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Guardavo quel mare che mi pareva familiare, senza conoscerne il motivo.

Era ormai novembre inoltrato ma il sole del primo pomeriggio riscaldava l’aria e illuminava i colori.

Le onde alternavano la loro forza scontrandosi sulla battigia, alcune quiete, dolci, altre irruente si infrangevano schizzando schiuma all’intorno. L’odore salmastro mi impregnava le narici e lo sguardo non poteva distogliersi dalla profondità del colore del mare, un celeste vetrato che sembrava poter rapire, come il suono di un flauto magico ingannare con la propria melodia per portare fino all’opposta sponda di terra.

Da lontano, improvviso, un suono di campane sembrava invitare alla preghiera del tramonto.

I gabbiani, cantando, tracciavano dipinti nel cielo, rincorrendosi l’un l’altro per poi proseguire soli nel loro volo.

Mi incamminai, dirigendo i passi alla successiva tappa del viaggio, quella che forse avrebbe chiarito ogni cosa.  

La strada costeggiava il bosco, l’aria profumava di pioggia e alberi bagnati. Percorsi a piedi i tre kilometri che mi separavano dalla piccola spiaggia, un lembo di terra semi nascosto dalla frastagliatura della costa, nei pressi della ben più nota Valparaiso.

Raggiunsi la cabana, non c’era nessuno. Sapevo che alcuni amici dovevano farvi sosta, ma evidentemente i nostri tempi divergevano. Entrai e appoggiai la borsa sul piano in legno a destra della hamaca. Avrei passato lì la notte. Le ombre del tramonto giunsero veloci  e con il buio il vento si alzò, le lievi note iniziali si alzarono velocemente nel pentagramma e per tutta la notte la sua voce dominò. Qualche scossa di tanto in tanto interrompeva il procedere del ritmo e allertava i sensi. Sentii una civetta posarsi sul tetto in legno della cabana.

Ero in balia del canto della natura, essere sola in mezzo a sì tanta forza mi rendeva inquieta, non c’era niente a distrarmi o rincuorarmi, la sentivo nella pienezza del suo essere.

L’hamaca era comoda, vero, non per nulla gli indios la usano per dormire. Avevo imparato da loro, girandosi in diagonale tutto il corpo si mantiene orizzontale. Inoltre ci si può dondolare a piacimento, il che è una gradevole opzione. Nei villaggi le donne sono esperte nel tessere hamache, comode e dai colori allegri, niente a che vedere con quelle commerciali. Per fortuna non tutto si può riprodurre.

Mi alzai presto,  ero assonnata ma vinse il desiderio di affacciare lo sguardo al mare. Il sole stava spuntando dalla linea piatta dell’orizzonte, gli uccelli cantavano e l’aria era frizzante. Avevo sulle spalle una sciarpa in pesante cotone chiapaneco che porto sempre con me. Mi sedetti al limitare del bagnoasciuga, strofinavo i piedi scalzi sulla sabbia e il piacere che ne provavo mi raggiungeva fino alle palpebre, che si abbassavo, seguendo il movimento dei piedi nella sabbia.

I colori si accendevano di minuto in minuto, dai toni più intimi e raccolti si passava all’apertura verso la giornata e la vita, piena gioventù che si affacciava e si accingeva a dominare nel cielo.

Scorsi una coppia al limitare della spiaggia, verso destra, in direzione del paese. Erano accoccolati uno all’altra. Sentii una stilettata allo stomaco, lo sapevo, la ferita c’era e in quel momento dei punti avevano ceduto, qualche fiotto di sangue stava uscendo, il dolore era fisico. Cotanta bellezza parlava e la mancanza della metà con cui dividere e amplificare le emozioni era un callo che non si cicatrizzava. Ci eravamo persi e non riuscivamo a ritrovarci.

Un’altra attesa per un altro imbarco, il viaggio e la ricerca continuavano, chissà forse ci stavamo incrociando senza saperlo, magari in volo, su aerei diversi, o nello stesso aeroporto, verso distinti gate.

Ore di volo e cibo scadente. L’abitacolo era ormai impregnato dell’odore dei pasti preconfezionati e del sudore dei passeggeri. Scesi le scalette dell’aereo per risalire su quelle di un piccolo velivolo ad elica e infine sbarcai a Tonga.

Era lussureggiante e accogliente, già una prima occhiata dalle vetrate dell’aeroporto mi accoglieva con queste promesse, che avrebbe mantenuto. Mi sistemai in un piccolo albergo caratteristico dai colori pastello e la vista sulla meravigliosa spiaggia. Uccelli di varie forme e dimensioni mi tenevano compagnia nel corso della giornata, quei punti di sutura traballanti della ferita ogni tanto producevano morse di dolore e ci voleva qualche secondo per chiamare a rapporto determinazione e forza, ricacciando le lacrime capricciose pronte a sommergere le guance e così difficili da arginare, una volta spuntate.

La mattina seguente una signora dalla pelle screziata d’oro mi portò un vassoio con pane dolce appena sfornato e una bevanda gradevolissima, simile al mate argentino, anch’essa rinvigorente mi spiegò. Mi emozionava scoprire differenze nelle similitudini da un posto all’altro del pianeta.

Dopo colazione mi diressi verso l’arco montuoso, accompagnata dal fratello della signora che mi avrebbe fatto da guida aprendomi lo sguardo a foreste lussureggianti e laghi eterni. Scorrendo quelle immagini potevo percepire tutte le emozioni umane e nel contempo ogni nostro desiderio, propensione, istinto. I rami floridi che mi chiamavano come per cingermi erano braccia, le intense gradazioni della foglie e dei tronchi erano il richiamo verso l’appartenenza, la simbiosi, sia con il circostante che con la persona amata, in un atto di totale fusione. La saggezza e l’immobilità delle acque del lago parlava invece dei sentieri già percorsi, delle vite passate, di quanto abbiamo imparato e non dobbiamo scordare di mettere in pratica, annebbiati o confusi dalla paura.

Procedevo senza la consapevolezza di muovere corpo e arti, ero addentrata in una dimensione che mi alleggeriva, sentivo di fluire in sintonia con l’energia della natura. Mi stavo rafforzando, stavo eliminando le tossine dei timori e delle ansie per abbracciare la dimensione che senza nulla domandare ci porta a percorrere i passi del nostro sentiero, per raggiungere le persone e i luoghi che già avevamo scelto, prima di nascere.

Stavo nutrendo l’istino e con esso la capacità di sentire e vedere. Sapevo che lui non era lì, quella tappa era per la mia evoluzione, non era quella per il nostro incontro.

Da tempo ormai mi capitava di chiedermi se ci saremmo incontrati, gli anni passavano e noi non eravamo ancora stati in grado di farlo. Ricacciai veloce il pensiero, non volevo dar spazio a negatività. Senza aver fatto tutto quanto nelle mie possibilità non potevo recriminare nulla. Magari sbagliavo e senza accorgermi ricadevo nello stesso errore, oppure lui sbagliava, non sapeva riconoscermi. Dovevo battermi senza risparmiarmi e nel contempo accettare che sarebbe stato ciò che doveva essere, nulla di diverso. Se avessimo fallito avremmo dovuto continuare la ricerca nella prossima vita. Ributtai lontano il pensiero, con forza, immaginando di legarlo a una pesante pietra lavica e di scagliarla con forza.

Le mie cose erano di nuovo sistemate nella borsa, chiusa sul letto.

E’ vero, bisogna viaggiare leggeri, ciò che veramente conta affinché di viaggio si tratti e non di spostamento, è in noi. Fatti salvi gli imperativi del termometro, infatti, appena mi trovai a Tokio dovetti comprare qualcosa di pesante, la temperatura era decisamente più bassa. Risucchiata dal piacere dell’acquisto, che non mancai di unire alla voluttà del gusto personale, mi attrezzai anche di spazzolino elettrico e qualche maglietta morbida e colorata da indossare sotto allo strato più pesante.

Seduta nella mia poltrona attendevo di raggiungere la zona ai piedi del vulcano Fuji. Non mi affacciavo al finestrino, qualcosa mi spingeva a rimandare. Come il parossismo di un’emozione troppo a lunga trattenuta, si cerca di controllarla fino alla fine, sapendo che l’attimo successivo sarebbe stato del solo suo dominio. Quando non potei più rimandare e volsi lo sguardo al di là del vetro fui catapultata nel mezzo di quella distesa, tanto da vedere la mia immagine nell’atto di unirmi alla terra che mi chiamava. Ero estraniata da qualsiasi altra cosa, un caldo  magmatico cresceva e dilagava nelle mie viscere partendo dal ventre, mentre nella testa un fascio di energia ballava vorticosamente rendendomi percettiva e viva, più che mai viva. Mi accorsi che da sempre sapevo che quello era il luogo al quale appartenevo, lo avevo giù vissuto e lo stavo riconoscendo. 

Camminavo per il paese assorbendo, ripristinando il contatto con ciò che già era appartenuto alla mia storia e alle mie emozioni. Era forte, bello, totale.

Nei giorni seguenti scalai la montagna fino al cratere sommitale, nutrendomi dell’energia che dalla camera magmatica direttamente comunicava con i battiti del mio cuore, respirando le fragranze dell’aria e toccando quella terra con mani bramose di stabilire contatto e comunicazione.

Ogni scorcio rivelava una magia diversa, io avevo la parola magica per entrare in ognuno di quei misteri, semplicemente abbandonavo le tensioni e mi ponevo in ascolto. I colori dei miei capelli e dei miei occhi erano gli stessi delle foglie di quegli alberi. Anche io ero stata figlia di quel luogo.

Un giorno, mentre ero seduta nei pressi di un monastero, lasciando che i pensieri scorressero seguendo il fruscio dell’acqua di un torrente, mi colse la sensazione che lui fosse nelle vicinanze. Cercai con lo sguardo e vidi un gruppo di tre uomini che a cavallo percorrevano il sentiero attiguo al bosco. Mi alzai e guardando oltre la loro immagine in movimento cercai di inviargli un richiamo con la mente. Il gruppo si allontanò.

Ormai pensavo che fosse questione di poco tempo e pochi puzzle da aggiungere al mosaico ma i giorni passavano e nel mio petto la gioia per la terra ritrovata si scontrava con lo sconforto della sua mancanza, creando un pugno d’acciaio che si rigirava nella carne.

Mi appellai alla forza dell’equilibrio, organizzai le mie giornate con impegni e interessi, decisi insomma di continuare a vivere. Iniziai un’attività di tessitura di tappeti, era un’arte che da sempre amavo, decisi di buttarmici anima e corpo, attraverso l’intreccio dei tessuti e la loro lavorazione avrei imparato qualcosa che ancora mancava alla mia conoscenza.

Il  grande impegno e l’amore per la terra mi tenevano compagnia. In alcuni momenti avvertivo la malinconica sensazione che l’unica compagna fosse l’ombra che mi portavo addosso. Il fuoco del mio corpo si spegneva mano a mano, mancando legna per farlo ardere, solo ogni tanto qualche lapillo si incendiava al cospetto del grande magma del vulcano. Anche il cuore poteva nutrirsi solo attraverso la natura.

Così passarono gli anni, anni in cui imparai l’arte della tessitura e i suoi segreti, affinai la capacità di ascoltare la natura e soprattutto mi resi pietra incorruttibile, capace di resistere alle intemperie e di proseguire a qualsiasi costo, abbeverando la mia sete con la rugiada dell’alba e confidando nella bellezza della vita, ad ogni costo.

Una notte fui svegliata da uno scalpitio di cavalli al galoppo. Incuriosita decisi di seguirli. Veloce raggiunsi la stalla e saltai in sella. Dovetti cavalcare vario tempo, nel bosco illuminato dalla luna piena. Quando pensai di averli persi mi avvidi che le acque del lago riflettevano delle ombre. A piedi e di soppiatto mi avvicinai al luogo e li vidi recitare una formula magica innanzi alla quale una pietra si spostò rivelando l’accesso a una caverna.

Con circospezione mi addentrai.

Un rumore mi scosse,  uno sguardo penetrò la barriera del corpo e mi guardò nell’anima.

Fu un istante e il cerchio abbracciò se stesso.

 

Non domandarti dove porta la tua strada seguila e cammina.

Giada Montaruli

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