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Fin da piccola vedevo mio padre solcare i mari in barca a vela e conoscere sempre nuove persone che venivano da posti che potevo solo immaginare o vedere sulle cartine geografiche.Ora che sono cresciuta quando sono in ferie do sfogo alla mia passione: scoprire posti nuovi e venire in contatto con culture diverse dalla mia. Dopo numerosi viaggi questa volta io e mio marito decidiamo di farne uno memorabile, un giro del mondo toccando i tre continenti che non avevamo ancora visto.Un giorno di settembre valigie alla mano partiamo, destinazione Sud della Cina: Hong Kong!

Dopo 24 H di volo esausti atterriamo al Chek Lap Kok Airport, il tempo sembra clemente, anche se cè un po della famosa nebbia. Sembra Bergamo! Vivendo in un paesino la vista degli Skyline delle metropoli ci lascia sempre senza fiato e anche Hong Kong non ci delude. Infatti la città si erge su vari livelli e sembra un drago con tutte le sue spire. Già vale il viaggio il tragitto dall’aeroporto al nostro albergo sull’isola di Kowloon. Avevamo gli occhi come un flipper, perché c’era troppo da vedere. Tra un grattacielo ed un altro spuntavano piccoli templi taoisti e bancarelle piene di roba da mangiare molto invitante, già avevamo l’acquolina in bocca e i profumi di affumicato che entravano nel taxi non li dimenticheremo mai più. Dopo aver lasciato i bagagli in hotel finalmente ci tuffiamo nella vita cittadina.

Noi siamo amanti della tecnologia e quindi ci fiondiamo nei famosi centri commerciali, però i prezzi sono molto alti e allora fuori per bancarelle. Colori, profumi e caos naturalmente ci avvolgono. Mio marito essendo chef mi guidava tra le scelte gastronomiche che proponevano. Ottimi gli spiedini di pollo sulla carbonella che poi abbiamo scoperto essere utero di gallina, siamo rimasti scioccati, ma devo dire che il sapore  non era niente male. L serata è trascorsa così tra negozietti di souvenir aperti tutta la notte e locali con il mitico karaoke. Che divertimento !L’indomani ci svegliamo molto presto.

Per colazione vogliamo provare un azzardo:  la tipica colazione orientale. Ci inoltriamo per un mercato in una via laterale dove ancora ci sono edifici di un’ epoca passata e li troviamo un’altra città, venditori di uccelli, anatre, oche, odori strazianti di sporco e fumo di camionette che ti passano accanto, visi che ti guardano strano, anche perché a quell’ora non c’era nessun turista. Ci sediamo in un localino e indichiamo una ciotola di zuppa con carne e verdure.  Beh ci abbiamo messo mezz’ora prima di iniziare a mangiare, perché ci disgustava un po’ , però dopo il suo gusto ha inondato il nostro palato, susseguendosi il salato, lo speziato e devo dire che non era male, il battesimo era andato bene!

Dopo questa corroborante colazione ci dirigiamo alla stazione dei bus, direzione Sai Kung.  Avevo sentito parlare di questo paesino da amici che ci erano stati tempo fa e mi aveva incuriosito.  Il mio è un paese di mare e quindi sono sempre attratta dal mare. Arrivati troviamo un delizioso paesello con un porto e una graziosa spiaggia e devo dire che il mare era pulito e limpido. Il lungomare è disseminato di pescherie più o meno grandi con una moltitudine di colori e specie di pesci vivi. Infatti la particolarità è che vendono pesci vivi e uno può scegliere quello che vuole e portarlo freschissimo a tavola. Sul molo invece assistiamo ad un’altra scena, i venditori erano sulle loro barche piene zeppe di bacinelle piene di acqua e pesci vivi e loro con maestria saltavano da un punto ad un altro della barca senza perdere l’equilibrio e vendevano alle persone che stavano sul molo, è stato molto folkloristico e sono venute foto fantastiche. Dopo un pranzo da re con una varietà di pesce mai vista e cucinata in mille modi diversi ritorniamo in città perché ci attende un’altra mitica esperienza: il Grande Budda!

La fila per la funivia era un po’ lunga ma avevamo comprato dei viveri per passare tempo ma era meglio che non mangiavo , dopo un po’ è arrivato il nostro turno.

Entrati in cabina non potevo immaginare l’orrore che avrei provato.  Infatti la base della cabina era trasparente e io soffro di vertigini. Il Budda si trova sul cucuzzolo di una montagna.  Che paura e poi mio marito che mi prendeva in giro e mi diceva che i fili si sarebbero rotti da un momento all’altro.  Finalmente arriviamo in cima e per vergogna non ho vomitato di fronte a tutti per lo stress. Ma ancora non era nulla, infatti prima di arrivare in cima c’era una scalinata lunghissima e stancante che ti porta ai piedi, anzi dovrei dire alla base dei lati del Budda. Una statua enorme. Noi siamo cristiani, ma davanti alla statua ci ha pervaso un senso reverenziale che non ci aspettavamo.  E’ stata una esperienza fantastica che non dimenticheremo mai. Tornando giù di livello per la sera, mio marito mi ha riservato una sorpresa stupenda come ultimo saluto alla città.  Dopo un meritato riposo in hotel un taxi ci porta al porto e li scopro la sorpresa.  Una deliziosa cena con un magnifico scenario. Siamo infatti saliti su una nave che sembrava d’epoca con le vele quadre, subito dopo ci hanno fatto accomodare in comodi e deliziosi divanetti.  Lentamente ci stacchiamo dal molo e ci dirigiamo al centro della baia dove noto che non siamo gli unici ma ci sono altri natanti che offrono lo stesso servizio.  La cena è stata molto rilassante e come sottofondo l’ondeggiare della barca e uno strano silenzio che ci avvolgeva. Il cibo era molto buono, tutti piatti tipici della zona, speziati e agrodolce.  E’ stata una serata indimenticabile ed anche l’ultima perché l’indomani si riparte per la nostra seconda tappa di questo fantastico viaggio.  Sveglia presto ma siamo così eccitati che non accusiamo stanchezza o sonno.   Arrivati in aeroporto ecco il nostro aereo che ci porterà poco distante ma in una realtà completamente diversa: il Vietnam o meglio Ho Chi Minh City!

Abbiamo preso un volo con una compagnia locale comoda e con snack deliziosi e dopo 3 H siamo arrivati. L’avventura continua.

Arrivando in aeroporto un caldo umido ci avvolge e quasi ci toglie il fiato.  Uscendo la scena è sempre quella, caos totale.  Motorini, camionette e macchine sfrecciavano ovunque e in questo trambusto scegliamo di chiamare un taxi per accompagnarci in hotel.  Entriamo in auto piena di ciondoli e gingilli religiosi che ci fanno intuire di che religione apparteneva.  Credo induista.  Naturalmente prima di partire contrattiamo il prezzo con una babele di lingue e gesti degni di Totò e Peppino a Milano,ma arriviamo ad un accordo.  E’ stato un bene prendere quel tipo di taxi, perché abbiamo preso da strade e vicoli molto caratteristiche che solo uno del posto poteva farci vedere.  Dopo una doccia ci catapultiamo in città.  Per i nostri viaggi in genere andiamo all’avventura e ci lasciamo portare dalla marea di gente, in questo caso mi ero segnata alcuni posti che volevo vedere.  A me come quasi tutte le donne piace lo shopping e allora via alla ricerca delle stradine più tipiche dove poter prendere qualche cosa, infatti ci dirigiamo verso Pham  Ngu  Lao, una strada non molto larga , tra palazzi normali ed è questo che noi cerchiamo, la vita vera e reale delle città, non solo grandi palazzi tutti uguali tra loro.  Questa via è piena di localini e negozietti con le classiche ceramiche o vendita di Tè, che a me piace molto.  Il bello dei ristorantini che stiamo vedendo in questo viaggio è che la cucina è in una stanza piccola e non molto attrezzata e tutto si svolge per strada con tavolini e sedie arrangiati.  Mentre passeggiavamo notiamo dei pali per la corrente assurdi per noi occidentali, infatti in un unico palo ci saranno stati allacciati centinaia di fili che si diramavano sopra le nostre teste fino ad arrivare dentro le case.  Per accelerare il passo decidiamo di chiamare una moto-taxi.  Che risate ci siamo fatti, infatti abbiamo rischiato di tamponarci con altri veicoli ogni secondo, però è stato divertentissimo. Eravamo entrati nel vortice anche noi.

Mentre vagavamo su taxi in una strada attigua noto un tempio e allora decidiamo di fermarci.  Facendo pochi passi arriviamo davanti a questo tempio molto carino, entriamo e notiamo un bel laghetto pieno di tartarughe che probabilmente i monaci veneravano.  Decidiamo di entrare dentro il palazzo, subito ci avvolge la penombra, infatti dentro c’è un’atmosfera molto raccolta e mistica diversa da altri templi che avevamo visitato.  Un odore di incenso ci avvolge e con delle litanie in sottofondo veniamo trasportati indietro in un tempo remoto fatto solo di religiosità.  Stiamo un po’ dentro anche per fare delle foto stupende.  Uscendo ripiombiamo nel caos cittadino e prendiamo una strada che si inoltra in un quartiere popolare on casette basse e ci perdiamo nel dedalo di viuzze fatto di gente che lavora, mangia, osserva, bambini che giocano ignari di quello che può accadere dietro l’angolo immersi in un loro mondo fatto di innocenza. Un miscuglio di odori ci avvolge fatto di panni stesi, odore di fritto che esce dalle finestrelle delle cucine e pollame che non manca mai.     E’ stata un’esperienza fuori dal mondo e non sarà l’unica come vedremo, perché tutto l’estremo oriente è fatto di queste realtà popolari.  Uscendo da questo quartiere popolare lo scenario cambia, infatti veniamo catapultati nella modernità assoluta, siamo capitati nella via dello shopping di lusso.  Le casette di prima danno ora il posto ad edifici altissimi e alla base hanno le solite marche di lusso come Luis Vuitton.  Ritorniamo in hotel esausti e ci addormentiamo di botto.   Dopo questo sonno ristoratore usciamo per cenare e preferiamo un ristorante di cucina tipica vietnamita che come abbiamo notato è totalmente diversa da quella che ci propinano in Italia.  Iniziano ad arrivare  ottimi piatti con verdure di un colore bellissimo, ottime le zuppe con la carne, molto gustose.  Poi a fine serata il proprietario ci ha  proposto di fare un’esperienza fuori dal normale per noi. Bere il sangue di serpente.

E’ arrivato al nostro tavolo con un serpente vivo dai colori sgargianti e dai movimenti sinuosi, nell’altra mano una bottiglia di liquore simile al sake e ci ha detto che se volevamo poteva scuoiare il serpente e mettere il sangue nel liquore e farcelo bere. Orrore puro!Noi ci teniamo molto alla natura e agli animali e allora abbiamo rifiutato con educazione, ma le nostre facce parlavano per noi. Dopo questa parentesi culinaria usciamo per andare a vedere uno spettacolo che ci hanno raccomandato di vedere . Con una moto-taxi, ormai non possiamo farne a meno, arriviamo davanti a questo piccolo edificio, devo dire niente di che, ma dentro vediamo una piscina rialzata con uno scenario bellissimo e colorato.Ad un tratto si spengono le luci e arrivano delle marionette che danzano sull’acqua. Devo dire che già l’inizio era spettacolare, lo spettacolo continua con la narrazione delle gesta del protagonista accompagnato da belle musiche orientali, ma lo stupore  maggiore fu quando da sott’acqua a fine spettacolo uscirono i veri protagonisti: i sub! Infatti queste marionette sono sorrette da uomini che in apnea nuotavano facendo danzare i pupazzi come se animati da vita propria. E’ stato stupendo, un suggerimento azzeccato. Ritorniamo in hotel l’indomani ci attende un’escursione di rilevanza storica. Andremo a vedere i tunnel dei Vietcong. Questa volta prendiamo un bus organizzato, ma eravamo pochi quindi è stato più interessante che essere il solito bus di turisti.Dopo un paio di ore arriviamo agli inizi della giungla. Scendiamo e l’atmosfera è cambiata, infatti qua si possono udire i canti degli uccellini e il rumore delle fronde degli alberi.La guida che parlava solo in inglese ci fa addentrare nella giungla e ad un certo punto vediamo sbucare dal nulla nel terreno una testa. Era un addetto del museo che ci mostrava i famosi cunicoli dove vivevano i Vietcong. In pratica per scampare ai bombardamenti e alle armi nemiche erano costretti a vivere sotto terra e per cucinare avevano costruito dei tunnel che disperdevano il fumo a centinaia di metri dalla casa.

Dentro i noi si susseguono pena e rispetto per questo popolo che oltre alle armi nemiche dovevano restare vivi alle avversità naturali come la malaria o ai morsi dei serpenti velenosi. E’ stata un’esperienza forte ma che ci ha fatto capire veramente questa guerra che avevamo visto filtrata da televisione o i libri invece è qua la realtà ed è stato un bene poterla viverla di persona. Torniamo in città ancora frastornati dalla dura realtà e ci fiondiamo in camera per riposarci e imprimere nelle nostre menti i ricordi della mattinata.Oggi siamo veramente stanchi e dopo una deliziosa cena ritorniamo in hotel. Prima di ripartire per la nostra nuova tappa, non potevamo perderci una gita in canoa sul delta del Mekong e vedere i villaggi sulle palafitte. Questa escursione l’avevamo prenotata dall’italia perché era più facile. Sveglia molto presto siamo andati a prendere il bus che ci avrebbe portati in un paese vicino.Fortunatamente il bus non era molto affollato e il viaggio è andato bene.Dopo una mezzoretta siamo arrivati in una insenatura con un porticciolo un po’ pericolante e ognuno si è disperso tra le varie imbarcazioni. Mentre gli altri avevano optato per la navetta multipla, io e mio marito abbiamo noleggiato una canoa con motore e due guide. Mi sembrava più avventuroso e meno turistico. Ci spostiamo dall’insenatura e ci dirigiamo verso il centro del fiume. Ai nostri occhi si è aperto un bacino enorme che non ci saremmo immaginati. Era molto trafficato e credo sia molto profondo dato che c’erano navi molto grandi. Noi eravamo  una pagliuzza che galleggiava sull’acqua n confronto a queste navi. Però che eccitazione!

Io e mio marito ogni tanto ci guardavamo e ridevamo come scemi con l’adrenalina a mille. I l vento dato dalla forte velocità mi scompigliava i capelli, ma era divertente. Attorno a noi  il panorama stava iniziando a cambiare, siamo passati dalle sponde in cemento ed edifici ad una città che si diradava.

Sempre di più si vedeva vegetazione fino a scorgere piccoli agglomerati di case su palafitte e donne che lavavano i panni nel fiume. I bimbi si tuffavano felici in acqua e giocavano con gli amichetti. Era questo che volevamo vedere, la vita agreste vietnamita che è in simbiosi con il grande fiume. L a nostra traversata continuava fino a quando il nostro “capitano”non ha iniziato a decelerare fino a fermarci sotto una palafitta. Mi batteva forte il cuore per l’emozione, perché stavamo per entrare in una casa vietnamita. Infatti il programma prevedeva un pranzo in una casa indigena.Tutto il villaggio si è improvvisamente fermato per venirci a guardare incuriositi, specialmente i bambini che smisero di giocare e tutti bagnati vennero a spiare quasi intimoriti da questi due con zaino e macchina fotografica. Siamo saliti in casa abbiamo salutato i padroni che con umiltà e accoglienza ci indicavano dove sederci. I bambini erano simpaticissimi anche perché dopo aver preso confidenza si sono seduti vicino a noi e ora ci guardavano incuriositi e ridevano per ogni nostro gesto. La signora ha subito iniziato a cucinare. Ha iniziato lavando il pesce, ma ci ha disgustato il fatto che lo lavava con l’acqua del fiume da sotto casa con tutto lo scolo dei rifiuti delle abitazioni. Almeno i microbi sarebbero stati uccisi dal calore dei fornelli. Il pesce è stato fritto con del cipollotto, peperoncini e altre spezie. Naturalmente accompagnato dall’immancabile riso bianco, che a noi piace molto e poi via a mangiarlo con le mani. E’ stato bello pranzare con loro in una realtà lontana anni luce da noi. Dopo aver ringraziato e dato una mancia alla famiglia siamo risaliti in barca per un altro giretto. Mentre sfrecciavamo per il fiume ci viene incontro una navetta dell’esercito e ci ferma puntandoci  pure i fucili.Oddio cosa avevamo combinato. Subito le nostre guide iniziano a dialogare con i due probabilmente spiegando che eravamo solo turisti. Dopo aver visto i nostri passaporti ci lasciano andare.

Abbiamo passato una mezzora di paura. Dopo le nostre guide ci spiegheranno che ci eravamo spinti un po’ troppo il confine con la Cambogia e quindi ci avevano scambiati per qualcuno che voleva passare illegalmente. Finalmente nel pomeriggio arriviamo in banchina dove ci attendeva il bus per portarci in hotel. E’ stata un’esperienza unica e anche la parentesi con l’esercito è stata emozionante. Arrivati in stanza ci buttiamo sul letto e sfiniti ci addormentiamo. Domani ci attende una nuova emozionante tappa, attraverseremo l’unico valico del sud del Vietnam per entrare in Cambogia. In Italia abbiamo richiesto una miriade di documenti e non credevamo neanche di potercela fare.  Ma eccoci a poche ore dalla partenza pronti. La partenza è prevista per la prima mattina anche se ci siamo alzati presto per essere li è stato un bene così avevamo tutta la mattina per il tragitto e la sistemazione.  Arriviamo alla stazione dei bus e con sollievo noto che il nostro è abbastanza moderno.  Mentre mio marito sistema i bagagli io mi appresto a prendere i posti migliori, cioè quelli davanti, così possiamo vedere il paesaggio che attraverseremo e io non mi sentirò male.  Bene la mia tattica ha avuto successo e quindi ci sediamo.  Siamo emozionati come ad una gita scolastica. Si parte e dopo aver percorso una mezzoretta io crollo sulla spalla di mio marito e mi addormento. Non so quanto abbia dormito anche perché ho scoperto che anche lui si è addormentato. Un po’ rinvigoriti dal sonnellino ci guardiamo in giro per goderci il panorama. Si susseguono piccoli villaggi e la strada era pure gradevole. Mentre ci passavano accanto momenti di vita, nella mia mente già ero una nuova indiana jones e pregustavo il momento quando saremmo arrivati ad Ankor Wat, sempre vista in tv nei documentari e con mio marito fantasticavamo sulla nuova tappa. Intanto ci era venuto un certo languorino.  Allora via allo spuntino. Un po’ di frutta era quello che ci voleva.

Certo non era pane e mortadella ma ci siamo accontentati. Intanto i villaggi si alternavano alle risaie, uno scenario di quiete e relax. Prima della tappa successiva, la più importante, il bus si è fermato per una pausa e mono male perché già avevo i piedi gonfi. Ritornando sul bus mi ha iniziato a pervadere una certa inquietudine e timore sapendo che ci stavamo avvicinando alla dogana di Moc Bai. Quando siamo arrivati abbiamo esibito i nostri documenti e i vari permessi. Sembrava come quando ti fermano i carabinieri e hai tutto in regola, credi sempre di avere qualcosa che non va ed anche li avevamo timore che ci respingessero.Una volta passati ci siamo rilassati molto. Nell’ultimo tratto di strada il paesaggio non era molto diverso da quello precedente, solo alla fine abbiamo visto la città di Phnom Phen. Finalmente siamo arrivati alla stazione dei bus e ci siamo accertati subito che tutti i bagagli fossero ancora li quindi ci siamo apprestati a prendere un taxi. Anche per questa tappa abbiamo optato per un hotel da 3*** in su perché incappare in topaie è molto frequente. Anche questo era in stile europeo molto pulito e il personale gentilissimo. Dopo una bella doccia siamo scesi in strada per scoprire la nuova città. Come sempre prendiamo un taxi aperto e siccome avevamo molta fame chiediamo dove poter mangiare e lui ci porta nella zona del mercato centrale. Era talmente grande che la cupola si scorgeva da molto lontano. Io e mio marito ci guardiamo e pregustiamo i manicaretti che troveremo. Scesi dal taxi ci accorgiamo che la zona esterna è ugualmente molto estesa e allora ci facciamo un giro prima di entrare. In giro  c’e’ una moltitudine di colori da perdere la testa, non solo nel cibo, ma anche i tessuti e i capi d’abbigliamento di tutti i colori e abbinamenti. Abbiamo girovagato per un po’ e poi decidiamo di entrare. Il mercato è formato da un padiglione centrale e quattro che si diramano ai lati. E’enorme!Alcuni amici mi avevano detto che il mercato era sporco e puzzolente, invece devo dire che lo abbiamo trovato in buone condizioni.

Nel padiglione centrale c’erano delle vetrine simili a tante gioiellerie e poi i aprivano i vari box con i cibi, frutta e fiori. Avendo fame ci dirigiamo nel reparto dei ristorantini e finalmente ci sediamo. Decidiamo di prendere due zuppe complete tra carne e verdura. Un pasto che ci risolleva dalla stanchezza del viaggio. Attorno a noi gente che va e viene tutta sorridente e ci mette a nostro agio.I turisti non siamo molti e sinceramente non mi dispiace. Dopo una bella Coca Cola ghiacciata andiamo alla scoperta del mercato.L prima cosa che ci colpisce è la varietà della frutta e dei fiori. Naturalmente essendo una zona caldo-umida cè molta produzione di frutta particolare. Mio marito è allergico alle pesche quindi è stato alla larga da tutti i frutti con la peluria e ch potessero solo assomigliare alle pesche. Comunque prendiamo un mix dai nomi difficilissimi e ci mettiamo in un angolo per assaggiarli. Con la scusa del cibi ci assaporiamo il mondo che ci passa davanti. Persone, religioni, giovani e vecchi sono tutti qua e noi ci facciamo condurre da questa marea. La frutta è buonissima e molto dolce, nel mix ho trovato anche i litchi che assomigliano a delle palline ruvide ma dentro sono simili all’uva e mi fanno impazzire, anche perché l’ultima volta li ho mangiati nella china town di New York. Mangiarli li mi ha riportato alla mente quel bel viaggio. Gli altri stand sono di venditori di fiori tutti belli che mi verrebbe voglia di comprarli. In un altro box notiamo un frutto strano che assomiglia ad un melone con degli spuntoni che escono dalla buccia. Vogliamo provare anche quello! Essendo troppo duro lo facciamo aprire dal venditore. Appena aperto e odorato un conato di vomito mi assale. Dal frutto veniva fuori una puzza pazzesca un misto tra piedi sporchi e cipolle marce, non vi dico all’assaggio! All’interno aveva degli alveoli che contenevano i semi avvolti in una poltiglia appiccicosa e puzzolente.

Ma anche quello non si poteva mangiare, troppo vomitevole. A quella scena da novellini il venditore e tutti gli altri che avevano assistito scoppiarono a ridere e sinceramente anche noi. Ancora con le mani che puzzavano cerchiamo di uscire per vedere un po’ la città. Fortunatamente troviamo una fontanella per strada e ci laviamo le mani. Poco dopo chiamiamo un taxi e ci facciamo portare in giro, anche perché avevamo le gambe stanchissime. Era ancora presto e ci facciamo lasciare davanti alla famosa pagoda d’argento, costruita nella tipica architettura cambogiana con il tetto spiovente ma con le punte all’in su tutte in oro e con scolpite delle figure mitiche. La pagoda è circondata da un bel parco con delle alcove dove ci sono delle belle statue. L’ambiente è molto rilassante non si sente il caos delle auto e gli uccellini cantano sereni, questo è il momento giusto per riposarci. Troviamo un angolino comodo e ci appostiamo tranquilli. E’ stato un bene riposare perché l’umidità da molto fastidio. Io e mio marito eravamo esausti allora decidiamo di tornare in hotel. Entrati in camera dopo una bella doccia ci abbandoniamo al sonno. Appena svegli ci accorgiamo che era tardi e allora ceniamo in hotel. Devo dire che i piatti erano deliziosi, si incontravano la tradizione con la presentazione contemporanea. Bella cena. Durante la notte sognai l’escursione dell’indomani. Finalmente ci svegliamo e dopo un’abbondante colazione ci dirigiamo con un taxi alla fermata dei bus.  Sopra siamo molti e tutti turisti occidentali. Sono molto organizzati con macchine fotografiche con obiettivi professionali pronti per la location che li aspetta. Il bus ci lascia in prossimità del sito, per la sua grandezza alla biglietteria ci viene lasciato un pass da utilizzare per altri giorni se non dovessimo finire il giro in giornata. Eccoci come i primi esploratori tra la giungla, piano piano esce dalla vegetazione la prima cupola quella più alta, poi un’altra ancora ed alla fine

Trepidanti di eccitazione uscendo dalla vegetazione eccolo li in tutta la sua bellezza e grandiosità: Il tempio di Bayon uno dei primi di Ankor wat. Mentre ci avvicinavamo i dettagli si facevano più nitidi e quelli che sembravano semplici muri si trasformavano in miriade di scene e volti di uomini e belle donne. Quasi ci veniva la sindrome di Stendall, fermi li davanti ad ammirare queste scene di vita di secoli fa. I volti degli Dei si intrecciavano con quelli delle damigelle in una vorticosa danza che rendeva il tutto reale e ci catapultava negli sfarzi del palazzo reale. Quasi con paura reverenziale ci facciamo coraggio ed entriamo tra i cunicoli del palazzo lasciando perdere la massa di turisti che sciamavano in giro. Subito notiamo la fine manifattura degli scalpellini, la cura nei particolari, sembrava che da un momento ad un altro potessero saltare fuori dal muro e ci venissero in contro. Ero molto emozionata di trovarmi li e lo avvertiva anche mio marito, perché mi stringeva forte la mano mentre camminavamo. Sono felice di aver vissuto queste esperienze con lui e tante altre ci aspettano. Girovagando per i palazzi ci imbattiamo nelle famose radici cresciute sui tetti. Si tratta di radici pensili che nel corso dei secoli sono cresciute e si sono irrobustite e adagiate  sui tetti delle case o come cornici alle statue. Potevamo assistere alla forza della natura contro l’uomo. Infatti nulla può fermare il tragitto che un albero vuole prendere, semmai l’arbusto ci giro attorno ma farà sempre quello che è meglio per la sua vita. Intanto i fiumi di turisti piombavano sul sito e allora decidiamo di passare oltre quando ci sentiamo chiamare, ci voltiamo e notiamo una coppia di nostri concittadini che mai ci saremmo aspettati di incontrare li. Ci siamo soffermati a parlare una mezzora il tempo necessario per spiegare i rispettivi viaggi, certo quando raccontavamo il nostro rimanevano a bocca aperta. E’stata una bella parentesi inaspettata ma ora via verso nuove avventure.

In accordo con tutto il gruppo decidiamo di vederci dopo qualche ora e di andare ogni uno per la propria strada, noi decidiamo di spostarci in tuk tuk ma gli altri vedevo che provavano l’esperienza del giro in elefante. Noi No! Perché siamo contrari allo sfruttamento degli animali. E così via tra le strade impolverate per arrivare ad un altro tempio. La manifattura era sempre molto bella e attenta nei particolari, scene di caccia, di donne bellissime che danzavano. Visitare tutto il sito di Siem Reap è stato stancante ma ci ha permesso di venire a contatto con l’antica popolazione dei Kmer Rossi dalla sua ascesa e potere assoluto al suo declino. Torniamo al bus come concordato e tutti allegri e soddisfatti della giornata ci sediamo e tutto il viaggio di ritorno è stato un susseguirsi di immagini nella nostra mente che non dimenticheremo. Data la stanchezza decidiamo di mangiare leggeri in hotel e andare direttamente a letto a riposare. L’indomani dopo una corroborante colazione la giornata ci avrebbe riservato una altra bella escursione. Dopo abbiamo preso un bus che ci avrebbe portato a Pat Dambang. Lungo il tragitto si attraversavano piccoli villaggi che si alternavano a grandi risaie. Deliziosa l’architettura delle case, un misto tra oriente e colonico francese. In fondo si stagliava la vetta del Phnom Banam. Finalmente arriviamo in città e noi eravamo diretti alla missione cattolica. Arrivati davanti l’edificio entriamo e veniamo accolti da Suor Giovanna una amica di famiglia che vive li ormai da anni. Giovanna ci guida attraverso la struttura e ci fa vedere le stanze adibite ad infermeria e la grande sala comune dove i bambini giocavano tranquilli. Naturalmente non è tutto rose e fiori, infatti chi chiede aiuto alla missione è stata vittima delle migliaia di mine anti uomo disseminate per tutto il paese e che ancora oggi mietono vittime, infatti molti bimbi erano mutilati ad un arto con l’unica colpa di aver giocato vicino una mina. E’ stato molto commovente

Perché questi bambini erano tutti sorridenti e continuavano la loro vita in simbiosi con la stampella o la carrozzina. E’ora di pranzo e con nostra sorpresa veniamo invitati a fermarci con loro. Che allegria che si formò attorno al tavolo, tutti che preparavano qualche cosa, anche mio marito si è messo davanti i fornelli ad aiutare. Nella sua semplicità è stato il pranzo più ricco e buono che abbia mai mangiato. Il nostro bus stava per partire e con le lacrime agli occhi abbiamo salutato la suora e tutti i bambini. Tornando in hotel avevamo il magone per non poter fare molto per questi bimbi, li avrei portati tutti i italia con me, sapendo dentro di me che era impossibile.E’ stata una esperienza forte che ci ha temprati e ci ha fatto amare ancora di più il poco che abbiamo. La mattina seguente ci svegliamo ancora col buio e veramente insonnati come degli automi ci sediamo nel taxi che ci avrebbe portati in aeroporto. Il volo in totale sarebbe durato 4ore  comprensivo di una scalo in Tailandia, a Bangkok. La compagnia era eccellente e con tutti il sonno che avevamo non ci siamo accorti di nulla. Atterriamo e mentre aspettiamo sembra di essere a Malpensa, infatti era pieno di italiani che venivano a fare il classico tour della Tailandia. Molti erano uomini soli che venivano a fare un altro tipo di tour, tipologia di tour che aimè è ancora molto presente, quello sessuale. Il tempo è volato che siamo già sul nuovo aereo e di già atterriamo nella nuova tappa. Dopo aver preso i bagagli andammo subito in hotel. Fuori il caos impera e noi avevamo sonno. Ma non abbiamo tempo per riposarlo faremo stasera. In giro c’erano molti monaci con i tipici mantelli color mattone che cozzavano in contrapposizione con le camionette militari. Dato che è ancora presto decidiamo di andare a vedere la famosa Pagoda Shwedagan. Prendiamo un taxi ed il conducente mentre spiegavamo dove volevamo andare ci indica un punto nel cielo. Da lontano svettava una torre dorata che prima non avevamo visto.

Da quel momento la vedremo da qualsiasi parte della città ma anche da molto lontano.yangoon ha molte zone verdi ma il caos automobilistico è uguale ovunque. Finalmente arrivammo, la gente era tantissima. Entrammo nel luogo sacro e davanti a noi si aprì un’agorà lastricata con marmo a formare dei disegni geometrici, tutto era pulito e in ordine. Ai lati di questa piazza si alternavano delle cappelle votive stupende tutte intarsiate e ricoperte d’oro, al suo interno ognuna aveva una divinità diversa e i fedeli si sedevano di fronte e pregavano. Naturalmente c’erano anche i monaci con i loro abiti porpora e gialli bellissimi nella loro purezza e calma interiore. Noi girovagavamo tra le piccole pagode dorate e dai colori vivi e sgargianti che rendevano l’atmosfera ancora più mistica. La grande stupa dorata padroneggiava sopra di noi, imponente e rassicurante. Decidemmo di entrare e subito venimmo rapiti dai soffitti e dalle pareti tutte intarsiate e cassonate con alternanza di oro e colori. Dentro l’atmosfera era molto più severa e allora dopo aver fatto un giretto decidiamo di lasciare i fedeli alla loro privacy ed uscimmo. Dopo aver pregato anche noi qualche divinità,cosa che non guasta mai, uscimmo e nelle vie adiacenti alla pagoda era pieno di baracchini che vendevano cibo da strada. Affamati decidiamo di prendere degli spiedini ma questa volta chiedemmo di che carne si trattava visto i precedenti. Gli spiedini erano di pollo, ma la salsa di soya spalmata e il gusto della carbonella gli davano un tocco in più. Dopo questo gustoso pranzetto prendemmo un taxi per non stancarci troppo e chiedemmo al conducente di portarci in giro e farci vedere qualcosa di tipico, mentre guardavamo la città ci accorgevamo che ci stava portando in una zona industriale e subito pensammo che ci volesse rapire, invece si fermò di fronte ad una fabbrica e ci raccontò che la dentro ci confezionavano le t-shirt della disney. Le condizione dello stabile non erano delle migliori e lui ci disse

Che non lo erano neanche quelle dei lavoratori costretti ad orari massacranti e salari bassissimi e neanche aiutati dai sindacati dato che qua vige un governo militarista che opprime la gente. Il tassista ci raccontò che lui ci porta molti turisti perché vuole sensibilizzare più gente possibile alla miseria del suo paese. Dopo questo girovagare la stanchezza si fece sentire e allora decidemmo di ritornare in hotel, mi intrattenni piacevolmente con il corsiege che mi consigliò un’avventura per pochi temerari:la scalata sul Golden Rock. Eccitata da questo suggerimento salii in camera e raccontai tutto a mio marito omettendo qualche particolare. L’indomani ci svegliammo molto presto per l’escursione anche perché ci volevano 4 ore per arrivare al campo base. Il primo tratto di strada era disastrata e rischiavo davvero di vomitare ma mi feci forza e continuai. Finalmente arrivammo e mio marito credeva che sarebbe finita li e invece scoprì che ci volevano altre 4 ore fino alla meta. Un po’ arrabbiato scese dal bus e davanti gli si materializzò il nostro secondo mezzo di trasporto, un camion. L’ilarità ebbe il sopravento sulla rabbia e ridemmo alla vista di questo camion aperto che aspettava di riempirsi totalmente di persone e portarci su. Stipati come animali sotto il sole finalmente il camion partì, le persone esalavano odori non molto piacevoli accentuati dalla mancanza di una tettoia. Oltre a questo c’era la vista degli strapiombi ai lati della strada, ci sentivamo già urlanti giù per la scarpata. Dopo una salita che sembrò durare un’eternità arrivammo al secondo campo base e li mio marito quasi non mi strangolò, perché si doveva scarpinare fino alla vetta per almeno un’ora, ma ormai eravamo li e dovevamo continuare. Dopo un’ora eravamo stravolti e sudati anche noi, arrivammo sul cucuzzolo della montagna e ci buttammo a terra con le lingue gonfie per la sete. Dopo esserci scolati una bottiglia d’acqua ci potemmo guardare attorno con calma e notammo un enorme masso posto in equilibrio perfetto sul precipizio

Sopra di esso un tempietto. Ci dirigemmo verso tutti i fedeli in adorazione e ci facemmo spiegare la storia del tempio. Il monaco fu davvero gentile e ci disse che i fedeli adoravano il sito perché il masso ricordava la forma della testa di un famoso monaco vissuto qui molti secoli fa, ma la sacralità stava nel fatto che si crede che il masso sia tenuto in equilibrio da un capello del budda. Capello o no il posto era davvero fantastico perché da li si poteva vedere tutta la vallata, eravamo in cima al mondo senza macchine e clacson che davano fastidio era il paradiso. Restammo li tutta la giornata fino al pomeriggio quando scendemmo a piedi e girovagammo per il mercatino allestito nelle vicinanze. Stanchi e sudati tornammo al camion e poi al bus dove veramente sfiniti ci buttammo sui sedili, in serata arrivammo in hotel. Anche se stravolti facemmo le valigie, perché l’indomani saremmo partiti per la prossima tappa. Prima di crollare nel sonno mio marito mi disse che è stata un’escursione stancante ma divertente da ricordare in futuro. Dopo questi pensieri notturni morfeo ci avvolse tra le sue braccia e ci risvegliammo l’indomani. Fortunatamente avevamo puntato la sveglia perché non so se ci saremmo svegliati presto. Prendemmo un taxi e ci portò in aeroporto per prendere il primo dei tanti voli per raggiungere la prossima tappa. Il primo era un aereo molto moderno e le tre ore successive passarono tranquille tra sonnellini e film. Ancora assonnati atterrammo a Kuala Lampur. Neanche il tempo per riposarci che prendemmo un volo per il Brunei. Dopo altre due ore e mezza atterrammo. In questo frangente ne approfittammo per studiare l’itinerario, perché la zona che volevamo vedere era quasi inesplorata dall’uomo ed era molto selvaggia. Fu questo che ci incuriosì e decidemmo di esplorare eravamo molto eccitati per questo. Saremmo andati alla scoperta del Borneo Indonesiano, dove ancora oggi si scopre qualche animale sconosciuto.

Più precisamente avevamo preferito l’isola di Kalimantan. Dopo le ultime formalità prendemmo l’ultimo volo della giornata che ci avrebbe portato sull’lato opposto dell’isola, più precisamente a Samarinda, piccola cittadina che ci avrebbe permesso di iniziare il viaggio verso l’interno. Anche se vicine le due nazioni erano nettamente diverse, dall’ lusso del Brunei passammo ad un aereo bimotore piccolissimo traballante e un aeroporto con una sola pista. Per tutto il volo provammo un’angoscia terribile di cadere da un momento all’altro, ma dopo numerose preghiere finalmente atterrammo, ma mio marito che guardava dal finestrino mi disse di essersi goduto un panorama bellissimo.Avevamo sorvolato una foresta sconfinata molto fitta che non finiva mai, fino ad una radura dove poi era la pista di atterraggio. Atterrammo e in aeroporto non c’era tanta gente anzi nessuno, solo la nostra guida che ci avrebbe fatto compagnia nei giorni a venire. Un ultima telefonata a casa per dire che eravamo vivi, dopo di chè iniziò l’avventura. Poco dop arrivammo al porticciolo dove era attraccata la nostra moto nave, certo non era la Costa crociere ma ci adattammo. Oltre a noi c’erano un cuoco e il capitano, almeno la sera avremmo parlato con qualcuno. Salimmo a bordo e ci fecero vedere l’interno delle cabine, molto spartano e amache per l’equipaggio. Il mio primo pensiero fu quello di ispezionare la cabina in cerca di qualche ragno nascosto e fortunatamente non ne trovai. Il bagno era proprio piccolo e claustrofobico, ma nel frattempo il capitano mise in moto e ci stavamo staccando dal molo. Sistemando i bagagli sento un odorino invitante uscire dalla cucina e pregusto lo spuntino. Il battello risaliva lentamente il fiume e per noi era stato allestito un tavolino sotto il portico e iniziammo a mangiare le squisitezze che il cuoco aveva preparato per noi. Mentre ci facevamo dondolare dalle piccole onde si infondeva in noi la consapevolezza che avremmo vissuto un esperienza totalmente diversa

Da tutte le altre tappe del viaggio, non c’era caos ma un silenzio quasi primordiale. Dopo lo spuntino ognuno si trovò un posto confortevole dove poter stare. Io trovai dei morbidissimi cuscini ai lati della barca e mi lasciai cullare dal beccheggio della nave e sprofondai in un bel sonno. Il viaggio era lungo e il caldo si faceva sentire, come anche le zanzare. Fortunatamente avevo portato del super repellente e avevamo fatto tutti i vaccini possibili contro le malattia tropicali. Sulla nave non vi era molto da fare che osservare la natura che ci passava accanto, dai pesciolini affioranti alla moltitudine di uccelli che volavano sopra le fronde degli alberi e noi passavamo il tempo chiacchierando molto anche con la guida che ci raccontò tutta la sua vita e ci insegnò un gioco con i dadi. Tutto quel tempo ci aiutò ancora di più a rafforzare il nostro rapporto facendoci diventare ancora più complici. La natura intanto si manifestava in tutto il suo splendore e mistero, chissà quali fantastiche creature ci osservavano da dietro il fogliame, piccoli marsupiali che vivevano sugli alberi si destavano dal loro sonno e ci guardavano con occhi penetranti.La sera stava volgendo a termine e il capitano si affrettò ad ormeggiarsi in una piccola ansa del fiume. Anche il cuoco era già all’opera per la cena e mio marito lo aiutava con molto piacere. Su nostra richiesta cenammo tutti insieme con l’equipaggio, fu molto conviviale e ci potemmo conoscere meglio. Cosi per il dopo cena il capitano ci raccontò delle sue straordinario avventure. Per dessert il cuoco ci portò delle banane cotte sul BBQ e poi caramellate con zucchero e latte di cocco, erano buonissime un connubio tra golosità e prodotti naturali. Dopo tutte le birre che bevemmo e il liquore indiano decidemmo di andare a dormire e crollammo in un sonno profondo. Il bello di questa traversata era che seguivamo il ritmo della natura e quindi ci svegliammo tardi e la barca era già in navigazione. Facemmo colazione con calma e a Peppe venne in mente di pescare e si fece dare del filo e un amo e a fine giornata il pranzo fu offerto da lui con i suoi bei pescioni, era felice come un bambino

E il cuoco li cucinò alla griglia. Raramente si incontravano piccoli nuclei abitati che ci guardavamo con curiosità reciproca, ma non potevamo fermarci dovevamo presentarci al campo base. La mattina seguente il fiume divenne sempre più largo fino a trasformarsi in un lago vero e proprio, credo si chiamasse jempang. Li attraccammo sotto una long house, lunghe palafitte in legno dove vi vivevano più nuclei familiari. La famiglia ci accolse con cortesia e festosità. Queste famiglie appartenevano alla tribù Dayak e prima del pranzo il capo ci raccontò tutta la vita della sua famiglia, restammo estasiati dai sui racconti a tal punto che le donne non osavano interromperlo. Dopo servirono il pranzo. Erano piatti molto poveri che gustammo con molto piacere. Finimmo il pranzo e il capo del villaggio ci condusse in una escursione a piedi nelle sue terre. Eravamo eccitatissimi. Il capo camminava molto agilmente tra la vegetazione fitta, noi avevamo scarponi e bastone di appoggio, era la prima scarpinata dopo giorni di pacchia e già eravamo stanchi, il tutto accentuato dall’umidità e dalle zanzare. Ad un tratto il capo villaggio ci fece notare la natura circostante, era piene di orchidee di ogni forma e colore. I nostri occhi fino ad allora ciechi si aprirono ai colori della natura i finalmente videro. Il capo si chinò e prese un fiore tutto nero, era un’orchidea rarissima di una bellezza straordinaria. Mio marito mise il fiore dentro la sua Moleskine e la conservò come un tesoro.La nostra attenzione fu rapita da un piccolo movimento sopra di noi. Un favoloso orango dalla pelliccia rossiccia passò da un albero ad un altro in tutta tranquillità, fu il nostro primo avvistamento da vicino, ci venne la pelle d’oca. Con rammarico dovettimo tornare alla barca e dopo una bella doccia mi accorsi che sul polpaccio avevo una macchia nera

Che non andava via neanche con il getto d’acqua, allora mi preoccupai e inizia a gridare così forte che anche l’orango nella foresta mi sentì. Arrivò mio marito preoccupatissimo che mi fece uscire per far vedere la gamba alla nostra guida, lui mi tranquillizzò e mi disse che era una sanguisuga che si attaccò probabilmente nella giungla quando avevamo attraversato una pozzanghera. Con freddezza la prese tra le dita e le fece roteare la testa per estrarla intera, in quel momento un brivido mi percorse tutta la schiena anche all’idea di aver avuto questo parassita addosso. Dopo essermi tranquillizzata la navigazione ricominciò. Questo tratto di fiume essendo più largo aveva maggiore forza e le rapide lo rendevano meno tranquillo. IL giorno dopo arrivammo a Long Bagun da li iniziò la vera sfacchinata. Li ad attenderci c’era la nuova guida autorizzata dall’ufficio governativo ad accompagnare i turisti nella giungla. Zaino in spalla iniziò il trekking. Ci fornì tutto la guida, come le tende o i sacchi a pelo e quindi partimmo. Ormai avevo una fobia e stavo attenta in ogni pozzanghera che incontravamo. La scarpinata era pesante ma fortunatamente avevamo degli scarponi molto comodi e ci aiutavano molto. Intanto attorno a noi la natura esplodeva in nuove forme e colori, ci sentivamo dei privilegiati ad essere li perché non era una zona turistica e la natura era incontaminata. Ci sfioravano felci enormi che al solo tocco con noi si chiudevano per poi riaprirsi dopo qualche minuto, passammo attraverso delle piante che a prima vista erano disabitate ma da cui subito dopo iniziarono a librarsi in volo bellissime farfalle che subito dopo si posavano su altri fiori, sembrava il paradiso. La nostra guida era molto preparata e sapeva i nomi di tutti gli abitanti della foresta, tra cui le piante carnivore, innocue  per noi ma letali per gli insetti. La prima sosta fu vicino ad un ruscello ai piedi di un pendio segno che stavamo iniziando la salita per il valico. Mentre eravamo In silenzio attorno a noi la vita brulicava, si sentivano cantare uccelli da ogni dove e in cento diversi canti. Il tronco dell’albero morto dove ci eravamo fermati era pieno di vita, si vedevano file di formiche laboriose che trasportavano foglie o pezzi di frutta il doppio del loro corpo, erano ipnotizzanti vederle camminare, oppure strani vermi di tutte le misure strisciavano vicino i nostri piedi. Tornammo alla scalata e dopo un’ora arrivammo in cima. Da li potemmo vedere i tetti della nostra tappa, il centro di aiuto per oranghi feriti. Dopo un’altra ora arrivammo sfiniti e affamati, ad accoglierci c’era lo staff del centro molto gentile e disponibile. Appena entrati la voglia di vedere questi meravigliosi animali mi fece dimenticare da avere fame. In silenzio entrammo nell’infermeria dove vi erano gli animali portati via ai bracconieri o in pensione dopo aver vissuto in circhi o zoo. Alcuni mi hanno fatto stringere il cuore vedendoli feriti in quelle condizioni, con arti rotte e fasciate erano tenerissimi. Questi si facevano accarezzare perché erano abituati alla presenza umana e ci fu un orango che mi fece venire una morsa al cuore, perché dopo una mia carezza mi volle abbracciare teneramente come fosse un bambino, mi vennero le lacrime agli occhi, era una sensazione mai provata prima. Dopo vennero i cuccioli tenerissimi anche loro con le manine mi arruffavano i capelli e cercavano nella camicetta. In una stanza erano pronte delle gabbie con all’interno degli esemplari che dovevano essere reinseriti in libertà e anche noi assistemmo alla liberazione. Tutti insieme uscimmo dal centro e ci dirigemmo a qualche kilometro di distanza. Si aprirono le gabbie e gli animali non uscirono subito per timore che potesse capitare loro qualcosa, ma appena capirono che non c’era pericolo si arrampicarono sul primo albero e si persero tra il fogliame. Anche li io e mio marito avevamo le lacrime per la gioia di vedere quelle povere creature tornare nel loro ambiente. La sera cenammo tutti insieme e il cuoco sapendo che Peppe era un famoso chef preparò una cena favolosa.

La notte non dormimmo molto perché le urla degli animali ci svegliavano di soprassalto. Il giorno successivo tornammo al trekking per la nostra tappa successiva sulla costa. Mentre camminavamo tra gli alberi incontrammo alcuni villaggi e gli abitanti ci guardavano incuriositi, nell’ultimo il capo fu così gentile che ci volle condurre in un luogo sacro, ci sentimmo onorati di questo gesto. Il capo indossava solo un perizoma e camminava con fare molto sicuro tra il fogliame mentre a noi sembrava portasse a nulla, invece ad un certo punto la fitta vegetazione divenne una piccola radura con una parete di roccia da dove uscivano delle balconate scolpite con delle statue di pietra. Il capo spiegò che erano le tombe dei loro cari, rimanemmo a bocca aperta davanti a tanta laboriosità ed erano anche molto antiche ma ben custodite, segno che erano ancora molto venerate. Guardandoci attorno notammo che il sito era pieno di tombe che venivano fuori dal fogliame, alcune avevano delle incisioni bellissime. Sembrava essere tornati indietro ai tempi della pietra, fu un momento davvero speciale. Tornati al villaggio stavamo montando le tende quando il capo ci fece capire che ci dava a disposizione una capanna, fu un gesto davvero umano! Dopo una cena molto semplice andammo a dormire e talmente ero stanca che non controllai se c’erano insetti o animaletti nascosti. Nella giungla la mattina iniziava presto e dopo colazione ci mettemmo in marcia. Quel giorno saremmo dovuti arrivare fino al fiume. Dopo alcune ore arrivammo al corso d’acqua. Li ci attendevano altre guide con le canoe. Mettemmo tutti i bagagli dentro e via sul fiume. La corrente in alcune parti era davvero forte, ma il nostro guidatore era davvero esperto. In giornata inoltrata arrivammo alla foce e credevamo che avremmo trovato una barca per portarci a destinazione, invece con le canoe attraversammo il piccolo pezzo di mare che separava la foce dalla riserva marina di Kepulauan fino all’isola di Rabu Rabu.

In quel momento guardai Peppe e tutti e due provammo le stesse sensazioni di paura tremenda. C’erano anche delle alte onde ma noi andavamo a pelo d’acqua per la velocità, in alcuni istanti ho avuto davvero paura e peppe credo abbia pensato agli squali. Dopo un tempo che a noi sembrò un’eternità arrivammo a riva sani e salvi. L’isola era paradisiaca non aveva nulla da invidiare alle più famose Maldive. Sabbia bianchissima, mare pulito e limpido con pesci che già si vedevano da sopra l’acqua. Posammo i bagagli nella piccola capanna a noi destinata e misi subito il costume. Quando mi raggiunse mio marito ero già al sole come le lucertole, lui invece si prese la maschera ed esplorò la baia e ogni tanto mi chiamava per farmi vedere una stella marina bellissima. Era il paradiso, solo noi e la natura. La cena fu in guest house con atmosfera soft a lume di candela, con piatti a basa di frutta, riso e pesce buonissimi. Mentre eravamo a l etto un rumore ci destò dal sonno e ci spaventammo. Subito pensammo ad un animale che stava entrando in capanna. Mio marito molto coraggiosamente e con una scarpa in mano uscì nel patio, subito si rilassò e mi chiamò a bassa voce. Ai miei occhi si materializzò una scena vista solo nei documentari. Aiutata solo dall’istinto e dalla luce della luna, una tartaruga stava scavando una buca e poco dopo vi depositò le sue uova, dopo le ricoprì con la sabbia e andò via tranquilla scomparendo tra le acque buie. Eravamo emozionatissimi e l’indomani lo raccontammo ai custodi che tempestivamente circondò la zona con della rete. Il tempo volò troppo velocemente e dopo tre giorni di totale relax dovemmo preparare i bagagli per tornare in Brunei, intanto ripercorremmo la strada del ritorno fino al campo base per prendere il volo interno. In serata eravamo in Brunei per prendere il volo per Darwin in Australia. Il volo in totale durò 9 ore e optammo per la compagnia del sultanato

E devo dire che era un bel aereo molto moderno e comodo. Ma il volo non era diretto e quindi siamo rimasti fermi a Singapore per 3 ore circa. Eravamo tentati di visitare velocemente la città ma avevamo paura di perdere il volo e allora siamo rimasti i aeroporto a gironzolare e mangiucchiare qualche snack, anche se poi tutti gli aeroporti sono tutti uguali. Durante il volo con mio marito ricordammo con piacere i bei momenti al chiaro di luna o le giornate immersi nella natura. Nel frattempo dal finestrino il panorama cambiò e una nuova luce entrava nella vettura, era la sconfinata terra australiana. La nostra prima tappa era Darwin nei territori del Nord. Dato che si affacciava sul mare scegliemmo un B&B con vista mare. Prendemmo un taxi che ci portò a destinazione e scoprimmo che il tassista era di origini italiane e il tempo del tragitto fu molto allegro chiacchierando con lui. Ci fece da cicerone per la città spiegandoci i percorsi da fare dopo a piedi. Arrivammo in casa e i padroni furono molto cordiali e sorridenti. La nostra camera era bellissima e la nostra attenzione fu rapita dalla vetrata con terrazzo. Pregustavo la colazione del giorno dopo. Disfatti i bagagli ci catapultammo sul lungo mare che si scorgeva dalla finestra. La padrona di casa ci disse che avremmo trovato il mercatino della domenica. La cittadina di Darwin era molto tranquilla, si poteva definire una tipica cittadina di mare. La gente per strada era molto allegra e festosa, in giro c’erano anche molti aborigeni, la loro fisionomia era molto diversa sembrava arrivare direttamente da ere passate. Molti erano brilli, infatti una piaga dilagante di questo popolo era l’alcolismo. Passeggiammo per tutto il molo e notammo ad un certo punto che la gente si dirigeva verso la spiaggia, quindi anche noi prendemmo la stessa strada. Facemmo amicizia nel frattempo con alcuni ragazzi e ci spiegarono che è usanza andare a vedere il tramonto dalla spiaggia. Anche noi ci sedemmo e ci godemmo una buona birra australiana e naturalmente il magnifico tramonto.

L’atmosfera era idilliaca, una leggera brezza tiepida ci rinfrescava dal caldo e come sottofondo si sentivano le piccole onde che si infrangevano sulla battigia e all’orizzonte il sole iniziò la sua lenta caduta in mare. Lentamente la luce attorno a noi divenne arancione e la grande sfera luccicante si tuffò completamente in mare. Senza che ce ne accorgemmo fece buio e ci incamminammo verso il molo. Intanto ci venne un po di fame e invogliati dai profumi che provenivano dalle bancarelle ci gustammo un po’ di sano street food. Guardando un po’ in giro ordinammo quello che mangiavano tutti, degli arrostini con salsa piccante, molto buoni. Ora era tempo di vedere le bancarelle, la merce in vendita era molto varia, si passava da t-shirt dai vari colori alle opere d’arte in legno intarsiato dagli aborigeni. Alcuni erano dei souvenir banali ma alcuni erano delle statue bellissime che avrei portato a casa. Poco più avanti alcuni davano sfogo ai ritmi tribali con danze e canti, molto coinvolgenti. Dopo aver visto tutto il mercato era tempo di tornare a casa. Il risveglio fu superiore alle aspettative, una brezza marina entrava dalla finestra, in lontananza si sentiva una leggera risacca e i gabbiani davano il buon giorno con il loro canto. Mio marito preparò una ricca colazione in terrazza, la vista era stupenda si vedevano anche i surfisti tra le onde. Dopo colazione ci dirigemmo verso il centro della città dove ci aspettava una guida che ci avrebbe portato a vedere le pitture rupestri di Ubirr.Il viaggio durò 3 ore e già da subito uscendo dalla città si era catapultati nella natura selvaggia senza anima viva. Anche se non c’era gente la natura la faceva da padrone, la terra era di un rosso fantastico da sembrare su marte. Ogni tanto si vedevano dei cartelli stradali con allerta coccodrilli. La strada non aveva una curva e da una vegetazione scarna si arrivava ad una foresta lussureggiante. Scendemmo e proseguimmo a piedi. Da subito iniziavano delle bellissime pozze d’acqua limpida e fresca, la guida ci intimò di non avvicinarci perché erano infestate di coccodrilli.

Per strada ci imbattemmo nei condomini della natura, come li avevo battezzati, erano delle colonne alte anche 3 metri fatte di terra rossa, tutto fatto da piccolissimi insetti chiamati termiti. Erano opere architettoniche uniche e perfette, naturalmente erano ben protette. La mattina prosegui vagando per la foresta ed il bush, quando ad un certo punto notai un batuffolo di pelo attaccato al tronco di un albero, che con il suo faccino tenerissimo ci guardava. Era un bellissimo koala, che a sua volta aveva nel marsupio un cucciolo. Li avrei presi e tenuti con me, invece li potevo solo osservare da sotto l’albero. Mio marito mi tirò a forza da li perché sarei rimasta tutta la giornata ad osservarli. Tornammo alla jeep e il viaggio proseguì, per strada si vedevano piccoli agglomerati di case e per ora di pranzo ci fermammo ad un bar per bere qualcosa. Entrando notammo subito che era un bar particolare, su tutte le pareti vi erano attaccati dei souvenir che lasciavano i clienti, da banconote autografate a targhe di auto da tutto il mondo, fino a dei reggiseni sul soffitto di tutti i colori e misure. Tutti pensammo alla stessa cosa, cioè al momento quando le ragazze regalarono il souvenir al padrone del bar e scoppiammo a ridere all’unisono. Dopo una rinfrescante birra foster’s, la birra più famosa in Australia, eravamo pronti a riprendere il viaggio. Mentre si percorreva l’ennesima strada dritta li avvistammo. Erano i famosi canguri che saltellavano velocissimi appena ci videro. Non lo avremmo creduto ma erano altissimi e molto veloci, tanto che tenevano testa alla nostra jeep. Finalmente arrivammo al campo base, un bellissimo lodge che dava direttamente sulla vallata. Si fece tardi e quindi sistemammo i bagagli. Il rosso del tramonto si rifletteva sulle montagna colorando tutto di un magico arancione.

La cena fu interessante, infatti lo chef preparò le carni tipiche di quelle zone, come il canguro, il coccodrillo e altri animali commestibili e rigorosamente proveniente da allevamenti per la macellazione. Mio marito era molto ricettivo, infatti parlava sempre con lo chef per farsi spiegare le varie tipologia di carni. Grilli, rane e uccelli notturni intonarono dolci canti per noi durante la notte. Ci alzammo la mattina presto per fare colazione ed anche per usufruire del fresco mattutino per andare a vedere le pitture. Devo dire che duranti il piccolo tragitto mi addormentai ma appena arrivati una travolgente adrenalina prese il posto del sonno. Ci incamminammo tra le rocce, mi sentivo Indiana Jones, quando ad un certo punto come in una galleria d’arte vedemmo queste meravigliose pitture. I primi raggi del sole iniziarono ad illuminare il sito e i disegni con il loro colori così vividi sembravano essere stati fatti da poco tempo. Eravamo davanti a scene di vita di migliaia di anni prima, scene di caccia così ben rappresentate che si capivano tutti gli animali cacciati, figure esili prendevano la mira con archi e frecce ,accerchiavano l’animale e lo uccidevano, ringraziando il loro Dio. Ammirammo i dipinti ancora un po’,era come se mi mettessero in contatto con le straordinarie persone che le avevano disegnate. Le pitture continuavano per tutta la parete della collina e in tutti gli anfratti possibili. Potevano stare benissimo in un museo di arte contemporanea. Dopo l’emozione delle pitture, prendemmo la jeep e andammo sopra la collina, li ci aspettavano i piloti dei deltaplani ch avevamo affittato per fare un volo sopra la vallata. I piloti ci misero l’imbracatura e pure i paracaduti, almeno questo mi rincuorò. Era una bella mattina quando decollammo e l’aria era ancora fresca.Il decollo fu dolce per niente traumatico, dopo pochi minuti eravamo già ad un’altezza considerevole e mio marito era vicino a noi con l’atro deltaplano. Avevo paura perfino di alzare un dito, credevo di cadere da un momento ad un altro

Il pilota aveva capito la mia paura e mi disse parole di conforto che mi tranquillizzarono. Solo così iniziai a godermi il panorama. Sotto di noi si vedevano la vallata e i canyon, tutto era rosso tenue e sconfinato. La sensazione del vento sul viso era bellissima, mi sentivo un uccello libero in aria, mio marito per l’eccitazione mi gridava dalla sua postazione, eravamo felici di stare lassù. Lentamente il pilota iniziò la discesa, fino a quando toccammo il suolo dolcemente come la partenza. Io e mio marito i abbracciammo forte e felici dell’esperienza tornammo alla jeep. Tutta questa adrenalina ci fece venire fame e così ci fermammo a mangiare qualcosa. Nel pomeriggio tornammo a Darwin e al nostro B&B, da li chiamammo il nostro ormai amico tassista che ci portò in aeroporto dove prendemmo un volo verso le favolose isole dell’Oceania. La tappa a Darwin fu solo la prima in Australia, dopo la parentesi in Oceania saremmo tornati per visitare il Sud. Ma prima atterrammo a Cairns, sempre in Australia per prendere la coincidenza per la Papua Nuova Guinea. Era da tempo che volevamo andare a vedere un famoso festival che si svolgeva  Port Moresby, si chiamava Hiri Moale. Questo festival veniva organizzato ogni anno  a settembre e richiama tutte le tribù delle isole vicine ma anche quelle molto più lontane, per festeggiare il commercio tra loro. Arrivammo finalmente in hotel e stanchi decidiamo di stare in camera e riposarci. La mattina dopo ci svegliamo affamati, esco in terrazzo e mi godo la bella giornata di sole. La colazione in hotel era buona, con frutta fresca e succhi di frutta esotici che a noi piacciono molto. Pronti e sazi iniziammo a scoprire la città. Per le strade c’era un’aria festaiola, tutti indossavano abiti tipici della loro tribù. Per strada trovammo un programma e dopo una mezzora ci sarebbe stata una gara di canoe, quindi ci dirigemmo verso la spiaggia. Tutta la zona era presa d’assalto da visitatori da ogni dove e già si sentivano canti di incitamento per gli atleti.

Facendoci strada tra la folla trovammo un posticino carino per goderci le gare. I partecipanti erano tutti ragazzi bellissimi con fisici statuari e tutti in costume tipico. Appena diedero il via si alzò un boato e anche noi iniziammo ad incitare i vogatori. Guardammo tutte le gare e alla fine ci scattarono delle foto con i vincitori che mi dissero arrivavano dalle isole Tuvalu. Fu una giornata davvero emozionante e piena di allegria. Dopo ci spostammo verso una zona con un palco e questa volta prendemmo i primi posti, da dove ci godemmo uno spettacolo danzante folk bellissimo. Nel frattempo mio marito aveva comprato qualcosa da mangiare e bere. L’atmosfera era davvero rilassante, tutti eravamo in costume e pareo. Iniziò lo spettacolo e per la gioia di mio marito erano tutte donne bellissime in micro costumini che ballavano meravigliosamente. Il festival era accompagnato anche da un mercato che vendeva i prodotti tipici delle varie isole, come pareo dai colori brillanti e oggetti in legno. La serata si concluse con un concerto con varie band in lingua locale incomprensibile ma orecchiabile. La mattina seguente uscendo in terrazzo si sentiva già un sottofondo musicale che metteva il buon umore. Quella mattina decidemmo di andare in spiaggia a prendere il sole e andare al festival la sera. Affittammo uno scooter e andammo alla coperta dell’isola. Trovammo una spiaggia dalla sabbia fine e il mare limpido e decidemmo di rimanere li. L’acqua era limpida e si potevano vedere la miriade di pesciolini che pizzicavano i nostri piedi. Abbiamo scoperto che usano questi pesciolini nei centri estetici asiatici per fare la pedicure. Ci addormentammo sotto il piacevole sole fino al pomeriggio quando deci demmo di tornare al gran finale del festival. Come degno finale organizzarono un concorso di bellezza per decretare la miss e il mister oceania. I vincitori furono una coppia di ragazzi bellissimi, sembravano usciti da un quadro di Paul Gauguin. Lei arrivava dall’isola di Thaa e lui dalle isole Tuamotu.

La serata passò piacevolmente con balli e canti tipici e come ultimo regalo per i partecipanti fecero dei giochi pirotecnici stupendi che ci fecero stare col naso all’insù per parecchio tempo. La scelta di venire qua fu veramente azzeccata, passammo dei giorni meravigliosi. Ma fu anche strategica perché ci permise di essere più vicini alle meravigliose isole che volevamo visitare, come le Isole Solomon. Tutto il giorno successivo passò tra vari voli e fu molto stancante. Ci svegliammo la mattina presto per prendere un volo per Cairns, il volo durò due ore e per la maggior parte dormimmo. Dopo essere arrivati prendemmo la coincidenza per Brisbane, un po più a sud. Altre 4 ore e 40 minuti, fortunatamente il veivolo era molto moderno e il pranzo molto buono.  La Salomon airline invece era una compagnia locale che in 3 ore ci portò definitivamente sulla nostra isola Guadalcanal e più precisamente a Honiara. Eravamo distrutti e prendemmo un taxi che ci portò alla nostra guest house. I proprietari ci aspettavano e quando ci videro distrutti andarono via subito per non disturbare ancora, però nella nostra camera ci fecero trovare un cesto con della frutta e un po’ di acqua. Non avevamo più forze e crollammo nel letto immediatamente. L’indomani mattina ci svegliarono degli uccellini e uscendo in terrazzo si materializzò ai nostri occhi un mare di un azzurro cielo e il viso fu accarezzato da una leggera brezza mattutina. Affamati mangiammo la buonissima frutta omaggiata e zaino in spalla andammo in centro per affittare uno scooter per poter esplorare l’isola. Quello che notammo passando nel litorale opposto fu che la scena cambiava notevolmente. Il bel panorama era deturpato da navi container enormi che transitavano molto vicino alla costa. Andando avanti trovammo una spiaggia con un relitto abbandonato di una nave. Delusi andammo a zonzo senza trovare un posto all’altezza delle nostre aspettative, ma nulla. Dove erano gli atolli

Paradisiaci che si vedevano nella agenzie? Attraversammo dei piccoli paesini uno più degradante dell’altro, ai lati delle strade vi erano delle baracchette decrepite e le case erano somiglianti a delle favelas. Questo scenario ci mise molta tristezza e allora decidemmo di tornare a casa e stare nella spiaggia di fronte. I padroni di casa vivevano in una casa accanto la nostra e quando tornammo ci invitarono ad una grigliata con la loro famiglia. Fu una cena rilassante e divertente si vedeva che questa gente era sincera e cordiale, mio marito si mise a giocare a calcio con i bambini e tornò piccolo anche lui. Sicuramente questa cena ci fece dimenticare la mattina. La mattina dopo prendemmo un nuovo volo interno per poterci spingere un po’ più a Est. La prossima isola dove atterrammo fu Majuro nelle isole Marshall. Quando arrivammo sopra la pista ci sembro che l’atterraggio fosse sull’acqua, perché la pista era stata ricavata da detriti buttati in mare e poi collegata con un lembo di terra.Appena scendemmo il panorama era molto promettente, prendemmo un taxi e andammo a casa. Anche qui i proprietari furono cordiali e gentili, anzi devo dire che tutta la popolazione di queste isole erano cordiali e con il sorriso sulle labbra. Andammo subito ad esplorare il paesino e rimanemmo molto colpiti dalla differenza con l’altro che avevamo visto. Il centro era pieno di negozietti colorati e invitanti con donne che vendevano i loro manufatti, come cappelli o cesti fatti con la fibra di cocco intrecciata, io comprai un cappello, anche perché il sole picchiava forte. Lunga la strada trovammo una chiesa cattolica ed entrammo. Era molto pulita e ben tenuta, tutta colorata di bianco con piccoli motivi geometrici blu e tante panche bianche. Peccato che non era orario di funzioni perché saremmo rimasti con piacere. Ci venne un po di fame e andammo in un ristorantino sulla spiaggia e prendemmo della cernia e aragosta. La cernia era avvolta in foglie di banano e cotta sotto la cenere

E poi aperta davanti a noi, emanava un profumo speziato fantastico, la divorammo. L’aragosta fu arrostita, non l’avevo mai mangiata così e devo dire che era gustosissima, il tutto innaffiato da un ottima birra ghiacciata. Fu una cena da 3 stelle! Al ritorno trovammo un centro diving e prenotammo un’escursione per la mattina seguente. La sera andammo nuovamente a cenare nello stesso ristorantino e riconoscendoci il proprietario ci preparò un tavolo fronte mare con delle candele,che combinate con il suono delle onde rese la serata veramente romantica. La mattina seguente tutta l’isola era in fermento e domandammo il perché. Era la festa della costituzione e tutti erano in festa. Poco dopo ci venne a prendere la guida sub, un ragazzo dal fisico statuario e il sorriso di chi la sa lunga. Tutti eccitati salimmo in barca e la guida ci portò al suo posto segreto, dove diceva che il fondale era magnifico. Fortunatamente il mare era tranquillo e limpido. Indossammo la muta e tutta l’attrezzatura necessaria e dopo ad uno a uno ci tuffammo e tutto divenne ovattato e blu. La sensazione era di assoluta libertà, l’unico suono era quello dell’erogatore. Ci dirigemmo verso la barriera corallina, dove si potevano osservare una miriade di pesci di tutti i colori. Alcuni sbirciavano da piccoli anfratti nella roccia e curiosi uscivano la loro testolina ma spaventandosi la ritraevano subito. Due barracuda ci passarono vicino e sia io che mio marito ci spaventammo ma la guida ci tranquillizzò e allora andammo avanti. Superato il crostone di roccia iniziò un tratto sabbioso e in lontananza si iniziò a vedere una sagoma scura. Il cuore mi batteva forte e il respiro accelerò. Ci avvicinammo sempre di più fino a quando la sagoma non divenne più nitida. Era un relitto di una nave ormai arrugginita e abitata da nuovi inquilini. La nave era diventata parte integrante della barriera corallina dando riparo a pesci e coralli. Nella mia immaginazione eravamo esploratori che trovavano questo relitto per primi.La guida ci fece capire che era meglio restare in gruppo e non entrare perché era pericoloso. Ma a me già bastava tutta l’adrenalina che stavamo provando li da fuori. Passammo attraverso un banco di pesci argentei bellissimi che appena li sfiorammo si sciolsero dal gruppo che formavano, ad un certo punto mio marito mi fa notare qualcosa sulle nostre teste, era un squalo, uno vero non quelli del Mediterraneo innocui. Capii subito cosa voleva fare mio marito, sarebbe scappato via se non ci fosse stata la guida. Subito ci stringemmo a lui, ma ci fece cenno di stare tranquilli e non scappare da soli. In ma no aveva già impugnato un fucile elettrico in caso di necessità, ma intanto stavamo facendo ritorno alla nostra barca e ci sentivamo già meglio. Durante la risalita ci vennero incontro un gruppo di mante giganti, erano bellissime e sembrava che volassero davvero da quanto erano leggiadre, sarei rimasta li tutto il giorno ad osservarle, ma era il turno di un nuovo gruppo e dovevamo fare ritorno al porto. Sapevamo che ci sarebbe stata una parata e allora dopo una doccia andammo in paese per assistere alla festa. Per strada gruppi di ragazzi sfilavano con gli stendardi delle proprie scuole e le divise, tutte si dirigevano presso un luogo pieno di stand dove arrostivano e mangiavano tutti insieme in allegria.Ci mettemmo in fila anche noi e aspettavamo per pagare il ticket, invece gentilmente ci fecero passare e ci offrirono un posto accanto a loro e ci offrirono il pranzo. Noi eravamo imbarazzati ma la gente ci mise a nostro agio e passammo una giornata fantastica ascoltando le bande che suonavano e tutti insieme a ridere e scherzare, fu molto bello. La sera crollammo a letto sfiniti, dovevamo riprendere le forze perché l’indomani saremmo tornati a Sidney. Il risveglio fu traumatico perché ci dovemmo svegliare molto presto per far coincidere tutti i voli, ma dopo una giornata in volo si intravide la magnifica baia di Sidney. Dall’aereo si potevano distinguere tutti i particolari, anche la Opera House.

Uscendo un’aria calda investì il nostro viso e ci tolse il respiro. Un rinnovato spirito di avventura ci pervase, consci che questa seconda tappa in terra australiana sarebbe stata diversa dalla prima. Facendomi una sorpresa mio marito aveva prenotato in un famoso 5 stelle della città. Quando scesi dal taxi rimasi senza parole dalla bellezza dell’hotel. Mi voltai verso di lui e i nostri sguardi si dissero tutto. Voleva che festeggiassimo il nostro anniversario alla grande. La nostra suite era enorme e molto elegante, con una jacuzzi in bagno. Pronta per noi c’era una bottiglia di Dom Perignon e degli stuzzichini. Subito preparammo la vasca e ci tuffammo dentro per goderci l’aperitivo. Rinvigoriti da tante coccole ci dirigemmo per la cena. Peppe aveva prenotato pure un tavolo in terrazzo con vista sulla città. La vista sulla baia era da mozzare il fiato e la cena fu eccellente. Degustammo le migliori carni dell’luogo preparate in modi sopraffini il tutto accompagnato da un ottimo Cabernet prodotto in Australia. Dopo cena andammo al jazz club dove fumammo un sigaro cubano fantastico, ascoltando della musica live di alto livello, fu un anniversario fantastico. L’indomani dopo un’abbondante colazione uscimmo per la via della città. Per primo visitammo il quartiere antico, caratterizzato da palazzi antichi in stile inglese, in uno di questi in particolare entravano molta gente e curiosi entrammo anche noi. Sbirciando capimmo che era un grande magazzino pieno di negozi. Entrammo anche perché il caldo fuori era asfissiante. L’interno era in stile retrò, ci passammo un’oretta e poi subito fuori a vivere la città. Camminammo fino al porto dove finalmente potemmo ammirare l’opera house. Da vicino ha tutto un altro fascino, era enorme e armoniosa con le sue volte che sembravano stessero gonfiandosi con il vento. Era bellissima. La zona del porto era molto movimentata, piena di giovani e turisti, un’altra parte era destinata al food con degli stand e bancarelle.

La sera passò passeggiando tra le stradine di un grazioso quartiere chiamato The Rock e ci fermammo in uno dei tanti localini affollati con dei proprietari molto simpatici che si intrattennero con noi. Prima di tornare in hotel salimmo sul ponte sulla baia e così potemmo vedere lo skyline della città e la splendida opera che cambiava colore e che la rendeva ancora più incantevole. Questa città ha trovato posto tra le nostre mete preferite con la sua bellezza e per la gente splendida che la abita. Torniamo in hotel perché l’indomani saremmo partiti per un’altra fantastica città: Melbourne. Il volo durò poco, solo 1 ora e mezza, come un Milano-Catania, ma qui cambiò tutto il panorama. Sembrava San Francisco. Dopo aver posato i bagagli la stanchezza per il giorno prima si fece sentire e l’idea di camminare per la città ci stancava ancora di più, ma fortuna volle che in città transitava un tram gratuito in vecchio stile che fa il giro della città. Subito salimmo, anche perché i piedi urlavano dalla stanchezza e ci sedemmo comodamente. Trillo del campanello e via, con la sua andatura elegante viaggiare per le vie della città godendoci il panorama. Fu un sollievo e un piacere. Tornati al capo linea andammo verso delle vie molto trafficate ed entrammo in una galleria chiamata Black Arcade, oltre ai soliti negozi vi erano anche delle pasticcerie con i laboratori a vista e mio marito fu rapito dalla produzione artigianale delle caramelle, dove da una massa informe ricavavano delle piccole e gustose delizie. Già che eravamo li ci fermammo per un tè rigorosamente inglese con accompagnamento di piccoli sandwich che hanno alleviato la fame e il caldo. Dopo questa parentesi di relax il pomeriggio andammo allo stadio. Potrebbe sembrare una scelta strana ma fummo coinvolti da alcuni ragazzi che conoscemmo a seguirli allo stadio, ma non per vedere una normale partita di pallone ma una partita di cricket. Per noi fu una cosa totalmente nuova perché

In Italia non è molto seguito o almeno non dalle nostre parti. L’esultanza negli spalti era molto contagiosa alla pari di una partita italiana con tanto di striscioni e cori. Noi naturalmente eravamo nella curva del Melbourne con i nuovi amici e anche se non abbiamo capito nulla della partita è stato un pomeriggio fantastico, bevendo e mangiando panini e urlando forza Melbourne. Anche se poi ci dissero che vinsero gli avversari. La sera andammo tutti a mangiare una pizza e ci divertimmo moltissimo con i nuovi amici. La mattina seguente ci svegliammo presto perché avevamo appuntamento con la nostra guida per un’escursione nel cuore dell’isola.Ci vennero a prendere con una jeep ultra moderna pronta a scalare le dune più impervie. Erano le 6.30 quando partimmo e già avevamo fame ma la colazione era prevista solo a metà strada. Finalmente arrivammo alle pendici del monte Ebenezer, nostra prima tappa. Scendemmo e tutto intorno a noi si stava risvegliando. Sulle foglie delle piante il sole nascente si specchiava sulla rugiada notturna e gli uccellini cantavano dandoci il buon giorno. Ci sedemmo sulle panche per il pic nic e mangiammo dei sandwich buonissimi preparati dal nostro cuoco personale. Rifocillati eravamo pronti per il tratto finale. Ormai attorno a noi c’era solo natura, le città non si vedevano più, eravamo nel bush e li era il regno dei canguri che ogni tanto attraversavano pericolosamente la strada o dei dingo, i cani primordiali che vivono qui. Da piccolo puntino di qualche chilometro prima, ora Eyes Rock era una sagoma nitida all’orizzonte, rossa come la terra che la creò ed eravamo diretti proprio li. Qundo arrivammo il caldo si fece sentire. Zaino in spalla iniziammo la nostra scalata nel luogo sacro per gli aborigeni. Infatti una delle nostre guide era un indigeno e ci avrebbe accompagnato nella scalata. Il sentiero all’inizio era piacevole da percorrere, dopo tra il caldo e il livello iniziammo a stancarci. Arrivammo al campo base a ai nostri occhi si aprì uno scenario magnifico, eravamo i padroni del mondo da lassù. Si poteva vedere tutta la vallata, selvaggia e sconfinata a perdita d’occhio. Da qualsiasi direzione guardassimo si vedeva solo radura e da quassù le nostre jeep sembravano giocattoli. Dopo aver ammirato il panorama e girovagato un po’ qua e la tornammo alle auto e partimmo per le morbide colline di Kata Tjuta, in lingua aborigena, The Olgas per i più. La scena era un po’ diversa questa volta perché le Olgas erano un gruppo di affioramenti rocciosi con linee molto morbide. Noi ci fermammo tra le due colline dove essendoci un po’ di ombra crescevano degli alberi. Questa volta non salimmo in cima ma girovagammo con la guida nei paraggi. Anche qui fu grandioso, pieno di animali come i dolcissimi koala che ci guardavano dagli alberi. Tornammo per la cena che ci preparò il cuoco. Tornati al campo base ci accorgemmo che il cuoco ci aveva preparato un campo da mille e una notte. Sotto dei gazebo in legno, leggeri teli di lino bianco svolazzavano sotto la tenue brezza. Sul terreno vi erano adagiati dei grandi cuscini. Finalmente ci sedemmo e subito ci venne servito dello champagne. Davanti a noi Eyes Rock e alle nostre spalle le Olgas. Non poteva essere una location migliore. Come sottofondo si sentivano le cicale cantare e un buon profumino di BBQ stava già solleticando le nostre papille. Il sole piano piano stava tramontando dietro la montagna e sembrò che tutto intorno a noi si fermasse e il mondo si colorò di rosso, il colore tipico della terra australiana. La cena fu squisita e le carni furono servite con delle verdure del luogo. Fu bellissimo. Prima che facesse molto buio ci mettemmo in auto per tornare in città, grazie anche allo champagne, per tutto il viaggio dormimmo e ci svegliammo in città. Salutammo lo staff e lo ringraziammo per la splendida giornata che ci fecero passare, sarebbe rimasta nelle nostre memorie per sempre. Il giorno dopo un volo della quantas ci portò come primo scalo a Aukland in Nuova Zelanda e dopo quasi 4 ore partimmo per Santiago del Cile. Il volo durò 7 ore e mezza. Distrutti atterrammo in aeroporto. Uscendo il paesaggio cambiò e con lui anche visi e abbigliamento facendoci capire che eravamo nettamente dall’altra parte del mondo. L’indomani ci svegliammo tardi e molto storditi, ma dopo una bella colazione e un buon caffè per mio marito ci sentimmo meglio. Santiago era enorme e per poterla vedere al meglio decidemmo di  prendere una funicolare sulla collina di San Cristobal per poterla vedere da una visuale migliore. La locomotiva andava piano e si poteva godere del panorama, alberi e rocce ci accompagnarono fino alla vetta dove oltre alla vista fantastica della città potemmo visitare anche la chiesa del santo e la statua che padroneggiava sulla città. Entrando notammo che le pareti erano scolpite con immagini sacre ed era graziosa nella sua semplicità. Dopo questa parentesi decidemmo di tornare in città. Tra le tante piazze ci ritrovammo in Plaza de Armas, l’architettura era un mix di stili, con palazzi d’epoca in stile spagnolo e altri edifici ultra moderni. In giro si vedevano anche degli edifici più modesti nei quartieri popolari, molto colorate come i capi indossati dalla popolazione. Arrivò l’ora di pranzo e usammo il nostro solito metodo, ovvero dove c’è più fila il cibo è più buono. Trovammo questo localino con una modesta coda fuori la porta ed entrammo. Il piatto clou era lo sforma tino di mais con pollo, molto ricco e saporito cotto dentro le foglie del mais a vapore. Mio marito scelse invece un enchilada, buona anche quella. Nel pomeriggio prendemmo un taxi, molto economico, per andare  a vedere la casa del bravissimo Pablo Neruda, La Chascona. La casa era dipinta con colori vivaci ed era situata sopra altri edifici. Dopo un paio di rampe arrivammo e la casa era molto modesta, ma con un arredamento particolare. Dopo un pò ci annoiammo e andammo via. Girovagammo per un po e dopo andammo a cena. Il giorno successivo partimmo presto perché dovevamo fare un po di strada verso la zona vocata al vino.

Infatti il Cile era famoso per la produzione di vino di alta qualità e siccome siamo amanti del buon bere non potevamo non provare. Direzione Casablanca Valley. Uscendo dalla città sembrava di essere nel Chianti, ma più in alto. Tutto era molto curato, ovunque si vedevano vigneti ben curati e verdi colline addolcivano il territorio. La cantina dove avevamo prenotato si chiamava Santa Rita e sorgeva al centro della proprietà che era molto estesa. Ad accoglierci c’era l’enologo che si scusò perché il proprietario non era in cantina. Avendo mandato tempo prima una mail dicendo che eravamo ristoratori italiani ci vennero fatti molti convenevoli. Come tutte le visite fatte precedentemente il tour prevedeva il giro in cantina per vedere la procedura di lavorazione per finire in vigna. Alla fine ci fecero accomodare in sala degustazione dove assaggiammo il loro chardonnay e il merlot. Vini completamente diversi dai nostri ma molto buoni. Saremmo rimasti ma un’altra cantina ci attendeva. Nel primo pomeriggio entrammo nella tenuta Concha y toro, una stupenda maison d’epoca che dava anche ospitalità ai suoi ospiti. Qui ci venne ad accogliere il proprietario, che gentilmente ci fece accomodare in salotto e ci offrì il loro cabernet, molto buono. Dato che fu lui stesso a fare la degustazione fu molto più amichevole. Dopo il rosso ci fece assaggiare il loro chardonnay, nettamente superiore da quello precedentemente degustato. Il pomeriggio passò ad oziare per l’azienda dato che era fornita di piscina a bordo vigna e lettini tra i filari. A cena il proprietario ci volle al suo tavolo e mangiammo delle pietanze buonissime e naturalmente i suoi vini. Avevamo scelto queste cantine perché erano bel Cajon del Mapo, vicino alla nostra prossima escursione in montagna. Salutati i vigneto ci vennero a prendere le nuove guide e salimmo in quota per arrivare al campo base. Arrivammo e faceva molto caldo, ma ci confortava il fatto che avremmo fatto il bagno in dei laghetti. Dopo mezzora l’aria era rarefatta e ci mancava il fiato. Attorno a noi la vita brulicava, in cielo si vedevano i famosi condor, maestosi. Arrivammo alle cascate, erano un gruppo di laghetti che ricadevano in altri laghetti. Subito ci spogliammo e ci tuffammo per poi ricadere in altre cascate era bellissimo come stare all’acqua park. Prima ci facevamo trascinare dalla corrente e poi giù dalla cascata era troppo divertente e lo facemmo più volte. Dopo tutto questo su e giù però eravamo distrutti ma l’escursione non era affatto finita. Dovevamo fare la parte più alta e brulla, ma fortunatamente a dorso di mulo. Questo fu decisamente più comodo, anche se lento, ma era quello il bello. Il suo fare ondulante a destra e a sinistra mi fece venire sonno. Tutti seguivamo il capofila che ci spiegava le varie epoche geologiche della montagna e anche la flora e la fauna che incontravamo. Dopo un’ora tornammo al campo base e dopo esserci cambiati in una tenda allestita al momento tornammo a Santiago. La sera mangiammo un boccone al volo e tornammo in hotel per riposare. Il giorno dopo prendemmo un volo di 5 ore per una destinazione che da anni sognavo di vedere. La misteriosa isola di Pasqua. Atterrammo nel piccolo aeroporto e ci dirigemmo verso la nostra guest house. La popolazione non aveva i tratti somatici del continente ma assomigliava di più al popolo polinesiano. Non saremmo rimasti molto solo una notte, quindi affittamo uno scooter  per vedere più velocemente l’isola. C’era molto vento e il mare era mosso.Quel mosso che affascina e attira a se. Ci fermammo su un crostone di roccia e sotto di noi il mare riversava tutta la sua forza sugli scogli, era bellissimo essere il con mio marito. Prendemmo lo scooter e dopo qualche curva li vedemmo. I magnifici 15 Moai dritti davanti a noi, quasi ci aspettavano. Più ci avvicinavamo e più diventavano grandi, sotto di loro sembravo una bimba, ma di quelle super contente per chì come me amava l’archeologia era il realizzarsi di un sogno. Tanto ero contenta che ne abbracciai uno. Loro ci guardavano con loro espressione immutata nei millenni, chissà quante persone avranno visto passare davanti a loro. Camminando tra le piccole alture si vedevano altre statue che spuntavano dal terreno, eteree nella loro bellezza Prendemmo lo scooter e ci dirigemmo verso un cratere spento. Arrivammo a Rano Kau, era enorme e perfettamente circolare, fortunatamente si poteva arrivare in cima così da poter ammirare tutto il cratere. Al suo interno ormai tappato vi era della terra e si erano formati dei laghetti e il tutto sembrava un enorme calderone verde. Dopo un po che ammiravamo il panorama scendemmo da li per girovagare ancora. Quando si fece sera tornammo a casa dove ci aspettavano i nostri padroni di casa per la cena. Infatti si erano offerti di preparare una cena tipica per noi e cenare tutti insieme. Oltre a loro si aggiunsero anche dei parenti e amici e la cena assunse un tono divertente con tanto di musica dal vivo e balli folk. Fu una serata fantastica. L’indomani tornammo a Santiago, ma fu una lunga giornata, perché dopo due ore prendemmo un nuovo volo che ci portò a Lima in Perù con uno scalo a Bogotà in Colombia, tutto il volo durò 10 ore belle toste, ma finalmente arrivammo a Lima. La terra degli INCA ci attendeva lassù sopra le nuvole. Arrivati in città prendemmo un taxi perché il nostro hotel si trovava un po lontano da li. Infatti come base avevamo scelto il quartiere di Mira Flores, perché pieno di attrattive e vista sul mare. Dopo mezzora arrivammo al nostro hotel, un edificio molto giovanile. Dopo tutte le formalità decidemmo di esplorare la città. Uscendo notammo che il quartiere era dinamico, pieno di turisti e giovani che passeggiavano tranquilli. Infatti ci piacque molto il fatto di poter andare in giro tranquilli. In giro era pieno di localini dove poter andare a cena ed anche zone comuni dove la gente giocava a scacchi in tavolini di marmo.

Proprio un bel biglietto da visita per la città. Passeggiando finimmo sul lungo mare dove si aprì un panorama stupendo, perché non era il solito lungomare a livello ma era sul crostone di roccia a strapiombo sull’oceano e lo stupore fu maggiore. Sotto di noi si vedevano i surfisti che gareggiavano sulle onde a chi rimaneva più tempo sulla tavola. Era magnifico e non ci aspettavamo questo. Decidemmo di prendere un bus e andare nel centro storico. Qui convivevano antico e moderno in simbiosi perfetta, tappa obbligatoria era Plaza de Armas. Il centro era molto bello e si poteva camminare tranquilli senza micro criminalità, dopo capimmo il perché. Ad ogni angolo vi era una pattuglia dell’esercito, anche un po troppo ossessiva ma se c’era vuol dire che in tempi passati la situazione era peggiore. A giro si vedevano dei palazzi magnifici in stile moresco e delle cattedrali, tutte ben conservate. Se si è fortunati si poteva assistere al cambio della guardia e all’alza bandiera , noi siamo arrivati verso la fine, ma fu bello lo stesso.Questo accadeva nel palazzo del governo. Entrammo in una cattedrale con delle navate molto alte, al suo interno ci dissero che il pezzo di terra dove fu costruita la chiesa fu donato da Pizarro in persona proprio per costruire la chiesa al centro della città. Passeggiando sotto i balconi invece si potevano ammirare dei bellissimi sotto balconi intarsiati in legno molto belli. La serata volgeva a termine e decidemmo di tornare al nostro quartiere per finire la serata li. Infatti trovammo ancora aperto un centro commerciale con discoteche e passammo la serata a ballare un po’ e mangiucchiare qualche cosa. Ogni notte sognavo il giorno che saremmo andati a Machu Picchu. Più si andava nell’interno e più gli abiti diventavano folk. La mattina seguente andammo in aeroporto per prendere un volo che ci avrebbe portato a Nazca. Appena arrivati andammo in hotel ma anche qui più ci addentravamo e più diventavano modesti. Dopo un giro di avanscoperta pranzammo in un localino tipico, ci mantenemmo leggeri perché avevamo prenotato un giro in sandcar, una macchina ultra leggera che ci avrebbe portato nel deserto peruviano. Con noi c’erano anche dei ragazzi con cui facemmo amicizia. L’autista era un pazzo, ma nel senso buono, perché ci faceva fare dei giri da paura, alcune volte rischiammo di ribaltarci, ma era previsto nel divertimento. Ridevamo e urlavamo come matti. Il panorama sembrava lunare, non si vedeva nessuno ed era tutto sabbioso, ad un certo punto salimmo su una duna altissima e il pilota fermò la vettura. Scendemmo e da dietro prese delle tavole da snowboard prestate alla sabbia. Ad uno ad uno scendemmo dalla duna. Wow fu incredibile si andava velocissimi e si cadeva e rotolare in ogni istante. Mio marito scese con la telecamera in mano e rivederlo da quella prospettiva fu bellissimo. Al ritorno ci fece passare davanti ad una piramide semi distrutta, questa fu il primo contatto con l’architettura indigena. Arrivammo in hotel distrutti e con i ragazzi conosciuti prima decidemmo di andare a mangiare insieme. Dopo crollammo a letto sfiniti. La mattina dopo andammo di nuovo in aeroporto per prendere un volo che ci avrebbe fatto vedere le famose linee di Nazca. Il pilota si accertò che tutto fosse in regola e che la visibilità fosse buona partimmo, con noi c’era anche un’altra coppia. Appena in quota mi rilassai e inizia a godermi la spettacolo e fare a gara con mio marito a chi le notava per primo. Il mio occhio allenato le notò per primo e urlai di eccitazione. Credo si spaventarono tutti per come gridai ma ero troppo contenta. Sotto di noi si succedevano uno dei misteri del mondo. Prima scorsi la grande formica visibile nettamente e poi il grande uccello che secondo me assomigliava ad un colibrì, poi alcune linee geometriche. Stavamo già per tornare quando in un lato della montagna fu visibile un astronauta scolpito o meglio assomigliava ad una figura alta con una grande testa e grandi occhi. Fu un’esperienza stupenda e le linee erano misteriose come mi aspettavo.

Finalmente quando atterrammo potemmo parlare con più tranquillità e fu un alternarsi di hai visto questo, hai visto quello.Neanche il tempo per riorganizzare le idee che dovemmo prendere il treno per Puno,un paesino sul lago Titicaca. Avevamo prenotato una carrozza turistica ed era un po più comoda. Il panorama fuori era fantastica, si aveva proprio la sensazione di essere in alto, davanti a noi passavano lande desolate e rocciose e montagne verdi bellissime. Le ore in treno passarono parlando dell’incredibile volo del giorno prima e poi arrivammo a Puno. Il paesino era molto caratteristico, erano lontani gli edifici di Lima, qua solo casette basse e tutti indossavano i tipici abiti andini colorati e tutti indossavano i caratteristici cappelli che rappresentavano clan familiari diversi. Era bello passeggiare per le stradine. Ad un certo punto notammo un portone con dei disegni strani e dei fantocci appoggiati ai lati, incuriositi entrammo. Al suo interno vi era un uomo che dai vestiti che indossava sembrava uno sciamano. Gentilmente ci offrì delle foglie di coca da masticare, un po imbarazzati la provammo. Inizialmente era amara e quasi la stavamo sputando ma dopo un po si anestetizzò la bocca. Mentre guardavamo in giro lui ci parlava in uno spagnolo arcaico che volava purificare mio marito. Ci sembrò una cosa folk e provammo. Non potevamo immaginare cosa stesse per accadere. Fece rimanere mio marito in mutande e gli ballava attorno salmodiando antiche parole. Era ipnotizzante vederlo danzare. Subito dopo bevve del liquido alcolico e iniziò a sputarlo sulla pelle di Peppe, dopo accese un fuoco e secondo lui lo stava purificando gli scagliò una lingua di fuoco sul corpo. La pelle divenne sempre più rossa, ma la scena più orribile fu quando prese una piccola cavia peruviana e ancora viva iniziò a scagliarla sul corpo di Peppe. Io ero impietrita dallo stupore. Mio marito aveva tenuto gli occhi chiusi e non so se avesse capito cosa gli stesse succedendo.

Appena il rito finì tutto tacque, lo sciamano si sedette e aspettò che Peppe si ripulisse. Intanto ci preparò un sacchettino di juta legato e dentro gli mise non so cosa, credo fossero delle erbe magiche. Mio marito mi guardava e non vedevo l’ora di raccontargli tutto. Dopo il regalo e il pagamento scappammo dalla stanza e ci appartammo in una viuzza sconvolti. Fortunatamente trovammo una fontanella e mio marito si lavò dei residui del rituale. A mente fredda scoppiammo a ridere ripensando all’accaduto, le lacrime scendevano a fiumi e le persone che passavano ci guardavano strano. Non dimenticheremo mai questo episodio, ma almeno mio marito ora è purificato e fortunato. Ci rimettemmo in marcia per il paese e tra due stradine finalmente fece capolino il lago più alto al modo, il Titicaca. La giornata era nitida e senza vento, quindi il lago si mostrò in tutto il suo splendore. Era grande e si percepiva che eravamo sul tetto del mondo. Al centro c’era un isoletta abbastanza grande e dava ancora di più il senso della grandezza del lago. Sotto i nostri piedi terra nerastra, sopra le nostre teste magnifici condor volteggiavano. C’era anche un piccolo approdo per delle barchette. Era magnifico stare li e questa sensazione veniva amplificata dal fatto che in giro non c’era un turista e in certi punti neppure una persona. Ci dirigemmo verso un’altura dove erano state costruite delle torri, una di epoca pre inca e una inca, da li si vedeva tutta la vallata, mentre osservavamo il panorama da dietro si avvicinarono un lama con un cucciolo e scoprimmo che erano addomesticati perché si fecero accarezzare, erano tenerissimi molto morbidi e cosa che non avrei pensato anche molto alti. Si stava facendo tardi e dovevamo prendere il prossimo treno per Cuzco. Arrivammo quasi in tempo, ormai ci rimanevano poche ore al Top of the Rock, come lo avevo sopranominato. Arrivammo nel  pomeriggio e la cittadina era di media grandezza, con stradine molto strette e molto lunghe e con piccolissimi marciapiedi. Dopo una di queste lunghe stradine ci ritrovammo in una piazza molto carina e ben tenuta, dove faceva da padrona una cattedrale. Cuzco era il giusto mix tra passato e presente, nel senso che le nuove costruzioni erano costruite sopra basamenti di abitazioni inca, infatti si notavano i grandi massi squadrati che fungevano da fondamenta.  A 15 minuti dalla piazza trovammo un vecchio monastero su un’altura che fu costruito sopra il tempio d’oro degli inca, era un mix strano tra due architetture. Il pomeriggio volgeva al termine e avevamo prenotato per la notte in un piccolo hotel per poter ripartire l’indomani sul presto. Per cena girammo un po’ e trovammo una locando che ci sembrò decente. Prendemmo una Causa Rellena, una torta salata fredda con al suo interno patate e pollo, molto buona. Mio marito un po’ più audace di me prese il Anticuchos, del cuore di bue marinato in una salsa piccante con accompagnamento di patate bollite. Un po’ forte per me. Poi arrivò il Cuy chactado, che non sapevamo cosa fosse se non averlo visto sul tavolo. Era un Cuy, ovvero un cugino della cavia peruviana che viene cucinata intera e fritta, orribile, solo perché viene servita intera con tutta la testa, perché poi assaggiandola era decente. Abbiamo pagato pochissimo e sazi tornammo in hotel. Molto presto l’indomani prendemmo il treno e questa volta era un po’ più affollato. Il treno iniziò a salire di quota e dopo un po’ arrivammo alla stazione finale. Scesi ci aspettava una bella scarpinata, io volevo correre e arrivare il prima possibile ma mi preservai il fiato. Dopo una curva interminabile una coltre di nebbia ci avvolse, fortunatamente una folata di vento si trascinò via tutto e fu allora che comparve ai nostri occhi. Misteriosa, imponente era li davanti a me. Mi misi ad urlare per l’eccitazione e la contentezza di essere salita sul tetto del mondo. Presi la mano di mio marito e dopo una bella boccata d’aria eravamo pronti per entrare nella città sacra costruita sopra le nuvole. Eravamo i primi visitatori della giornata ed il fatto che la città fosse deserta gli dava ancora più fascino. Tutta la città era nostra, toccavo le mura degli edifici e sentivo la storia passarmi accanto, guardavo i gradoni e vedevo il popolo seduto che assisteva ad un discorso del Re. Tutto era impregnato di storia e anche noi come gli Inca prima osservavamo un paesaggio immutato nei secoli. Le meravigliose vette che per secoli avevano nascosto e preservato agli occhi di tutti questa meraviglia dell’uomo. Gli edifici furono costruiti con un’ingegneria così perfetta che era impossibile che crollassero giù per il dirupo ed era per questo che ancora oggi li possiamo ammirare. Il sito era mantenuto molto bene al suolo vi era un morbido prato verde che ben si armonizzava con la possanza della pietra nera.  Purtroppo il sito chiude alle 13:00 e quindi dovemmo andar via per poter prendere il treno del ritorno. Questa volta volevamo provare a fare una tratta sola senza cambi. Mal volentieri tornammo sui nostri passi, ma prima che scomparisse dietro le alture scattai una foto nella mia mente e subito dopo mi voltai e mi lasciai la città alle spalle. Il viaggio per Lima fu molto stancante ma alla fine riuscimmo ad arrivare in città. Andammo subito in hotel e ci fiondammo a letto per riprenderci dal viaggio. L’indomani prendemmo un nuovo volo questa volta per un posto al sole, infatti dopo 4 ore da Lima arrivammo a Caracas in Venezuela. La scelta però cadde sull’arcipelago delle Los Roques, per staccare la spina e rilassarci un po’. Arrivati ci attendeva un volo interno che ci avrebbe portati a Gran Roques. Già dal finestrino potevamo ammirare i fantastici fondali della barriera corallina. Prenotammo una casetta sulla spiaggia lontano dai villaggi turistici. Dall’aeroporto alla casa non ci volle molto, quando arrivammo la casa era pronta, deliziosa nella sua semplicità. Nel giro di un quarto d’ora eravamo già pronti in spiaggia sulle amache.

La giornata passò così tra spiaggia e mare, un mare cristallino e pulito da sembrare finto. Prima di sera andammo al mercato e Peppe comprò due aragoste enormi, pagate pochissimo, io comprai una verdura simile alla lattuga. Le aragoste furono arrostite e vennero davvero buone. Durante la notte non si sentì volare una mosca, solo la risacca del mare. La mattina seguente affittammo uno scooter e andammo nella famosa spiaggia delle stelle marine. Il mare era splendida e la sabbia bianca. Ci tuffammo per fare dello snorkeling. Sotto di noi pesci dai mille colori guizzavano di qua e di là e si nascondevano tra i coralli duri e morbidi molto colorati. Da un anfratto uscì una murena che ci guardò e ritornò nella tana. Nella parte sabbiosa invece vi erano molte stelle marine rossiccie, ne prendemmo in mano qualcuna pe poterle vedere meglio, erano bellissime. La sera tornammo al mercato e questa volta Peppe trovò un dentice bello grosso che cuocemmo sul BBQ.Questo break ci servì per riposarci dalle tappe precedenti e per darci forza per quelle future. Tornati a Caracas prendemmo il volo che ci portò in Brasile, per esplorare il Rio delle Amazzoni partendo da Manaus. Questa città sorgeva sul Rio Negro, grande fiume del Nord del Brasile, ma la cosa più importante era che la città era la porta d’ingresso per la foresta amazzonica. L’aeroporto era dinamico e vivace, uscendo prendemmo un taxi, questa volta non per un hotel ma destinazione porto. Infatti avevamo deciso di non stare in città ma di andare direttamente nella barca che ci portò in esplorazione. Il porto era pieno di moto navi che aspettavano i turisti per i tour. La nostra era di piccole dimensioni e oltre a noi c’era una famiglia americana. La partenza era prevista dopo un ora, il tempo necessario per sistemarci a bordo. Noi avevamo la cabina di poppa, molto comoda, gli altri compagni di viaggio a prua. L’odore in porto non era dei migliori così aspettammo sottocoperta. Finalmente si accesero i motori e partimmo. 

L’aria tra i capelli ci dava una ventata di freschezza. Il fiume era molto grande e ci navigavano molte navi e battelli. Dopo due ore avevamo già preso confidenza con gli americani, molto simpatici. Dopo un’altra ora che sembrò durare un’eternità, la barca iniziò a rallentare, attorno a noi c’erano solamente alberi e a bordo fiume il districato labirinto di mangrovie. Sembrava davvero molto selvaggio e questo lo rendeva ancora più avventuroso. Il capitano mise in acqua la lunga canoa e tutti salimmo sulla barchetta. Intanto le zanzare iniziarono a ronzarci attorno, fortunatamente avevo portato dei super repellenti. Intanto il capitano ci avvisò di non mettere le mani in acqua, perché il fiume era popolato da pirana e ci avrebbero divorato le dita. Spaventata da questa prospettiva non sapevo più dove appoggiare le mani. Intanto ci eravamo inoltrati tra le mangrovie. Sulla nostra strada incontrammo molti uccelli bellissimi. Ad un certo punto non si vide più il cielo, gli alberi erano diventati davvero alti e oscuravano tutto. Sulla barca avevamo tutto il necessario per salire sugli alberi e appena ci fermammo capimmo che quello di fronte a noi era il nostro albero. Gli istruttori ci imbracarono per bene e iniziarono a lanciare le funi. Dopo poco tutto era pronto per la salita. Come per una parete rocciosa iniziammo a scalare il tronco. Era bellissima la sensazione di salire contanto sulle tue forze, ma era altrettanto bello perché sapevamo di avere le funi di sostegno in caso di caduta. Ogni tanto mettevamo le mani su una fila di formiche che passavano da li. Lentamente si saliva fino ad arrivare sulla sommità dell’albero.. I rami erano enormi e stabili. Piano piano si iniziò a vedere uno spiraglio ed infine ecco la luce accecante e li potemmo renderci conto di essere nella foresta.  A perdita d’occhio si vedeva solo verde alberi, alberi ed ancora alberi da cui spiccavano il volo centinai di stormi di uccelli dai colori stupendi. Vedere i pappagalli volare felici e liberi ci commuoveva perché da noi si vedono solo in gabbia e infelici. Ci godemmo lo spettacolo ancora un po’ e poi iniziò la discesa. Questa fu molto più divertente della salita, perché ci lasciavamo andare in caduta libera e poi bloccavamo le sicure era divertentissimo. Poi atterrammo sulla barca tra le forti braccia delle guide. Mi sedetti per riposare e sentì qualcosa che mi toccava la gamba, li per li non ci feci caso, quando ad un certo punto capii che qualcosa stava camminando sul mio polpaccio. Il sangue mi raggelò nelle vene, mi voltai e vidi che una grossa tarantola mi stava camminando addosso. Iniziai a gridare come una matta e rimasi bloccata dalla paura, perché soffro di aracnofobia e quello era il mio incubo più brutto Il capitano arrivò subito e con tutta calme a tranquillità prese il ragno in mano e lo buttò tra gli alberi. Io tremavo e tutto il corpo mi formicolava per lo spavento. Se avessi potuto sarei andata via di corsa. Piano piano mio marito mi aiutò a calmarmi e ripartimmo. Da quel momento in poi iniziai a guadare in ogni anfratto per vedere se c’era un ragno. La sera volgeva a termine e trovammo un insenatura per attraccare. Trovammo un posto con una casetta a riva e un piccolo pontile. Scesero il capitano e il cuoco che iniziarono a preparare per la cena. Sul fuoco c’era un maialino intero e dei fagioli, buonissimi. L’atmosfera era rilassata, tutti eravamo attorno al fuoco con in testa delle luci per aiutarci a vedere meglio. Dopo questa buonissima cena andammo a dormire.La mattina dopo ci svegliammo che già la barca era in navigazione. Il capitano ci disse che in quella giornata avremmo incontrato i delfini di fiume. Io era felicissima perché amo i delfini e già avevo fatto il bagno con loro in Belize. Tutti guardavano la superficie dell’acqua pronti a chi li avvistava per primo, quando finalmente scorgemmo qualcosa. Subito la barca si fermò e il capitano si tuffò, probabilmente lo faceva da sempre perché magicamente il delfino gli si avvicinò e gli dava pure da mangiare era stupefacente. Il capitano ci invitò a tuffarci spiegandoci che il tratto di fiume con i delfini era al sicuro dai pirana, ci prendemmo di coraggio e ci tuffammo, con un po’ di paura ci avvicinammo e iniziammo a toccare l’animale. Era diverso da quelli d’acqua dolce, aveva la pancia rosa e il dorso grigio-azzurro e naturalmente il muso molto lungo. Fu un approccio nuovo e bellissimo, dargli da mangiare ci emozionava. Poi il pesce finì e lui andò via. In fretta salimmo in barca. Nel frattempo che si navigava il capitano ci diede delle canne da pesca e iniziammo a pescare. Solo che l’unico pesce che si prendeva erano pirana. Piccoli con la testa un po’ più grossa del corpo e tanti denti aguzzi. Le nostre mani non avrebbero avuto scampo. Ad un certo punto l’acqua assunse un colore strano e fu allora che il capitano ci fece salire sulla parte alta della nave per assistere al meraviglioso incontro tra il Rio negro e il Rio delle Amazzoni. A perdita d’occhio si poteva notare una parte del fiume di colore nero e un’altra marrone chiaro e ci voleva molto prima che si mischiassero le due acque, era bellissimo poter assistere al potere della natura. Molto lentamente ci dirigemmo verso la città e verso la fine della nostra avventura. Rientrammo in porto a metà pomeriggio e almeno per quella notte preferimmo dormire in hotel e ripartire l’indomani per il mare, esattamente per Recife. In questa città sul mare vi abitavano una coppia di amici, Claudio e Newton. Entrambi erano funzionari dello stato e coppia di fatto da anni. Da quando ci conosciamo ci hanno sempre invitato per le vacanze, ma fino ad allora non avevamo scelto il Brasile come meta delle nostre vacanze. Ma con questa occasione ci incontrammo con piacere. Dopo una nottata di sonno pesante prendemmo un aereo di una compagnia locale per il volo interno, ormai ci avevamo fatto il callo con questi aerei non di ultima generazione. Dopo un volo che attraversò tutta la foresta Amazzonica alla fine si vide il mare, un mare cristallino che ci chiamava a ritmo di samba. Atterrammo e con ansia aspettavamo di scorgere i nostri amici tra i mille volti dell’aeroporto. Quando li vedemmo i nostri cuori scoppiarono di gioia e anche loro si vedeva che erano felici. Con la loro bella macchina arrivammo nella loro villa in una zona residenziale della città. La casa era grande e poteva ospitare tanti amici. Subito dopo ci accomodammo in piscina per bere una rinfrescante caipirina, preparata da Newton, molto buona. Eravamo stanchi e così decidemmo di cenare a casa sotto il patio, Newton preparò un piatto che ricordavo dall’ultima volta che ci eravamo visti, il baccalà. Sempre ottimo come ricordavo. Bevemmo i loro migliori vini e per finire ancora caipirina. Ubriachi andammo a letto. La mattina seguente dopo un ottima colazione servita in terrazza iniziammo a conoscere la cittadina. La popolazione era allegra e disponibile, come tutti i brasiliani che incontrammo, anche quelli che vivevano di stenti nelle favelas sorridevano sempre. Ci dirigemmo verso il centro della città chiamato Marco Zero. Era una piazza dove vi si affacciavano dei graziosi palazzi in tinte pastello. Lì prendemmo un buon gelato. Passeggiando arrivammo nella zona di Boa Viagem. Mi sentivo a Miami, perché c’era una spiaggia lunghissima con la sabbia bianca e mare limpidissimo. Ci sdraiammo a prendere il sole e dopo un bel tuffo nel blu, anche se ovunque vi erano dei cartelli di pericolo squali, questo lo rendeva più eccitante. Nel pomeriggio tornammo a casa per prepararci per la serata. Tutti eleganti andammo in un ristorante. Mangiammo dell’ottimo pesce e delle aragoste preparate in modi tradizionali. Dopo la deliziosa cena i nostri amici ci portarono a vedere uno spettacolo di capoeira in un locale che frequentavano e naturalmente finimmo con l’onnipresente caipirina. L’indomani ci svegliammo tutti tardi e ci preparammo per andare in una caletta li vicino. Prendemmo la buggy perché la strada era accidentata, ma alla fine trovammo questa bellissima insenatura con pochissimi ombrelloni e un baracchino. L’atmosfera era paradisiaca e quando notammo che vi erano cartelli ci tuffammo subito in acqua. Questo posto si chiamava Calhetas Beach. Fu una giornata meravigliosa. Il giorno seguente pensammo di approcciarci alla città in modo più culturale che mondano e visitammo la chiesetta della Durada. Una chiesa bellissima con l’interno cassonato e tutto dipinto in stile portoghese, come un dipinto che era in un angolo di magnifica manifattura. Lo stile prevedeva l’uso del bianco come sfondo e l’azzurro come colore di riempimento, il tutto su piastrelle. Dopo un aperitivo in un localino nella via attigua molto animata, tornammo a casa perché l’indomani saremmo partiti. Prendemmo un treno presto perché avevamo un po’ di ore da percorrere. Quando scendemmo dal treno un bel cartello ci dava il benvenuto a Jericoacoara. Affittammo una buggy  e ci dirigemmo verso le famose dune. Di presenza erano ancora più affascinanti, alte dune di sabbia a picco sull’oceano. La tentazione di buttarci lungo il pendio era troppo forte e allora via facendo slalom e finendo quasi in acqua, quante risate ci facemmo e facemmo su e giù fino allo sfinimento. Totalmente stanchi andammo a rilassarci sul lago Azul. Un lago con sabbia bianchissima e acqua cristallina, dove avevano istallato degli ombrelloni in acqua e a portata di mano un tavolino con delle sedie dove poter mangiare e bere. Per continuare il relax ci spostammo in della amache in mezzo al mare con l’acqua che lambiva il nostro corpo, cosa desiderare di più. A malincuore andammo via, avevamo l’ultimo treno per Recife. Stravolti e senza forze per uscire preferimmo rimanere a casa e Newton preparò una cena leggera per poter andare subito a dormire. Tristi il giorno dopo preparammo le valigie per proseguire il viaggio verso Salvador de Bahia, invece i nostri amici avevano pianificato di fare l’intero viaggio con noi e di fare da Cicerone per il loro amato paese.

Eravamo contentissimi e così l’allegra compagnia proseguì il loro viaggio. Dopo un volo di 1 ora e mezza arrivammo a Salvador. Avevamo scelto un hotel in centro e i nostri amici trovarono una camera vicino alla nostra. La città anche se grande manteneva ancora un fascino di altri tempi, con stradine acciottolate e palazzi non molto alti con tinte pastello in stile portoghese, molto graziosi. Nella nostra passeggiata ci imbattemmo in una stradina che finiva con una chiesetta, che da fuori sembrava quasi anonima, ma incuriositi entrammo. Appena entrati non credevamo ai nostri occhi, quella che sembrava una chiesa anonima era un tripudio artistico. Ovunque ci voltassimo vedevamo dei bellissimi dipinti, non vi era un angolo vuoto. Tutto era dipinto o scolpito. Il soffitto aveva delle immagini incorniciate da bellissime cornici, alle pareti facevano bella mostra dei pannelli anch’essi dipinti e incorniciati. L’altare era magnifico, era un baldacchino con delle grosse colonne, che mi ricordavano quelle dentro la basilica di San Pietro a Roma. Anche in queste vi erano dei puttini che uscivano dalle colonne, mentre girovagavamo notammo un chiostro dove tutte le pareti erano piastrellate e dipinte con la tecnica del bianco e azzurro, stupende. Uscendo notammo che si era la chiesa di Sao Francisco. Tutto quel peregrinare ci aveva fatto venire fame e allora cercammo un localino per pranzare. Tutti optammo per la fajiolada. Aveva una base di riso in bianco e poi naturalmente fagioli, carne bovina secca, salsiccia affumicata, lingua, orecchie e coda di maiale, aglio e molto peperoncino, pesante ma buona. Dopo questo pranzo pesantissimo ci venne sonno a tutti e decidemmo di andarci a sdraiare in spiaggia. Così ci incamminammo verso la zona di Porto da Barra. Una zona stupenda piena di localini e gente che ballava per strada e coinvolgeva tutti.

La spiaggia era altrettanto bella, una piccola insenatura con un promontorio con sopra una fortezza ben tenuta e visitabile. Ci sedemmo in spiaggia e ordinammo l’immancabile cocktail, rinfrescante e dissetante. Ci addormentammo e quando ci svegliammo era già pomeriggio. Un bel bagno ci svegliò dal torpore, così ci godemmo il tramonto dalla spiaggia. La sera restammo in zona per andare a ballare in un localino che avevamo visto. Il dopo cena nella zona di  Pelorinho fu molto movimentata ma tranquilla. Il giorno dopo avevamo un nuovo volo questa volta per la favolosa Rio de Janeiro. Con un colpo di fortuna avevamo trovato un hotel proprio davanti la spiaggia di Ipanema. Non vedevamo l’ora di arrivare. Dopo l’atterraggio prendemmo un taxi che ci portò al nostro hotel. La città era un tripudio di colori e in molte parti vi erano già i primi cantieri per i prossimi mondiali. La nostra stanza era vista spiaggia e così potemmo vedere tutta la sua bellezza, il lungo mare brulicava di persone che passeggiavano. Costume e pareo e scendemmo anche noi. Mio marito rimase rapito dalla bellezza delle famose ragazze di Ipanema, mentre io e i nostri amici dai ragazzi che sfoggiavano i muscoli al sole. Molti ballavano la capoeira, la danza che usavano gli schiavi nelle coltivazioni di cotone per allenarsi nelle arti marziali. Era bellissimo guardarli ma difficilissimo imitarli. Mentre passeggiavamo trovammo un posticino per sdraiarci, subito fummo accerchiati dai venditori ambulanti, che a differenza di quelli italiani che vendono cianfrusaglie loro vendevano generi alimentari freschi  e buoni. Noi prendemmo un cocco da mangiare e uno da bere, avevano un gusto buonissimo diverso da quelli assaggiati prima. Comodi e rilassati ci godemmo l’oceano con la musica in sottofondo che ci rallegrava. Nel pomeriggio avevamo chiesto in spiaggia quale fosse il locale più in voga e dopo esserci preparati andammo alla scoperta. La fila arrivava fino alla strada principale. Fortunatamente eravamo in lista e ci fecero passare. L’interno era maestoso, c’erano vari livelli e da li ballavano delle ballerine In tipico costume da samba. La musica era coinvolgente e iniziammo a scatenarci. Dopo due ore ci venne una fame da lupi e uscimmo a mangiare. Qua c’era una cucina più fusion e contemporanea, ma gustosa. Dopo tornammo a ballare per tutta la notte. L’indomani prendemmo le abitudini dei carioca e ci svegliammo tardi. Colazione e direzione Pan di Zucchero. Già dall’aereo lo avevamo visto e non vedevamo l’ora di arrivare in cima. Con un bus arrivammo ad Urca e da li prendemmo la teleferica. Già da quelle medie altezze avevo le vertigini, poi quando arrivammo alla stazione intermedia si vedeva di fronte a noi la vetta finale. Quando salimmo sulla cabina mi prendevano in giro tutti per la paura che avevo e mi tenevo al sedile. Io non osavo guardare sotto ma mio marito mi raccontava che si vedeva uno panorama fantastico. Tutta la città era ai nostri piedi. Molto lentamente arrivammo sulla cima. Così anche io potei vedere lo spettacolo che si apriva ai miei occhi. Avevamo una vista a 360° mare, terra, foreste e città si vedeva tutto e il cuore mi batteva forte per l’eccitazione. Pian piano la gente iniziava a diventare tenta e invadente, quasi non c’era più posto per ammirare il paesaggio. Dopo un ora che eravamo li avevamo saziato la vista abbondantemente e scendemmo in città per continuare la serata. Avevamo ancora tempo per la cena e allora decidemmo di andare a vedere un quartiere molto caratteristico. Prendemmo un bus con direzione Santa Teresa. Ci avevano consigliato di andare li perché si poteva vedere un’artista all’opera. Scendemmo dal bus e dopo aver percorso un tratto di strada iniziammo a scendere una scalinata, ma guardandola meglio notammo che era decorata da piastrelle tutte decorate con i colori del brasile. Erano bellissime e rendevano quell’angolo di strada un posto particolare e da visitare assolutamente. Mentre stavamo per finire gli scalini trovammo il famoso Seleron, l’artista, che stava decorando e poi attaccando delle nuove piastrelle.

Ci fermammo a parlare con il maestro sedendoci accanto a lui e lo ammiravamo per l’amore che metteva nel suo lavoro. Dopo i complimenti andammo via e ci dirigemmo verso l’hotel. Naturalmente la notte passò in un club a ballare samba e bere caipirina. La mattina dopo ci svegliammo di buon ora per andare a vedere un altro luogo importante di Rio il Cristo Redentore. Lo si poteva ammirare anche dall’aereo, era altissimo e vegliava su tutta la città. Dopo aver preso un bus scendemmo alla stazione, si perché per arrivare fin sopra si saliva su un trenino che arrivava fin sotto la statua. Anche li la vista era stupenda e si potevano vedere i luoghi simbolo di Rio, ma la cosa più strabiliante è lui il Cristo che ci sovrastava con la sua possanza. Era bellissimo stare ai suoi piedi e guardarla da quella prospettiva. Anche li dopo un’oretta iniziarono a salire altri turisti e rovinare la quiete mattutina e andammo via. Avevamo calcolato di vedere il Cristo e andare via da Rio, così che i nostri amici potevano tornare a Recife in un’ ora adeguata. Lasciammo il Brasile con le lacrime agli occhi per due motivi, il primo per i nostri amici con cui avevamo percorso molte miglia e vissuto esperienze indimenticabili e poi perché il Brasile ci era entrato nel cuore, dalla gente ai posti meravigliosi che si possono vedere. Ma ora dovevamo andare l’Argentina ci aspettava. Prendemmo un volo interno per le cascate di Iguazù, dal lato brasiliano un po’ più a valle. Il volo durò poco e appena scesi si trovavano una miriade di bus che portavano alle cascate. Attorno a questo sito vi erano una miriade di hotel e ristoranti pronti ad  accogliere le migliaia di turisti che arrivavano ogni anno. Noi prima di inoltrarci nella foresta ci mangiammo uno snack al volo. Per aiutare i visitatori nella passeggiata avevano creato delle passerelle in legno che percorrevano vari sentieri così da vedere le cascate da più angolazioni. All’inizio non si sentiva nulla perché come sottofondo si sentivano gli uccelli, che con i loro canto sovrastavano altri suoni. Mentre ci si incamminava  il rombo aumentava sempre di più e il cuore ci batteva sempre di più ad ogni passo che facevamo. Attorno a noi si libravano centinaia di farfalle dai mille colori. Non eravamo pronti a quello che stava per accadere. Ad un certo punto la foresta si allargava sempre di più ed anche il rumore era diventato assordante Davanti a noi si materializzò un muro d’acqua così imponente che ci spaventò un po’. Restammo a bocca aperta a guardarci attorno e vedevamo solo acqua, ma non dell’acqua normale li c’era la forza bruta dell’acqua, quella che ti strappava da ogni appiglio e ti tirava via. Da un lato si vedeva la forza, ma dall’altro lato si poteva assistere alle meraviglie che crea l’acqua, come le immense nuvole di vapore da cui si vedevano cadere a capofitto le rondini che cercavano di oltrepassare ed entrare negli anfratti della parete rocciosa. Ci voltammo e i nostri sguardi vennero rapiti da innumerevoli arcobaleni che nascevano e morivano in un battere di ali.Era meraviglioso, sembrava un paesaggio di un mondo incantato. Restammo li per un’oretta dopo di chè ci dirigemmo verso i pontili sottostanti. Li ci aspettava una navetta che ci avrebbe portato a fare un giro sotto le cascate. Da la sotto c’era una visuale totalmente diversa, onde si abbattevano sulla nave ed anche un pioggia incessante cadeva sopra noi sempre più forte ad ogni metro che faceva la nave verso le cascate. Ma questo bagnarci era un divertimento assoluto e ridevamo tantissimo. Il culmine arrivò quando arrivammo sotto le cascate. Il frastuono arrivò a livelli assordanti e l’acqua cadeva forte e noi invece di ripararci ballavamo sotto di essa e gridavamo come matti per il divertimento, tanto non ci sentiva nessuno. Il giretto durò una mezzoretta e dopo essere tornati al pontile ci asciugammo e proseguimmo il nostro viaggio. Tornammo alla stazione degli autobus e salimmo sul primo che andava dall’altra parte delle cascate. Durante il viaggio già soffrivamo di Saudade per il Brasile ma sicuramente torneremo. Dopo essere arrivati nell’altra stazione dei bus prendemmo un nuovo bus per arrivare alla città di Restistencia, nel frattempo di fece buio e decidemmo di rimanere a dormire li. Il nostro hotel era modesto ma per una notte andò bene. Ci sistemammo  e uscimmo per mangiare qualche cosa. Non volendoci inoltrare molto decidemmo di mangiare in un localino nelle vicinanze molto affollato. Il proprietario ci preparò della carne al BBQ fantastica, molto tenera. Dopo questa cena ristoratrice tornammo in hotel e crollammo dal sonno. Prendemmo il primo treno della mattina, la corsa non era diretta, infatti a metà strada cambiammo treno. Fortunatamente un po’ più moderno e l’ultima tratta fu più comoda. Per tutto il viaggio dormimmo e l’unico momento per osservare il paesaggio fu quando mangiammo gli snack che avevamo comprato. Finalmente arrivammo a Mendoza. Quando uscimmo dalla stazione si scorgeva l’Acongagua che si ergeva sopra di noi. La città era molto movimentata, anche da molti turisti, perché da li iniziavano i tour per la montagna. Era pomeriggio inoltrato e dopo aver lasciato tutto in hotel iniziammo a scoprire la città. Era davvero tranquilla e ben curata, dopo aver visto delle piazze signorili e bei palazzi ci imbattemmo in una cancellata degna di un palazzo reale, entrammo e trovammo un bel laghetto, tutto era ben tenuto e senza degrado. In hotel conoscemmo dei ragazzi italiani con cui facemmo amicizia e andammo a cena insieme. Anche qui trovammo un bel ristorante e prendemmo un mix di carni scelti da noi e arrostiti sul braciere di fronte  noi. Durante la cena scoprimmo che i ragazzi sarebbero stati nostri compagni di avventura l’indomani. Eravamo contenti di sentire una lingua amica, avremmo fatto una little italy. L’indomani ci svegliammo molto presto, ci aspettavano 3 ore di strada per arrivare al campo base. Sul pulmino eravamo tutti assonnati e nessuno parlò per un po’. Finalmente arrivammo e iniziammo a sgranchirci le gambe. Zaino in spalla iniziò la scarpinata. Tutti insieme in fila indiana iniziammo a salire la montagna. C’era poca neve ma faceva fresco. Lo scenario era magnifico, eravamo circondati dalle montagne e la vetta dell’Acongagua era altissima, fummo fortunata perché beccammo una giornata stupenda con il sole. I condor volavano in alto nel cielo e ci facevano compagnia. Era bellissimo essere li soli senza nessun altro immersi nella natura selvaggia. Tanta era l’euforia nel gruppo che ci mettemmo a cantare canzoni popolari italiane da azzurro a l’inno italiano. La flora era molto brulla non c’erano tanti alberi, di tanto in tanto si scorgevano limpide pozze d’acqua e la tentazione era di tuffarsi dentro. Arrivammo finalmente al Cristo Redentore, una statua posta su un altare in pietra dove i viandanti trovavano ristoro anche per l’anima. Da li proseguimmo  a dorso di mulo fino al lago Horcones. Il mulo fu un’ esperienza particolare, ormai dopo un po’ tutto attorno a noi andava a velocità mulo. Essendo seduti potemmo ammirare con tranquillità i fantastici panorami che si susseguivano ad ogni curva. Ad un certo punto uscimmo da una piccola valle e ci ritrovammo davanti ad un bellissimo specchio d’acqua. Tutte le montagne si riflettevano sulla superficie regalandoci degli effetti inimmaginabili. L’acqua era freddissima ma limpida. Dopo una pausa ristoratrice anche per i poveri muli, tornammo al pulmino a dorso di mulo. Che giornata fantastica. Sulla strada del ritorno andammo a mangiare  in un ristorante in una piccola città chiamata Uspallata. Il cibo era molto commerciale ma ci servì per arrivare in città. Distrutti dall’escursione andammo subito in hotel. La mattina, dopo una bella colazione partimmo per San Carlos de Bariloche. Partendo con il treno si aveva la possibilità di vedere volti e usanze che cambiavano da città in città. Dopo qualche ora arrivammo in città ma la nostra prima impressione fu quella di essere in Svizzera e che da un momento ad un altro spuntasse Heidi da dietro l’angolo.

Infatti tutta l’architettura era in stile montanaro, con tetti spioventi, balconcini fioriti e San Bernardo che girovagavano con la fiaschetta al collo. Era una scena strana da vedere a quelle latitudini, ma ci spiegarono che fu fondata da alcuni teutonici e quindi hanno mantenuto la loro architettura. Ma noi eravamo li per un’avventura tra i boschi e laghi, un regalo per mio marito. Lui è un amante della pesca e si sarebbe divertito sicuramente. Avevamo appuntamento in agenzia con il nostro accompagnatore, così sbrigate le formalità ci accompagnò alla jeep. Uscendo dalla città il panorama cambiava e più andavamo avanti e più ci inoltravamo nella foresta. Ad un certo punto ci fermammo in un punto che a noi sembrò banale, ma la guida sapeva il fatto suo. Prendemmo tutta l’attrezzatura e ci incamminammo  nella foresta. Dopo alcuni minuti gli alberi iniziarono a diradarsi  per dare spazio ad un lago fantastico molto grande e dall’acqua limpidissima. Posammo tutto e ci godemmo lo spettacolo.        Mentre ero in cerca di legna per il fuoco, gli uomini montarono il campo. Due ampie tende allestite attorno ad un focolare un po’ scavato nel terreno così da tenerlo sempre sotto controllo. Dopo che tutto fu pronto montammo l’attrezzatura da pesca sulle canoe. Finalmente si poteva partire. Non c’erano onde e si andava molto veloce, ad un certo punto la guida vide il suo punto segreto. Virammo e andammo in quella direzione. Mio marito era felicissimo e non vedeva l’ora di buttare l’esca. Le sue aspettative non furono deluse, infatti dopo alcuni minuti proprio la sua lenza fu la prima che rispose. Il pesce sembrava grosso per la forza che ci metteva e noi spronavamo Peppe a non mollare. Finalmente dopo un quarto d’ora di lotta tirò con il retino una trota enorme che ci avrebbe sfamato tutti. Poi fu il mio turno. Mentre parlavo la lenza iniziò a tirare e quasi se la portava via. Ho sudato molto per questa preda ma alla fine avevo il mio pesce.

Pescammo tutta la mattina e il pomeriggio, ma ci tenemmo solo i pesci per la cena gli altri venivano liberati man mano. Ero felice di vedere mio marito sereno e contento. Prima che il sole tramontasse del tutto tornammo al campo base. Preparai la tavola gli uomini la cena. Posizionai le sedie in  modo da vedere il panorama e mangiammo con uno dei tramonti più belli che avessimo visto. Certo la trota non aveva lo stesso sapore dei pesci di mare ma abbinata al riso saltato in padella era più appetibile. Sazi delle emozioni provate quella mattina andammo a dormire. L colazione fu molto calorica salsiccia e fagioli in padella, ma era necessaria perché quella mattina andammo in kayak  e ci spingemmo fino all’altra sponda del lago.Andare in canoa era bellissimo in certi momenti si raggiungevano velocità impressionanti e sembrava di volare a pelo d’acqua. Mangiammo a sacco sulla riva opposta e potemmo ammirare il paesaggio opposto. Dopo esserci iposati tornammo sul nostro lato. Nel pomeriggio chiudemmo tutto e tornammo a Bariloche. Sfiniti ci buttammo a letto per riprendere le forze per l’indomani. L’avventura continuava e prendemmo un altro treno  che ci portò ad El Calafate, altra cittadina ai piedi di un'altra meraviglia della natura: Il Perito Moreno. Stavamo scendendo sempre più giù nelle terre selvagge dell’Argentina verso la terra del fuoco ultimo avamposto dell’uomo. I treni erano molto puntuali ed arrivammo in città per pranzo. Avevamo deciso di salire il ghiacciaio la mattina seguente perché il pomeriggio faceva buoi presto e non ci saremmo goduti lo spettacolo. Quindi decidemmo di fare con comodo ed esplorare la cittadina e andare a cena da qualche parte. Trovammo un localino in centro e mangiammo dell’ottima carne. La mattina dopo ci alzammo belli arzilli e prendemmo il bus, meno male che avevamo prenotato perché c’era molta gente alla biglietteria. Salimmo tutti sul bus e iniziammo a salire la montagna. Dopo un po’ iniziammo a vedere della neve e poco dopo sempre di più.

Fortunatamente avevo portato dei vestiti pesanti per l’occasione. Appena scesi una folata gelida investì i nostri visi. Con qualche brivido ci incamminammo. Anche qui come alle cascate vi erano delle passerelle che permettevano di camminare in sicurezza e vedendo in varie angolazioni. Quello che ci colpì furono gli odori nuovi, gelidi, quasi eterei. Quando ce lo trovammo davanti ci fece paura, era mostruoso, enorme. Ci sentivamo delle formichine in confronto a lui. Averlo visto in foto non rendeva l’idea della sua maestosità. Una landa enorme e a prima vista priva di vita, ma che invece nascondeva piccole creature artiche con la pelliccia bianca che sbirciavano nascosti nelle loro tane. Camminare sul ghiacciaio da soli era pericoloso, meglio farlo con una guida, perché potevamo mettere il piede in qualche buco nel ghiaccio e farsi male. Il vento soffiava forte e i brividi aumentavano, ma erano placati dall’eccitazione di essere li. Dopo averlo visto dalle passerelle e con la guida sul ghiaccio ci spostammo verso un piccolo pontile per fare il giro in barca. Devo dire che vederlo dal mare metteva ancora più soggezione e paura. Le pareti erano altissime e le ammiravamo a bocca aperta. Quello che non dimenticheremo facilmente erano i colori del ghiaccio, qualcuno potrebbe dire che era bianco, invece noi vedemmo tutte le sfumature dell’azzurro. Negli anfratti le sfumature erano bellissime, si iniziava dal bianco per poi finire al nero nelle parti più profonde. Tutta questa magia fu interrotta dal rumore più terrificante che avessimo mai sentito. Iniziò con un suono sordo, per continuare con un suono squarciante e finire con uno schianto in acqua che alzò spruzzi e creò molte onde. Era crollata una sezione del ghiacciaio proprio davanti a noi e urlammo di terrore e stupore allo stesso tempo. Dopo aver assistito a questo spettacolo la barca fece rotta per il ritorno. Sulla strada del ritorno ci fermammo ad ammirare un altro ghiacciaio il Mirador Los Suspiros. Sicuramente affascinante ma non poteva uguagliare il Perito.

In serata tornammo a Calafate e ci restammo per la notte. L’indomani per continuare il viaggio verso la fine della terra emersa prenotammo un volo con una piccola compagnia aerea che con un Cessna ci portò fino a Ushuaia nella Terra del Fuoco. Questa scelta fu molto studiata, perché mentre eravamo in volo vedemmo un panorama che in treno non avremmo potuto ammirare. Tutta la magnifica costa frastagliata piena di isolette era fantastica. Arrivammo ad Ushuaia tutti sani e salvi e chiamammo un taxi per portarci in hotel. Il freddo si faceva sentire e ci fiondammo in un localino per bere qualcosa di caldo. Dopo esserci riscaldati affrontammo il freddo. La città era circondata da alte vette e la natura circostante sembrava molto selvaggia. Arrivammo fino al porticciolo e da dietro un angolo vediamo spuntare un musetto simpatico che ci guardava, era una volpe bianca, anche lei ci fissava magari stava pensando cosa fare. Noi restammo fermi e lei con tranquillità si prese il pesce che aveva trovato e andò via. Poco dopo vi era l’approdo delle barche e li con una scelta che stravolse i nostri piani decidemmo di prendere il battello successivo e fare il tour fino alla terra del fuoco. La barca sarebbe partita dopo dieci minuti e allora salimmo a bordo per prendere i posti migliori. La barca finalmente partì con la sua andatura lenta solcava le acque gelide. La rotta era contorta perché si dovevano evitare i vari isolotti che si trovavano di fronte e noi salutavamo gli inquilini degli scogli come grandi leoni marini che si crogiolavano sotto un tiepido sole. Ormai abituati alle barche piene di turisti che neanche si impaurivano, anzi restavano fermi anche un po’ annoiati. Poi venne il territorio degli uccelli, avvistammo anche dei cormorani che visti dal vivo avevano un’apertura alare enorme. Erano buffi quando camminavano sulle rocce ma quando si tuffavano erano velocissimi e tornavano con un bel bottino.

Per tutto il viaggio sopra di noi volavano dei gabbiani, maestosi ed eleganti speravano in qualche regalino da parte dei turisti e non sempre erano fortunati. Pian piano le isolette si diradavano e noi diventavamo sempre più consapevoli che da li a poco ci sarebbe stato solo mare a perdita d’occhio fino al grande Antartide. Ad un certo punto iniziammo a vedere un puntino rosso molto lontano sull’orizzonte e si faceva sempre più nitido, era un faro bianco e rosso e la guida ci disse che quello era l’ultimo baluardo dell’uomo. Lentamente ci avvicinammo fino a quando lo circumnavigammo e iniziammo a tornare indietro.  Eravamo arrivati alla punta estrema del continente americano e fu una cosa fantastica, lentamente tornammo al molo. Dato che avevamo cambiato programma all’ultimo minuto andammo in un’agenzia di viaggi in città e prenotammo un paio di giorni in una vera azienda con i gauchos nella provincia della Pampa più a Nord di dove eravamo noi. L’incontro con i proprietari sarebbe stato nella città di Bahia Blanca e l’unico modo più veloce per arrivarci era quello di prendere un volo interno. Fummo fortunati e prendemmo il volo successivo che partiva dopo 2 ore ed era l’unico di quella giornata. Prendemmo i biglietti e andammo di fretta a prendere i bagagli e poi subito in aeroporto. Il volo era pieno di turisti perché tutti risalivano il continente con quel volo. Dopo qualche ora arrivammo in aeroporto e trovammo i proprietari dell’azienda Miguel e Carmela.  Ci vennero a prendere con una jeep tutta impolverata e piena di fango. Il tragitto fu molto traballante perché le strade dell’interno non erano molto agibili. Finalmente dopo altre due ore arrivammo a casa o meglio passammo tra due alberi e Miguel ci disse che da li iniziava la sua azienda, ma la casa ancora non si vedeva. Il territorio era pianeggiante con una bassa radura e pochi alberi, la terra era rossiccia. Eravamo entrati nella Argentina selvaggia. In lontananza si vedevano dei cavalli che correvano liberi con le criniere al vento.

Finalmente si vide la casa, era grande e bianca con adiacente i vari recinti, alcuni avevano dentro delle pecore, altri delle mucche e infine dei cavalli. Ci fecero vedere la nostra stanza in stile country e ci diedero delle camicie e dei cappelli. Così vestiti ci calammo nel personaggio ed uscimmo per vedere la vita da gaucho. La prima cosa che ci fecero fare fu un giro per l’azienda a cavallo. Dopo un po’ che eravamo al piccolo trotto mi buttai in una corsa sfrenata con Miguel al mio fianco liberi nella Pampa. Mi era calata a pieno nella vita del mandriano gridando a squarciagola per la felicità di assaporare la libertà di quei spazi aperti infiniti. A fine corsa mi sentivo rinata e nel cuore mi sentivo una felicità infinita, stavo proprio bene. Durante la strada di ritorno trovammo delle vacche che erano scappate dal recinto. Con un movimento elegante e veloce Miguel uscì il lazo e lo lanciò verso gli animali prendendone due, l’ultimo toccò a mio marito che invece in modo goffo e divertente lanciò il suo lazo per ben due volte andando a vuoto, ma la terza volta andò a segno. Ero orgogliosa di lui. Dopo aver preso le bestie tornammo in azienda orgogliosi del nostro operato. Nel cortile dietro la casa era stato allestito un BBQ in nostro onore. Ci sedemmo tutti intorno al fuoco e dietro di noi il sole stava tramontando. La carne al fuoco emanava un profumino invitante e il fuoco scoppiettava lanciando piccoli fuochi d’artificio. C’era un’atmosfera magica attorno a noi, mentre mangiavamo altri gauchos si misero a cantare antiche canzoni argentine. Una serata fantastica e la notte passò serena.l’Indomani dopo la colazione andammo a cavallo per tutta la Pampa, incontrando molti cavalli selvaggi bellissimi che scorrazzavano e si rotolavano a terra. Essendo molto lontani da casa portammo il tipico pranzo da gauchi, la carne salata, un gusto trano ma alla fine accettabile. Nel pomeriggio tornammo a casa e come la sera prima avevano preparato il BBQ ma questa volta avevano invitato dei vicini di casa e così ci trovammo tutti davanti al fuoco a chiacchierare e mangiare. Finito il delizioso pasto iniziarono a suonare e presi dalla musica iniziammo a ballare tutti insieme dei balli folk argentini. Ci divertimmo tantissimo ridendo e scherzando tutti insieme. L’indomani mattina un po’ tristi facemmo i bagagli e dopo la colazione Miguel ci accompagnò alla fermata dei bus in un paese vicino e da lì prendemmo un autobus che ci portò a Buenos Aires. Il viaggio durò un paio d’ore ma sembrò durasse un’eternità perché le strade era molto accidentate, ma avvicinandoci alla città iniziarono ad essere più moderne e la circolazione divenne più fluida. Non sapevamo cosa ci avrebbe riservato la città, ma appena scendemmo dal bus l’impatto fu molto piacevole. Ampie strade alberate con palazzi signorili ci accompagnarono fino al nostro hotel che era vicino al fiume. Non perdemmo tempo e uscimmo subito a conoscere la città. Come dicevo il nostro hotel si trovava vicino al fiume, nel quartiere di Puerto Madero, la zona ci piacque subito. Ci incamminammo per il lungo fiume, ed era molto grazioso con palazzi in stile coloniale restaurati e mantenuti bene, ma al loro interno erano completamente nuovi e moderni, pieni di localini alla moda. Ma la cosa impressionante era che tutto il lungo fiume era costellato da localini uno attaccato all’altro e già pregustavo di tornarci la sera. Dall’altro lato vi era il fiume che di per sé non aveva nulla di carino tranne per dei bastioni d’epoca attraccati ai vari moli. Da quella prospettiva si poteva vedere tutto lo skyline della città, antico e moderno si univano in una simbiosi perfetta. Dopo aver camminato tutta la mattina ci venne fame e ci fermammo a mangiare qualcosa in un localino tra i tanti. La città ci piaceva molto ed eravamo pure fortunati perché trovammo un clima perfetto. Mentre passeggiavamo notammo un locale che fungeva sia da ristorante che balera e prenotammo per la sera.

Girovagammo per il quartiere per tutto il pomeriggio fino a che stanchi non tornammo al ristorante. Era già pieno. Dentro era molto accogliente con pavimento in legno, piccoli tavoli e luci soffuse con pareti spoglie. Ci accomodammo e iniziarono a portare i primi piatti e mentre mangiavamo entrarono in scena i primi ballerini. Il presentatore li presentò come allievi di una famosa scuola. Così mentre cenavamo la serata fu accompagnata da buona musica e ottimo spettacolo. I piatti si susseguivano a dell’ottimo vino e così anche i ballerini. La cena finì e il presentatore fece alzare una coppia seduta accanto a noi. Con nostro stupore erano i campioni nazionali di tango e furono accolti come delle star. Erano in tournè in città e ci deliziarono con un tango che non avevamo visto prima. Acrobazie, movenze sensuali si alternavano in questa danza travolgente. Andarono avanti per 30 minuti, sembrava non finissero mai, fino al culmine in un caschè  che ci fece rimanere a bocca aperta. Stupendo, emozionante gli applausi non finivano più. Fu una serata bellissima e promettemmo di tornarci prima di ripartire. Era già tardi e di strada a piedi ne avevamo fatta parecchia e allora decidemmo di prendere un taxi e tornare in hotel. L’indomani decidemmo di andare a vedere un altro quartiere e ci dirigemmo a piedi verso San Telmo. Mentre camminavamo si potevano ammirare dei murales bellissimi e ben tenuti dai colori vividi. Molti dei palazzi erano diventati gallerie d’arte e questo ci faceva intuire il tipo di persone che vi abitavano. Era bello passeggiare per le sue stradine, dove di potevano vedere ancora le donne che compravano la frutta dai venditori ambulanti. Alcuni locali pubblicizzavano il mercatino della domenica che si teneva proprio li e allora decidemmo di tornarci assolutamente. Ormai camminavamo senza meta e ci imbattemmo in una chiesetta molto carina tutta bianca. Era la Nostra Signora del Pilar. Entrando andammo verso la sacrestia da dove si accedeva alla mostra permanente di oggetti sacri d’epoca. Erano bellissimi e vasta dagli ostensori in argento cesellato ai paramenti sacri antichissimi, per poi finire con la sezione di statue dei santi. Fu molto interessante perché potemmo vedere le differenze tra le varie rappresentazioni italiane e sud americane. Uscendo ci dirigemmo verso il quartiere di Recoleta. Sulla strada rimando in ambito spirituale, trovammo un cimitero dove stavano entrando anche dei turisti e cos’ incuriositi entrammo anche noi. A me è sempre piaciuto passeggiare per i cimiteri antichi, perché si può ammirare l’architettura funeraria di altre epoche. Sempre con massimo rispetto girovagavamo per le cappelle, infatti invece delle tombe a terra vi erano molte casette con bellissime sculture che sovrastavano le entrate, in genere angeli e madonne oppure si potevano ammirare delle vetrate bellissime che incrociando i raggi del sole davano sfoggio dei loro colori. Dopo un po’ andammo via. Stanchi andammo a pranzo ma subito dopo ricominciammo la scoperta della città. Il quartiere dove eravamo aveva dei viali alberati molto grandi e belli ed era un piacere passeggiare. Anche se appena pranzato ci venne voglia di un dolce e trovammo una pasticceria piene di pasticcini uno più invitante dell’altro. Prendemmo dei croissant al burro buonissimi e croccanti che si scioglievano in bocca. Per tutta la pasticceria c’era un profumo invitante e non potemmo non prendere altri dolci. A malincuore andammo via. Bellissimi negozi ci fecero dimenticare i dolci. Il sole stava tramontando e ci fermammo davanti ad un palazzo dall’architettura strana, entrammo nella hall e scoprimmo che si poteva salire fino all’ultimo piano. Prendemmo l’ascensore e iniziammo a salire fino al piano panoramico. La vista era spettacolare, si poteva vedere tutta la città a 360°. Il tetto era in vetro, ma non per osservare il cielo ma bensì per illuminarlo perché la torre del palazzo era molto alta e fecero diventare la cupola un faro. Scendendo in strada potemmo osservare meglio il palazzo dall’esterno e notammo che aveva uno stile molto particolare con i balconi dalle linee morbide ed anche la torre era bombata compresa la punta. Il palazzo scoprimmo che si chiamava Barolo come il noto vino italiano. Quella sera andammo a cena in un locale tipico dove mangiammo della carne cotta sul BBQ tenerissima e di altissima qualità, ormai eravamo degli intenditori. Essendo un po’ brilli decidemmo di tornare in hotel. L’indomani era già l’ultimo giorno ed era domenica così uscimmo presto per andare al mercato. Già al mattino presto era pieno di gente. Principalmente era composto da bancarelle che vendevano oggetti antichi e infatti comprammo molti oggettini d’epoca. Io comprai dei gioielli d’epoca bellissimi, ma tutti i banchetti avevano oggetti stupendi e comprammo un po’ da tutti. Andammo via presto perché  volevamo andare a vedere una partita dello sport nazionale, il Polo. Trovammo due biglietti per miracolo, perché era tutto esaurito. Lo stadio si chiamava Catedral de Palermo e c’era tantissima gente, addirittura famiglie intere. Quella partita faceva parte della lega più importante, ci spiegarono, ecco perché c’era tanta gente. Verso le due del pomeriggio entrarono le squadre a piedi e si salutarono. I giocatori erano bellissimi con quelle divise così eleganti e sportive allo stesso tempo e la gente li adorava come degli idoli. Dopo i convenevoli andarono a prendere i veri protagonisti della partita: i cavalli. Erano degli animali veramente regali, dal manto lucido e muscoli scattanti. Sinceramente non capimmo nulla del gioco, ma apprezzammo gli inseguimenti ad alto tasso di adrenalina per prendere possesso della palla dopo essere uscita dalla mischia creatasi prima. Io avevo timore che si potessero toccare con le mazze ma sia il cavallo che il cavaliere sapevano perfettamente cosa fare.  Alla fine della partita la squadra vincente passò davanti agli spalti per salutare la folla. Fu un’esperienza emozionante che non potevamo perderci.

La sera prenotammo al ristorante con tango e questa volta provammo a ballare anche noi. Il mio accompagnatore mi stringeva con virilità e forza e mi faceva fare dei volteggi che non credevo avrei fatto mai. Avevo la musica nel cuore e nell’anima e mi buttai d’istinto nel ballo. Spero solo di non aver fatto brutta figura, ma dagli applausi che ci fecero credo di no. Volevo che il tempo si fermasse il quel momento così da non finire quei momenti magici. Invece la serata finì e dovemmo  tornare al nostro hotel col dolore nel cuore perché l’indomani saremmo tornati a casa e finiva il viaggio più bello della nostra vita. Abbiamo conosciuto persone fantastiche che ci aprirono le porte delle loro case e dei loro cuori. Scoprimmo posti di cui non sapevamo l’esistenza e visto animali rarissimi e fantastici ma tutto questo rimarrà per sempre nella nostra memoria e nei nostri cuori. Fu il viaggio della nostra vita e sono felice di averlo fatto con il migliore compagno di viaggio: mio marito.

Chiara Sabella

 

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