Racconti di Viaggio
700 giorni in Australia
Abbiamo davvero viaggiato?
Alla ricerca di me
Attraverso il mondo
Be here now
Bus…cando Sudamerica
Dal presente al futuro
Di passaggio
Domande
Eat, Surf, Skate and Shoot
Emozioni dal mondo
Il giradino dei viaggi sussurrati
Il giro del mappamondo
Il giro delle grandi emozioni
Il gusto di andarsene via
Il mare... la perfezione
Il richiamo
Il viaggio di Elena, Dario e Antonella
Il viaggio dei sogni
Il viaggio della vita
Il viaggio di Chiara
Il viaggio di Claudio
Il viaggio di Cristina
Il viaggio di Francesco
Il viaggio di Karin
Il viaggio di Lucia
Il viaggio di Marco
Il viaggio di Marta
Il viaggio di Nina
Il viaggio di Paola
Il viaggio di Paolo
Il viaggio di Simona
Il viaggio di Veronica
In viaggio alla scoperta di me stessa
In viaggio con papà
Poster della Nuova Caledonia
Il viaggio di Max e Leonida
La bambina che sapeva sorridere
La collezionista
La necessità del viaggio
La valigia invisibile
L'andata è il ritorno
Le emozioni che regala il mondo
Le porte verso il mondo
Le tre perle
L'eden
Let's go!
L'oca indiana
L'odore della terra
Luci del nord
Mal d'Asia
Metamorfosi
Pablo in viaggio
Partipartiparti
Questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
Ricordi per i nipoti
Rosemary
Sai cosa c’è oltre l’Europa? Un mondo. Scopriamolo!
Sempre blu
Smuovere il moai
Sogni ancestrali
Spirito d'australia
Tra le Ande e l’oceano
3 sogni per un viaggio intorno al mondo
Uccelli migratori volano a sud
Un viaggio alla scoperta dello spirito
Un viaggio dentro al cuore
Un viaggio di Liz
Un viaggio intorno al mondo
Un viaggio lungo un sogno…
Una sfida a colpi di moleskine
Viaggiare è vivere
Viaggio in india di un aspirante principe
Viaggio intorno al mondo
Viaggio senza ritorno
Viaggio. Con la mente viaggio
Il viaggio di Simona e Mauro
Il viaggio di Roberta e Marco
Il viaggio della Famiglia Manodritto
Il viaggio di Federica e Andrea
Il viaggio di Erica e Omar
Il viaggio di Vanessa e Stefano
Tracks, attraverso il deserto
Enjoy The Silence
Attraverso il mondo
Panes Content Table

Ci siamo, il  grande giorno è arrivato. Controllo  e ricontrollo mentalmente la lista delle cose importanti  che mi accompagneranno, quelle di cui non potrei  proprio fare a meno, sperando di non aver dimenticato nulla.

Il mio compagno di spalla, conosciuto comunemente anche come zaino è pieno zeppo. Vediamo un po’, la curiosità c’è, l’ho messa nella tasca laterale così da poterla tirare fuori al volo una volta arrivata;  lo stupore e la gioia sono assieme all’intimità, la voglia di scoperta fa da segnalibro alla guida tascabile, nonché itinerario. Il coraggio riveste lo zaino e gli fa da impermeabile, la fortuna invece è assieme ai medicinali. Per ottimizzare un po’ di spazio ho pensato bene di diluire la conoscenza in acqua a cui attingerò tutte le volte che avrò sete. Non che la reputi cosa di poca importanza, tutt’altro, in questo viaggio come nella vita, servirà ad arricchire il mio bagaglio, quello culturale.

Immersa nel mio mondo, vengo distratta da una voce che annuncia l’arrivo all’aeroporto di Suvarnabhumie mi affretto a tornare con i piedi per terra, ora più che mai.

Scendo dall’aereo, mischiandomi assieme alla flotta di turisti impazienti, presa ancora dai miei pensieri e perché no, anche un po’ assonnata, visto che sono le 12 pm ore locali  ma per me è come se fossero ancora le 6 del mattino. Maledetto jet lag!

Controllato che il timbro appena riposto dall’impiegato dell’immigration  sul passaporto sia corretto, mi avvio verso il treno che mi porterà in centro città. Bangkok I am coming!

Odori, rumori, colori e caldo tanto caldo sono le prime sensazioni che mi investono appena uscita fuori dalla stazione. Sono le 15.00  e sono in perfetto orario per incontrare la mia cara amica  Fern. Fern l’ho conosciuta durante il primo viaggio in Thailandia. Il suo nome in realtà è Pundaree, ma come tutti i thai ha un sopranome che nel suo caso è appunto Fern che è il nome di una pianta.

Mi sento fortunata in questo tratto di viaggio ad avere un appoggio locale. Durante i miei spostamenti, cerco sempre di avvicinarmi alla popolazione del luogo, mi piace ascoltare le loro storie e riviverle attraverso le loro parole, i gesti, gli occhi. Purtroppo però non è sempre facile soprattutto quando la barriera linguistica intralcia il cammino, come qui in Thailandia, dove poca gente parla inglese. Per fortuna Fern parla un inglese e un italiano impeccabile.

Dopo un pranzo delizioso a base di tom yam con pesce, piatto adorato dai thai e una papaya salad extremely spicy, ci dirigiamo verso Chatuchak, il famoso e immenso mercato di Bangkok. Qui si può trovare l’inimmaginabile ed è qui infatti che si riversa la maggior parte della popolazione, durante il weekend. Dopo aver girovagato in mezzo a bermuda striminziti, ombrellini, borsette e souvenirs di ogni genere, ci concediamo una pausa dal caldo a base di granita. Rispetto alla granita a cui sono abituata, questa è fatta non solo di ghiaccio( di dubbia provenienza) , ma anche di sciroppo, latte condensato e praline di gelatina ai vari gusti, ovviamente tutti a base di frutta. Devo dire che nonostante la troppa dolcezza, questa pausa a base di zuccheri e ghiaccio ci stava proprio.

Più osservo quello che mi circonda e più mi rendo conto di quanto questo mercato sia un po’ Bangkok in scala  minore. E’ caotico come la città, ci sono stall con mercanzie varie e cibo ovunque e gli immancabili altarini o casette degli spiriti, abitati più che da spiriti, da insetti vari che mangiano i doni offerti dai fedeli.

E’ in questi momenti che penso a quanto mi sarebbe piaciuto mettere piede qui 15 anni fa, quando tutto questo non c’era, quando la città non era un susseguirsi di palazzi all’ultimo grido ,  enormi shopping mall o un incrociarsi di strade attraversate da tante auto.  Mi sarebbe piaciuto conoscere la Bangkok bassa, quella fatta di soi  a malapena asfaltati, di case di legno affacciate sul fiume, di barche che attraversano il Chao Praya e si muovono seguendo il lento ritmo del fiume. Insomma, mi sarebbe piaciuto conoscere Krung Thep o sia la città degli angeli, quando ancora poteva essere così definita.

Dopo aver salutato Fern mi dirigo verso la guest house dove passerò la notte prima di partire alla volta della Cambogia.  La notte sembra non finire mai, mi giro e mi rigiro nel letto così tante volte che mi ritrovo quasi arrotolata nella zanzariera rosa che circonda il letto  e che dovrebbe servire a proteggermi da zanzare e animaletti vari. Alle 4.30 am sono in piedi ,fresca come una rosa e pronta per prendere un taxi che mi porterà in stazione.

Alle 6.15 am, con solo 15 minuti di ritardo, sono su un treno terza classe direzione Aranyaprathet, paesino al confine con la Cambogia.  Il treno giallo che mi porterà a destinazione  è pieno zeppo di gente, tutta popolazione locale che carica di bustoni contenente frutta, vestiti e chi più ne ha più ne metta, scende nei vari villaggi. I sedili in plastica non sono sicuramente comodi, ma il panorama fuori ne vale davvero la pena. Il cielo, finalmente azzurro, sovrasta il verde smeraldo delle risaie e le cicogne fanno da contorno ad un paesaggio mozza fiato. Io non faccio altro che cercare di immortalare in qualche modo i paesaggi, i colori con la  macchina fotografica  senza rendermi conto che nel frattempo ho attirato l’attenzione della gente che mi sta intorno e che non riesce a comprendere il mio stupore e l’emozione di fronte a tanta bellezza. Dio quanto adoro viaggiare! 

Ridacchiano tra di loro guardandomi e capisco che parlano di me perché ripetono la parola “farang, farang” , che in thai significa occidentale ed essendo l’unica nel vagone che non ha gli occhi a mandorla probabilmente ce l’hanno con me.  Qualcuno di loro cerca anche di intraprendere una conversazione e da quello che riesco a capire, grazie a qualche parola inglese inserita qua e là,sono curiosi di sapere da dove vengo, se viaggio sola, come mi chiamo. E così, tra una fetta di mango e un’altra, qualche parola e  tanti sorrisi, le ore di viaggio trascorrono in fretta.  

Dopo circa 3 ore di treno, 10 minuti in tuk tuk e altre 3 ore per passare la frontiera, finalmente sono in Cambogia!sapevo che sarebbe stato un viaggio lungo e stressante, soprattutto il passaggio della frontiera, famosissima ahimè per episodi di truffe e raggiri.

Passata la frontiera attendo un autobus che mi porterà in una prima stazione bus da dove poi prenderò un minivan che finalmente mi farà arrivare a Siem Reap, città resa famosa grazie alla presenza del più grande complesso di templi appartenente all’impero Khmer, conosciuto come Angkok Wat .

Arrivata in città, mi faccio portare da  un ragazzo in moto taxi ( che scoprirò poi chiamarsi Borey ) in una guest house da lui consigliata. Di solito prima di scegliere dove alloggiare faccio un giro nella zona che mi sembra più comoda per gli spostamenti e poi scelgo in base al rapporto qualità/prezzo, dove solitamente il prezzo ha la meglio sulla qualità.

La guest house dove mi porta mi piace subito. E’ fuori dalla zona caotica dei backpackers, ha un bel giardino con bar e zona relax, non così tanto distante dal centro, facilmente raggiungibile a piedi ed è discretamente pulita, per non parlare poi del prezzo, very cheap. Aggiundicata,la prendo!

Dopo una divertente contrattazione con Borey sul prezzo di un tour solo autista, di 3 giorni per le rovine di Angkor,ci accordiamo per rivederci l’indomani mattina all’alba. La mia idea è quella di fare quante più foto possibili al sorgere del sole ( e non solo) , quando i raggi ancora deboli cercano di farsi largo tra le nuvole sparse un po’ a caso, che fanno da sfondo alle rovine della città.

Insomma un po’ quello che avevo visto nelle foto trovate nei vari siti internet. Purtroppo però devo dire che questa volta la fortuna non è stata dalla mia parte, perché non ho assistito a nessun miracolo strabiliante della natura, ma bensì a una semplice alba con in più flotte di turisti che facevano a gara per meglio accaparrarsi il posto in prima fila davanti ad uno degli ingressi della città, non a caso il più fotografato.

E’ difficile descrivere le sensazioni provate passeggiando attraverso i templi. Strutture in pietra, mastodontiche e imponenti, a cui la natura ha deciso di unirsi attraverso le lunghe radici degli alberi  che si intrecciano e insediano tra le rovine. Nonostante tutta la gente  è facile potersi rintanare in un posticino al riparo da tutti, dove poter viaggiare con la fantasia  e tornare indietro nel tempo, in quel tempo così lontano.

Nei giorni a seguire, sempre accompagnata dal prode Borey, mi sono allontanata dalla città per fare un giro in  mezzo alla natura.

Fuori dal centro abitato mi sono ritrovata catapultata in un dipinto dai colori pastello. Il rosso della terra dava quel tocco di profondità al paesaggio delimitato in lontananza dall’azzurro del cielo e il verde degli alberi di banana. I soggetti del dipinto erano i cambogiani che seduti su carretti in legno trascinati da buoi, si recavano a lavorare la terra,  e i  bambini che  giocavano e ridevano lanciandosi nelle pozzanghere d’acqua in mezzo alle risaie. Che dire, questa parte della Cambogia è stata un’emozione crescente, giorno dopo giorno, angolo dopo angolo.

Dopo aver salutato questa terra, mi sono nuovamente recata a Bangkok, questa volta via minivan per  risparmiare un po’ di tempo e preso il giorno successivo un volo con destinazione Cangurolandia, conosciuta al mondo come Australia.

Dopo circa 11 ore di volo, uno scalo a Kuala Lumpur, eccomi arrivata finalmente a Sydney.Che dire il passaggio dal sud dell’Asia all’Australia è notevole e non  mi riferisco di certo ai km o alle ore di volo. Piuttosto al passaggio dalla semplicità, anche intesa come povertà, alla modernità. Il  tempo acquista una connotazione differente. In Asia scorreva tutto molto lentamente, non c’era fretta, qui invece, come in quasi tutti i paesi “sviluppati”, la vita è molto più frenetica.

Arrivata in città in treno, mi dirigo subito verso un ostello  prenotato online mentre ero a Kuala Lumpur in attesa di imbarcarmi per Sydney. Anche qui vado di poche pretese, anche perché i costi non sono così contenuti come in Asia e nonostante questo, devo dire che la stanza che mi viene assegnata è particolarmente carina. L’ostello si trova vicino al famoso quartiere The Rocks, quartiere dove si insediarono i primi europei che approdarono a Sydney. Effettivamente i palazzi stile coloniale,  locali storici, e le strade fatte non di asfalto, ma di ciottoli, ricordano un po’ l’Europa di tanti anni fa.

La prima cosa che faccio dopo aver posato lo zaino è farmi una doccia per rilassarmi un attimo, e subito dopo aver annotato le prime impressioni e sensazioni mi fiondo in strada e mi metto alla ricerca di un posticino dove poter mettere qualcosa sotto i denti. Dopo aver girovagato per un po’, scelgo un bar. Si chiama Bean Around ed è molto carino. Sulle pareti c’è disegnato uno scorcio di strada che ricorda un po’ quello che doveva essere il quartiere ai suoi albori. Prendo un sandwich e un caffè lungo e mi metto a spulciare la guida per studiare cosa fare in città.

Tra un sorso e un altro, mi accorgo che al tavolo di fianco al mio, una ragazza fa praticamente la stessa cosa, cioè legge una guida turistica di quelle tascabili. Visto che come me, sembra non essere in compagnia, mi avvicino e con la solita scusa di chiederle da dove viene, iniziamo a chiacchierare. Si chiama Stephany ed è Svizzera. Ironia della sorte siamo due europee in un vecchio quartiere europeo dall’altra parte del mondo. Anche Stephany viaggia sola, ma a differenza mia, vive a Melbourne da qualche mese per una sorta di vacanza studio ed è qui a Sydney solo per qualche giorno. Decidiamo quindi di visitare la città assieme.

Dopo un rapido giro al Rocks Market, anche questo aperto solo il weekend come Chatuchak, ma devo dire meno caotico e sporco, ci dirigiamo verso il porto per ammirare la famosa Opera House, diventata ormai l’icona simbolo di Sydney. La guida tascabile parla di una struttura che somiglia a una conchiglia a me invece ricorda le vele spiegate di una barca, sarà forse per il colore bianco e la posizione sul mare.

Finita la nostra passeggiata lungo il porto decidiamo di fermarci a mangiare nei dintorni per poi goderci la visuale con le luci. La nostra serata trascorre tranquilla, tra chiacchiere,buon cibo e tante foto.

L’indomani mattina, decise più che mai a percorre i quasi 10 km del Manly Scenic walking, cioè l’itinerario pedonale che percorre buona parte della costa, alle 8.00 dopo un’abbondante colazione, ci incontriamo esattamente davanti al molo del Circular Quay .  Acquistati due biglietti per il traghetto, ci accomodiamo e ci godiamo il panorama intorno a noi e dopo quasi 30 minuti di viaggio eccoci finalmente approdate sulla spiaggia del Manly. Un’addetta dell’ufficio informazioni ci munisce di cartine e di tutte le informazioni possibili ed immaginabili circa il percorso e anche il ritorno in città.

In teoria la camminata sarebbe dovuta durare 4 ore, ma tra soste varie è durata quasi il doppio. Entrambe sembravamo due bambine che si stupivano e rimanevano a bocca aperta ad ogni scorcio che i nostri passi scoprivano. Scogliere frastagliate, spiagge immense e tanta,  tanta natura. Abbiamo anche attraversato una parte del parco nazionale, dove ci siamo divertite a cercare di fotografare gli animali a noi sconosciuti. Che giornata indimenticabile. Siamo ritornate in serata con un bus che ci ha portate fino al centro città e poi dritte a nanna, con i piedi un po’ doloranti ma soddisfatte.

Purtroppo le due giornate preventivate a Sydney volgono presto al termine e dopo aver salutato la mia compagna di viaggio mi dirigo in aeroporto. Prossima fermata Alice Springs. L’Australia è immensa e visitarla tutta richiederebbe tanto tempo, che ahimè non ho, quindi decido di attraversarla da un lato a un altro, andando a toccare i posti che più mi interessano. Diciamo che il mio itinerario ha la forma di un bumerang, parte da sud-est con Sydney, poi Alice Springs e per finire Perth dall’altro lato.

Non potevo non visitare almeno una parte del Northern Territory e Ayers Rock mi sembra un buon compromesso. La differenza paesaggistica tra Sydney ed Alice è notevole. Sembra di essere addirittura  in un’altra nazione. Qui è tutto basso, a cominciare dalla natura, infatti l’Outback Australiano è desertico e la sabbia rossa e i Canyons fanno da sfondo a questo paesaggio quasi lunare.

La cittadina non offre grandi cose da vedere e dato che non ho molto tempo a disposizione mi metto subito alla ricerca di qualche agenzia dove poter prenotare un tour che mi porti  ad Ayers Rock, dove mi aspetta l’imponente montagna rossa, Uluru. In una delle agenzie mi viene prospettato un tour particolarmente interessante che prevede una parte del percorso in cammello ( per fortuna breve, perché non mi piace usare gli animali come mezzi di trasporto) e poi pernottamento in tenda. Che voglio di più, posso assistere all’alba e svegliarmi giusto 10 minuti prima che sorga il sole e godermi lo spettacolo in mezzo al deserto rosso.  

Partenza in minivan  al mattino presto ( ormai mi sono abituata a svegliarmi all’alba) direzione Ayers Rock. In autobus siamo circa 10 persone, una famiglia francese composta da 4 persone e il resto giovani backpackers come me. Passata la prima ora di coma profondo per tutti, iniziamo a socializzare tra di noi, come spesso accade, soprattutto quando si viaggi in minivan e lo spazio è limitato.  Stringo amicizia da subito con Rodney un ragazzo canadese  che lavora nel turismo e organizza tour per giovani adolescenti interessati a visitare il sud est asiatico e che vorrebbe includere tra le sue destinazioni anche l’Australia.  

Dopo circa 4 ore  in minivan e una breve sosta, finalmente arriviamo ad Ayers Rock.  Il famoso monolita Uluru è lì, imponente, che ci scruta da lontano. Lasciato lo zaino nella  minuscola tenda dove passerò la notte e dopo aver mangiato un piatto a base di carne ( non di canguro, ci tengo a precisarlo) e patate, siamo pronti per il famoso giro in cammello.

Per fortuna il giro dura circa un’ora e non di più perché non è il mezzo più comodo che abbia mai preso. Arriviamo fin sotto la montagna e più mi avvicino più mi rendo conto di quanto sia maestosa e avvolta da un alone di misticismo. La guida che ci accompagna a piedi ( beata lei)  e che guida i cammelli ci spiega che per gli aborigeni Uluru è un luogo sacro, frutto del passaggio di esseri metà uomini e metà animali o piante, vissuti nell’epoca del dreamtime, cioè l’epoca del sogno. Essendo appunto un luogo sacro, sarebbe meglio non scalare la montagna, anche se non è proibito farlo, anzi al contrario pare sia l’attività preferita dai turisti.

E’ fantastico osservare la montagna baciata dal sole al tramonto, quello a cui  assisto non ha eguali. Questo sì che è un vero e proprio spettacolo della natura.

Passiamo la serata seduti attorno ad un falò, a chiacchierare sorseggiando una birra. C’è chi suona la chitarra intonando canzoni aborigene o spacciandole per tali, con alle spalle a km di lontananza lei che ci osserva.

La mattina alle 4.30 sono già sveglia, non posso perdermi l’alba. Credo di aver fatto milioni di foto, più che al tramonto del giorno precedente, anche perché non avevo un cammello a cui badare.

Dopo aver fatto colazione intorno alle 9.00 am ci rimettiamo in  minivan e partiamo per rientrare ad Alice. Cerco di godermi fino alla fine il panorama sconfinato mentre pian piano Uluru scompare alle mie spalle.

Prossima tappa Perth. Perth è l’ultima destinazione del mio breve viaggio australiano. Da qui poi partirò alla volta del Sud America più precisamente dell’Argentina.

Gli ultimi giorni decido di passarli in completo o quasi relax per poi poter affrontare la parte credo più faticosa di questo viaggio, la traversata della Patagonia in sella ad una bici. Spesso quando racconto dei miei viaggi ai miei amici, mi fanno notare di quanto siano faticosi e poco rilassanti, ed è vero, perché per me viaggiare significa scoprire e la scoperta richieda tanta fatica, ben ripagata poi dallo stupore, dall’adrenalina e dalla ineguagliabile sensazione di felicità.

Perth mi piace, non è una grande metropoli, anzi una città a misura d’uomo, ricca di verde e piacevole da passeggiare. Attraverso le strade del centro, disseminate di negozi dove gli amanti dello shopping si danno alla pazza gioia e da dove io invece mi tengo a debita distanza,  giungendo fino  King’s park, luogo di cui mi innamoro particolarmente data  la visuale a mio avviso migliore della città. Una delle cose positive di Perth  è anche il trasporto pubblico gratuito, che uso per avvicinarmi fino ad Herrison Island. Quest’isoletta è nota come rifugio per i canguri ed è collegata alla città da ponti, facilmente raggiungibile anche  a piedi. In realtà è difficile avvistare i canguri o almeno non così semplice come pensavo. In effetti riesco a vederne solo un paio, appisolati sotto un albero a riparo dal sole.  Finalmente! È incredibile, ma a parte aver fatto la solita foto al segnale stradale giallo che ne indica il pericolo, di loro non ne avevo visto neanche l’ombra fino ad oggi.

Bene adesso posso partire soddisfatta,  finalmente un canguro in cangurolandia.

Finito il giretto per la città organizzo le mie due giornate al mare, più precisamente a Fremantle, una cittadina sulla costa che dista circa 20 km da Perth.

Raggiungo Fremantle la mattina successiva in bus e dopo aver scelto il bed&breakfast dove alloggiare mi fiondo in strada. La cittadina sembra essere carina, anche questa stile coloniale e molto pulita. Mi dirigo dritta verso la spiaggia e rimando alla mattina prima della partenza il tour della  città. Camminando mi spingo sino a Leighton Beach, che si trova a nord della città.

La prima cosa che faccio è stendere il telo da mare e sdraiarmi sotto il sole caldo. So che troppo sole fa male e se fossi in compagnia di Fern ,lei indosserebbe una muta pur di non abbronzarsi,  però essere baciata dai raggi caldi mi ricarica.  Passo la giornata tra un bagno e un altro, una passeggiata e qualche spuntino e mentre mi godo il sole che scende e si disperde all’orizzonte, vengo attirata dalle chiacchiere di una coppia di fidanzati non molto distanti da me. O dio sono italiani!

Non so perché di primo acchito penso siano i soliti turisti e non viaggiatori, forse perché di viaggiatori italiani ne ho incontrati davvero pochi durante i miei spostamenti. A questo punto mi sembra rigoroso dover aprire una parentesi.

Faccio distinzione tra un traveller e un turista. Dal mio punto di vista i traveller viaggiano spinti dalla curiosità, dalla voglia di conoscere non solo i luoghi che attraversano, ma anche la gente locale, apprendere un po’ della loro lingua seppur poche parole, avvicinarsi a quello che è la loro cultura. Ed è proprio la diversità culturale che li spinge a crescere, aprire la mente e guardare la vita e ogni suo singolo avvenimento  in modo differente, sperimentando un altro punto di vista.

Per il turista invece, spesso il viaggio è una semplice vacanza, quasi sempre all’insegna dei comfort e del relax. Poco  importa se per costruire un grande hotel si sono  abbattuti bungalows di paglia appartenenti a pescatori locali distorcendo così  il paesaggio e arrecando danno anche alla  natura;  o se per gli aborigeni è sacrilegio scalare una montagna sacra. La cosa importante è scattare una foto che gli ritrae in un luogo famoso. Ovviamente non voglio fare di tutta un erba un fascio, anzi  sono convinta che ci siano turisti diversi, educati al rispetto.

Detto questo, mi avvicino ai ragazzi con fare da donna di mondo, un po’ con la puzza sotto al naso, ma dopo circa 5 minuti di chiacchierata mi ricredo subito. Silvia e Marco, sono dei viaggiatori con la V maiuscola e io al loro confronto sono in vacanza. Mi raccontano del loro meraviglioso viaggio intorno al mondo, a piedi, usando solo mezzi via terra. Hanno già attraversato l’occidente e sono arrivati in Australia dall’Indonesia, via mare, usando come mezzo di trasporto una nave cargo. Che dire, sono affascinata e pendo dalle loro labbra, infatti passiamo la serata insieme e anche i due giorni successivi, sempre chiacchierando e girando un po’ per la città e per le spiagge.

Ahimè arriva il giorno in cui dobbiamo separarci e proseguire i nostri viaggi, ma ci salutiamo con la speranza di rincontrarci magari da qualche altra parte del mondo.

Rientrata a Perth mi dirigo verso l’aeroporto e saluto per il momento questa terra che mi ha deliziato della sua bellezza. Un nuovo Paese mi aspetta.

Infatti dopo circa 33 ore di volo, uno scalo a Doha negli Emirati Arabi e uno a Santiago del Cile, eccomi arrivata in Argentina, a Bariloche per la precisione.

Sogno l’Argentina da tempo ormai, ed ho programmato questo primo giro da quasi un anno, allenandomi costantemente tutti i giorni. Eh sì perché per percorrere quasi 3000 km in mountain bike ci vuole allenamento!

Insieme ad un gruppo di ragazzi attivisti di un associazione ambientalista no profit, abbiamo organizzato la traversata della Patagonia toccando una parte del Cile, in bici, per sensibilizzare l’opinione pubblica circa il surriscaldamento globale del pianeta, che comporta purtroppo l’incessante scioglimento dei ghiacciai e quindi l’innalzamento delle acque.

Come mai la Patagonia, è una delle domande che ci siamo sentiti ripetere in diverse occasioni, sia prima del viaggio che durante. Ebbene questa terra che si trova nella parte meridionale del continente comprende anche la Tierra del Fuego, che è il luogo più vicino all’Antartide, ed essendo lo scioglimento dei ghiaccia il tema principale di questa spedizione, abbiamo pensato di spingerci con le nostre gambe sino ai confini con la terra del ghiaccio.

Mi sono unita ai Greenbikers  senza pensarci due volte e senza farmi spaventare dai km o dai possibili problemi che un viaggio del genere può comportare. Questo perché sono sempre stata sensibile riguardo le tematiche ambientali e poter partecipare attivamente e concretamente ad un progetto, ha significato per me la realizzazione di un sogno. E quando un sogno si realizza, tutto il resto non ha importanza.

Grazie a Maria Teresa, una ragazza originaria di Salta ( nord dell’Argentina) , nonché  leader del gruppo, sono riuscita a far arrivare a Bariloche la mia mountain bike e tutto ciò di cui ho bisogno.

Maria Teresa viene ad accogliermi in aeroporto e insieme ci dirigiamo verso quella che sarà la casa che ci ospiterà per la notte e dove ci aspetta il resto del gruppo, che finalmente ho la possibilità di conoscere di persona. Siamo in 6 e veniamo un po’ da tutto il mondo, Angela da New York , Jeff da Toronto , Artyom da Mosca , Maria Teresa da Salta,  e Li da Shangai. Abbiamo tutti dei compiti ben precisi, oltre a dover pedalare, c’è chi dovrà tenere costantemente aggiornato un blog ( cioè io e Angela ), chi fotografare la traversata, compito che spetterà a Li esperto fotografo naturalista. Maria Teresa e Artyom sono appunto gli organizzatori pratici del tour, sono quelli che hanno già attraversato svariate volte la Patagonia in bici e quindi conosco bene il territorio, i rischi e le difficoltà. Jeff invece è il nostro PR, è stato lui a trovare gli sponsor e dare il giusto valore mediatico a questo progetto. Insomma ognuno di noi ha contribuito alla realizzazione di questa avventura tutta green.

La traversata inizierà il 4 Gennaio alle ore 8.00 am da Bariloche. Il giorno della partenza siamo carichi più che mai, abbiamo l’adrenalina che percorre ogni singola fibra dei nostri muscoli e che ci dà la giusta spinta per poter iniziare la pedalata.

Contiamo di raggiungere in giornata El Bolson, dove poi passeremo la notte accampati in tenda. El Bolson dista da Bariloche circa 130 Km e durante la giornata ci fermiamo diverse volte, sia per godere dei tratti più belli del paesaggio, sia per approfittarne e fare una pausa. La strada è di facile percorrenza, spesso asfaltata e immersa nel verde, condizioni climatiche perfette, niente vento e poco sole. Costeggiamo il lago Gutierrez attorniato dalla catena delle Ande con le cime innevate. Ci spingiamo fino a al lago Mascardi, dove ci fermiamo e piantiamo le nostre tende per la notte.

La prima giornata, quella più emozionante e quella che ha dato il via a tutto è già volta al termine e tra uno sbadiglio e un altro, ci prepariamo per quelle successive.

I primi 15 giorni trascorrono in fretta, senza grandi sforzi. Non superiamo mai i 150 km al giorno e il settimo giorno di ogni settimana lo prendiamo come giorno di riposo. Non possiamo chiedere troppo al nostro fisico, dobbiamo riposarci anche un po’ se vogliamo arrivare fino alla fine.

I paesaggi incontrati sono simili tra loro, grandi laghi immersi tra le montagne e verde, tanto rigoglioso verde.

Io e Angela ogni sera dopo cena ci rintaniamo in tenda per raccontare ai lettori come abbiamo trascorso la giornata, cercando di descrivere nei minimi particolari i paesaggi sempre differenti che vediamo, i temi affrontati durante le ore passate in sella,  gli incontri, e devo dire che nonostante la stanchezza fisica, l’aggiornamento del blog è il modo migliore per rilassarsi. E’ incoraggiante leggere i commenti  lasciati dai lettori e spesso sono la marcia in più che ci serve ad affrontare la salita del giorno successivo.

Il paesaggio inizia a cambiare quando ci avviciniamo sempre più a El Calfate. La natura lussureggiante lascia posto ad una steppa sempre più immensa e desertica. Anche il clima inizia a cambiare e a diventare più freddo.

Se finora non avevamo avuto problemi tecnici, da qui in poi ci troviamo a dover fronteggiare una serie di disavventure alcune delle quali segneranno la traversata.

Non mi riferisco di certo alle 3 ruote forate sul  tratto di strada  nella riserva naturale di Cardiel lake , ma bensì della stiratura al polpaccio di Jeff che ha dovuto abbandonare la traversata a soli 10 giorni dalla fine.  Per non parlare della mia formidabile caduta distratta dall’apparizione di un guanacos nella steppa, che mi ha provocato ginocchio e gomiti sbucciati e qualche graffio alla bici.

Nonostante questo devo dire che siamo stati uniti più che mai e ci siamo dati la forza e il giusto coraggio per andare avanti, anche senza il nostro mitico Jeff.

A El Calafate decidiamo di riposare un giorno e fare un giro nei pressi del Perito Moreno. Veniamo accompagnati da Isador, una delle lettrici del blog che ci segue giorno dopo giorno per via telematica.

Isador è una donnona di circa 57 anni, alta e ben piazzata, con capelli particolarmente  biondi e occhi scuri. Ci racconta di essere metà tedesca e metà argentina e che dopo aver passato 30 anni della sua vita in Germania  ( Hamburg per l’esattezza )  ha deciso di vendere tutto e trasferirsi in Argentina. Ha vissuto qualche anno a Buenos Aires e successivamente, stanca della vita in città, ha deciso di rifugiarsi in questo piccolo angolo di paradiso con la famiglia.

Ci porta con il suo furgoncino rosso, marchiato Volkswagen ( che fa molto hippy) , fino al parco de los Glaciales e con lei percorriamo il ponte di legno che si estende davanti al ghiacciaio del Perito Moreno. Da qualsiasi punto lo si voglia guardare, la vista è magnifica. Una distesa di ghiaccio immensa che si perde tra le montagne all’orizzonte. Ogni movimento del ghiacciaio è percettibile, sembra quasi respirare, un respiro affannoso e intenso. Credo che sia stato il posto in cui Li si è sbizzarrito di più con le foto. Diceva di voler catturare la portata del ghiacciaio, esprimere con un’unica foto la sua vastità. Effettivamente dopo diversi tentativi, c’è riuscito.

Il giorno successivo dopo questo assaggio di bianco e azzurro, ci rimettiamo in marcia verso Puerto Natales, dove arriveremo dopo circa 3 giorni di pedalata. Questa è stata la parte più faticosa del viaggio, perché il famoso vento della Patagonia ( per fortuna non così tanto freddo )  ha soffiato ininterrottamente rallentando a tratti la pedalata.

Finalmente dopo aver faticato siamo giunti al confine con il Chile, a Puerto Natales. Anche qui decidiamo di prenderci un giorno di meritato riposo. Questa cittadina, di poche anime, è rinomata per il parco nazionale di Torres del Paine, meta adorata dagli amanti del trekking. Effettivamente la natura con le sue immense vallate, sormontate da punte aguzze a tratti smussate della cordigliera del Paine, ci regala piacevoli viste, soprattutto al calare del sole, quando i raggi caldi di colore quasi arancione si rispecchiano sulle vette delle montagne.

Prossima tappa, Punta Arenas. Raggiungiamo la città dopo un giorno e mezzo di pedalata su strada dissestata e ghiaiosa. Siamo quasi alla fine della traversata e il tempo sembra essere trascorso così in fretta da non esserci resi conto di aver passato in sella quasi un mese.

Questa cittadina, un tempo poco abitata, negli ultimi anni ha visto arrivare molti argentini che vi si sono stabiliti, attirati dai proventi ricavati dal traffico marittimo. La città infatti si affaccia sullo stretto di Magellano, uno dei  più famosi punti di transito al mondo.

Ed è proprio da questo stretto che ci dirigeremo verso l’ultima tappa. Ancora due giorni di viaggio per poi toccare Ushuai. Partiamo il mattino seguente in traghetto. Il tragitto in traghetto non è proprio uno dei migliori che abbia mai fatto, infatti a causa del vento, si muove tutto, compreso il mio stomaco. Dopo quasi 3 ore, finalmente tocchiamo terra.

Porvenir è il primo paese che le nostre ruote calpestano, dopo aver messo piede nella Tierra del Fuego. Non credo ai miei occhi, finalmente ci sono. Ne ho sentito parlare così tanto e ho letto così tanto su questo territorio che non mi sembra vero essere arrivata sino qui.

Arrivati al molo veniamo accolti da Jeff che in sella alla sua bici, è pronto a partire con noi per questo ultimo tratto di strada. La gioia che proviamo è immensa. Ci ha letteralmente fatto una sorpresa, perché non pensavamo riuscisse a rimettersi in sesto in così poco tempo. In questo caso la determinazione ha preso il sopravvento sul dolore e il nostro PR è riuscito a farcela.

Era l’energia di cui avevamo bisogno per affrontare lo sprint finale. Grazie Jeff!

Superato Porvenir, decidiamo di arrivare ad Ushuai costeggiando la costa Atlantica. Il paesaggio  è decisamente basso e la pianura ci riempie gli occhi. Il vento soffia anche qui, però non dà fastidio, forse perché ormai ci siamo abituati. Pedalando lungo la costa arriviamo a Rio Grande, cittadina famosa per la pesca della trota e ce ne rendiamo subito conto,  ritrovandoci davanti un enorme statua rappresentante una trota, quasi a darci benvenuto.

Da qui ripartiamo il giorno successivo diretti finalmente ad Ushuaia. Purtroppo però a quasi metà strada siamo costretti a fermarci, perché il vento è talmente forte che non ci permette di continuare. Riusciamo ad arrivare a stento a Tolhuin, dove ci fermiamo per l’intero pomeriggio e notte.

Devo dire che non potevamo scegliere posto migliore per questa fermata non preventivata. Il paesino è molto grazioso,  abitato da pochissima gente e luogo ideale per riposarsi e fare una passeggiata nei pressi del lago.

Il mattino dopo possiamo rimetterci in marcia, Ushuaia arriviamo!

Il tratto di strada che ci separa dalla fine di questa traversata non è molto, anche se ci sembra interminabile. Rallentiamo la pedalata diverse volte sempre a causa del vento, ma questa volta non siamo intenzionati a lasciarci intimorire. La cosa brutta di questo vento è che oltre a farti faticare il doppio perché soffia contro, non ti permette di godere del paesaggio.

Dopo circa 5 ore in sella con una sola sosta, eccoci arrivati. E’ il primo di Febbraio e sono le ore 14.00. Non riusciamo a credere ai nostri occhi, la felicità è così tanta che a stento riusciamo a contenerla e  dopo aver parcheggiato le nostre bici davanti al molo, ci fiondiamo uno sul’altro in un intenso abbraccio seguito da un urlo di gioia indescrivibile. Finalmente ce l’abbiamo fatta!

Sono passati esattamente 30 giorni dalla nostra partenza e abbiamo macinato circa 2700 km passati tra imperiosi silenzi e chiacchierate interminabili, risate, pianti e fatica, tanta fatica in sella ad una bici.

Questo piccolo successo ci ha insegnato tante cose e l’essere riusciti a portare a termine un progetto così importante ci ha convinti ancora di più che tutti, nel nostro piccolo,  possiamo contribuire al salvaguardia del  pianeta.

Prima di dirigerci in albergo,  ci concediamo una foto davanti al famoso cartello della città, con la scritta “ Ushuaia fin del mundo”.  Foto che caricheremo sul nostro blog e che indicherà la fine di questa traversata e la nostra vittoria.

Così dalla terra del fuoco, affacciati alla ringhiera del molo che dà sul mare, stanchi, ma felici, con la pelle del viso abbronzata e un po’ screpolata, guardiamo di fronte a noi il mare immenso, raggiungendo con l ‘immaginazione la  terra di ghiaccio che si estende al di là dell’orizzonte.

 

Luana Barbuzzi

Cerca il tuo viaggio all'interno di tutte
le nostre proposte
Iscriviti al servizio di newsletter per essere
aggiornato sulle novità e sulle offerte
Dichiaro di aver letto l'informativa ed acconsento al trattamento dei miei dati personali


Cerca l'agenzia a te più vicina
per richiedere maggiori informazioni


2013 © Go Australia
Srl Sede: via Canale 22 60125 Ancona P.IVA, Codice Fiscale e n. iscrizione CCIAA 02116980422 R.E.A. AN 162472 - Capitale Sociale € 30.000,00