Racconti di Viaggio
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Pioveva, il ticchettio incessante sulla finestra della stanza si confondeva con quello nervoso delle sue dita sul tavolo, era tardi, l'ora di cena passata da un pezzo ormai e lei era ancora li, fissa con lo sguardo su quella pagina vuota che proprio non riusciva a riempire, era come se tutta la sua mente, generalmente un vulcano di pensieri, sensazioni, ricordi si fosse improvvisamente bloccata, sorda ad ogni richiesta di proseguire in quel compito, solitamente tanto semplice, di raccontare del mondo.

Era questo il suo lavoro, appassionata viaggiatrice da sempre, abile a far rivivere su un foglio immacolato, attraverso un innato uso delle parole, i momenti unici e le emozioni del suo girovagare, era riuscita con tenacia, determinazione ed anche un pizzico di fortuna a fare di questo grande amore una professione a tutti gli effetti.

Capace, come pochi, di condurre i suoi lettori, attraverso i suoi racconti, in incredibili viaggi immaginari intorno al mondo, era, in breve tempo, riuscita a conquistarsi un piccolo spazio nel variegato e, non sempre facile, universo dei reportage di viaggio. Raccontava del mondo attraverso i suoi occhi, del suo vagabondare in luoghi lontani, sconosciuti, eppure sempre così familiari, tanto da farla sentire come a casa, degli incontri speciali che segnavano inevitabilmente il suo percorso, delle nuove ed affascinanti culture in cui si imbatteva, di quegli attimi unici, spesso frutto di un imprevisto, che rendevano un viaggio meritevole di essere vissuto e di quanto tutto questo non potesse far altro che arricchirla sempre piu', rendendola, forse, una persona migliore, consapevole, aperta, attenta a tutto ciò' che la circondava.

Ma quella sera, complice la stanchezza accumulata negli ultimi giorni e la consapevolezza che gli impegni presi con il suo capo non le avrebbero permesso di muoversi per un po', proprio non riusciva a riempirla quella pagina, era come se tutto il suo corpo si rifiutasse di collaborare, quasi insofferente a quella sedia e a quella scrivania. Il suo sguardo ripetutamente andava a quel bizzarro collage di foto sulla parete, le sue foto, i suoi momenti speciali, fermati li', in quelle istantanee, proprio nell'attimo in cui tutto le era parso incredibilmente perfetto, tanto da sentirsi felice ed appagata come mai prima.

La foto che le era subito saltata agli occhi raccontava di un luogo all'aperto, ricco di colori forti e di visi veri, sinceri... si, lo ricordava bene quel posto, così come il percorso che l'aveva condotta fino a li'. Era partita da Cusco, con una vecchia auto, attraverso la Valle Sacra degli Inca, lungo i terrazzamenti coltivati sul fianco delle montagne, seguendo il corso del fiume Urubamba, dove aveva, finalmente, raggiunto il chiassoso e allegro mercato di Pisac. Era arrivata fin li' per poter assistere dal vivo al secolare scambio di merci che avveniva, settimanalmente, tra le varie tribù' Inca che, proprio in quel giorno, si recavano al mercato per barattare i loro prodotti con altri necessari al  sostentamento delle proprie famiglie, un rito antico come il mondo al quale appartenevano, fatto di lunghe ed animate contrattazioni e calorose strette di mano. Quel luogo l'aveva letteralmente rapita, i colori vivaci della frutta e delle spezie, gli odori del cibo cotto sulle piastre, i sorrisi meravigliosi dei bambini,che le giravano intorno, incuriositi dalla sua strana presenza, la figura silenziosa dello Shamano del villaggio che, in una traversa del mercato, al riparo da sguardi indiscreti, "curava" i membri delle tribù' bisognosi di assistenza con filtri e rituali incomprensibili. Ancora sorridente al ricordo di quei momenti, continuava a sbirciare tra le sue foto... il Cabo de Hornos, conosciuto ai più' come Cape Horn, spiccava sulle altre immagini, quanto lo aveva desiderato quel viaggio, si era imbarcata ad Ushuaia, alla Fin del Mundo e dopo ore di agitata navigazione, attraverso il canale di Beagle e poi in mare aperto, era arrivata lì, nell'ultima lingua di terra prima del Polo Sud. In un'atmosfera quasi surreale, fatta di pioggia sottile, vento gelido ed improvvisi squarci di sole, a bordo di uno Zodiac era riuscita ad arrivare sull'Isla de Hornos, 160 scalini, ancora li ricordava, per arrivare in cima ed un percorso accidentato e contro vento per raggiungere la parte più' a sud, ma ne era valsa la pena, davanti a lei si incontravano il Pacifico e l'Atlantico, davanti ai suoi occhi scorrevano le immagini di quegli uomini coraggiosi, esploratori e  marinai, che, nel corso dei secoli, avevano sfidato la natura, cercando di passare questo mitico Capo. Mai nella sua vita si era sentita così appagata da qualcosa ed allo stesso tempo così piccola davanti alla grandezza della natura… le tornavano alla mente le parole di una poesia letta proprio qualche giorno prima ad Ushuaia …

“Sono l’Albatros che ti aspetta alla fine del mondo,

 Sono l’anima dimenticata dei marinai morti che attraversarono   Capo Horn da tutti i mari della terra.

Essi, pero’, non morirono tra le furiose onde, oggi volano sulle  mie ali per l’eternita’, nell’ultima crepa dei venti antartici.” Il tramonto al cospetto dei quindici Moai, all' Ahu Tongariki,

sull’isola Pasqua era una delle sue foto preferite, rammentava che il sole era quasi scomparso ed ancora, quel po' di luce che rimaneva, filtrava attraverso i contorni dei giganteschi Moai, conferendogli un' aura quasi magica, sarebbe potuta rimanere li' per sempre ad ammirarli, senza stancarsi mai, affascinata e commossa dai racconti, misti a leggende, della sua guida Hugo, un giovane Rapa Nui, orgoglioso della sua appartenenza a quell'isola incantata, quel minuscolo triangolo di terra situato nel bel mezzo del Pacifico.

Xi'An, Cina, una parte dell'Esercito di Terracotta, era proprio davanti a lei, in quella foto che aveva scattato con le lacrime agli occhi per l'emozione, 8000 guerrieri in totale, diversi per grado e ceto, erano stati creati dalle sapienti mani degli artisti di corte più di  duemila anni prima per difendere, per l'eternita', la tomba del loro sovrano, Qin Shi Huang, creatore della Grande Muraglia, primo grande imperatore della Cina. Le erano rimasti impressi i visi di quei guerrieri, differenti l'uno dall'altro, nell'espressione e nei tratti, le sembrava che la seguissero con lo sguardo, come se da un momento all'altro potessero muoversi verso di lei, considerandola, magari, una minaccia al riposo del loro amato imperatore.

Di foto in foto, di ricordo in ricordo, passava dall'Oriente all'Occidente, ogni tanto le venivano alla mente luoghi lontani, volti, nomi, citta', all'improvviso non si sentiva più' stanca, il suo corpo reagiva a quei ricordi come una nave, avvolta dalla nebbia, alla vista di un faro grande e luminoso.

Come se si fosse risvegliata all’improvviso da un sogno grigio ed indefinito, le era tornata la voglia di raccontare, di emozionare, di far sognare…

Questa volta avrebbe scritto dell’ Ayers Rock, il grande monolite dell'Outback australiano e del profondo senso di liberta’  ed immensita’che aveva provato in quel momento, della polvere rossa portata dal vento, dei grandi silenzi, delle notti stellate, del suo animato incontro col mondo aborigeno, della sua prima e, probabilmente, anche ultima bistecca di canguro e di come l'Australia l'avesse conquistata a poco, a poco, dalle grandi e scenografiche citta’ al piu’ piccolo villaggio sperduto.

Era come se tutti i suoi pensieri si fossero sbloccati in un solo momento, ora tutto era semplicemente piu’ chiaro, si, adesso era davvero pronta a riempire quella pagina e, sicuramente, molte altre ancora…

Simona Sacrifizi

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