Racconti di Viaggio
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Il gusto di andarsene via
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Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese, La luna e i falò

 

Quello che non era mai successo, è questa solitudine cristallina, senza mitigazioni di sorta. Quello che so è che mio padre, o mia madre, o qualsiasi dei miei amici più cari sono privi di mie notizie da almeno un mese a questa parte. Inghiottito dalla foresta, come le stagioni si inghiottono tra loro. Quello che sento con un cielo così denso, che capitombola sulla cima degli alberi e del mondo, con questo falò grande ed alto, alto che prova a raggiungere il cielo e scioglierne un po’, con quelle lingue che si alzano e sopravvivono per quanto riescono, poi di colpo muoiono e pare una magia (dove sono finite?), con questa nudità sulla pelle che non avevo mai provato e che è la cosa più naturale e umana, quello che sento, dicevo, è che se anche un dio esiste nemmeno lui può sapere dove sono.

Sono appena fuori dal cerchio di luce gettato sulla terra da quel grande falò e di qui, vedo benissimo ogni cosa. Scrivo quello che scrivo e mi diverto perché in una frase posso suggellare una verità, e un’altra verità. C’è un confine, una linea incerta, tra la notte e ciò che della notte il fuoco riesce a scalfire. Sono sul confine, dalla parte che il fuoco non ha saputo toccare. Immobile, vedo uomini e donne e bambini guaranies intenti in movenze e rituali che mi stanno venendo famigliari, che posseggono i tratti del rituale religioso e della festa, per quanto mi è riuscito di capire. C’è ancora un poco di questo sangue, sangue guaranies, dimenticato nel mezzo di queste foreste e se qui senti un alito di vento frusciare, forse è uno di loro che è passato veloce o se senti dei suoni giocare nel buio, come schiocchi o grandi ritmi primordiali che paiono salire dal cuore pulsante e caldo della terra, forse sono loro! Dei guaranies, di cui so in base a quello che mi riesce di capire, so ancora che i pochi che sono rimastisi sfaldano e variegano in più e più tribù, la maggior parte delle quali hanno scelto di fermarsi e coltivare, ma altre resistono nella loro vita nomade, nei lacci di terra in cui il mondo li ha rinchiusi.

Il giorno in cui incontrai questo ristretto gruppo fu qualche cosa di eccezionale e impareggiabile per quantità, densità e varietà di emozioni. Il modo in cui accadde che rimasi solo, fu il più umano di tutti: un errore. Ero in Argentina da appena cinque giorni, giravamo con un piccolo e confortevole pullman, ma avevamo già perso quella dedizione che ogni comitiva ha i primi giorni, che li porta a contarsi e ricontarsi ad ogni partenza, fiduciosi che così pochi, ci sarebbero bastate le nostre facce, i nostri sguardi, a dirci: ci siamo tutti, possiamo partire. Così ci fermammo, in punto qualsiasi di quella strada secondaria, in quella provincia secondaria che è Misiones, abbracciata da ambo i lati dalla foresta. Scendemmo, per lo più uomini, a cambiare un po’ l’aria nelle narici, fumare una sigaretta o pisciare. Il pullman partì, ed io rimasi lì. Ebbi un gran daffare a sbracciarmi e urlare e correre, ma non servì a nulla, gli occhi dell’autista scelsero di non toccare lo specchietto. La prima di tutte le emozioni fu paura, una paura gigantesca, un sentimento primordiale e accecante, irresistibile, che mi prendeva nel collo e pareva promettermi ad ogni istante che mi avrebbe ucciso, ma ogni istante ero ancora vivo. In tutti quanti quei chilometri, quella mattina, non avevamo incontrato che un’auto e un camion: quante probabilità avevo di incontrare qualcuno nelle prossime ore? Quanta fortuna sarebbe venuta ad assistermi?

Avrei potuto camminare indietro o avanti per quella strada, ma con tutte le energie che potevo impiegare, il mio cammino sarebbe risultato inutile: la notte, piena e sconosciuta, mi avrebbe colto sulla strada. Troppi chilometri, a nord come a sud, mi separavano dalla prima comunità umana. Come era stato sciocco da parte mia lasciare il cellulare sul sedile del pullman, come era maledetta la mia indole solitaria che mi aveva tenuto silenzioso per due ore, senza scambiare nemmeno una parola con un compagno di viaggio, con un paio di cuffie nelle orecchie e con gli occhi sul paesaggio, a cacciare suggestioni. Ora, nessuno si sarebbe voltato a cercarmi, là nell’ultima fila, quella dove alle medie si siedono i marmocchi più prepotenti e indisciplinati: mi avrebbero considerato lì, apatico e distratto.

Il colmo della paura, o forse un’emozione così esotica da non essere nemmeno catalogata nel nostro vocabolario, e quindi nemmeno esprimibile, venne di lì a poco. Un uomo: nudo, autorevole, con le gambe robuste piantate nell’asfalto stava muto, proprio a dieci metri da me. La sua carnagione era appena più marcata della mia, potevo riconoscere da qualche cosa che non saprei dire, forse un certo talento e istinto umano, che quell’uomo, ben saldo in se stesso, aveva gli stessi miei vent’anni: la sua pelle, indossava però già molta più vita di quanta non ne indossi la mia, o quella di qualsiasi altro ventenne di mia conoscenza. Due macchie rosse (era il rosso di qualche terra? Era il rosso di qualche frutto?) gli rigavano il volto e di lì a poco, dopo avermi osservato senza fretta, iniziò a parlare lento e misurato. Capii, per quel poco che sapevo e che so di spagnolo, che il suo vocabolario era ristretto quanto o forse più del mio, che la sua sintassi era sgraziata come quella di ogni principiante. Eppure, capii. Disse qualche cosa che può essere riassunto e sistemato a questa maniera: “Abbiamo visto” e quando utilizzò il plurale, sconcertato, mi scrutai intorno, “che ti hanno dimenticato. Il primo villaggio è molto distante, ma possiamo accompagnarti, se ci vuoi seguire. Sappi però che non cammineremo mai sulla strada, se non per attraversarla, come per tua fortuna, sei un uomo molto fortunato!, stavamo facendo ora”.

Io non risposi nulla. Quelle parole aumentarono l’oceano che avevo dentro, ma al tempo stesso mi servirono di una scialuppa più robusta. Mi intimorirono, fecero il mare più grosso, perché seguirli, potevano essere cannibali o che altro, e attraverso la foresta… insomma, mi potrete capire. Eppure, al di là del loro significato, quelle parole, il suono di esse, il poterle capire, mi diedero qualche cosa che assomigliava al miraggio, se non della mia casa, almeno di qualche cosa di famigliare. Non era la mia lingua che parlavamo, né la sua lingua, ma poterci capire, noi, cresciuti in luoghi e modi così distanti: io in una cittadina, con tutto ciò che comporta, lui nella foresta; lui nella nudità, io nel pudore e via di questo passo… potevamo capirci! Il mio silenzio, nella convenzione che anche domina qui o forse per caso, fu preso per assenso. Vidi donne e uomini e bambini in numero di quattordici uscire dalla foresta, attraversare la strada, rientrare nella foresta: io, dietro a loro.

Ora sono qui e qui voglio restare per ancora qualche tempo. Siamo passati accanto a villaggi e piccole cittadine, ma ho scelto di stare con loro, vivere ancora un poco, come loro, di cacciagione e miele. Probabilmente in Italia si saranno mossi per cercarmi, certamente mio padre avrà mobilitato tutte le sue conoscenze e le sue conoscenze le ambasciate e i giornali, il mio volto sarà passato più e più volte nelle televisioni, il mio nome sarà un caso nazionale al pari di altri mille, impersonale e distante come ogni piccola storia trasmessa dalla tivvù. Le persone in Italia conoscono il mio caso, certamente, chissà che non ci abbiano fatto programmi interamente dedicati, affollati di opinionisti e arrivisti di ogni razza. In questa notte profonda e profondamente umana è uno schianto terribile pensare a cose come la tivvù, gli opinionisti, le cravatte e le parole. Così, sposto il mio pensiero a quello che di più profondo c’è nella mia terra ed è un che di commovente: penso all’autunno, alla luce bianca che dilata il tempo nelle langhe, ai pomeriggi di aria fresca e pungente e alle narici stracolme del profumo di terra bagnata e dissodata e foglie cadute e castagne e vino. Penso al mio soffitto (questi uomini nomadi con cui ora vivo sapranno cos’è un soffitto intonacato?), consigliere inestimabile della mia adolescenza (chissà cosa diavolo passa, nei soffitti degli adolescenti) penso ai miei crucci, alle mie letture ed ai miei sogni, penso alle uniche due ragazze delle quali solo mi sono innamorato: della prima mi innamorai per il sorriso, della seconda per il suo modo di fuggire con lo sguardo… Ho la mia terra negli occhi, quel falò e questa gente bellissima ora è solo intermediaria dei miei sogni. Come è bello avere una terra negli occhi, col cuore che si fa più grande e pulsante e spinge una lacrima fuori a dire al mondo che mondo hai tu dentro. Penso grazie al cielo, questo cielo così denso, mi sono perso, e così lontano! Solo con questa distanza, solo con questa solitudine, avrei potuto sentire così forte la mia vita, così prepotente la sua bellezza, che mi esplode nel petto: è la solitudine più bella della mia vita.

Ora col pensiero cammino e vago nei miei giorni, quelli che verranno. Mi dico continuerò a camminare, conoscerò gli aborigeni che popolano il cuore deserto immobile e caldissimo dell’Australia, che stanno in piedi su un piede soltanto, la pianta dell’altro piede si riposa poggiata al polpaccio, così da essere pronta a dare il cambio quando l’altro è bruciacchiato a sufficienza. Conoscerò forse il mare cristallino dell’Oceania, lo vedrò da zattere costruite da mani che si tramandano il segreto da millenni. Mi dico continuerò a camminare, il monte Fuji e i monaci quieti e saggi e belli come gli alberi più vecchi del mondo, o forse un contadino, e il tramonto sulle risaie della Cina, o forse un risciò che corre veloce nel traffico sconnesso, popolato di vetture e vacche, di Nuova Delhi… deve assomigliare così tanto al corpo di un adolescente, quella città dell’India, a metà tra la magia del più piccolo dei suoi villaggi e l’industrializzazione massiccia che la assale… E mentre penso tutto questo, è già viaggio! Qui, mentre guardo quei bambini, quelle donne e quegli uomini in quel cono di luce, che mi pare l’unico cono di luce possibile in tutto il pianeta, mentre esso dorme, io, nascosto nell’ombra, vedo il mondo molto più chiaro che mai.     

Filippo Godano

 

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