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Un viaggio cercando una Cina che domani non ci sarà più, attraverso un paesaggio inusuale, non convenzionale, contradditorio, emozionante. Questo è, in parte, ciò che ci ha spinti ad intraprendere questo viaggio, in compagnia di altre sei persone curiose, intelligenti, disponibili.
 
L’altro motivo è di fare una cosa che nell’altro viaggio non ho saputo fare: mangiare uno spiedino di bachi da seta! Questa volta ce la farò!
 
Arrivo a Kunming come al solito abbastanza provato dal viaggio e dall’idea di non poter dormire; ma la stanchezza passa subito, appena uscito dall’aeroporto. Questa volta non è come a Pechino, niente bandiere rosse ad accoglierci, ma fiori, che recitano “Welcome to Yunnan”. 
 
La guida che ci attende, Tina,  non parla italiano, ma in compenso ci canta una canzone. Il programma di viaggio cambia subito, andiamo verso il tempio Yuantongsi, dove ci raggiunge Paolo, la guida che ci accompagnerà per tutto il viaggio. Visitiamo il tempio; ritrovo forme, colori, simboli che avevo incontrato, con emozioni, dieci anni prima. Ma l’attenzione è tutta per la città; enorme, piena di gente (sette milioni!), sta muovendosi, cresce, un fiume di grattacieli, un fiume di moto e motorini elettrici, taxi con pubblicità di qualcosa che non capisci, gente ovunque, insegne pubblicitarie, luci e colori. La sera, diventa un luogo giusto per un nuovo Blade runner.
 
Il tentativo (inconsapevole) della guida di sviare l’attenzione passando per il mercato dei fiori (che di fiori ne ha pochi) non fa altro che mettere in evidenza le oramai rare tracce di un passato che non tornerà più; la stessa sensazione provata a Shangai! Questo è il presente, questa è la Cina oggi.
 
La mattina successiva, dopo un buon sonno, si visita la Foresta di pietra. Il tempo ci è favorevole; d’altronde, col tempo io ho un ottimo rapporto!
 
La foresta vale già il viaggio: emozionante! Il trasferimento non è lungo, un’ora e mezza; i visitatori sono molti, quasi tutti cinesi; ma gli spazi sono enormi, non ci si pesta i piedi. Si leggono tra le rocce le centinaia di milioni d’anni che hanno portato via il mare lasciandone le tracce.
 
Tralascio lo spettacolo serale, Dynamic Yunnan; un prodotto per turisti!
 
Alzataccia, alle 4, per volare a Dali. Kunming non si è fermata, taxi e auto continuano a sfrecciare per strade e sopraelevate illuminate di giallo, come fosse un giorno di festa. Ovunque netturbini e giardinieri, per curare gli spazi verdi, numerosi, che costeggiano le carreggiate!
 
Si arriva a Dali, costeggiando il grande lago Erhai, un panorama mozzafiato! Le persone sono cambiate, qui vivono i Bai, si notano tratti diversi. Si passa per il vecchio mercato, verdure, carni, polli che attendono di essere uccisi, polvere, sole, grida, vecchie con gerle più grandi di loro, carrozze, carretti, colori. Si cammina per la città vecchia, si comincia ad immergersi in una Cina antica, quella che si voleva incontrare. Sosta a comprare batik “autentici”; un affare, ma per chi? Ma siamo in vacanza, va bene anche questo!
 
Le tre pagode incorniciano le montagne e il cielo, mentre dal monastero ammiro il grande lago, una meravigliosa macchia azzurra. Si torna in città, dopo cena ci si abbandona per il viale della città vecchia che unisce le due porte, mescolandosi a turisti cinesi curiosi di noi, cercando di capire quale tè comperare .
 
La Cina “antica” la viviamo il giorno successivo, Passando per infinite risaie, saliamo fino al tempio “sospeso”; le scimmie ci attendono ai piedi della scalinata, poi entriamo in un altro tempo, saliamo verso il cielo e dentro la montagna. Ci attende il respiro calmo di un monastero stupendo.
 
Lasciamo questa realtà atemporale, e scendiamo a Shaxi, per vivere realmente quella Cina che già domani potrebbe non esserci più. L’albergo sorge in una zona di case basse, vecchie, di legno, sembrano scenari per film storici; nella piazza, su cui si affaccia un vecchio monastero, s’erge un albero di 350 anni! Dal ponte pluricentenario, che ha visto carovane di tè e di sete, alcuni ragazzi si tuffano sul torrente sottostante.
 
La mattina dopo, appena il tempo di vedere svolgersi un mercato lungo i marciapiedi della strada, con donne ornate dai colori locali esporre verdure e carni, che si riparte, salendo oltre i duemila. Dopo una breve sosta a Jianchuan, eccoci a Lijiang, abitata dalla minoranza Naxi.
 
La città di apre in una grande vallata, chiusa in fondo da un’imponente montagna che supera i 4mila, la cui cima è perennemente, pudicamente nascosta da una nuvola.
 
Lijiang è una città a molte facce; la parte spirituale si svolge attorno allo stagno del Drago Nero (totalmente asciutto), su cui si affaccia un monastero molto frequentato; un monaco mi requisisce per una preghiera a non so bene chi, alla modica cifra di 100 yuan. La parte storica la si vive visitando palazzo Mufu, una sorta di “città proibita” in dimensioni ridotte, ma di bellezza unica. La sera, la città vecchia diventa ostaggio di una marea di ragazzi e ragazze, provenienti da chissà dove, pieni di voglia di divertirsi, cantare, ballare.
 
Tra i numerosissimi negozi di ogni genere che costeggiano la via che attraversa la vecchia città, finalmente do sfogo alle mie turpi voglie: assaggio uno spiedino di bachi da seta, immortalato dalle fotografie di Paola!
 
 
 
Lijiang ci offre, inoltre, una fotografia che sembra essere sparita dal resto della Cina, rispetto a dieci anni prima: una imponente statua di Mao!
 
Si riparte, verso Shangri La (perché nel programma viene indicato Zhongdian, nome che non esiste più da anni?). Per un po’ il nostro viaggio si accompagna al Fiume azzurro, per l’occasione giallo-marrone, per via delle numerose piogge. Sosta impegnativa per ammirare il “salto della tigre”, con il fiume che si impenna in una strettissima gola, sotto gli occhi di centinaia di turisti, affaticati dalla camminata lungo il costone della montagna. E per chi si stanca troppo, ecco pronti degli autentici risciò!
 
L’arrivo in Tibet non è, al primo momento, entusiasmante. Sarà la stanchezza del viaggio (si viaggia per ore), sarà il tempo, coperto, nuvoloso, sarà per le numerose costruzioni che si stanno erigendo, ma la cosa che al momento mi attrae di più è l’altopiano, circondato ovunque da montagne. Shangri La non sembra avere, al momento, nulla di quel misticismo da cui è nata. Inoltre, piove, quando arriviamo, e quindi lasciamo perdere il giro per la città vecchia, a due passi dall’albergo.
 
Per fortuna, questo è stato l’unico momento di pioggia. Il giorno successivo, infatti, ci attende una meravigliosa escursione lungo il parco nazionale di Bitahai, sulle sponde del lago, tra abeti plurisecolari e rododendri, licheni, yak, scoiattoli e cavalli. Un punto di passaggio non di secoli, ma di ere! Saliamo fino circa a 3900 metri, alla fine si sente! Ma sembra tutto così particolare, anzi, è così unico!
 
Tornando a Shangri La, viviamo l’esperienza unica della visita al monastero Songzanlin; altro motivo sufficiente per giustificare il viaggio l’intero viaggio! Emozionante vedere i monaci preparare un mandala!
 
L’esperienza di un ristorante (beh, definirlo ristorante…) italiano conclude la nostra breve ma intensa visita nel Tibet. (Per inciso, la pasta asciutta propostaci da Marco era veramente buona!)
 
L’aereo ci riporta a Kunming, dove ritrovo una città già diversa da quella che avevo lasciato. Ora non è più il presente che si fa sentire, ma il futuro. Dall’alto del ristorante dove facciamo colazione, l’ultima mattina, vedo che i grattacieli stanno invadendo tutto il territorio, incombendo sulle numerose e grigie abitazioni degli anni sessanta, queste ultime consapevoli di avere ancora poco da vivere. L’orizzonte rivela i numerosi cantieri che già domani vedranno crescere nuovi palazzi, nuove luci, nuove prospettive. I due grattacieli grigi metallo che sorgono sul lato della Pechino Road, di fronte all‘albergo, sono il futuro.
 
Per fortuna, sotto di loro, su una stradina laterale, stretta, vive ancora, più animato che mai, un mercato in cui verdure, dolci, carni, pesci, si mescolano tra di loro, per strada, con banchi e con gente seduta per terra, unendo odori ai suoni e ai colori.
 
E camminiamo in mezzo a questa gente, che ci sorride.
 
Quale Cina troveremo, la prossima volta?
 
Flavio Seno
 
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