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Le mie mani sono sporche di fango, sembrano due radici nodose appena estirpate dalla terra. Mi trascino lungo l’ultimo tratto di salita, poi mi accascio per terra vicino all’uscio di casa; anche per oggi è finita. Mi aspetta la solita minestra di verdure: sono sane e nutrienti, ma qualcosa dentro di me implora per addentare carne palpitante. Sbuffando accendo a fatica il fuoco con delle sterpaglie e mi ci riscaldo, assaporo come posso quel tepore che mi inonda di brividi caldi, scacciando tutta l’umidità della giornata. Per quanto ci pensi, non riesco a ricordare un periodo precedente a questo, è come se il tempo per me fosse ciclico, ogni giorno è uguale, a parte piccole variazioni climatiche.

Infatti quello che mi dà pensiero è l’indomani: dicono farà brutto tempo. Mi spingo verso il buco nel muro per osservare il cielo. La distesa delle risaie è oscurata a chiazze da enormi nuvoloni neri che non presagiscono nulla di buono.

All’improvviso un fulmine o qualcosa di simile cade davanti l’ingresso e la sua elettricità arriva fino a me; al mio panico si aggiungono decine di piccoli movimenti involontari causati dalla mia vicinanza col punto colpito. Il mio intero corpo è squassato da pulsazioni nervose, finché non mi distendo completamente privo di forze per terra, aspettando chissà cosa. Ogni singola particella che cozza contro il suolo sassoso mi sospinge verso l’alto, dandomi l’impressione di fluttuare leggermente.

Ma non è un’impressione! Due rapide occhiate e mi accorgo che sono sospeso al suolo di almeno cinque centimetri. Passa un altro istante e mi trovo a sorvolare le vaste colline. Scorgo le montagnole vicine, sembrano poco più che gobbe nel terreno da quest’altezza. E i tetti delle case di Longsheng sono delle gigantesche blatte. Poi una folata di vento mi fa precipitare ad una velocità inverosimile verso la terra. Il verde sembra sempre più verde e più vicino; urlo fino a perdere la voce e i sensi.

 

Le mie mandibole fanno a pezzi senza riguardi un pezzo di pollo a la brasa. Certe volte penso che dovrei mangiare meno, tutta questa carne è poco salutare e dicono faccia male al cuore. Il prossimo gruppo di turisti sta arrivando, indosso qualche cianfrusaglia pseudo-rituale e mi avvio lungo le scalinate di pietra, ormai ridotte a raggruppamenti di sassi. Pensare che un tempo i miei antenati regnassero su queste terre è umiliante, così tanto che ormai ho smesso di farci considerazioni sopra, per quanto possibile. Il gruppo sembra gradire la mia improvvisa apparizione, i flash mi immortalano mentre con la mano raccolgo gli omaggi monetari: questa volta è andata bene. Ritorno sui miei passi per la strada polverosa, ma al mio ritorno qualcosa è cambiato: un profondo cratere mi sbarra il percorso. Sembra impossibile che si sia formato dal nulla, mi guardo intorno e vedo le solite rovine, maestose e immobili. Mi avvicino cautamente al buco cercando di capire da qualche traccia nel terreno come abbia avuto origine, ma in un lampo ho un intuizione: in qualunque modo si sia formato, è appena successo, ed è anche possibile che la faglia si allarghi. Volto le spalle e comincio a correre, ma ogni falcata si infrange sul terreno come calpestassi fango, le mie gambe si muovono ad una lentezza esasperante, innaturale. Inorridisco quando mi rendo conto che sto indietreggiando, sto lentamente andando a finire nel cratere. Continuo a correre con tutte le energie, lotto disperatamente ma la forza trainante è implacabile ed aumenta la sua intensità finché non sono completamente assorbito all’interno della terra.

Intorno a me si disvela un paesaggio straordinario, è come osservare tutto dal rovescio, dal fondo concavo di uno specchio: le nuvole ci sono ma sono capovolte, e le antiche strutture in pietra sono sottosopra e creano un meraviglioso effetto antigravitazionale. La mia caduta però procede inesorabile, e dopo poco le immagini attorno a me si affollano così vorticosamente da farmi piombare nell’oscurità.

 

Oggi alle 17:15 devo finire l’articolo e consegnarlo firmato. La cosa che mi secca è che mi è toccato stamparlo e adesso mi sono perso, dal momento il navigatore continua a non dare segnali di vita. Forse Melbourne non è coperta dai satelliti; più probabilmente io sono l’unico che non sa ancora far funzionare a dovere il GPS. Scendo dalla macchina sbattendo la portiera e continuo a piedi, il posto dovrebbe essere nelle vicinanze. Le strade sono ampie e semideserte, c’è un’atmosfera molto rilassata nell’aria che però non riesce a calmarmi del tutto. Mi fermo ad una delle bancarelle di cibo e compro un panino per tenere a bada la fame e risolvere almeno i problemi fisici più imminenti. Dopo qualche passo mi accorgo di essere giunto a destinazione. Accedo al palazzo senza troppi problemi e prendo l’ascensore; sono da solo. L’ufficio è al settimo piano, l’ascensore procede lentamente, poi sobbalza e si ferma, la luce si spegne. Il pensiero della quantità limitata di ossigeno è il primo che mi attraversa la mente, e infatti comincio a respirare esageratamente rischiando di andare in iperventilazione ed aumentando la mia paura. Premo alla cieca tutti i pulsanti che trovo sul quadrante ma non succede niente, nemmeno un suono, un qualcosa che possa avvertire all’esterno. Non mi era mai successo di rimanere bloccato in un ascensore e non immaginavo che fosse una situazione così tremenda. Sento un rumore sottile, come se qualcosa strisciasse…e provo una leggera sensazione di vertigine. Realizzo che l’ascensore sta calando verso il basso, non troppo velocemente, ma da un momento all’altro potrei precipitare. Batto le porte come posso, tiro calci, faccio rumore e urlo, ma è inutile, sono completamente tagliato fuori dal mondo. Poi l’ascensore ricomincia a salire. Sono sorpreso da questo movimento e mi sbilancio cadendo a terra. La risalita continua, a ritmo crescente. Mi sento schiacciato contro la base, comincio a temere che sarò schizzato via mentre l’ascensore continuerà la sua ascesa. Il sangue mi va alla testa, mi raggomitolo tentando di proteggermi come posso…poi di colpo, il silenzio.

 

“Vi stavo aspettando”.

La voce proviene da un qualche indefinito punto in alto rispetto a me. Le tenebre cominciano a rischiararsi, sono sorpreso di vedere vicino a me altri due uomini. Li fisso intensamente, non capisco cosa vogliano da me. Anche loro ricambiano lo sguardo, e capisco dai loro occhi che sono terrorizzati. Nessuno osa muoversi, mi scruto intorno muovendo solo gli occhi: sono in una specie di giardino lussureggiante, ci sono palme ed altre piante tropicali e fiori mai visti, un guazzabuglio di profumi e colori che mi danno il mal di testa.

“Benvenuti”, continua la voce, “Vi stavo aspettando”.

L’uomo più vicino a me fa per parlare, ma gli si mozza il fiato dalla paura. Allora, dopo mille esitazioni e ripensamenti, prendo coraggio:

“Dove sei? Perché mi hai portato qui?”.

Nessuna risposta, un silenzio spettrale aleggia per quel giardino idilliaco. Dopo molti interminabili minuti, si sente di nuovo la voce.

“Ho riunito qui un cinese, un peruviano e un australiano”.

Perché sono stato nominato per ultimo? Cosa significa? Forse ho battuto la testa e sto sognando, non c’è nessuna altra spiegazione razionale: forse è una qualche proiezione del mio io, magari sono svenuto nell’ascensore e adesso sto immaginando questo eden per illudermi di essere all’aria aperta. Ma allora perché è così angosciante? E chi sono gli altri due? Prendo un grande respiro, poi cauto:

“Perché ci hai riuniti qui?”

La voce si prende un momento, poi risponde:

“Voglio che voi facciate qualcosa per me”.

“Cosa?”

“Una barzelletta”.

Pier Lorenzo Pisano

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