occhi sottili sottili, fino che non scompari dietro l'orizzonte.
Il nonno mi ha raccontato che tanti anni fa, quando il papà era piccolo, qui un giorno è successo qualcosa di strano. Ha sentito un boato forte, fortissimo, che l'ha spinto con violenza lontano. Per poco non ci moriva, dice. E mi ha detto che quel botto ha cambiato molte cose: tanti alberi sono esplosi, altri hanno preso fuoco e la radura dove lui andava sempre è stato distrutta. Sono morte anche tante persone; non si sono più visti sorrisi per un po'.
Ma ora le facce hanno ricominciato a sorridere. Come nelle piantagioni di soia, nell'est della Cina, dove quando passi i figli degli agricoltori ti fanno grandi sorrisi, ti offrono quei semi verdi (che però a me non piacciono) e ti inseguono. Forse sono incuriositi dal fatto che io non mi muovo come loro; mi fa sempre molto ridere vedere come mi vengono incontro e provano ad allungare le mani per toccarmi. Provano la stessa curiosità per le gru della Manciuria. A me fanno quasi paura: sono veramente grandi. Però devo ammettere che sono belle, tutte grigie e con quel ciuffo rosso che le contraddistingue. Le riesco a riconoscere da lontano proprio da quella macchietta rossa.
Quando vado al fiume io e papà peschiamo spesso vicino ai bambini sorridenti; io prendo pesci piccoli, ma loro hanno delle canne lunghe e riescono a prendere anche dei pesci più grandi. E mi fanno una grande invidia. Io adoro il pesce, ma per ora riesco solo a mangiare pesciolini insignificanti, forse perché sono piccolo. Mi ricordo quando papà pescava per me, mi portava il pesce e me lo tagliava perché per me era troppo grosso...che comodità!
Ho scoperto che la stessa premura ce l'hanno i piccoli pinguini blu del sud dell'Australia. Papà mi aveva raccontato che anche i genitori dei piccoli pinguini vanno a pescare per loro, e quando questi sono ancora troppo giovani per mangiare da soli li aiutano mettendogli direttamente pezzettini di pesce nella loro gola, con l'aiuto del becco. Io non ci credevo, ma quando papà mi ha portato a Phillip Island ho visto che era davvero così.
Che posto incredibile quello. Nel cielo, lì, si incrociano pappagalli bianchi con la cresta gialla e altri piccoli uccelli simili, rosa, con il becco più piccolo. Loro mangiano semi, ma non solo: mi hanno raccontato che rosicchiano spesso anche quei lunghi cavi neri che si vedono sui tetti delle case. Che strani. Quasi come i pellicani, quegli uccelli con il becco che si allarga per ospitare grandi pesci pescati in mare, in volo. Ho scoperto che questi uccelli mangiano anche le lische di pesce che trovano. Io non lo farei mai...però loro sono attrezzati per farlo. Ho saputo da papà che con il becco acchiappano la lisca che trovano, e poi nel gozzo, prima di ingoiarla, la ruotano fino a che non è nella posizione giusta, cioè nel senso in cui le lische non gli possono graffiare la gola. Effettivamente questi uccelli hanno gusti strani, ma sono decisamente molto più intelligenti di quanto sembra.
Io e papà siamo stati in quell'isola incredibile per tutta un'estate, poi con l'arrivo del freddo lui ha deciso che era il momento di andarsene, e ci siamo spostati verso est. Siamo andati in Brasile.
Di quel viaggio ricordo un caldo progressivo, l'aria sempre più calda. E ricordo uccelli stranissimi, variopinti. Mi ricordo in particolare un uccello nero con un becco gigantesco e coloratissimo, il tucano; vola basso e si appoggia sugli alberi e ti guarda con curiosità mentre tu trotterelli lì, in basso, sotto al suo becco.
Ricordo la prima volta che l'ho visto: avevo appena incrociato un pappagallo dalle piume di un azzurro intensissimo, e pensavo che non avrei mai visto un uccello più strano in vita mia; e invece, poco dopo, l'incontro col tucano. Ed era solo l'inizio. Di lì a poco ho incontrato altri animali bizzarri: uccelli con la coda multicolore, scimmie rumorosissime, serpenti grandi come umani. Però che buono, il pesce che ho mangiato da quelle parti!
Probabilmente se ci fossimo fermati un po' avremmo visto altre stramberie, ma poco dopo papà ha deciso che dovevamo migrare di nuovo verso altre terre.
Abbiamo proseguito ancora verso sud, fino a raggiungere la Terra del Fuoco. Io ero molto spaventato quando papà mi ha detto il nome della meta, ma poi ho scoperto che il fuoco lì non c'é. Anzi. Ci sono i pinguini! Però sono diversi dai piccoli pinguini blu dell'Australia. Sono più grandi, e sono neri e bianchi. Ma si muovono nello stesso modo buffo, ondeggiando un po' di qua e un po' di là, e anche loro portano pezzettini di pesce nel becco ai loro piccoli.
Sì, la Terra del Fuoco mi è piaciuta tanto, ma è troppo fredda per me. È per questo che l'abbiamo lasciata in fretta e siamo tornati più a nord, in Argentina. Io sono nato lì ma, devo dire la verità, non me la ricordo molto bene. Ho passato quasi tutta la mia vita in viaggio con papà, e alle volte i pochi ricordi che ho di quel periodo si mescolano ai ricordi dei miei viaggi più recenti. Solo una cosa mi ricordo bene: il posto dove sono nato. Nella pampa, in una pianura che si estendeva a vista d'occhio, vicino a un ranch dove un toro nero ha visto i miei primi passi insicuri. Chissà che fine ha fatto quel toro. Non l'ho più visto; ora ci sono solo tante mucche marroni, circondate da rondini scure che gli girano intorno per mangiare gli insetti che svolazzano nel recinto. Ogni tanto si vedono anche delle garzette bianche, appollaiate sul dorso delle vacche. Si vedono da lontano, perché sono l'unica cosa bianca nel raggio di chilometri, in quella terra dove tutto è marrone. Quasi tutto, a dire la verità; la persona che si aggira per il ranch ha un cappello bianchissimo.
È lì, poco distante dalla sua casa, il piccolo lago dove papà mi ha insegnato a pescare. Ecco, quello sì che me lo ricordo bene. Mi ricordo anche il giorno in cui papà mi disse che dovevamo andare via. Ha detto, di nuovo, che per noi iniziava a essere freddo.
Io sarei rimasto ancora lì. Ma in fondo, io, che ne so. Sono solo un piccolo airone.

Francesca Barbieri
 

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