Racconti di Viaggio
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Il viaggio di Marco
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VIAGGIO IN SUD AMERICA

20 Dicembre ore 02 del mattino, parto da Brescia per Malpensa, scalo a Lisbona poi San Paolo, meta Asuncion (Paraguay).
Temperatura gelida, le previsioni meteo sono allarmanti: neve.
Imbocco l'autostrada.
Verso Bergamo: neve! Sembra una tormenta, da non vedere la riga tratteggiata delle corsie stradali.
Finalmente alle 03,30 arrivo a Malpensa. Check-in.
Alle 05 decollo. Dormo fino a San Paolo senza rendermi conto dello scalo effettuato a Lisbona.
Asuncion finalmente!
Dopo aver “ballato” per piu' di mezza giornata...esco dall'aeroporto e sono assalito da una piccola ciurma di bambini, ragazzini che si offrono d'accompagnarmi e che comunque tendono la mano per un obolo praticamente dovuto ed anche se non volessi, devo comunque pagare per evitare che i ragazzotti piu' grandi (forse i caporali o i fratelli maggiori) mi seguano per obbligarmi al versamento del “tributo”. Do' loro una manciata di guarani' (forse al cambio 1 euro).
Al sole temperatura torrida ma stranamente secca, mi aspettavo un caldo umido.
Un taxi finalmente. Dico al taxista l'indirizzo. Attraversiamo rioni residenziali composti da case ordinate, colorate, simili tra loro. Pare di essere in un plastico composto da casette per le bambole.
Noto poco traffico automobilistico, strade pulite, mi da' l'idea di una citta' vivibile, ordinata, belle piazze circondate da  giardini fioriti ben curati e dominate da palazzi enormi, bianchi, dallo stile coloniale, alcune di questi sono chiese.
Durante il percorso attraversiamo altri rioni meno affascinanti, case di lamiere e casette in legno  immerse in zone verdi.
Arrivo a destinazione in un quartiere circondato da vegetazione. Che sia un bosco? Un parco forse? Non credo!
Spero di non essere capitato in una “favela” (!). Pago, saluto e ringrazio il taxista taciturno.
L'albergo da “una stella e mezza” e' una struttura in legno dipinto di bianco.
All'ingresso mi accoglie nella penombra, una signora sorridente dai caratteri somatici tipici dell'etnia locale, carnagione non molto chiara, sara' alta un metro e sessanta pesera' 90 kg. Capelli scuri, corti, leggermente mossi, si intravede la crescita bianca all'altezza delle basette, avra' 55/60 anni. Ai piedi infradito di plastica, la suola e' praticamente invisibile, indossa una gonna di tela con fiori stampati, una slabbrata maglietta bianca o quasi...aderisce al busto adiposo, le grosse braccia nascondono le maniche, seno prorompente, anzi... enorme. Ci presentiamo. Lei si chiama Frida... 
Tra me pensoFrida??? una sudamericana Frida???
Non mi chiede neanche il passaporto, mi dice qualcosa in spagnolo, credo che mi abbia chiesto del viaggio... e che “el pasaporte” lo posso consegnare dopo aver accomodato il bagaglio in camera e mi porge la chiave.
Salgo una scala di “legnaccio”, accedo al piano superiore (non ci sono altri piani) ci sono tre porte per cui immagino tre camere, mi sbaglio, una di queste accede al bagno proprio di fronte alla camera a me assegnata.
Il gabinetto mi sembra pulito, con turca e lavandino, probabilmente e' in comune all'altra stanza.
Cerco di aprire la porta della mia camera, la chiave ballonzola nella serratura.
Dopo aver rimestato la chiave nella toppa cercando l'incastro, riesco ad aprire la porta di legno che, si vede, una volta era verniciata di verdino pastello.
Il pavimento e' un patchwork di maiolica, piastrelle di colori diversi tra loro.
Il letto e' coperto da un un telo che funge da copriletto... assomiglia molto alla gonna della signora... C'e' un armadio e' senza ante, un tubo trasversale in metallo funge da appendiabiti, purtroppo mancano le grucce. Nella parte bassa del mobile c'e' un cassetto che, non e' corredo dello stesso...
Parallelamente all'ingresso c'e' una finestra aperta che volge verso la strada da cui sono arrivato.
Gli infissi sono dello stesso colore della porta. Noto che non c'e' termosifone.
Appoggio lo zaino per terra dopo essermi accertato che sotto il letto non ci fossero altri ospiti.
Scendo le scale porgo alla signora il passaporto ma non lo prende anzi mi dice di tenerlo.
Infilo la chiave in tasca. Saluto ed esco dicendo alla signora che voglio solo fare una passeggiata.
In questo quartiere pare non esista traffico automobilistico...
Cerco ombra. Durante il cammino vengo scrutato dalle persone che incrocio. Sotto un albero imponente mi accendo una sigaretta ma ho la necessita' di bagnarmi almeno i piedi.
Nonostante in Italia mi fossi informato del Paraguay e sull'abbondanza di corsi d'acqua, torrenti, fiumi, laghi, non riesco a trovare un rio... penso al fiume Paraguay che ho visto dall'aereo, e' cosi' esteso da sembrare un lago ma si trova  lontano da dove mi trovo.
Dopo essermi addentrato in quello che sembra  un boschetto, una mini foresta (che sia una giungla?), trovo un rigagnolo. Acqua fresca per i miei piedi. L'odore della vegetazione e' penetrante, d'un tratto si alza il vento, il rumore delle fronde degli alberi alti e' quasi assordante. Sembra che giganti invisibili scuotano potentemente i rami.
Gli uccelli sembra urlino al vento che, come e' giunto, cosi' sparisce. E' stata solo una folata forse di un minuto.
Mi sdraio, ho i piedi freschi e in lontananza sento urla e risate di bambini che, probabilmente, giocano nell'acqua. Sono stanco e mi addormento.
Mi sveglio dopo forse mezz'ora ma mi e' parso d'aver dormito ore.
Infilo le mie infradito e mi avvio verso l'unico luogo ormai quasi familiare, l'albergo...o baracca(?!).
Arrivo e trovo la signora che, dietro un banco da cui non si scorge cosa ci sia, sembra indaffarata a sfogliare una rivista. Si toglie gli occhiali (che non aveva al momento del mio arrivo) e sorridente mi saluta.
Le chiedo dove posso mangiare qualcosa. Mi spiega dove poter trovare un ristorante.
Ringrazio e mi incammino verso la direzione indicata.
Cerco di individuare punti di riferimento per il ritorno.
Dopo qualche minuto, a piedi, giungo in una zona completamente diversa dal rione che avevo lasciato.
Automobili, case e palazzi in muratura mi riportano in una dimensione “cittadina”. Trovo il ristorante, e' piu' una trattoria. Mi chiedo se sia lo stesso indicatomi dalla signora...
Entro guardingo e un forte odore di carne arrosto mi penetra le narici.
Nell'unica sala da pranzo tavoli spogli da tovaglie.
Gli unici tavoli apparecchiati, uniti tra loro a ferro di cavallo, sono occupati da una comitiva di persone ben vestite e allegre e pare si conoscano tutte. Saranno 25/26 persone (non le conto) giovani e meno giovani, bimbi e bimbe. Sicuramente sono li' per festeggiare, chissa' cosa.
Le bambine sono vestite di bianco.
Il probabile titolare del ristorante mi fa accomodare in una zona decentrata rispetto alla
tavolata della festosa compagnia. Apparecchia il tavolo e mi chiede cosa desidero mangiare. Chiedo cosa ci sia di pronto. Mi dice che ha del “lasado”. Mi chiedo: cos'e' sto “lasado”? Annuisco e chiedo se ha del vino “tinto” (vino rosso). Mi dice che quello che aveva lo ha prenotato e lo sta consumando la comitiva. Opto per una birra.
Dopo pochi minuti giunge l'oste con un vassoio di carne. Mi rispondo: ecco cos'e' il lasado...!
La carne ha un odore' intenso speziato, e' arrostita bene e si intravede che e' stata spalmata con qualcosa di colore giallo...
Chiedo dove posso lavarmi le mani (e' anche una scusa per sbirciare in cucina...).
Mentre mi reco al bagno riesco a vedere la cucina, sono ancora incuriosito per cosa sia quella sostanza gialla che viene spalmata sulla carne ma non riesco a intravedere niente.
Vengo sorpreso dall'oste a cui chiedo cosa sia quel preparato.
Lui sorridente entra in cucina e dopo qualche secondo esce con una casseruola di plastica, tipo insalatiera della tupperware, all'interno residui liquidi della sostanza giallastra mischiata a qualcosa di verde, sembra prezzemolo triturato.
Mi spiega che e' un preparato che viene pennellato sulla carne durante la cottura per darle sapore e non farla indurire. Non mi dice da cosa e' composto... So' che ha un odore ed un sapore invitante, mi viene voglia di assaggiare la pastella che, secondo me, avra' tra i suoi composti anche il limone, si sente.
Effettivamente la carne e' tenera, buona. Durante il mio pasto sorrido, corrisposto, ai bimbi dell'allegra famiglia.
Dopo aver pagato saluto ed esco dal locale. Non ho una meta. La sera e' tiepida, sto bene.
Ragazzi e  ragazze per strada, tranquillamente, si dirigono verso un chiarore di lampioni in fondo alla strada. Li seguo.
Giungo in una piazza enorme, gente ovunque.
Gruppetti di giovani che giocano tra loro.
Anziani seduti su panchine di legno, parlano forse della loro giornata o forse ricordano momenti passati, vissuti in quella piazza... Penso a casa mia e ai miei genitori.
Passeggio in piazza e dopo qualche sigaretta decido di tornare in albergo. Sono stanco.
Ripercorro le strade in senso inverso.
Fuori dall'albergo c'e' la signora Frida con una sua amica... della stessa taglia.
Sono sedute su sedie di tela come quelle dei registi cinematografici. Le saluto.
Gioviale ed ossequiosa la signora mi chiede come sto e se ho mangiato bene.
Cerco di esprimermi in spagnolo ma intercalo con qualche parola in italiano e comunque mi faccio capire. Auguro la buona notte.
Salgo in camera. La finestra e' ancora aperta e la temperatura non mi induce a chiuderla.
Mi sdraio sulla tela fiorita. Dormo.
Durante la notte mi sveglio piu' volte, non trovandomi a casa ho difficolta' nel dormire in un
letto non mio. Il materasso di gommapiuma e' troppo sottile, il cuscino di gommapiuma e' sottilissimo...
Mi alzo dal letto in piena notte vado in bagno bevo qualche sorso d'acqua. Rientrando in camera ascolto il silenzio, respiro il tepore notturno. Nel buio mi affaccio alla finestra, accendo una sigaretta e scruto le luci lontane.
Sono fisicamente provato e nonostante la scomodita' del giaciglio: crollo.
Stranamente sogno ma riesco a fermarne con la mente solo un paio. Sogno un incontro con una donna latina... Sogno di trovarmi in acqua ma non riesco a capire dove,  in un lago, in un fiume, in mare. E' angosciante.
Mi risveglio sudato. E' giorno e fuori pioviggina, la pioggia batte leggermente sui vetri della finestra. Sento l'odore della strada bagnata. Sono assalito da malumore, delusione. Non capisco perche' dato che sono in vacanza, nonostante siano passati solo due giorni ho nostalgia di casa, di volti conosciuti, amici. Dopo essermi ripreso, rasato e lavato, armeggio nello zaino per trovare l'unico paio di scarpe che ho portato con me. Le indosso e fuori ha gia' smesso di piovere. Il sole riempie il cielo e di conseguenza anche il mio umore cambia. Infradito...
Sono pronto. Esco dalla camera, felice di affrontare un'altra giornata. Scopriro' altre cose, conoscero' altre persone.

 

VIAGGIO IN AUSTRALIA

Giulio mi parla del suo viaggio agli antipodi: Australia.
Non lo vedevo da mesi... ecco dov'era.
Mi racconta di cose che non avrei mai immaginato.
Decido... voglio andare a vedere. Voglio provare nuove sensazioni, vedere altre facce.
Parto e dopo aver attraversato mezzo mondo sto atterrando a Tokyo.
Dall'alto e' una visione. Sono catapultato in un film di fantascienza.
Scalo obbligato. Scendiamo dall'aereo. La compagnia aerea ci fa sostare per quattro ore!
Cosa faccio? Come occupare il tempo? E... perche' ci hanno fatto sostare?
In uno dei bar dell'aeroporto c'e' da perdersi, e' grande quanto un paesino italiano...manca solo la chiesetta.
Ci saranno diecimila persone (una stima esagerata ma... e' per rendere l'idea del marasma).
Le ore volano e cerco di fare un calcolo per capire che ora e' in Italia. Fuori piove.
Tendo le orecchie per sentire la chiamata del volo per ripartire verso Sidney.
Gli annunci in giapponese sono solo suoni, quelli in inglese...pure.
Intravedo alcuni passeggeri del mio volo. Li seguo, anzi, li rincorro.
Torniamo sull'aereo e poco dopo ripartiamo.
Dall'alto si vede solo mare...mare...mare ed oltre le nuvole il sole non tramonta.
Finalmente arriviamo a Sidney.
Sono esausto, avro' dormito, forse, un paio d'ore.
In aeroporto, gli addetti controllano documenti e bagagli.
Mi chiedono se sono in Australia per turismo.
Dico loro (dato che sono in due) che voglio andare a vedere il red center. Mi sorridono e mi augurano buon viaggio.
Uscendo dall'aeroporto sono travolto dal caldo.
Sono fermo, spaesato, non so' che fare, non so' a chi chiedere, vorrei andare a dormire e domani partire per il red center.
Casualmente sento due persone che tra loro discutono, battibeccano, parlano italiano con spiccato accento toscano.E' una coppia di giovani (poi mi dicono che sono di Siena). Mi scuso e intromettendomi chiedo loro in italiano dove poter andare per un albergo, una locanda, una bettola, comunque un posto dove dormire.
I due mi guardano e meravigliati che mi rivolga loro in italiano, mi indicano, alzando il braccio e puntando l'indice, la traiettoria da seguire. Mi vedono spaesato e decidono di accompagnarmi.
Tra me penso: tipico degli italiani. Per fortuna!!
Ci presentiamo.
Durante il tragitto i loro umori sono affievoliti, i toni tra loro cambiano, forse per la mia presenza.
Mi spiegano, senza che io lo chieda, che aspettavano una ragazza dall'Italia e al “gate” in aeroporto non c'era per cui, quando li ho interrotti, si incolpavano a vicenda per il loro ritardo all'appuntamento.
Spiego loro che a Tokyo era stata un'impresa anche per me riprendere il volo dopo la sosta obbligata.
Prendo confidenza e dico loro che sono in Australia per il red center. Si guardano, strabuzzano gli occhi, mi guardano come fossi un alieno e sorridono.
E' strano, penso tra me, anche gli addetti alla sicurezza in aeroporto avevano avuto, piu' o meno, la stessa reazione...
Siamo giunti a quello che sembra un ostello, un albergo, forse un centro smistamento turisti dato che ci sono vari personaggi, comitive, con zaini, valige... ecc. sembra di essere in aeroporto.
Aria condizionata finalmente.
Entriamo.
I miei accompagnatori si avvicinano ad un signore che da' l'idea d'essere il referente e in inglese chiedono se possono telefonare.
Tutto si chiarisce tra loro. La ragazza che aspettavano era rimasta a Tokyo e sarebbe arrivata a Sidney il giorno dopo con un altro volo.
Ci soffermiamo all'ingresso e ci scambiamo indirizzi e numeri telefonici.
Mi spiegano quanti e quali mezzi prendere per raggiungere la mia meta. Il primo dei mezzi da prendere fa' fermata proprio davanti all'ostello.
Mi dicono che dovro' affrontare un viaggio incredibile fino al centro del continente.
Ci salutiamo come fossimo vecchi amici.
Il giorno dopo sono trepidante e pronto.
Arriva un autobus abbagliante, che sia fatto di specchi? No, rifrange la luce del sole, e' color argento.
Si parte... devo arrivare ad Adelaide. Fortunatamente, sul bus aria condizionata.
Dopo ore ed ore di viaggio, soste in zone desolate, vuote, ho la sensazione di essere partito per Marte.
La vegetazione in alcuni tratti e' bassa, secca, desertica, in altre zone dopo chilometri, e' rigogliosa ma non vedo foreste o giungle.
Annuso l'aria, e' asciutta e non avverto odori particolari. Il caldo e' torrido ma, stranamente, non sudo.
Arriviamo ad un ranch, si trova in mezzo al nulla. Un'area e' adibita a parcheggio ed e' occupata da automobili e autobus. Ci sono tante persone, tutti turisti, americani, europei, orientali... dove sono capitato? Non so' perche' ma penso ad un film: “men in black”.
Tra tutta questa gente non c'e' un italiano o qualcuno che lo parli.
Sosteremo per la notte.
Dopo aver mangiato una zuppa “pronta” di legumi, esco a guardare il tramonto. Non sono solo. Siamo tutti silenziosi, affascinati, per non rompere l'incanto che la natura ci sta donando.
Incrocio lo sguardo beato di un ragazzo che vorrebbe esprimere qualcosa ma non ha parole.
Il cielo e' terso, neanche un cirro. Lo spettacolo e' l'insieme dei colori che tolgono il fiato.
Sono pervaso da una calma interiore mai provata.
Torno all'interno del locale e vado a letto.
Il giorno successivo, mentre bevo un caffe' improponibile, faccio conoscenza.
Due ragazzi e una ragazza, australiani che, mi dicono, si dirigono a loro volta al red center. Sembrano tre modelli, sono belli. Lei e' alta, ha i capelli biondi ed un sorriso da pubblicita' odontoiatrica...
Viaggiano in auto.
Li saluto e salgo sul bus.
Durante il viaggio noto una recinzione che, non riesco a capire, cosa delimiti dato che non c'e' niente da confinare... non vedo greggi o animali... una fila infinita di pali e filo spinato nel mezzo del nulla.
Sulla strada, cartelli con sagome disegnate di animali improbabili, canguri, dromedari e...?
Dopo chilometri e chilometri di spettacolare desolazione giungo ad  Adelaide. Sono arrivato a circa meta' del viaggio.
Scendo dal bus e mi dirigo verso il mare. Il contrasto tra il blu dell'oceano e la cresta bianca e schiumosa delle onde, il cielo celeste, pulito, mi fa' venire voglia di un tuffo.
L'odore di mare e' penetrante.
Sulla spiaggia infinita vedo poche persone ma nessuno in acqua... mi chiedo: sara' per gli squali? O l'acqua sara' fredda?
Seduto sulla sabbia calda, godo del tiepido e della brezza leggera. Mi sdraio, guardo il cielo.
Penso a domani alle centinaia di chilometri ancora da percorrere.
Sono assalito da dubbi. Partire o non partire per red center? … Partire!!! Devo andare a vedere, quando mi ricapitera' un'altra occasione?
Risalgo verso la strada asfaltata e sul lungo mare, noto centinaia di persone che fotografano una scultura, una statua enorme. Sara' alta tre metri e lunga otto, o forse nove metri. Raffigura una donna sdraiata. Non e' una scultura come, canonicamente, si possa immaginare, ma e' una statua costruita con le pesche!!! Si! Proprio con i frutti. Saranno migliaia di pesche rosa e rosse. Quintali di frutta per una statua. Intorno ad essa una cintura di uomini che fungono da body guard. L'odore delle pesche e' nell'aria.
Mi domando il motivo, mi chiedo che fine faranno quei frutti... e me lo sto ancora chiedendo... nonostante siano passati anni, ormai.
Incredulo e sorridente torno verso l'abitato.
Mentre cammino, inspiro profondamente, respiro e annuso gli odori del mare.
Per puro caso trovo un ristorante che ha l'insegna in italiano... Uau Italia!
So' che l'Australia, oltre al dominio inglese, e' stata meta per molti connazionali.
Entro nel locale e vengo accolto da una ragazza dalle tipiche origini italiane... un po'  “in carne”.
Mi chiede in inglese cosa desidero. Io, fiero di trovare una connazionale, le parlo in italiano.
Mi guarda esterrefatta e chiaramente, in inglese, mi dice che nonostante abbia origini italiane, e' australiana da generazioni... praticamente sa' solo pochi vocaboli: ciao, pizza, Roma, Venezia... e altre parole che non formano una frase... solo parole. Ci resto un po' male.
Chiedo se c'e' da dormire.
Ci pensa un attimo e poi vedendomi spaesato, mi porge le chiavi di una stanza... Non mi sembra vero... Ceno nel suo locale. Mi presenta i vari parenti con i quali parliamo di tutto, politica, religione...Italia.
Il giorno dopo mi accomiato salutando la ragazza e il parentado.
Raggiungo una stazione di autobus. Uno di questi sicuramente e' diretto al mio traguardo... Ritrovo i tre ragazzi incontrati al  ranch nel “nulla” , i tre belli.
Mi riconoscono e mi chiedono se voglio andare con loro. Sono senza parole. Annuisco e salgo in auto. Partiamo. Durante il viaggio i due ragazzi si alternano alla guida. Dopo due giorni vissuti in macchina, facendo benzina con le taniche contenute nel bagagliaio, dormendo a turno, in questa landa desolata intravediamo una enorme protuberanza che sorge dal deserto. La terra e' rossa. Ci siamo.
Una processione di turisti cammina verso questo luogo sacro agli aborigeni. Effettivamente ho la sensazione di giungere in un luogo particolare, la sensazione che mi possa accadere qualsiasi cosa ma non sono turbato anzi, mi sento calmo e allo stesso tempo euforico.
Sono convinto di aver raggiunto il centro della terra: Uluru ayes rock.
Per un attimo chiudo gli occhi e mi immagino aborigeno.
Nel mio silenzio sento il suono dei didgeridoo che nessuno sta suonando.
Voglio assolutamente trascorrere la notte in questo luogo magico.
Con i “belli” australiani ed altri turisti percorriamo qualche chilometro e ci accampiamo.
E' bellissimo, incredibile, per fortuna ho il sacco a pelo.
C'e' chi accende dei falo', c'e' chi ha chitarra, bonghetti, armonica e tutto diventa una festa....

 

VIAGGIO IN ASIA

Lascio l'Australia e da Melbourne mi dirigo in Indonesia.
Tappa a Jakarta sull'isola di Java per poi proseguire in Malesia, a Singapore.
Da Singapore proseguiro' per il Saigon e successivamente Bangkok.
Mentre l'aereo sorvola la citta', l'hostess fa notare ai passeggeri lo skyline.
Intravedo l'aeroporto e dall'alto ho la sensazione che sia un “disegno nel grano” (grano non ce n'e').
Atterriamo lontano dal centro abitato e in attesa di prendere il volo per Singapore decido di fare due passi. Esco dall'aeroporto per una sigaretta e dopo qualche boccata rientro e all'interno. Bighellono tra i negozi.
Lo speaker annuncia che il volo e' stato spostato a domani... ma come? Perche'? 
Non si sa' !!
La compagnia aerea ci dice che per motivi tecnici non si puo' decollare...
Sono imbarcato, con gli altri passeggeri, su un bus navetta che ci portera' in un hotel per il pernottamento.
Arriviamo a Jakarta.
Il traffico sembra ordinato.
Arriviamo all'hotel e scendendo dal bus sono travolto dal rumore del traffico. Non ci ero piu' abituato.
Odore acre. Fumate azzurre, grigie, nere, escono dagli scappamenti. Mi passa la voglia di fumare...
Auto e motorini in un gioco di incastri si muovono a tratti.
Centinaia di persone in motorino. I guidatori ed i loro passeggeri sembrano fusi con il mezzo meccanico. Una marmellata di colori.
Il frastuono e' assordante, clacson impazziti “strombazzano” senza un ritmo...
Il cielo e' grigio. Ha piovuto e si sente l'odore dell'asfalto bagnato.
Sconvolto e affascinato dal “disordine organizzato” non provo neanche ad attraversare la strada.
Rimango sul mio marciapiede. Rientro in albergo voglio un bagno.
La colonna sonora della notte e' stata la stessa della giornata ma affievolita dai doppi vetri. Alle sette siamo a prendere il volo.
Arrivo a Singapore.
La trovo bellissima nonostante le costruzioni avveniristiche, che di orientale hanno ben poco, sorgono, spuntano da una citta', che si vede, era un contesto di templi e statue sacre (credo) raffiguranti leoni e draghi.
Il contrasto e' sbalorditivo.
Decido che voglio fermarmi qualche giorno per cui  mi informo che il volo per Saigon  possa prenderlo piu' avanti.   Si!   Si puo' fare!!!
L'hostess di terra della compagnia aerea mi indirizza in una zona decentrata che, dice lei, e' piu' caratteristica. Mi fido (e' molto carina) e mentre mi mostra una mappa della citta' incrociamo gli sguardi varie volte... Mi dice che anche lei si ferma a Singapore. E' di Singapore!
Accidenti... mi sto' facendo prendere... Sdolcinato le chiedo se puo' farmi da “cicerone”.
Si sofferma un attimo sulla piantina della citta' e interrompendo le istruzioni, mi guarda e annuisce.
Mi presento. Lei si chiama Mae.
Ho il cuore che palpita forte. Sono emozionato. Le chiedo, impunemente, se vuole uscire con me a cena e nel momento in cui lo chiedo sono pervaso dall'idea che mi dia “buca” .
Mi fissa gli occhi e con un semplice “si”... mi fa sognare.
Aspetto, trepidante, che la signorina finisca il turno lavorativo.
La vedo parlottare con una sua collega e dopo pochi minuti mi viene incontro sorridente e pare piu' rilassata di prima.
Si scioglie i capelli raccolti e con uno scrollo del capo li fa scivolare sulle spalle. Questo gesto me la fa' sembrare piu' di bella.
La divisa e' un costume tipico locale, e' floreale, e' composto da una casacca attillata senza colletto e da una gonna lunga fino alle caviglie.
Mi sento un beota... resto a bocca aperta.
Le stringo la mano come se fosse la prima volta che la vedo.
Non ho il coraggio... l'ardire, di prenderla sotto braccio.
Camminiamo uno vicino all'altra e con la coda dell'occhio la sbircio, guardo come cammina, come si muove in quella gonna stretta. Le guardo le scapole, le guardo il collo, le guardo il profilo.
Arriviamo in prossimità' dell'uscita e mi faccio precedere  perche' non saprei dove andare ma accenno un gesto di galanteria facendola avanzare.
La seguo.
Improvvisamente mi viene in mente un ricordo: ero un bambino, con mia madre andavo al supermercato a fare la spesa e la seguivo ciecamente (come sto seguendo lei).
Mae accenna ad un taxi di fermarsi. Saliamo sulla vettura.
In malese o in “singaporese” comunica al taxista la destinazione.
La guardo costantemente mentre lei indica edifici, monumenti o chissa' cosa, usando l'indice come puntatore sul finestrino dell'auto come fosse il monitor di un computer.
Non mi interessa niente della citta', dei palazzi alla “blade runner”, dei templi, delle statue, delle fontane... sono interessato solo a Mae.
E' cosi' pacata, tenera, tranquilla, sorridente. Mi da' il senso della calma, della pace.
Arriviamo in downtown (periferia). Mi sento, finalmente, in Malesia.
Le luci dei palazzi, dei grattacieli occidentali e occidentalizzanti si intravedono in lontananza.
Una miriade di piccole case affacciate sul mare e immerse nella vegetazione mi riportano in cio' che immaginavo della Malesia.
Le chiedo se ci sono serpenti o animali feroci... Lei ride.
Vederla ridere e' una gioia anche per me. Contagiato dalla risata, stupidamente, rido a mia volta.
Mi fa accomodare nella veranda di casa sua. Mi dice che si deve cambiare l'abito.
Le sorrido, le porgo una sigaretta, lei rifiuta ma io, maleducatamente, me l'accendo.
Tra una boccata e l'altra respiro l'odore del crepuscolo. I colori tenui della sera mi rilassano ulteriormente.
Da qualche parte, da qualche casa vicina, sento musica, forse una radio locale?!
Attendo...
Mae esce di casa con due bicchieri e me ne porge uno. Brindiamo e' tea!!!
Lei e' radiosa, indossa scarpe da ginnastica, jeans e camicetta annodata all'ombelico lasciandole i fianchi scoperti.
Mi sento piu' beota di prima...
Le chiedo di usare il bagno.
La casa e' ordinata, poche cose... mi domando quanto possa guadagnare una hostess malese...
Dopo essermi “riordinato” la raggiungo sulla veranda. Ci sediamo sui gradini di casa.
Mi rendo conto che, da quando ci siamo conosciuti, non abbiamo avuto un vero colloquio, una chiacchierata, una discussione. Ci siamo parlati piu' con gli occhi che con la bocca... Mi prende la mano e dolcemente mi tira verso la strada. Mi chiede se sono affamato... Io annuisco.
Dove mi sta' portando?
Lei saltella, si vede che ' contenta, euforica...io provo la stessa sensazione.
Giungiamo ad un locale semi nascosto poiche' circondato da una siepe.
Il ristorante si affaccia su un prato “inglese”, esternamente, e' illuminato da lanterne.
Non e' esattamente quello che immaginavo ma … VA BENISSIMO.
Mangiamo.  Io con gli occhi sto mangiando anche lei...
Sorridiamo, cerchiamo di raccontaci. Non voglio parlare di Italia, Europa, occidente... Voglio ascoltare solo quello che mi dice Mae.
Anche se non capisco tutto cio' che mi racconta io annuisco.
Lei si accorge che mi sto beando della sua voce, del suo viso, della sua bocca, dei suoi occhi ma d'altronde io non riesco ad essere distaccato.
Dopo cena usciamo e camminiamo a piedi scalzi sul prato umido.
Mentre cammina calma a passi brevi,  Mae si guarda incessantemente i piedi.
Dice qualcosa, farfuglia, non capisco cosa stia dicendo o commentando, sembra parli da sola.
Le chiedo piu' di una volta di ripetere quello che dice (non solo perche' capisco poco  ma perche' proprio... non ci sento).
Mi sta chiedendo di non “auto invitarmi” a casa sua. Praticamente mi sta scaricando!
Oh  ca...volo... mi chiedo cosa fare? Dove vado ora?
Gentilmente e sommessamente le faccio presente che non ho una dimora a Singapore!!!
Sono disposto a dormire in veranda. Lei sorride.
Torniamo a casa sua. Prendo il sacco a pelo e lo sdraio per terra sotto la sua supervisione.
Mi saluta e rientra in casa.
Dopo circa mezz'ora, mentre credevo di addormentarmi, Mae mi invita ad entrare.Tra me penso che fuori, tutto sommato, non stavo male...vabbe' era un po' umido ma non stavo male. Ora sotto un tetto e con la porta chiusa, pero', sono piu' rilassato.
Mi fa accomodare su una stuoia... ci auguriamo la buona notte e... ognuno nel suo spazio.
Ripasso mentalmente la giornata... e tirado le somme posso ritenermi fortunato...
Domani ancora Singapore. Dopodomani Saigon... to be continued...

Marco Cetara

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