Racconti di Viaggio
700 giorni in Australia
Abbiamo davvero viaggiato?
Alla ricerca di me
Attraverso il mondo
Be here now
Bus…cando Sudamerica
Dal presente al futuro
Di passaggio
Domande
Eat, Surf, Skate and Shoot
Emozioni dal mondo
Il giradino dei viaggi sussurrati
Il giro del mappamondo
Il giro delle grandi emozioni
Il gusto di andarsene via
Il mare... la perfezione
Il richiamo
Il viaggio di Elena, Dario e Antonella
Il viaggio dei sogni
Il viaggio della vita
Il viaggio di Chiara
Il viaggio di Claudio
Il viaggio di Cristina
Il viaggio di Francesco
Il viaggio di Karin
Il viaggio di Lucia
Il viaggio di Marco
Il viaggio di Marta
Il viaggio di Nina
Il viaggio di Paola
Il viaggio di Paolo
Il viaggio di Simona
Il viaggio di Veronica
In viaggio alla scoperta di me stessa
In viaggio con papà
Poster della Nuova Caledonia
Il viaggio di Max e Leonida
La bambina che sapeva sorridere
La collezionista
La necessità del viaggio
La valigia invisibile
L'andata è il ritorno
Le emozioni che regala il mondo
Le porte verso il mondo
Le tre perle
L'eden
Let's go!
L'oca indiana
L'odore della terra
Luci del nord
Mal d'Asia
Metamorfosi
Pablo in viaggio
Partipartiparti
Questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
Ricordi per i nipoti
Rosemary
Sai cosa c’è oltre l’Europa? Un mondo. Scopriamolo!
Sempre blu
Smuovere il moai
Sogni ancestrali
Spirito d'australia
Tra le Ande e l’oceano
3 sogni per un viaggio intorno al mondo
Uccelli migratori volano a sud
Un viaggio alla scoperta dello spirito
Un viaggio dentro al cuore
Un viaggio di Liz
Un viaggio intorno al mondo
Un viaggio lungo un sogno…
Una sfida a colpi di moleskine
Viaggiare è vivere
Viaggio in india di un aspirante principe
Viaggio intorno al mondo
Viaggio senza ritorno
Viaggio. Con la mente viaggio
Il viaggio di Simona e Mauro
Il viaggio di Roberta e Marco
Il viaggio della Famiglia Manodritto
Il viaggio di Federica e Andrea
Il viaggio di Erica e Omar
Il viaggio di Vanessa e Stefano
Tracks, attraverso il deserto
Enjoy The Silence
700 giorni in Australia
Panes Content Table

I sogni sono come le bolle di sapone che durano pochi istanti, poi svaniscono lasciando in terra qualche goccia d’acqua saponata che si asciuga e  non lascia traccia.

Solo raramente queste gocce cadono sulle attenzioni di chi può trasformare i sogni in realtà.   

dedicato ai nostri figli

 

PREMESSA

   Dal 1968 ad oggi, la società italiana ha avuto una evoluzione che ha reso irriconoscibili i ragazzi di allora e ha formato una generazione più simile a quella degli altri paesi occidentali.

   L’emigrazione ha cambiato itinerari e prospettive.

   Dalla  necessità di trovare un lavoro qualsiasi per una vita dignitosa, si è passati alla fuga dei cervelli che qui in patria trovano sempre più difficoltà ad affermarsi.

   I giovani di oggi ne sono consapevoli e si sentono più che mai cittadini del mondo.

   Mi riferisco in particolare a mio figlio Francesco e al suo amico Cristian Gabarrini.  Ambedue ingegneri meccanici: Francesco presso la Saipem di Singapore e Cristian nel team Honda dove fino a ieri correva Casey Stoner, il campione mondiale di motociclismo.

   La mia è una storia vera, vissuta quando i progetti erano ancora offuscati dalle fantasie e non si immaginava un mondo rappresentato dalla rete globale.

   Era l’ultima gara della stagione di atletica. Gli allenamenti di tutta l’estate appena trascorsa mi avevano asciugato non solo la massa muscolare e,  per quanto mi sentissi leggero, le gambe incominciavano ad accusare la pesantezza dei tanti chilometri macinati.  

   Quel giorno c’erano una trentina di iscritti provenienti dai vari gruppi sportivi militari di atletica leggera, ma da quando avevo avuto modo di sentire in giro, solo pochi avrebbero potuto impedirmi la vittoria.

   Tra questi c’era un atleta,  anche lui facente parte del Gruppo Sportivo della  Guardia di Finanza, ma proveniente da un altro Comando. Era un laziale della  Ciociaria, più vecchio di me, ma sicuramente più esperto nel dosare i ritmi nella gara dei dieci chilometri,   che si sarebbe dovuta svolgere sull’anello dello  stadio Olimpico di Roma.

   Ci presentammo, appena arrivati allo stadio, e da quel momento mi si era messo alle costole, anche durante il riscaldamento, quasi volesse studiare le reali potenzialità di quello che considerava il suo diretto rivale.

   Mi avevano infatti iscritto al campionato nazionale militare, il “Criterium Militare”, dopo che mi ero distinto in diverse gare di fondo e di mezzofondo e qui a Roma, mi aveva preceduto la fama, di sicuro esagerata,  di un nuovo  mezzofondista da tenere d’occhio.    

    Il laziale aveva un fisico tarchiato, era quasi calvo e appena più alto di me, con i pantaloncini arrotolati sulla vita che scoprivano le cosce fino all’anca.

   Era un po’ troppo chiacchierone, ma alla fine simpatico.

   Al colpo di pistola la partenza fu veloce, come se si trattasse degli ottocento.  

    Mi sono trovato subito in testa con quell’avversario che mi tallonava tanto da farmi sentire l’aria che spingeva fuori dai polmoni e il ritmo del suo respiro. 

   I primi giri, sebbene fossero tirati ad una andatura sopra la tabella di marcia, non avevano ancora frammentato il gruppo che procedeva compatto, tanto da far temere qualche pestata da chi ti  seguiva, anche lui, ovviamente,  munito di scarpe chiodate.

  Dopo dieci giri iniziò il frazionamento. 

  Ero sempre in testa con il mio rivale alle calcagna.

    A venti metri un gruppetto di atleti seguiti a poca distanza dai restanti corridori che via via  perdevano terreno. A cinque giri dalla fine avevo già preso mezza pista di vantaggio, ma il ciociaro non mostrava alcuna intenzione di mollare.

   L’arrivo fu drammatico.

   A cento metri dal filo di lana persi completamente la scioltezza delle gambe, avendone accusato la pesantezza  già dall’ultimo chilometro,  e venni superato, senza alcuna speranza di mantenere il ritmo del mio rivale,  che tagliò per primo il traguardo.      

   Questa fu l’ultima performance della mia carriera di atleta. Non volli più correre anche perché, sinceramente, le gare mi avevano un po’ nauseato e il desiderio di cambiare aveva prevalso su tutti i futuri programmi del mio allenatore che nutriva molte speranze e apprezzava le mie qualità.

   Cambiare era ormai diventato il mio chiodo fisso tanto da lasciare il posto di lavoro che poteva assicurarmi, non solo il pane, ma una vita dignitosa fino alla pensione.

   Stimolato da un mio collega, invaghito del mondo nuovissimo, decisi allora di seguirlo ed emigrare in  Australia.

   Fino a qualche tempo prima di prendere questa decisione avevo solo una vaga idea dove fosse e cosa potesse rappresentare od offrire questo continente così lontano dall’Italia.

   Il motivo stava solo nel fatto che si trattava di un mondo nuovo, di un cambiamento drastico, come sono sicuro che, se mi fosse capitata una diversa occasione di cambiare e togliere la divisa, l’ avrei presa al volo e l’Australia avrebbe fatto a meno della mia presenza.

   Oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, mi viene di pensare all’egoismo dei giovani che, con la mente confusa dall’orgoglio,  più forte dell’inesperienza e della loro stessa ignoranza,  decidono di giocare d’azzardo, senza tener conto delle preoccupazioni e dei sentimenti di chi gli vive accanto.

Intrapresi quindi questa avventura partendo da zero, anzi da sottozero.

   Non chiesi infatti i soldi ai miei, ma approfittai dell’opportunità che l’ I.C.L.E., l’istituto di credito per i lavoratori all’estero, offriva agli emigranti che avessero voluto partire appunto per l’Australia,  dove erano richiesti lavoratori nei tanti settori di quella fiorente economia.

   Firmai il contratto e ricevetti un  blocchetto con tanti tagliandi quanti erano i mesi pattuiti per il rimborso del prestito concesso.

   Si trattava di cinquecento mila lire, pari a sei stipendi di un operaio, sufficienti per pagare il viaggio di sola andata e qualche spiccio per le spese correnti.

   Senza altre risorse, ma con tanta speranza ed incoscienza presi il treno per il porto d’imbarco.

   L’Australia dista circa 20 mila chilometri, ma per me era come andare sulla luna, anzi peggio. Almeno gli astronauti, nella loro unica occasione, avevano programmato il ritorno. Io invece partivo all’avventura senza una meta precisa, né una prevedibile data di rimpatrio.

   A Napoli c’ero già stato, quando giravo per l’Italia grazie all’atletica leggera, ma quella città non era la stessa che avevo conosciuto. Il porto, l’atmosfera grigia e triste che aleggiava tra la gente in partenza, tra gli stessi emigranti,  che partivano senza il mio stesso entusiasmo, mi aveva rattristato prima ancora di salire sulla nave.

   Confesso, senza quei sentimenti di cui accennavo, probabilmente sarei tornato indietro.

   La nave però era un’altra cosa. Chi, come me viaggiava da emigrante, si imbatteva in una situazione nuova e abbastanza piacevole, sotto tutti i punti di vista, luccicante e alla fine anche gioiosa.

   C’era insieme a noi  gente che tornava in Australia dopo una vacanza in Italia, normali turisti,  come persone benestanti che si potevano permettere una lunga crociera verso l’affascinante oriente. 

   L’Angelina Lauro, quello era il nome della nave, di circa ventiquattromila tonnellate e di 200 metri di lunghezza, attendeva al porto l’imbarco dei passeggeri.

   Per chi non era abituato ai lunghi viaggi oltreoceano come me, vedere quel colosso che mi attendeva è stato come entrare in un sogno che sarebbe durato fino allo sbarco in terra australiana.

   La nave era gemella dell’Achille Lauro dalla quale si differenziava, a prima vista, dall’unico comignolo.

Ambedue le navi faranno  una brutta fine.

   L’Angelina si incendiò ed affondò presso St. Thomas, una delle Isole Vergini Americane, mentre l’Achille, dopo aver subito un dirottamento nel 1985 ad opera del FLP (formazione palestinese), affondò, sempre a seguito di incendio, presso le coste Somale nel 1994.

 

La partenza

   Ritornando al 12 marzo 1966, data dell’imbarco, mentre con il mio amico Gianni entravo a far parte degli  oltre mille e cento passeggeri, escluso l’equipaggio, ebbi l’impressione di entrare in una città galleggiante dove tutto era organizzato per consentire una buona permanenza agli emigranti e soprattutto ai signori della prima classe.

   Oggi i transatlantici sono diversi. Sono infatti meglio attrezzati e dotati di tutte le  più moderne tecnologie, ma, per l’epoca, era altrettanto bello entrare in quel mondo di sogno.

   La prima immagine che mi colpì, alla partenza, fu il distacco dal porto con i  passeggeri che lanciavano dal ponte rotoli di carta igienica, facendoli srotolare,  e i parenti,  rimasti sulla banchina, che prendevano l’altro capo come a mantenere il contatto più a lungo possibile.

   Poi la carta si strappava e la nave allontanandosi,  salutava più volte  con l’assordante segnalatore acustico.

   Era il primo dei venticinque giorni di viaggio tra Napoli e Sidney, con fermata a Port Said, in Egitto e poi attraverso il canale di Suez,  Aden  nello Yemen del Sud, e finalmente sul suolo australiano a Fremantle, vicino a Perth, sulla costa occidentale, poi  Melbourne e quindi l’arrivo a Sidney.

   Per quanto la nave fosse munita di stabilizzatori,  il mare lungo, cioè il lento sollevamento della prua seguito dall’abbassamento causava inevitabilmente il mal di mare ai soggetti che ne soffrivano.

Almeno fino a quando l’abitudine al continuo ondeggiare ristabiliva le normali condizioni fisiche.

    Solo pochi non riuscirono a superare l’inconveniente. 

   Per fortuna a me durò solo un paio di giorni e in tutto il tempo dovetti rimanere a digiuno se non volevo vomitare subito dopo i pasti.  

    Il viaggio proseguì tranquillo, anzi movimentato, ma solo dal punto di vista degli intrattenimenti organizzati dal personale di bordo e che ogni giorno prevedevano qualcosa di nuovo.

   Balli, gare sportive, giochi di società erano i passatempi che si alternavano tra la colazione, il pranzo e la cena.

   Nel dopocena il cinema, il casinò e, per i più romantici, le passeggiate sul ponte mentre la nave proseguiva tagliando l’acqua di un oceano che per fortuna si manteneva calmo, quasi monotono.

   Memorabile è stata la festa in occasione del passaggio all’equatore.

   Gare sportive al mattino con il tiro al piattello per i più facoltosi;  giochi per i bambini;  gruppi di persone sedute sul ponte,  vicino al distributore di bottiglie di birra, che festeggiavano l’evento. Tra canti e schiamazzi questi scolavano una dietro l’altra le bottiglie e  le piazzavano al centro fino a riempire completamente lo spazio interno al cerchio che essi stessi avevano formato.

   Non era questo lo sport da me preferito.

   C’era invece un altro motivo d’interesse che,  dopo aver visto come funzionava ed i risultati di chi si cimentava in quella gara,  mi fece decidere di partecipare. Si trattava di gettarsi in piscina e poi immergersi in apnea per pescare il numero più alto possibile di piatti che erano stati appositamente gettati sul fondo.

   Al vincitore avrebbero assegnato il titolo di “mister voyage”. Partecipavano ragazzi e anche persone più anzianotte che avevano già bevuto abbastanza da rimanere sottacqua solo qualche secondo.

   Forse il gas della birra ingurgitata dai più,  li costringeva a rimanere sul pelo dell’acqua e per questo, pensai, vincere  sarebbe stato per me  abbastanza facile.

   Del tutto sobrio, anche perché,  dato il costo, non mi potevo permettere di prendere una sbronza, mi tuffai in piscina e raccolsi quasi tutti i piatti che si trovavano sul fondo ricevendo gli applausi di chi assisteva alla gara ed il titolo in palio.  

   Il premio,  che consisteva,  come ho già accennato,  in un cartellino da spillare alla camicia,   con la scritta “mister voyage”,   mi permise di partecipare al ballo di gala che si sarebbe tenuto la notte dell’equatore.

   Qui feci amicizia con  Mary Anne, una ragazza irlandese che, a dire il vero, incontravo ogni giorno lungo il corridoio che portava alle cuccette,  e dove ci si scambiava  un sorriso di circostanza.

   Aveva i capelli rossi quel tanto da non smentire le sue origini, gli occhi verdi, non magrissima e, pressappoco, della mia età.

   Quella sera fu per me indimenticabile. Mi presi quella che noi in dialetto senigalliese chiamiamo sonora “scuffia” (dove scuffia sta per cuffia) e lo diciamo immaginando un innamorato che l’indossa e non vede nient’altro.

   Ballammo fino a tarda notte.

   Lei mi parlava come se io conoscessi bene l’inglese, mentre le rispondevo a fatica con quelle quattro parole che ricordavo, annuendo e sorridendo come se avessi capito tutto, ma in realtà capivo solo la simpatia che emanava il suo sorriso ed il profumo della sua pelle quando si stringeva a me.

   A parte qualche stretta durante i balli lenti, non mi azzardai ad altre effusioni. Forse lei le avrebbe apprezzate, ma io temevo di rovinare tutto.

   Ci vedemmo nei giorni seguenti fino al termine del viaggio e ruppi il ghiaccio in modo abbastanza insolito. Eravamo all’interno dell’ascensore che dai piani delle cuccette portava al ponte principale, nel grande salone.

   Forse uno sbandamento o meglio la finta di perdere l’equilibrio, fece sì che me la trovai tra le braccia e, guardandoci negli occhi, a tre dita dal naso, ci venne spontaneo unire le labbra. Lei sorrise e stette al gioco.

  Allora premetti di nuovo il tasto dell’ascensore per tornare al ponte più basso,  quindi  rifeci il gesto per salire a quello più alto.

   Viaggiammo su e giù per i ponti per diversi minuti approfittando dell’intimità che la cabina dell’ascensore, in quei momenti, consentiva.

   Uscimmo  dall’ascensore forse un po’ rossi in viso, ma ridendo e leggermente euforici. Poi tornammo seri a parlare, a gesticolare, a spiegare,  senza che né io, né lei probabilmente capissimo fino in fondo quello che tentavamo di  raccontare. Fu questo il regalo più bello che il viaggio avrebbe mai  potuto offrirmi e fu davvero indimenticabile.

   Non racconto quello che si fece fino a quando la nave non attraccò al porto di Melbourne dove lei sbarcò, ma nulla di scandaloso anche perché lei aveva dietro tutta la famiglia ed era una osservata speciale.

   Il commiato, comunque,  fu davvero il momento più triste e avrei voluto scendere anch’io.

   Ma dove andare? Con pochi soldi a disposizione e senza una meta avrei solo fatto una magra figura. Mi sarei rivisto emigrante, ruolo che avevo quasi dimenticato, e rovinato tutto l’alone di bei ricordi, di sogni e di bugie, di cui mi ero contornato.

   Nel tornare in cabina, incontravo altre coppiette: chi si divertiva, chi rimaneva appartato e chi si baciava. Uomini in continua ricerca di avventure, donne sposate che si abbandonavano a troppo facili confidenze.

   Mi convinsi che sulla nave non era difficile avere una relazione amorosa, come tradire il compagno o la consorte rimasti a terra.

     

L’arrivo a Sydney

   Per tutti il sogno o l’avventura terminò il 5 aprile, quando la nave attraccò al porto di Sydney.

   La confusione allo sbarco, il timore di perdersi e l’assoluta ignoranza dei posti  e della lingua non mi permisero di ammirare il paesaggio che mi circondava.

   Il ponte di Sydney ad un’ unica arcata,  ovvero il Sydney Harbour Bridge, i grattaceli che si stagliavano in lontananza in contrasto con la parte opposta della baia, dove dominava il verde che nascondeva le numerose villette, il grande porto, tutto in quel momento fu solo una  fugace visione.

   Immagini che avrei memorizzato con calma i giorni successivi quando a piedi mi avventuravo per le strade della città, sempre con una mappa in mano e lo sguardo intento ad osservare i luoghi, i palazzi e i grandi giardini ben curati e molto frequentati.            

   Proprio vicino al ponte era appena iniziata la costruzione dell’Opera House, che sarebbe terminata qualche mese più tardi. 

    Dopo le normali procedure di sbarco, io e Gianni, così si chiamava il mio collega ex finanziere,  ci trovammo sulla strada a chiedere la prima informazione.

   Gli australiani, come del resto tutto il popolo di lingua inglese,  non sono come noi latini che prendiamo subito confidenza con lo straniero e lo aiutiamo quando lo stesso si trova in difficoltà.

   Per questo, l’impresa più ardua era quella di trovare l’interlocutore giusto, chi ti avrebbe ascoltato, capito e magari aiutato a trovare ciò che cercavi.

   Si esordiva quasi sempre con:

-Excuse me, I’m looking for …”

e poi no so che altro ci inventavamo.

   Riuscimmo comunque a farci capire da un poliziotto che, visto l’indirizzo che gli avevamo mostrato, ci indicò la strada per raggiungere il “Commonwealth  Center of Immigration”.

   Entrati nell’ufficio che si trovava al primo piano di un grosso edificio, della centralissima Elisabeth Street, ci accolse un certo Mr Spirescu, funzionario addetto a ricevere gli emigranti provenienti principalmente dall’Europa.

   Dal nome si intuiva che fosse romeno, ma questo signore parlava benissimo cinque lingue, compreso l’italiano.

   Subito si presentò parlando rigorosamente in inglese e ritirando i documenti che gli avevo mostrato, mi chiese se capivo quello che mi stava chiedendo.

   Risposi:

- little, a bit

 E lui:

- Were you live?

Ed io:

- Sorry, I don’t understund.

- Ho capito, aggiunse in perfetto italiano, voi non sapete l’inglese.

   In quell’ufficio c’erano altri emigranti di diverse nazionalità.

   Mr Spirescu ci presentò allora un italiano che aveva le nostre stesse difficoltà, anche lui “newcomer”, nuovo arrivato e in cerca di lavoro.

   Chiedendoci se per caso non avessimo qualche mestiere, noi quasi in coro,  rispondemmo di saper fare un po’ di tutto e lui, con la solita flemma e ironia, ci disse:

- Ho capito, non avete alcun mestiere.

   Così, prima di licenziarci, ci diede l’indirizzo di un ostello che avremmo raggiunto con la metro, e l’appuntamento per il giorno successivo per indicarci uno dei probabili lavori adatti alla nostra condizione. 

    Il giorno seguente, puntuali nel suo ufficio, venimmo accolti molto cordialmente e ricevemmo subito le prime dritte. Ci disse:

- Prima cosa dovete imparare la lingua ed adeguarvi alle usanze del posto. Siete voi che avete deciso di venire, nessuno vi ha chiamati. Per ora vi consiglio un lavoro in fabbrica, presso la B.M.C. (British Motor Corporation) dove resterete finché non avrete imparato a muovervi da soli, con la lingua e la conoscenza dei posti. Tutte le volte che avrete bisogno, io sono qui.

   Non avevo mai lavorato in fabbrica, tantomeno alla catena di montaggio. Il mio compito era quello di avvitare un carburatore di due modelli di auto inglesi, e collegare i relativi tubicini.

   Cosa semplice, ma da effettuare ripetutamente  con le auto in movimento. Le prime volte qualche vettura mi sfuggiva senza che avessi completato il lavoro, ma poi tutto diventò più semplice.

   La sirena ci avvertiva del termine dell’orario di lavoro e mentre tutti lasciavano gli attrezzi come se scottassero, io con calma mettevo tutto a posto attardandomi qualche secondo in più.

   Uno di quei giorni l’ australiano, che mi lavorava accanto, passandomi vicino, mi guardò in modo poco simpatico dicendomi:

- Bastard.

   Io capii “basta” e sistemai gli attrezzi, seguendolo tranquillamente, se non fosse per un  italiano che non conoscevo, ma che lavorava vicino e aveva sentito la frase. Mi disse infatti:

- Guarda che quello ti ha detto bastardo. Quando suona la sirena devi smettere subito di lavorare.

   Lo paga normale, poco più di uno stipendio della Fiat in Italia, ci fece prendere la decisione di lasciare quel lavoro, ma non potevamo dirlo a Spirescu, temevamo un rimprovero.

   Così partimmo senza salutarlo alla volta del Queensland, dove sapevamo che con il taglio della canna da zucchero avremmo guadagnato di più.

   La fabbrica ci retribuiva una volta la settimana, ogni venerdì, e pagate le spese e il biglietto del treno, a me avanzarono 100 dollari. Era tutta la ricchezza che mi portavo dietro.

 

Il Queensland

   Ci attendeva un viaggio di quasi tremila chilometri che sarebbe durato quattro giorni , con il cambio a Brisbane, dove i binari proseguivano  con scartamento ridotto. Non avemmo la  possibilità di visitare la più importante città del Queensland per via della coincidenza che ci attendeva.

   Un signore australiano, che non parlava l’italiano, ma che comunque si prestava a darci spiegazioni nella sua lingua, in qualche modo ci disse che Brisbane era la città dei ponti, come la nostra Venezia. Sarà stato pur vero, anche se tra le due città c’era una differenza di circa millecinquecento anni di storia.  

   Il viaggio nella verde  terra della Regina durò altri due giorni. Per fortuna che il treno era fornito anche di doccia e potevamo permetterci una rinfrescata prima di scendere a Innisfail.

   La cittadina si trova a 2 km dalla costa sull’oceano Pacifico, in linea con le isole della Nuova Caledonia

     È  divisa in tre settori dal Johnston River e con tanta acqua intorno ed è immersa nel verde. Ha una bella chiesa e ci dicevano che oltre alla piantagioni di canna da zucchero era famosa per i cacciatori di coccodrilli.         

   All’epoca non avrà avuto più di 3 mila abitanti.

   Ci avevano anche raccontato  che era abitata quasi da tutti italiani, ma, a dire il vero, appena arrivati non sentimmo nessuno parlare la nostra lingua.

   Solo più tardi, dopo qualche giorno di permanenza, ci accorgemmo che almeno uno su tre,  se non era italiano, lo era di origine.

   Ma la notizia più brutta la apprendemmo all’interno del bar che avevamo iniziato a frequentare. Eravamo infatti arrivati troppo in anticipo per la stagione della canna da zucchero.

   Il proprietario del locale si chiamava Alfredo, Alfred per i locali,  e ci prese a benvolere. Probabilmente ebbe compassione di quei due poveri cristi, capitati lì,  non si sa come,  e soprattutto senza un becco di un quattrino.

- Il taglio della canna inizia fra un mese – ci disse – e poi se non avete una gang, nessuno vi prende.

Peggio di così non poteva andare!

   Con venticinque dollari in tasca, e pochi di più ne aveva Gianni, non ci restava che chiedere l’elemosina.

   E una specie di elemosina ci venne offerta allo stesso Alfredo, anzi direi un bel regalo.

   Il bar era una specie di circolo sportivo e tra gli avventori incontravamo spesso i giocatori  della locale squadra di soccer, di calcio per dirla alla nostra maniera.

   Alfredo ci disse:

- Ma voi sapete giocare a calcio?

- Come no, io giocavo nella Vigor Senigallia, una squadra di serie ”D” del mio paese e Gianni altrettanto a Fabriano – risposi,  con Gianni che confermava facendosi avanti quasi a mostrare il suo fisico ben messo e somigliante a quello di un calciatore.

   Mentre io avevo militato da ragazzino nei pulcini della Vigor, Gianni, a dire il vero, non aveva mai giocato a pallone. Lui era un mezzofondista puro, gareggiava con me nel Gruppo Sportivo della Guardia di Finanza e insieme eravamo collocati entro i primi 100 della graduatoria nazionale.

   L’affermazione fu sufficiente ad essere presi ed inquadrati nella squadra dell’Innisfail. Ci diedero tutto il necessario, scarpe, calzettoni, maglietta a strisce bianco e azzurro ed un giacchino impermeabile  per la pioggia (ad Innisfail nella stagione delle piogge, piove tutti i giorni ed in mezz’ora ne butta tanta da fare impressione).       

          La squadra militava nel girone dei dilettanti e i giocatori non avevano un ingaggio e nemmeno una paga. Il Mister, che era un signore inglese di circa 60 anni, ci aveva comunque assicurato vitto e alloggio gratis per la durata  del campionato e fu per noi la salvezza. 

   Il pomeriggio eravamo già in campo a fare gli allenamenti. Se non eravamo un gran che come calciatori, lo eravamo di sicuro come corridori.

   Nessuno infatti ci stava dietro, specie a Gianni che aveva il rispettabile tempo di 1’ e 52’’ negli ottocento.

   Io invece ero un infaticabile ala destra, conservando ancora il fiato e la resistenza fisica del mio passato da fondista.

   Nella squadra c’erano slavi, greci, spagnoli e italiani. I più terribili erano gli slavi che, oltre ad avere un fisico possente, avevano un gioco che assomigliava più al rugby che la calcio nostrano.

   Le nostre prestazioni non delusero le aspettative di chi aveva nutrito la fiducia nei nostri confronti. Noi non terminammo il campionato, ma loro lo vinsero, un po’ per merito nostro, ma di più per la forza della squadra che non aveva rivali.

   I giorni trascorrevano abbastanza velocemente anche perché eravamo impegnati negli allenamenti, e la sera a gironzolare qua e là sempre in cerca di notizie per cercare di entrare in qualche squadra di tagliatori di canna.

   La canna veniva tagliata a mano, con un machete lungo 60 centimetri, con tanta fatica e a cottimo.

Ossia più tagliavi e più guadagnavi.

   Noi non lo immaginavamo nemmeno. Solo dopo ci siamo resi conto che nemmeno gli schiavi negri avrebbero mai fatto quel lavoro.  Solo gente rude ed allenata a sopportare grossi disagi, col proposito di lavorare duro per qualche anno, avrebbero potuto sopportare tanta fatica.

   Il cane-cutter era infatti  una persona robusta e di poche parole.

   Nessuno ti avrebbe mai preso nella sua gang. Nella squadra tutti dovevano lavorare con lo stesso rendimento, altrimenti fuori senza tanti complimenti.  

   Come minimo ognuno avrebbe dovuto tagliare almeno 4 tonnellate di canna al giorno. C’era chi ne tagliava il doppio, ma lavorava dalle cinque del mattino alle cinque di sera, con un intervallo per mangiare e riposare di appena due ore.

   Mentre aspettavamo l’inizio della stagione e di conseguenza del lavoro, giocando a pallone,  girando nei dintorni e trascorrendo qualche ora al bar dopo cena, riuscimmo a formare una squadra di 4 tagliatori, ma eravamo tutti nuovi di mestiere. I vecchi ci guardavano quasi con commiserazione, come a dire:

- Poveretti! Dopo la prima settimana fuggiranno via come canguri spaventati.

   Al bar si raccontavano aneddoti e storie, non so quanto vere, ma che non ti tranquillizzavano per niente. Il fuoco, i serpenti, il caldo, gli insetti, gli improvvisi acquazzoni  erano i grossi fastidi, quando addirittura non costituivano reali pericoli.  Si trattava infatti di aspetti da non sottovalutare perché erano situazioni vere, vissute da tutti i vecchi tagliatori di canna da zucchero.

   Un certo Catena, vecchio tagliatore di origine veneta, ormai consumato dalla fatica e dal vizio del bere, mi disse un giorno:

- Se l’Australia fosse attaccata all’Europa, ritornerei a casa a piedi. Ma cosa vado a fare?  Non so se troverei qualcuno e anche se fosse così, loro si aspetterebbero  lo zio d’America.  Io invece mi sono bevuto e giocato tutto.

 

Il taglio della canna da zucchero

   Insieme a me e a Gianni facevano parte della nostra gang un molisano che si faceva chiamare Frankie, quando in realtà aveva il mio stesso nome e Vittorio, un abruzzese arrivato in Australia due anni prima come il suo amico.

   Ambedue provenivano da Babinda dove avevano dei lontani parenti che avevano lasciato proprio per venire a tagliare la canna a Innisfail.  

   Il primo giorno di lavoro fu una tragedia. Ci avevano detto di stare attenti a come impugnare il machete se non volevamo poi rovinare le mani e infatti così era successo.

   La sera avevamo tutti la mano destra quasi completamente spellata e ci faceva un male da morire.

   Un vecchio cane-catter, che lavorava nella nostra stessa azienda, ma in un’altra squadra, ci disse:

- Fasciatevi bene le mani e domattina prima di incominciare a lavorare pisciateci sopra. L’orina disinfetta e indurisce la pelle. Una cosa più igienica non ce la poteva suggerire, ma pare  che avesse funzionato.

   Avevamo tagliato sì e no tre tonnellate di canna in quattro quando, per mantenere un buon ritmo, ne avremmo dovuto tagliare almeno dodici.

   Tagliare la canna da zucchero non era una sciocchezza.           

   Il proprietario della coltivazione ci aiutava a preparare il lotto che il mattino seguente si sarebbe dovuto tagliare.

   In pratica si doveva operare una separazione entrando in mezzo ai filari di canna spingendo una fila verso destra e l’altra verso sinistra in modo da aprire un varco tra la canna da tagliare ed il resto della piantagione. Calcolata grosso modo la quantità che saremmo stati in grado di tagliare, tenuto conto della direzione del vento e facendo attenzione a pulire bene il solco di separazione, si accendeva il fuoco che, in pochi secondi, divampava bruciando, come benzina, le foglie secche.

   Rimanevano in piedi le canne nude,  pronte per essere tagliate.

   Il fuoco, come ho appena detto, bruciava le parti secche della canna e insieme tutto quello che trovava sul terreno, compresi ratti e serpenti.

   A proposito di serpenti, il pericolo più grosso era proprio quello di averli bruciacchiati, ma non uccisi.

   Questi feriti quel tanto da potersi muovere, avrebbero potuto trovare rifugio tra le canne che la notte offrivano umidità e refrigerio.

   Il giorno seguente potevamo non accorgerci della loro presenza e specialmente il “taipan”, serpente corto,  molto velenoso e abbastanza presente in zona, poteva morsicare e lasciare al malcapitato  solo qualche secondo di vita.

   Le canne si tagliavano facendole cadere sul fianco opposto alla mano che reggeva il coltello, in modo da poterle “accioppare” ossia tagliarle sulla cima per liberarle dal ciuffo verde che non bruciava.

   Fatta questa operazione, si iniziava a caricarle a spalla sopra un rimorchio, che chiamavamo truk, che ne poteva contenere giusto 4 tonnellate. Per un discreto lavoro dovevamo quindi caricare minimo 4 truks al giorno.

   Riuscimmo nell’intento solo dopo diversi giorni e con grande fatica.

   Il giorno si mangiava sul campo, tinti in viso come spazzacamini e grondanti di sudore.  All’ombra delle canne mi faceva spesso compagnia il cane del farmer (coltivatore proprietario del terreno).

   Mi ricordo che si chiamava Jak ed era di grossa taglia, campione di caccia al cinghiale.

I cinghiali sono ghiotti della canna da zucchero e spesso entravano nelle coltivazione per cibarsene.

   Qualche volta organizzavamo una caccia con i figli del farmer che venivano spesso ad aiutarci ad agganciare i traks.

   Partivamo con la jeep dopo aver caricato il cane, il fucile ed un gabbione di ferro per il cinghiale che doveva essere catturato vivo per ucciderlo dopo una quindicina di giorni. Questo accorgimento serviva per nutrirlo a dovere e  togliere alla carne il sapore di selvatico.

   Le tracce erano ben chiare e portavano dentro la coltivazione. Noi seguivamo il cane che lo scovava e  fulmineo lo azzannava alle orecchie tenendogli la testa bassa sul terreno. In meno di un secondo il più esperto dei ragazzi, legava le gambe posteriori del cinghiale e richiamava il cane. La scena era a dir poco concitata.

   Le urla del cinghiale, l’abbaiare e  il ringhiare del cane, le grida dei presenti,  un polverone da spavento.

   Sinceramente il tutto metteva addosso angoscia e timore.

   A noi non è mai capitato, ma i ragazzi mi dissero che qualche volta il cinghiale,  che non si ferma davanti a nulla, ha la meglio sul cane e  si rischia davvero la pelle.

   Quella volta era andata bene e tornammo alla nostre abitazioni.

   A proposito , mentre i proprietari abitavano in un bel casolare di legno e mattoni,  noi avevamo a disposizione delle baracche, abbastanza confortevoli, ma pur sempre baracche.

   Di notte si doveva tenere la luce lontano dal tavolo e dal letto se non si voleva essere assaliti da centinaia di insetti.

   Penso che l’Australia abbia più insetti in un ettaro di terra che abitanti nell’intero continente.

   Molti tenevano all’interno della baracca qualche rospo o addirittura un serpente, ovviamente innocuo per chi ci abitava. I rospi erano dei gran divoratori d’insetti, mentre il serpente cacciava i topi. Certo che non si potevano tenere insieme, altrimenti i rospi avrebbero fatto una brutta fine.

   Il venerdì sera si smetteva di lavorare e poi si andava al pub.

   L’usanza era quella,  e penso che lo sia tutt’ora, di lasciare una manciata di soldi sul banco, vicino al bicchiere, mentre ogni avventore chiacchiera, ride, racconta storie e molto spesso favole.

   Il barman o la ragazza passavano in continuazione con la birra o il whisky a riempire i bicchieri che man mano si svuotavano e, contemporaneamente, ritiravano il denaro, deponendo anche  l’eventuale resto.

   Per la maggior parte dei presenti la serata terminava quando erano ubriachi fradici e avevano terminato i soldi sul banco.

   Se poi vicino c’erano anche le slot machine, allora lo stipendio della settimana si riduceva moltissimo.

   Per qualcuno si azzerava.

   La polizia stava spesso di fuori del pub, vicino alle autovetture parcheggiate. Quando il proprietario si avvicinava e, con fatica, cercava di infilare la chiave nel buco della serratura, i poliziotti lo prendevano e lo caricavano a forza nel loro auto per portarlo in cella.

   La mattina seguente era di nuovo  fuori, dopo aver smaltito la sbornia  e pagato la multa.

   Altro passatempo era quello di andare a caccia nel bush con il gippone che il proprietario della farm ci prestava volentieri.

   Ci dava anche un fucile, un po’ antiquato, ma funzionante.

   Certo avremmo dovuto avere i permessi necessari, ma facendo attenzione a non incontrare la polizia, e farci sorprendere con l’arma a portata di mano, si rischiava l’avventura.

   Il capo si raccomandava di non perderci nella boscaglia. Ci disse che era pericoloso perché non c’erano sentieri e si poteva perdere l’orientamento.

   Guardate il sole – ci aveva detto – e se vi sorprendesse il buio accendete un fuoco. Se vi siete persi io vedo il fumo e vengo a prendervi.

   Un giorno, con la jeep che per frenare dovevamo pompare più di una volta la pedivella, partimmo per la caccia.

   Per strada incontrammo un grosso canguro rosso che, affiancandolo, si era messo a correre. Faceva dei salti enormi ed era quasi più veloce della nostra auto e, per seguirlo, dovevamo abbandonare la stradina di terra battuta. 

   Correvamo sulla radura e ogni tanto l’auto sobbalzava a causa del terreno non sempre pianeggiante.

   L’inseguimento terminò quando il canguro, che spostava continuamente la sua direzione di marcia, si infilò nel bush e lo perdemmo di vista.

   Sempre quella volta, intenzionati a cacciare qualcosa, dato che il canguro era stato più furbo di noi, ci avventurammo nel bosco.

   Non c’erano infatti sentieri agevoli da percorrere, ma solo alcuni tratti liberi dalla vegetazione e si procedeva lentamente. Trovammo un ruscello e seguimmo il suo corso per avanzare più speditamente.

   Dopo qualche minuto, avendo i pantaloni corti, ci siamo accorti che si appiccicavano alle gambe le sanguisughe e coì abbiamo lasciato il ruscello cercando uno spiazzo libero per sistemarci. Tutti e quattro cacciatori inesperti, con un solo fucile e dei water-bags (sacche di tela, per la riserva d’acqua, che la  mantenevano fresca per lungo tempo).

   Sopra di noi passavano spesso stormi di pappagallini multicolori. Ci dicevano che potevano essere buoni anche cucinati in umido, ma noi non li abbiamo cacciati.

   Si aspettava di vedere qualche uccellaccio più grosso o qualche coniglio. Non cacciammo né gli uni né gli altri e così decidemmo di tronare indietro

   Non era ancora buio, ma avevamo  timore di aver perso l’orientamento. Prendemmo comunque la direzione giusta perché il sole era al tramonto e ci indicava la via da seguire.

   Decidemmo lo stesso di accendere un fuoco e dopo aver ripulito un quadrato di terreno, bruciammo alcuni arbusti e partimmo verso est, dove al limitare del bosco, avevamo lasciato la jeep.

Fu facile ritrovare la strada di casa, ma il fuoco continuava ad ardere.

   Pensavamo di aver fatto un buon lavoro, pulendo il terreno prima di accenderlo, ma evidentemente non fu così tanto che l’incendio durò fino a tarda notte.

    Poi per fortuna si spense da solo, e potevamo ringraziare di essere stati, oltre che incoscienti, molto fortunati.

   Il taglio della canna da zucchero non aveva un periodo ben definito. La variabilità dipendeva da diversi fattori oltre che dalla estensione della piantagione e dal tipo di canna.

   I produttori, inoltre, a volte seminavano la canna subito dopo la raccolta, mentre altri attendevano più tempo. Il clima, caldo umido del Queensland, favoriva comunque  la crescita in ogni stagione.

   La semina avveniva con una macchina che apriva il solco,  tagliuzzava  le canne in   segmenti di  circa

20-30 cm ,  secondo della distanza dei nodi da cui nascono i germogli per la nuova produzione.

   La domenica spesso andavamo al mare.

   Andando verso la costa si incontrava prima il National Park e verso sud, appena fuori dell’area verde, c’era, e c’è tutt’ora ovviamente, Etty Bay.

    La spiaggia solitamente non era molto frequentata, eccetto nei week end ed aveva una rena simile al quarzo, mista a sabbia e conchiglie. Subito alle spalle c’era la vegetazione con numerose palme di cocco.         

   Non c’erano strade trafficate, se non l’unica via  perpendicolare alla costa che portava ad un vasto ed ombroso parcheggio dove tra gli alberi ombrosi c’erano anche piante di pompelmo.

   Vicino  un grosso chiosco che vendeva un po’ di tutto.

   Non avevo mai visto tante vongole come a Etty Bay. Spesso portavamo un barbecue e aspettando che si cuocessero le salsicce, con una pala si raccoglievano le vongole: a manciate, tante da farne una scorta o rigettarle sulla riva.

   Al largo, lungo tutta la costa, a non molte miglia si trova la  great barrier reef,  nel cosiddetto mar dei Coralli.

   Un mare profondo e pericoloso per la presenza di squali.

   Quando la spiaggia era affollata di turisti, i bagnini del posto, esperti nuotatori,  stazionavano su trespoli simili a quelli che abbiamo sulle nostre spiagge. 

   Al grido di allarme “shark, shark!” uno della squadra dei life-guard si arrotolava una lunga fune alla vita e si gettava in acqua nuotando in direzione del bagnante in pericolo.

   Gli altri rimanevano sulla spiaggia tenendo l’altro capo della corda che tiravano a sé quando il soccorritore aveva raggiunto e  afferrato il malcapitato.

   Si raccontava,  proprio in quel periodo, che l’allora primo ministro australiano, Harold Holt,  era stato attaccato e ucciso da uno squalo.  Successe proprio su quella costa, ma non si ebbero mai conferme.

   Una volta siamo saliti su un barcone attrezzato per le gite sulla “Barrier Reef”, la barriera corallina,  con l’opportunità di pescare qualcosa.        

   Il proprietario infatti metteva a disposizione delle canne da pesca ed il pescato lo potevi portare a casa. In mezzo alla barca, sul fondo, c’era un vetro che ti permetteva di vedere il fondo dove tra i coralli nuotavano banchi di pesci multicolori.

   Era davvero un bello spettacolo che la natura offriva gratuitamente. Fino ad un certo punto perché il proprietario della barca voleva ovviamente essere pagato.

   Non era difficile pescare. Bastava gettare la lenza e, anche se non ci mettevi niente, i pesci abboccavano ugualmente.

   Con un po’ di pescato tornammo a riva soddisfatti.

   Intanto nella piantagione il lavoro proseguiva monotono e non sapevamo per quanti giorni ancora.

   Una sera, mentre caricavo a spalla la canna appena tagliata, mi ferii alla gamba sinistra. Apparentemente non sembrava nulla.

   Solo un piccolo taglio e poco sangue che avevo subito tamponato. Il mattino seguente la gamba mi si era gonfiata e mi faceva male da morire solo a toccarla.

   Antonio, il proprietario della tenuta, un italiano emigrato venti anni prima, subito dopo la guerra,  mi accompagnò all’ospedale di Cairns.

   Qui mi visitarono e, dato che mi era venuta la febbre, mi tennero una settimana in osservazione,  somministrandomi anti infiammatori.

   La febbre scomparve e mi mandarono a casa.

   Il giorno seguente mi ritornò il dolore proprio in corrispondenza della ferita. Dissi allora a Gianni:

- Fammi il favore, premi sulla ferita con tutta la forza e non ti preoccupare di farmi male.

   Lui si prestò all’intervento e mi fece vedere le stelle, ma di botto saltò fuori dalla ferita una scheggia di canna. All’ospedale non si erano accorti della sua presenza. Da quel momento il male cessò e mi guarii completamente.

   Porto ancora la cicatrice che mi ricorda il grave rischio che ho corso.

   Mi sembrava di vivere in un film western e in effetti sembravo proprio un cow-boy. Sempre con un cappellaccio in testa, una camicia a scacchi, jeans e quasi sempre scalzo (in Australia, almeno nel bush, le scarpe duravano molto a lungo!).

   Nel Queensland,  in inverno, la temperatura  non scende mai sotto i 20 gradi, eccetto di notte che qualche volta faceva freschetto.

   Proprio in una di queste sere successe un fatto imprevisto.

   Mentre stavamo chiacchierando fuori dalle baracche, con un cielo terso,  e si cercava di individuare la Croce del Sud, che per l’Australia,  oltre a rappresentare il simbolo della bandiera, è la costellazione di orientamento, vedemmo arrivare una grossa station wagon.

   Dall’auto scesero due giovanotti ben vestiti, che si avvicinarono salutando con un festoso:

-  “Hi boys!”

   Ai finestrini della grossa vettura si intravvedevano un paio di ragazze che, da quello che si poteva scorgere, portavano un abbigliamento particolare.

   Erano due prostitute con i loro protettori che facevano il giro delle farms per portare il sesso a domicilio.

   Un paio dei miei amici abboccarono subito e si precipitarono ognuno all’interno della propria baracca invitando le ragazze ad entrare. Io e Vittorio rimanemmo a digiuno anche perché, non eravamo abituati a certi incontri e, sinceramente,  si temeva anche di  prendere qualche malattia.

   Ci scusammo con i protettori,  assicurando loro di essere disponibili per  un prossimo incontro.

    L’intrattenimento si risolse in meno di mezz’ora e l’allegra brigata si allontanò salutando con il clacson, tra le risate e le  grida delle signore,  quasi si trovassero in sella ad un cavallo da incitare alla corsa.

   Restammo fuori per un altro po’ di tempo, giusto per sentire gli apprezzamenti di chi, poco prima, si era sfogato dopo qualche tempo di digiuno.

   Ogni tanto, dal buio del  prato che si estendeva fino al limitare del bosco, facevano capolino alcuni wallabys, cioè dei canguri

dalla piccola taglia. Questi, timidamente si facevano avanti fino al deposito delle immondizie per cercare cibo.

   Un minimo rumore o movimento da parte nostra li faceva scappare. Con quattro colpi di coda sparivano nel buio per ritornare più tardi, nel silenzio della notte.

   Trascorse ancora un mese, poi il raccolto terminò e ci preparammo, per così dire,  a togliere le tende.

Antonio ci invitò nella sua abitazione dove con la famiglia restammo a cena brindando e promettendo di rivederci la prossima stagione.

   La moglie, una signora di circa cinquant’anni, si comportava come tutte le donne italiane. Negli oltre vent’anni di permanenza in Australia non aveva dimenticato le abitudini nostrane e non faceva che invitarci a mangiare e a bere.

Antonio ci disse:

- Siete dei bravi ragazzi e lavoratori. Vedete, qui in Australia gli italiani sono tutti dei gran faticatori, specialmente voi marchigiani e abruzzesi. Quando sentiamo che c’è qualcuno che viene dal centro Italia, per noi è la garanzia che si tratta di gente per bene.

   Queste affermazioni non potevano che farci piacere e li salutammo come se fossimo diventati parenti, con un commiato quasi commovente.

   Ritornammo in città per trascorrere qualche giorno ancora a Innisfail, salutare gli amici e tutti i giocatori di pallone.

   Ci incontravamo come il solito nel bar di Alfredo dove si faceva bisboccia e si raccontavano tutte le disavventure passate durante il taglio della canna.

    Eravamo anche noi entrati nella leggenda e potevamo ambire, per la prossima stagione, l’ingresso in una gang di anziani cane-cutters.

   Uno degli Jugoslavi, che aveva delle braccia come le mie cosce, mi regalò il gagliardetto della squadra dell’Innisfail e mi invitò a giocare nel prossimo campionato di calcio.

 

Il tabacco

   Erano i primi di ottobre quando  io e Gianni partimmo, in taxi,  per Innot Hot Springs, una località ad ovest di Innisfail, verso l’interno, a circa 60 miglia dalla costa.

   Qui non c’era nulla, solo un post-office e qualche capanna di aborigeni che vivevano presso una specie di Hotel che portava lo stesso nome di quello sputo di posto.

   Innot Hot Springs così si chiamava perché aveva delle sorgenti calde che scaturivano da una zona che anticamente doveva essere una sito vulcanico.

    L’hotel era alimentato da quell’acqua che, raffreddata era buona da bere. Anche gli aborigeni l’usavano per cucinare.

   Eravamo andati da quelle parti perché lì si coltivava il tabacco ed era giusto il lavoro che, molti avventurieri come noi, trovavano subito dopo il taglio della canna da zucchero.

   Da Innisfail avevamo preso la strada, in parte asfaltata , ma per il resto di terra battuta, che conduceva a Innot,  passando per Ravenshoe che si trovava a metà strada.

   Questo era l’ultimo paese per così dire decente, prima di arrivare alle piantagioni di tabacco. C’era pure il cinema e la farmacia.

   Al post-office incontrammo un certo Maurano, un calabrese che si era stanziato da quelle parti anche lui, come Antonio,  venti anni prima, ma era davvero un avventuriero.

   Per lui coltivare il tabacco era come giocare alla roulette. Puntava tutto quello che aveva sulla sua piantagione  augurandosi una buona stagione. 

 Se per caso gli fosse andata bene, avrebbe potuto diventare ricco, diversamente se gli andava male, avrebbe perso tutto.

   Normalmente però se la cavava con una via di mezzo e poteva ritentare la sorte la stagione successiva.

   Ci disse che cercava mano d’opera e noi prendemmo l’occasione al balzo. Ci caricò sulla sua Holden, un’autovettura, tutta australiana,  di qualche anno, ma abbastanza robusta da percorrere tranquillamente le cinque miglia che ci separavano dalla sua piantagione.

   Attraversammo il bush, tra alberi di eucalipto e grossi termitai, alti più di tre metri.

   Ad un certo punto una brusca frenata, poi Maurano azionò la marcia indietro e quindi ancora la prima marcia.

   Cos’era successo?

- Fermi tutti! -  disse concitato, scendendo velocemente dall’auto. Si diresse verso il bordo della strada polverosa, raccolse un bastone e si mise a picchiare il terreno davanti alla sua auto. Poi si chinò e raccolse un serpente di circa un metro e mezzo di lunghezza.

- E’ un brown snake – ci disse – questo figlio di puttana stava entrando nella piantagione.

   Arrivammo alla sua abitazione, molto ampia e ben messa, dove ci attendeva la moglie con i loro due bambini: un maschio di otto anni ed una femmina  di due.

   Fuori un grosso cane nero ci accolse abbaiando, mentre sul lato sinistro vedevamo la piantagione di tabacco  e si notavano

le piantine appena spuntate dal terreno. Non molto lontano, c’era un largo recinto con le galline che razzolavano all’interno. Saranno state più di cinquanta, tutte bianche. Tra quelle decine di uova sparse qua e là sul quel rettangolo di terra.

 Ci disse:

- Vedete quel recinto?   Io lo sposto ogni tanto così le galline man mano mi puliscono il terreno dalle erbacce e lo fertilizzano con le cacate.

   Già da questa presentazione capimmo il carattere del soggetto, un po’ strano, ma pieno di iniziativa.

   Erano le undici del mattino e la moglie si mise subito ai fornelli.

   C’era pronta una grossa peperonata, del prosciutto già affettato e una padella che poteva contenere almeno dodici uova.

   Mentre il profumo della cucina ci aveva aperto stomaco e polmoni, il nostro amico ci accompagnò sul campo dove, con orgoglio, ci mostrava la sua piantagione. Saranno stati non meno di 5 o 6 ettari coltivati a tabacco.

   In parte le piantine erano state messe a dimora, altre lo sarebbero state nei giorni a venire. Lungo i filari decine di tubi a incastro per l’irrigazione.

   A fianco della casa c’era il forno: una costruzione a forma di parallelepipedo, più alto della casa stessa e, se ben ricordo, di due o tre metri di lato.

   Dietro la casa correva il Nettle Creek, che fino a qualche giorno prima era appena un ruscello, ma che con l’avvicinarsi della stagione delle piogge, stava diventando un bel corso d’acqua.

   Alle rive, sui greppi, c’era molta vegetazione e grosse piante di eucalipto con delle liane che penzolavano fino a toccare il pelo dell’acqua.

   In lontananza si estendeva una grande prateria, con pochi alberi, recintata con pali di legno e filo spinato.

- Laggiù – ci raccontava Maurano – c’è un grosso allevamento di bestiame. Il proprietario è un inglese bastardo che lascia le bestie incustodite e ogni tanto qualcuna entra nella mia piantagione. Io l’ho avvertito più di una volta. Se trovo un vitello nel mio campo gli sparo e poi me lo mangio.

   A mezzogiorno tutti a tavola. Un ambiente reso vivace dai bambini che giocavano e venivano in continuazione vicino a noi per chiedere e raccontare le loro piccole storie.

   La mamma molto premurosa ci serviva a tavola e richiamava i bambini affinché non dessero fastidio.

    Il capoccia che ci raccontava tutta la storia della sua vita, dall’arrivo in Australia

agli ultimi avvenimenti che avevano coinvolto sia la sua famiglia che il lavoro.

   Dopo pranzo rimanemmo fuori, all’ombra continuando a chiacchierare e a fare programmi per il giorno dopo, quando avremmo iniziato a lavorare.

   Stavamo uscendo dall’inverno e si preparava la stagione delle piogge con il pericolo che i monsoni provenienti dall’oceano indiano pregiudicassero la coltivazione e alla fine il raccolto del tabacco.

   Quando si parlava del tabacco, Maurano era sempre eccitato come se si trattasse di una creatura che doveva nascere, crescere  e  maturare nel migliore dei modi. 

   Guardava sempre il cielo e si informava quotidianamente sulle condizioni atmosferiche. Noi pensavamo che dormisse solo qualche ora di notte, ma era sempre attivissimo.

   Più avanti capimmo da dove provenisse tutta la sua apprensione.

   Il tabacco è una pianta delicata ed ha molti nemici.

   Il principale era ovviamente rappresentato dalle condizioni atmosferiche: la grandine o il ciclone avrebbero spazzato via la piantagione in meno di mezz’ora.

   Il secondo era costituito dai bruchi che se non tenuti sotto controllo avrebbero divorato le piante in pochi giorni; il terzo nemico era l’eccessiva umidità durante il periodo della maturazione che avrebbe reso le foglie troppo spesse con il conseguente deprezzamento del valore o, al contrario, l’eccessiva aridità.

   La mancanza di pioggia prima della maturazione avrebbe reso le foglie come fogli di carta, poco consistenti e pertanto di scarso pregio. L’ultimo pericolo poteva essere il fuoco. L’incendio del raccolto essiccato o  del forno che poteva essere causato da un fulmine o da un corto circuito, non era una eventualità da sottovalutare.

   Se nessuno di questi eventi catastrofici fosse accaduto, il tabacco avrebbe potuto conquistare il top-prize, ossia il presso più alto al “sale”, cioè alla vendita all’asta che dir si voglia, che si sarebbe tenuto alla fiera di  Mareeba o anche nel più importante centro di Cairns.

   Era consuetudine del coltivatore che avesse guadagnato il top-prize di acquistarsi  l’auto nuova, magari l’ultimo modello decappottabile che era  in commercio.

   In pratica il tabacco avrebbe provocato la dipendenza prima ancora di essere trasformato in sigarette.

   Come lavoro iniziale dovevamo, io Gianni e lo stesso principale, irrigare la piantagione sollevando i dei tubi lunghi qualche metro che dovevano essere incastrati tra loro per permettere l’irrigazione del filare interessato.

   Quando i tubi erano sistemati si apriva l’acqua che avrebbe irrigato una parte del raccolto, mentre noi ci preparavamo a stendere i tubi su un altro filare.

   Altro lavoro era quello della pulizia dei filari medesimi estirpando le erbacce che avrebbe favorito la riproduzione dei bruchi.

   Durante una di queste operazioni, un giorno mi sentii gridare alle spalle:

- Fermati Franco, non ti muovere!

   Mi fermai,  mentre Maurano strappava una pianta dal terreno e incomincio a batterla su un grosso serpente arrotolato

dietro i miei piedi. Lo uccise facilmente anche perché, il mattino presto,  il rettile era infreddolito e poco agile nei movimenti. Era un king brown snake, molto velenoso.

   Io lo presi per la coda e me lo avvoltolai intorno al collo. Poi chiesi a Gianni di scattarmi una foto mentre gli tenevo la testa alta, come se fosse ancora vivo. 

   Di tanto in tanto veniva a trovarci un ambulante che vendeva diverse mercanzie che interessavano comunque più la casa e la signora Maurano.

   Questi abitava poco lontano dalla piantagione e si guadagnava da vivere girando per le farms vendendo sia generi alimentari che casalinghi, tessuti e anche giocattoli.

   Quando arrivava si radunavano intorno alla nostra abitazione, anche i coloni vicini ed era l’occasione per scambiare due chiacchiere.

   Veniva spesso anche Teresa, una ragazza molto bella, dai lineamenti anglosassoni, anche se era figlia di italiani.

   Si vedeva raramente perché studiava in città, ma abitava presso i suoi genitori, vicino alla nostra coltivazione.

   Quando arrivava , con la penuria di donne che c’era, per noi era come se vedessimo la Madonna e l’adoravamo senza che nessuno si permettesse di farle la corte, tanto non ci sarebbe stata con nessuno di noi.

   Lei ci chiedeva dell’Italia che non aveva mai visto e dove sognava di andare appena finiti gli studi.

   Il padre una volta mi chiese se a Senigallia e nelle Marche in genere passasse il treno e se le strade fossero asfaltate.

   Quella gente aveva lasciato l’Italia subito dopo la guerra e non vi era più ritornata.

   La figlia era nata a  Mareeba, ma studiava, come ho già detto,  a Cairns dove stava per diplomarsi. Il suo sogno era quello di frequentare una università in Europa, magari in Italia.

   Mentre il tabacco cresceva, il tempo trascorreva ora monotono,  ora vivacizzato da fatti che in città sarebbero stati insignificanti, mentre in quel posto desolato destavano una curiosità particolare.

   Una volta si andava a Innot Hot Springs, a poche miglia dall’abitazione, per trascorre qualche ora nel pub dell’albergo.

   Qui c’era chi giocava a carte e chi lanciava le freccette. La signora al banco serviva la birra mentre il marito, che gestiva l’attività, era sempre indaffarato in qualche lavoretto.

   Al massimo poteva accadere che qualcuno si ubriacasse e facesse teatrino, come cadere in terra o dire qualche stupidaggine.

   Ma ciò era sufficiente per fare due risate e tornare a letto spensieratamente.

   Altre volte si andava al cinema a Ravenshoe dove proiettavano anche nuovi films ed era questa l’occasione più importante per  trascorrere una buona serata.

   Il clima diventava sempre più equatoriale, ovvero sempre più caldo umido e le precipitazioni erano sempre più frequenti.

   Maurano ogni giorno faceva gli scongiuri, mentre noi lo tranquillizzavamo andando a controllare la piantagione lungo i sentieri resi fangosi dalla pioggia.

   Di bello c’era il fatto che il temporale durava pochi minuti e subito tornava un sole caldo che costringeva a ripararsi sotto le piante o a fare il bagno nel Nettle creek, quel corso d’acqua che correva dietro casa e che in quella stagione poteva ingrossarsi e diventare minaccioso.

   Eravamo a dir poco incoscienti.

   Ci tuffavamo in quelle acque torbide usando le liane che penzolavano dagli alberi, dopo essere entrati nel greto del fiume facendoci largo tra la vegetazione che oltre ai serpenti poteva nascondere di tutto, persino i coccodrilli.

   Bastava infatti non fare troppo rumore che, come ci si affacciava, si vedeva e si  sentiva il tonfo di qualche  piccolo rettile che si gettava in acqua. Per fortuna che quegli “animaletti” non erano aggressivi.

   Ci dicevano infatti che i coccodrilli nascono durante la stagione delle piogge lungo i fiumi, e per questo non raggiungono mai grosse dimensioni, eccetto ovviamente la madre che aveva fatto la covata.

   Poi questi vanno verso il mare dove diventano grossi predatori e raggiungono anche i 6 metri di lunghezza.

   Anche in questa zona gli insetti la facevano da padroni.

   Penso che anche oggi nulla sia cambiato e che sia tutt’ora il  fastidio più grosso. L’ambiente era ideale per rospi, rane, pipistrelli ed altri volatili.

   Come il  “Laughing Kookaburra” ossia uccello che ride. Questo volatile si posava spesso vicino a casa, su un ramo di un albero e incominciava con il suo            

verso che andava in crescendo, come se uno incominciasse a ridere normalmente e poi terminasse la risata a squarciagola.   Assomigliava un po’ ai pappagalli, ma era bianco e marrone ed aveva il becco appuntito.

   Sempre in tema di animali e di incoscienza, o meglio pazzia degli uomini,  mi tornano alla mente alcuni episodi in cui il nostro datore di lavoro si era reso protagonista.

   Maurano aveva il fucile facile, sembra un gioco di parole, ma era la verità. Lo abbiamo sempre chiamato con il cognome, mentre il nome era Tony,  Antonio,  proprio come il farmer della canna da zucchero.

   Un mattino, prima di recarci al lavoro, la moglie del boss stava preparando la colazione a base, manco a dirlo, di uova e bacon.

   Ad un certo punto aprì il mobile basso della cucina per prendere una padella e vide all’interno un grosso serpente nero che aveva alzato la testa e si apprestava ad uscire.

   Sembrava nervoso, forse perché si trovava costretto tra il mobile e noialtri che, per la verità ci siamo tirati indietro spostando il tavolo.

    Non so di che specie fosse stato, in ogni modo la donna si mise ad urlare al marito che accorse all’istante.

   lo vedemmo prendere il fucile e sparare un colpo dentro la credenza.

   Credo che si siano salvati pochi tegami e che il mobile sia rimasto alquanto bucherellato. Sta di fatto che il serpente fu ucciso con buona pace per tutta la famiglia.

   Un altro giorno ci trovavamo sul campo a raccogliere il tabacco. Questa operazione non era facile come sembrava.

   Prima di tutto bisognava avere l’occhio nel scegliere la foglia matura che non era più verde, ma stava cambiando e tendeva al giallo, anche se ancora non fosse proprio di questo colore.

   Si iniziava dal basso e si faceva il primo passaggio raccogliendo una o due foglie per pianta.

   Successivamente, il giorno dopo, si ricominciava daccapo e così via fino a raccogliere l’ultima foglia rimasta in cima alla pianta.

   Come dicevo, stavamo raccogliendo il tabacco quando qualche filare più avanti, seminascosto dalle piante, vedemmo un vitello che pascolava tranquillamente.

   Chiamammo subito il capo che corse con tanto di fucile e di coltellaccio.

   Si avvicinò al vitello e gli sparò un colpo in testa.

Poi, dopo che questo era stramazzato al suolo, prese il coltello e gli portò via una coscia. Il resto dell’animale lo trascinò fino al recinto e lo gettò nel terreno dell’allevatore.  

   Quindi, con la coscia in spalla, si avviò verso casa per metterla in frigo.

   Non sapemmo mai cosa avesse pensato o che provvedimenti avesse preso il proprietario della bestia. Sicuramente rinforzò il recinto.

   L’ultima impresa di Maurano, e questa veramente fu crudele e ci dispiacque molto, avvenne quel giorno che il grosso cane, forse per gioco o perché era nervoso, diede un morso alla

bambina in una mano, tanto da bucargliela e farla piangere moltissimo di dolore.

   La bambina fu portata all’ospedale per le   medicazioni ed i relativi controlli,  mentre Il padre non ci pensò due volte. Abbracciò il fucile e uccise la povera bestia davanti alla sua cuccia, a dieci metri  dell’abitazione.

   Toccò a noi seppellirlo vicino all’orticello, dove c’era ancora il terreno sabbioso, data la presenza del fiume.

   Dopo qualche mese, forse perché eravamo soliti mangiare la frutta in quell’angolo fresco, sotto l’ombra di un grosso fico, spuntò qualche pianta  di anguria.

   Non so se era per il cane sepolto o il terreno fertile, ma le angurie che nacquero in quel posto erano  giganti.

   Noi non abbiamo proferito parola e neanche fatto allusioni, ma né io né Gianni abbiamo mai assaggiato una fetta di quelle angurie.

   In realtà eravamo a poca distanza dal tropico del Capricorno e, dove c’è sole ed acqua in abbondanza nascono piante di ogni genere. E la frutta esotica non mancava di certo.          

 

  Tutto il Queensland è interessato alle coltivazioni di ananas, banane, una specie di melone, che chiamavano popone, che alla fine è la stessa cosa.

   Solo che quel tipo di melone lo si poteva mangiare con il cucchiaio, tanto era dolce e tenero, e cresceva su un arbusto, a differenza del nostro melone che cresce in terra.

   Un paio di volte almeno ci siamo avventurati nel bush dove crescevano spontaneamente altre le piante da frutto, come i banani.    Quando ne trovavamo uno, con  i frutti non ancora maturi,  lo si tagliava  con un coltello alla base   e   caricavamo sulle spalle il pesante caspo per portarlo a casa dove sarebbe maturato giorno per giorno.

   Il taglio era semplice perché la pianta delle banane ha un fusto tenero e si recide facilmente, anche  con un  piccolo coltello.

   Quando penso al Queensland, mi viene in mente la Regina d’Inghilterra, non tanto per il nome che ha dato a questa terra, quanto per il fatto che, tutte le volte che andavi al cinema, all’inizio dello spettacolo suonavano l’inno “God Save the Queen”  e,  per rispetto,  dovevamo  alzarci  tutti in piedi.

   Col tempo anche per noi era diventata una abitudine e lo si faceva tranquillamente senza mugugni. Diventava automatico perché lo facevano tutti e poi ci sentivamo parte del popolo australiano,  che, tuttavia,  nei nostri confronti non è stato mai tenero, ma questo atteggiamento lo si notava solo nella gioventù.

   I ragazzi australiani, in particolare, che ci chiamavano “dago”, che poteva non essere cosa grave se non fosse detto in maniera dispregiativa,  con l’aggiunta della parola “bastard”. Come dire: italiano bastardo.

   E noi rispondevamo: bloody p.o.m.e bastard, dove p.o.m.e stava per prisoners overseas made in england, e “bloody”,   che ha tutto un altro significato e che nel loro “slang” si usava per maledire,    quindi “maledetti prigionieri d’oltremare fabbricati in Inghilterra”.

   Non erano certo complimenti né dall’una, né dall’altra parte e la cosa generava spesso delle liti.

   Mi ricordo che una sera, eravamo a Griffith,  nel New South Wales,  località che citerò più avanti, insieme ad un gruppo di amici italiani. Uno di questi si era accompagnato con una bella ragazza australiana.

   Seduti al pub, stavamo discutendo non ricordo di cosa, ma come tutti si scherzava e si rideva davanti ad un bicchiere di birra. Entrò un gruppo di australiani e uno di questi passando vicino alla ragazza l’apostrofò malamente, dicendole che era una “poco di buono” perché stava con gli italiani. Il ragazzo che stava con lei si alzò di scatto minacciandolo energicamente.

   Di colpo ci trovammo tutti in strada inscenando una rissa da film. Nella confusione,  mena tu che meno anch’io, ognuno cercava di colpire l’avversario come poteva e per fortuna che non è saltato fuori un coltello, altrimenti ci poteva scappare il morto.

   Mi ricordo di aver preso qualche pugno, ma forse a darmelo poteva essere stato anche un mio amico, dato che nella confusione, ci si scazzottava quasi ad occhi chiusi.

   A Innot Hot Springs non c’era pericolo che queste cose succedessero visto che non c’erano motivi di contrasto con chicchessia e le discussioni nascevano tutt’al più con persone attempate.

   Ritornando al lavoro, la preoccupazione più grossa era quella di fare in tempo a raccogliere tutto il tabacco prima che la stagione delle piogge fosse al culmine e ci rovinasse tutto.

   La fortuna quell’anno assistette Maurano che fece un buon raccolto e di ottima qualità.       

   Avevamo legato una grande quantità di foglie negli appositi supporti per poi sistemarle nel forno  per farle essiccare e, ogni volta che le toglieva, Maurano le accarezzava, le annusava, come fossero creature, e poi le imballava pronte per il “sale”.

   Arrivò il grande giorno della vendita. Tutto il tabacco imballato fu portato a Mareeba dove ad attenderlo c’erano i compratori della Marlboro, della Rothmans, della Philip Morris ecc. che, a noi operai regalarono diverse stecche di sigarette. In quel periodo ero ancora un fumatore, anche se mi limitavo moltissimo, ma preferivo farmi le sigarette a mano, con tabacco sfuso e cartine. Smisi di fumare dieci anni più tardi quando il medico, a cui avevo chiesto perché mi girasse la testa dopo aver fatto la prima tirata, mi rispose che erano i vasi del cervello che, con l’aspirazione si restringevano e provocavano quell’effetto. Quel campanello di allarme fu sufficiente a farmi smettere definitivamente.

   Il capo vendette tutto il lotto al prezzo più alto e dopo mezz’ora era già ubriaco. Con la bottiglia di Bacardi mezzo vuota, nella tasca del giubbetto, discorreva con tutti quelli che aveva intorno, raccontando le sue bravate e tutte le sue disavventure.

   Lo accompagnammo a casa con la sua Holden gialla che probabilmente sarebbe stata sostituita  da lì a qualche giorno.

   Restammo ancora un paio di settimane con la famiglia Maurano. Si doveva riassettare il terreno, pulire il forno e fare qualche altro lavoretto intorno alla casa.

   Intanto il Nettle Creek si era ingrossato per le piogge da preoccuparci seriamente. Di notte lo sentivamo scorrere rumorosamente, tanto che poco lontano aveva formato una piccola diga con i tronchi traportati e la vegetazione presente, deviato in parte il percorso e formato una cascata.

   Questo era anche il periodo della pesca. Il fiume infatti si era popolato di numerosi pesci, non so dirvi di quale specie, ma erano grossi come le carpe.

   Per catturarli in maniera massiccia, ma illegale, costruimmo una grossa trappola con una rete metallica.     

   Si trattava in pratica di un grossi cilindro, chiuso alla base e con l’apertura ad imbuto sul lato opposto.

   Tony Maurano ci disse di stare attenti perché la polizia ambientale, come la nostra Forestale, se  “pescava” noi erano guai.

   Per un paio di sere piazzammo la trappola con l’apertura contro corrente, un grosso osso di bistecca all’interno, e l’ancorammo sul fondo del letto del fiume.

   Il mattino seguente, molto presto per evitare sorprese della polizia, andavamo a ritirare la trappola e non vi dico con quanta fatica.

   Ci saranno stati ogni volta più di cinquanta o sessanta chili di pesce. E cosa ne facevi? 

   Dopo averne messo da parte tre o quattro chili, il resto lo rigettavi nel fiume.

   Era giusto la soddisfazione di vedere tanto pescato e approfittarne per fare qualcosa di nuovo.

   Terminato il periodo dei lavori, successe grosso modo quello che era già avvenuto a Innisfail, ossia una cena di commiato con tutta la famiglia e anche qualche amico che abitava  vicino.

   Maurano che, dall’accordo preso in precedenza, non ci aveva mai dato la paga, ma solo qualche anticipo per le spese correnti, staccò a ciascuno di noi  un assegno di mille dollari con il proposito di rivederci nella prossima stagione.

   Ci accompagnò poi a Innisfail dove io avevo aperto un libretto di risparmio presso la Saving Bank locale.

   Vestito com’ero, con i jeans rattoppati, una camiciaccia e un cappello tipo militare australiano (colore mimetico con le falde larghe), entrai in banca e presentai al cassiere il mio libretto di risparmio con l’assegno appena riscosso.  

   Il cassiere mi guardò da cima a fondo, poi si ritirò un momento nella stanza attigua.

   Ritornò alla cassa proprio mentre dall’ingresso principale entrarono due poliziotti. Questi mi si avvicinarono e mi chiesero di seguirli al comando.

    Alquanto stupito li seguii e facemmo due passi, dato che l’ufficio della Polizia era nel fabbricato vicino. Entrati, mi fecero accomodare ed iniziò l’interrogatorio:

-  What’s your name … Were you come from … ecc.. ecc..

In pratica volevano sapere chi fossi, da dove venivo e come fossi venuto  in possesso dell’assegno.

   Quel bancario zelante, vedendomi un po’ malmesso,  non aveva telefonato ai poliziotti per indagare sul mio conto!

   Controllati i documenti e sentite le mie spiegazioni, il capo del posto di polizia mi diede indietro documenti e l’ assegno spiegando la motivazione del mio fermo:

- Vede – mi disse – qui a Innisfail ci sono più di ventiquattro nazionalità di persone e se noi non controlliamo, possono succedere atti delinquenziali.

   Ci scambiammo una stretta di mano. 

   Riponendo i documenti in tasca uscii dall’ufficio andando incontro a Gianni che, prima preoccupato e poi rassicurato, si fece una bella risata.

   Restammo a Innisfail ancora qualche giorno, poi partimmo per Sidney dopo aver preso informazioni su un altro lavoro a cottimo che ci avrebbe fatto guadagnare abbastanza.

   Si trattava della raccolta di frutta  a Griffith, nella Riverina.

   Era però ancora presto e sinceramente meritavamo qualche giorno di vacanza nella metropoli.

 

La vacanza a Sydney

   A Sidney c’eravamo già stati più di un mese, appena arrivati in Australia,  e non fu difficile per noi trovare una sistemazione.

   L’ostello che ci aveva ospitato in precedenza si trovava su una traversa di Victoria street, a Surrey street,  vicino a Kings Cross.

   Sotto lo stesso ostello c’era il Club Italiano gestito da un vicentino che si chiamava Mario. Nel locale c’erano appese la bandiera bianco-nera della Juve, le foto della squadra, gagliardetti  e sciarpe dello stesso colore.

   Noi due eravamo tifosi, si fa per dire, del Milan e questo fu non tanto motivo di contrasto con il gestore, ma piuttosto l’occasione che si aspettava per chiacchierare, sfotterci, e scommettere sul campionato di calcio italiano.

   In Australia lo sport del calcio, o soccer come lo chiamavano  loro,  era poco seguito, ma nel club italiano era l’argomento principale di tutte le discussioni. Si parlava anche di ciclismo e di box, ma solo quando si disputavano i relativi incontri.

   Trascorremmo a Sidney circa un mese, poi decidemmo di partire per Griffith altrimenti ci saremmo spesi tutti i guadagni dei lavori precedenti.

In quegli anni, almeno per quanto riuscivamo a vedere o sentire, in Australia non era difficile trovare lavoro come non lo era spendere tutto quello che guadagnavi.

   A cominciare dalla birra, che se non l’avessero inventata, l’Australia sarebbe stata un’isola deserta.

   Si raccontava che una volta un camion di birra stava attraversando il North Territory, ma arrivato pressappoco dove ora sorge la citta di Alice Springs, affondò le ruote nella sabbia e non si mosse più.

    Intorno al camion di birra, che aveva involontariamente creato una oasi, nacque una cittadina che porta appunto il nome di  Alice Springs, ma sicuramente era una favola.

   Altro fattore che poteva portare alla rovina chi non si sapeva controllare, era costituito dalle scommesse alle corse dei cavalli. Per una volta mi ci sono cimentato anch’io. Giocai qualche dollaro su Wine and Song,  perché mi piaceva il nome, e vinsi non mi ricordo quanto.

   Ma fu l’unica volta. Giocai ancora qualche altra volta, ma persi regolarmente e mi bastò.

Non parliamo poi delle slot machine o dei locali particolari dove ti tiravano dentro, mostrandoti le donnine, da dove poi ne uscivi senza un dollaro.

   A proposito di dollari in quegli anni il Governo Australiano modificò la valuta,  che fino ad una certa data fu in  sterline, poi mise in circolazione i dollari che  all’epoca valevano circa 700 lire italiane.

   Per gli australiani fu un vero rompicapo avere una nuova moneta, abituati com’erano con le sterline non ancora decimali, mentre per noi fu tutto più semplice dato che con sterline, scellini, fiorini e con i pence e i pounds, dovevamo fare conti e conversioni, per noi sempre complicati.

    Sydney offriva , come tutte le grandi metropoli, opportunità e svaghi e in quei giorni di permanenza approfittammo di conoscere meglio la città. Era facile muoversi con la metro, gli autobus e qualche volta anche con il taxi e le passeggiate più piacevoli si facevano nei parchi o verso la baia.

   La meta preferita era il giardino botanico, dove vicino c’era il palazzo del Governo, l’Opera House in costruzione e spesso a Woolloomooloo Bay, dove abitava il nostro amico Francesco.

   La sera la meta d’obbligo era Kings Cross dove si svolgeva la vita notturna. Qui si il divertimento era più per quello che vedevi sulla strada che all’interno dei locali. Gli australiani sono dei gran bevitori ed ogni tanto ti imbattevi in qualche ubriaco che litigava e biascicava un’inglese incomprensibile.

    Una di quelle sere,  passando sulla Dowling strett, a pochi passi da Kings Cross, assistemmo ad una scena comica. Dal pub vedemmo un omone, che doveva essere un buttafuori, che spingeva a forza una donna verso l’uscita e con uno spintone la rigettava sul marciapiede.

   Quella “signora” sbraitando ad alta voce tentava di rientrare nel locale, mentre alcuni passanti si erano fermati ad osservare la scena. Era inviperita e, se avessimo capito tutto quello che diceva, forse ci saremmo divertiti di più. 

   Dopo qualche secondo arrivarono due poliziotti, anzi due armadi tanto erano grossi. Uno di loro si mise dietro la donna bussando con una mano sulla sua spalla. Questa si voltò e cambiò subito espressione mettendosi a piangere come una ragazzina. I poliziotti la presero e la misero, senza tanti complimenti, dentro la loro autovettura.

   Sempre in una di quelle vie ti potevi imbattere in un ubriaco steso a terra, tra il cordolo del marciapiede e le auto in sosta, mentre la gente continuava a passeggiare indifferente, oppure una coppia di signore in divisa della Salvation Army   (l’esercito della salvezza) che cantando motivi religiosi, ogni po’ si mettevano a predicare per la redenzione dell’uomo e raccoglievano gli oboli che qualcuno deponeva nel loro cestino.

   A parte il cinema e le alzate in piedi all’inno in onore della Regina, la sera dopo cena si poteva assistere agli incontri di Wrestling. Oltre che spettacolari erano anche comici e gli attori, era il caso di dire, sembrava che se le dessero di santa ragione, ma era tutta una finta. Il bello era vedere il pubblico come si appassionava gridando il nome di uno o dell’altro lottatore incitandolo a distruggere l’avversario. In Italia, uno spettacolo del genere non credo che avrebbe trovato tanto successo. Gli australiani, un po’ come gli americani, alle volte sono bambinoni e si entusiasmano per certi spettacoli, specie quando sono davanti ad un boccale di birra. 

   La rail-way station si trovava in centro, tra George street ed Elisabeth street, cioè nella parte sud,  rispetto alla baia, dove ci sono i centri commerciali e finanziari.

   Noi due, io e Gianni, inseparabili viaggiatori, dopo la vacanza a Sydney, decidemmo di partire e acquistammo il biglietto per Griffith per avviarci verso la Riverina.

 

La stagione della frutta

   Da Sydney a Griffith ci sono circa 400 miglia, sempre nel South Wales e la nuova meta si trovava a metà strada tra Sydney ed Adelaide, in una zona desertica resa fertile da una serie di canali artificiali.

    L’acqua arrivava alle moltissime farms presenti in tutta la Riverina, una zona vastissima che arrivava fin quasi  alle prime formazioni rocciose, che anticipavano il deserto tra il South Australia e il North Territory.

    Sembrava impossibile come in quella zona desertica potessero esistere tante coltivazioni di frutta: uva, prugne, fichi, mele, pere e tutto quello che si poteva immaginare.

   La produzione più grossa era rappresentata dall’uva e quindi dal vino che si imbottigliava sul posto o veniva trasportato nei vari stati dell’Australia e anche fuori continente.

   Penso che portando l’acqua nel deserto, con quel clima, è possibile coltivare anche i chiodi, tano era l’impressione che ovunque si producesse qualcosa.

   Eravamo dunque in viaggio verso ovest. Il treno proseguiva a Nord di Camberra e di Wagga Wagga, in direzione di Mildura, altro centro importante, come Griffith, per la produzione dell’uva, ma ancora più lontano.

Dopo cinque ore di viaggio si incominciavano a vedere le grandi distese di appezzamenti di terreno coltivato a vigneti e  frutteti in genere. Arrivammo a destinazione nel tardo pomeriggio e sembrava di essere capitati in una delle cittadine americane che si vedevano nei films western ambientati negli anni ’50. 

   La cittadina aveva circa 13-14  mila abitanti o poco più, ma era ben messa, nel senso dei servizi, del traffico e della vita sociale in genere. La maggior parte della popolazione era italiana o di origini italiane.

   Da informazioni che qualche volta mi arrivano dagli amici che ho lasciato in quei posti, permane la maggioranza dei nostri connazionali, anche se si sta affermando l’inserimento  delle popolazioni indiane.

   Ormai pratici di come muoversi in paesi del genere, trovammo subito alloggio e scaricati i bagagli andammo subito a visitare un pub per rifocillarci un po’.

   Il centro era abbastanza movimentato, ma come tramontava il sole diventava poco trafficato. Sulla via principale, che era  divisa da uno spartitraffico centrale e percorreva la città in tutta la sua lunghezza,  si vedevano  diversi locali e club aperti e frequentati da giovani.

   Andammo a dormire presto anche perché ci avevano avvertito che già dalle cinque del mattino arrivavano i farmers a cercare mano d’opera per i loro raccolti e, se volevamo iniziare subito  il lavoro, era meglio riposarsi.

   Puntuali alle cinque eravamo sul marciapiede davanti al ristorante “Belvedere” dove dicevano che il cuoco, che era il proprietario e veniva guarda caso da Napoli, faceva una buona pizza.

   Non trascorsero dieci minuti che i primi farmers arrivarono chi con un camioncino, chi con una Land Rover, e si fermarono vicino alla nostra postazione per  chiederci se per caso non cercassimo lavoro.

 

   Un dollaro a cassa per la raccolta delle prugne. Io e Gianni prendemmo l’occasione al volo senza renderci conto quanto poteva fruttarci questo genere di raccolto.

   Il farmer ci caricò sul Land Rover e ci condusse alla sua piantagione.

   L’agricoltore parlava ovviamente l’italiano, anzi il veneto, e ci disse che la sua tenuta non era molto lontana.

   Arrivammo dopo più di mezz’ora di viaggio e … per fortuna che non era lontana!

   Ci disse che era in grado di darci l’alloggio dato che disponeva di una dependance a fianco della sua abitazione, ma noi per il momento avevamo preferito che ci venisse a prendere tutte le mattine e riportati alla pensione la sera.

   Questo perché non eravamo sicuri se continuare quel genere di lavoro.

- Guardate – ci disse – se siete svelti potete guadagnare più di cinquanta dollari al giorno.

   Ci si spalancarono gli occhi solo a pensarlo, ma forse il problema era quello di riempire 50 casse di prugne  a testa ogni giorno.

   La raccolta si effettuava a mano e con i teli stesi intorno alla pianta, come per la raccolta delle olive.

   Le prugne normalmente erano destinate  all’essiccatoio, per fare appunto le prugne secche. La lavorazione avveniva in loco, prima di essere avviate alla industria per il confezionamento delle varie tipologie di prodotto destinato soprattutto alla esportazione.

   La terra però non si trova al pari delle braccia, ma più in basso, tanto che bisognava stare sempre chinati e la sera, anche se non avevamo ancora 30 anni, erano dolori di schiena.

   Il primo stipendio fu abbastanza buono, ma il lavoro non avrebbe avuto una lunga durata  perché le prugne prima o poi sarebbero finite.

   A mezzogiorno la sosta era veloce. Raramente si andava in pizzeria dove una volta con la pizza, un’altra con gli hamburger oppure con un cartoccio di fish and chips ed un bel boccale di birra avresti pranzato. Ma il più delle volte si mangiava al sacco, sotto la tettoia di un grande magazzino. Nel week end si andava al ristorante o al club dove si cenava come si deve, cioè all’italiana.

   A Griffith ci sono diversi clubs: italiano, spagnolo, greco, dove si balla alla moda degli anni ’50,  e magari anche di qualche anno prima.

   Specie in quello italiano si sentiva suonare la fisarmonica e i valzer e i tango si sprecavano.

   Una sera andammo al club spagnolo. Mi ricordo che indossavo un paio di pantaloni stretti alle caviglie, degli stivaletti ed una camicia a rigoni. Avevo i capelli impomatati. In quel tempo, almeno qui,  si usava ancora la brillantina.

   Dopo essere passati al banco del bar, ci sedemmo ad una panca e ascoltavamo i due cantanti, un maschio ed una femmina che si alternavano,  accompagnati da un terzetto di suonatori.

   A un certo punto un signore mi si avvicinò e mi disse in uno spagnolo comprensibilissimo che la ragazza che mi stava di fronte voleva ballare con me. La guardai, non era male.

   Sorpreso e forse un po’ galvanizzato, cominciai a ballare un valzer lento. Quella ragazza non mi toglieva gli occhi di dosso. Ad un certo punto mi chiese, ovviamente in spagnolo,  da dove provenissi.

  Le risposi che ero italiano e, in particolare del centro Italia.

  A questo punto la ragazza smise di ballare  e ritornò al tavolo.

   Rimasi con un palmo di naso, ma poi compresi il motivo del  suo repentino abbandono. Quella ragazza spagnola era in cerca di un fidanzato e magari di un marito, ma lo voleva spagnolo e io, per quanto l’avessi colpita inizialmente, di spagnolo non avevo neanche l’odore!

   Fino a quel momento avevo risparmiato un gruzzoletto. Tra canna, tabacco e adesso la frutta, mi si erano avanzati millecinquecento dollari, più di un milioncino di lire italiane.

   Stavo pagando regolarmente il debito dell’ I.C.L.E e non sentivo ancora la nostalgia per l’Italia. Chissà quanto avrei resistito ancora?

   L’Australia era per me un mondo tutto ancora da scoprire, mi dava delle opportunità, ma nei limiti della mia condizione. Senza un mestiere, un titolo di studio professionale, sarei rimasto un bracciante, un operaio o al massimo diventato un commerciante o un cameriere.

   Il miraggio di guadagnare tre o quattrocentomila   lire  italiane al mese, quando in Italia  se ne prendevano meno di cento, ben presto svanì.

   Per quanto ci davamo da fare, con tanta fatica e sacrificio riuscivamo  si portavano a casa circa 100 dollari la settimana.

   Ma questi pensieri non mi avevano ancora tolto la speranza di un futuro migliore e nemmeno la voglia di girare, di conoscere luoghi e persone, di fare sempre nuove esperienze.

   Il bello o, se vogliamo dire,  la  consolazione più grossa era la libertà di poter scegliere quello che ti andava di fare.

   Il lavoro non mancava e potevi mandare al diavolo un datore di lavoro, tanto ne avresti trovato subito un altro che ti corteggiava.

   Ma erano sempre lavori manuali, come oggi da noi in Italia, dove i lavori umili non mancano anche perché non li vuol fare nessuno.

   Un conto era rimanere nella condizione di emigrante sfruttato, come in effetti lo eravamo noi,  e un  altro tentare di migliorarci. Nel primo caso non c’erano problemi di lavoro; nel secondo occorreva  che qualcuno  ti seguisse o che ti offrisse l’opportunità di riscattarti.

   Quando si dice: “quello ha fatto fortuna” , lo si dice con convinzione perché l’opportunità di far quattrini qui in Australia, per gente come noi,  dipendeva solamente da un colpo di fortuna.

   Non si trattava però di vincere alla lotteria, ma di incontrare, nel posto e nel momento giusto,  l’occasione unica e che, lo stesso evento fortunato che ti fosse mai capitato, ti consentisse di realizzarla.

   Altra cosa quando si ha, come accennavo in precedenza,  un mestiere o un titolo in mano. Allora è solo questione di capacità e, in questo continente, chi è stato capace, si era arricchito.

   In quei venti giorni che siamo rimasti a Sydney, prima di partire per Griffith, incontrammo quel senigalliese di cui ho fatto cenno.

   Si trattava del povero Francesco Franceschini, un amico d’infanzia che purtroppo è deceduto qualche anno fa.

   Anche lui era finito in Australia dove si era sposato con una del posto e aveva avuto da lei una figlia.

   Mi avevano detto che si era stabilito a Woolloomooloo Bay, in un quartiere vicino a Sydney Harbour, quasi di fronte al famoso ponte.

   Un giorno ci invitò a pranzo. Aveva una bella casetta,  quasi completamente in legno, con tanto di giardinetto. Abitare lì era un lusso, ma Francesco non era ricco. Se la passava bene, anche perché la moglie faceva l’insegnante e guadagnavano in due. Lui era un artista, anche bravo.

   A  Senigallia, andavo spesso a casa sua dove dipingeva e creava oggetti dal nulla: di carta, di legno, con i sassi.

   Quando ci incontrammo fu per tutti e due come rivedere casa. Ci siamo messi a parlare in dialetto senigalliese e lui ci raccontava le sue esperienze australiane  con enfasi, lodando e criticando allo stesso tempo l’Australia e gli australiani.

- Vedete -  diceva – qui in Australia con qualsiasi cosa che inventi puoi fare successo. Mi hanno chiamato in televisione perché dipingevo i sassi.

  Una cavolata: prendi un sasso, ci disegni sopra, ci fai un fermacarte, un soprammobile e loro ti comprano tutto.

   Mangiammo una grigliata di buona carne con ananas, banane ed altra frutta.

   Francesco aveva acquistato una MG decappottabile d’epoca.

   Un’autovettura che faceva “figo” e quando per le vie di Sydney incontrava un altro svitato come lui, che girava con una autovettura uguale alla sua, si salutavano come fossero amici chissà da quando tempo.

   Quell’autovettura non aveva le frecce. Quando doveva girare a destra, sporgeva il braccio destro (la guida era a sinistra e di conseguenza il volante a destra).

   Se voleva fermarsi o girare a sinistra sollevava il braccio in alto e tutto era regolare.   

   La moglie era una australiana più alta di lui, non bellissima, ma molto dolce.

   Non so con quanta pazienza riusciva  a star dietro a Francesco, evidentemente lo amava molto.

   Ero rimasto al ballo con la spagnola che mi aveva piantato in asso. In Australia le donne, a parte le straniere (europee in genere), erano quasi tutte stangone, bionde e, come diciamo noi, un po’ cavallone.

   Qui a Griffith c’erano alcune piscine  e noi, tempo permettendo, ne approfittavamo.

   Un giorno stavo appunto facendo il bagno in piscina, quando vedo arrivare una scolaresca. Erano ragazzi delle scuole superiori, maschi e femmine, che venivano a fare un’ora di nuoto. Uscito dall’acqua, mentre mi asciugavo, mi misi da parte ad osservarli.

   Quello che  mi ha stupito era come nuotavano. Le ragazze, specialmente,  sembravano dei siluri e non davano l’impressione di affaticarsi.

   Io, dopo che avevo fatto due vasche, mi dovevo fermare a prendere fiato. Quelle non si fermavano mai!

   Finite le prugne si doveva cambiare lavoro. La prassi era sempre quella, di alzarti cioè il mattino presto e recarti davanti al ristorante Belvedere.

   Quella volta si presentò un farmer con un grosso fuoristrada giapponese. Era un omone alto e grosso che dava l’idea di avere un vasto possedimento.

   Si avvicinò e ci chiese, come succede normalmente, se cercassimo lavoro e, alla risposta affermativa ci invitò a seguirlo. Per strada, e questa volta  l’azienda non era lontana, ci spiegava di cosa si trattasse il lavoro, l’estensione della sua coltivazione, com’era composta la sua famiglia e via dicendo.

   Quel signore, un veneto anche lui emigrato almeno vent’anni prima, aveva quattrocento ettari coltivati a uva. Uve di tutte le specie, bianca, rossa, da vino e da tavola, alcune pregiate altre meno, tutte comunque in maturazione.

   Aveva tre figli, un maschio e due femmine. La più grande era sposata, il maschio studiava e l’altra sorella lavorava in azienda.

   Lui si chiamava Gino, la moglie non mi ricordo così come ricordo solo  il nome della figlia nubile, Genny, diminutivo di Genevieve,  che in italiano suonava nel modo più popolare di Genoveffa.

   Noi accettammo subito di entrare a far parte dei raccoglitori di uva, che si trovavano già all’opera da qualche tempo. Quel primo giorno, dopo le presentazioni, Gino ci invitò a pranzo con la famiglia e facemmo conoscenza con tutti quanti, persone gentili e molto attive. Si notava subito l’attaccamento al lavoro che indubbiamente dava loro un buon reddito.

   Io notai subito un particolare al quale Gianni non aveva ancora fatto caso.

   La figlia giovane, Genny,  lo guardava come se il mio amico fosse il principe azzurro venuto dal paese delle favole.

   Nei suoi confronti mostrava attenzioni eccessive, cosa che non faceva con me, anche se era sempre molto gentile.

   Gianni, a dire il vero,  era un bel ragazzo. Più alto di me,  con il naso un po’ pronunciato e occhi neri e capelli neri,   un pochino crespi.

   La sera stessa iniziammo subito a lavorare. Lungo i filari passava il trattore con il rimorchio che gettava in terra  le casse  di plastica vuote. Gino ci spiegò velocemente come si sarebbe dovuta raccogliere l’uva, a mano, senza alcun attrezzo, ma con l’attenzione a non rovinare la pianta.

   Si teneva la cassa vuota tra le gambe, la si riempiva e si passava ad all’altra,  sistemata qualche metro più avanti. Così via fino alla fine del filare.

    Prima del  termine della mezza giornata il trattore guidato a volte da Gino, altre da un operaio o dal figlio minore, passava a raccogliere l’uva.

   Noi gettavamo le casse piene nel rimorchio, un operaio che stava in equilibrio sul mezzo  le svuotava e gettava il vuoto nel filare successivo.

   Era una bella ginnastica di lancio del peso. Basta pensare al peso di una cassa piena di uva e alla ripetizione del gesto per decine e decine di volte.

   La raccolta si protrasse per quasi due mesi. Avevamo iniziato con l’uva più matura fino a quella da tavola che maturava un po’ più tardi.

   Il figlio del titolare aveva l’hobby di conservare le bottiglie di vino di tutte le annate e ne aveva una grossa raccolta. Dopo averle sigillate ben bene, le murava in una sorta di caveau ricavato sul muro del magazzino. Non so quante ne avesse messe da parte, ma sicuramente sarà stata una bella collezione.

   Conservo ancora una fotografia con il ragazzo ed io truccato da Bacco, il dio del vino, con una corona di grappoli d’uva in testa ed un’altra alla vita, mentre tenevo due grossi grappoli  in mano.

   Salvo incontrare anche da quelle parti qualche serpente, si vedevano spesso nuvoli di pappagallini multicolori che volavano a stormi. Spesso si fermavano  a beccare sull’asfalto e, se non suonavi il clacson,  quando te li trovavi davanti, rischiavi di prenderne sotto qualcuno.

   Il farmer ci aveva messo a disposizione una dependance, tutta in legno, sollevata su pali, come una palafitta. Aveva davanti una bella tettoia e dentro tre stanze. Il bagno era esterno, così come la doccia che si faceva a fianco della casa, protetti da una siepe.

   C’era una cucina attrezzata, una camera con due letti sovrastati da zanzariere appesa con un gancio al soffitto e che  la notte ci proteggevano dai numerosi volatili:  insetti di tutte le specie. A fianco, un ripostiglio abbastanza capiente dove mettevamo tutti i panni da lavoro.

   Io, che non avevo mai cucinato se non qualche uovo in padella od una fettina di carne, un giorno decisi di andare dal macellaio per acquistare qualcosa da cucinare.

   Chiesi: - Some liver, please.   

  Il macellaio, che era più testone che australiano non capiva. Allora ripetei ancora una volta la richiesta, ma lui continuava a non capire.

   Insomma io volevo del fegato, ma lo pronunciavo evidentemente male e quello, ovviamente, non mi capiva.

   Allora cambiai l’ordine ed indicai un  chicken, un pollo, e questa volta mi capì, anche perché era davanti a me nella vetrina del banco.

    Certo che gli australiani se non pronunciavi bene una parola non la capivano. Ti facevano  passare da ignorante ogni volta che aprivi la bocca ed io mentalmente mi vendicavo immaginando di apostrofarlo come un bastardo australiano.

   Andai a casa e mi preparai per cucinare il pollo appena acquistato. Lo misi sopra il tavolo e incominciai a rigirarlo pensando da che verso prenderlo per iniziare a cuocerlo.

   Ci pensai un po’, lo prendevo in mano, lo rimettevo sul tavolo, finché mi decisi di sotterrarlo dietro casa,  senza dir nulla a Gianni che non l’ha mai saputo.

   Col tempo imparai anche a cucinare piatti un po’ più elaborati  di quello che avrei dovuto preparare quella volta con il pollo morto e sotterrato.

   Un pomeriggio dovemmo rientrare presto perché si stava preparando una tempesta di sabbia.

    L’abitazione di legno, quella palafitta di cui dicevo, non era priva di fessure né aveva le finestre tanto robuste. Per questo siamo subito entrati in casa per rinforzare le parti più a rischio.  

  La tempesta arrivò che era già notte. Noi andammo a letto protetti dalla zanzariera, ma quando ci svegliammo il mattino seguente, avevamo sopra di noi una cappa di sabbia. La zanzariera non era più bucherellata, ma sembrava un tappeto spesso tanta era la sabbia che vi si era depositata. Se non ci fosse stata avremmo dovuto ripararci in altro modo.

   Il tempo trascorreva abbastanza velocemente e direi anche serenamente. Griffith offriva diversi svaghi e anche la gente era abbastanza cordiale.

    C’erano, a dire il vero molti calabresi e veneti. Gli uni erano un po’ gradassi, parlavano sempre di sesso, di risse e qualche volta anche di coltello. I figli dei veneti erano anche loro un po’ esuberanti, ma più calmi dei calabresi.

   Con noi si aggregavano anche ragazzi australiani, almeno di nascita.

   L’unica difficoltà era quella di muoversi dal paese.

   La sera dopo cena i mezzi pubblici non funzionavano e dovevi sempre camminare a piedi.

   Decisi allora di acquistare una modesta autovettura che avevo visto dal concessionario e che avrei potuto pagare con modiche rate mensili.

   Mi mancava però la patente e così mi presentai al posto di polizia dove mi ricevette  un poliziotto di più di cento chili di stazza. In Australia non ho mai incontrato un poliziotto piccolo!

   Quell’agente mi diede un libretto che avrei dovuto studiare per prendere appunto al patente di guida.

    Gli dissi che in Italia ero già patentato, ma a quello non gli importava niente, diede un’occhiata alla mia patente italiana, come se guardasse un volantino pubblicitario,  e me la riconsegnò. Dopo quindici giorni mi presentai per sostenere l’esame.

  Lo stesso poliziotto mi invitò allora a salire sulla sua auto personale, una Mini Minor. Per me era una novità, a lui stava un po’ stretta.

   La guida a sinistra con tutti i comandi rovesciati rispetto a quelli che noi eravamo abituati ad usare, rappresentavano sicuramente una difficoltà aggiuntiva.

   Partimmo percorrendo la Banna Ave, la via principale della città,  che era a senso unico per ogni direzione di marcia con lo spartitraffico centrale, intervallato ogni tanto da un passo dove si poteva, se consentito, fare manovra di inversione.

   Ad un certo punto , il poliziotto che mi stava di fianco, mi disse:

- Turn right! -  In maniera alquanto spiccia, come fosse un ordine da eseguire all’istante.

   Con calma misi la freccia e svoltai a destra.

   Lui a questo punto mi indicò il segnale di divieto di inversione a “U” e mi fece scendere dandomi l’appuntamento alla settimana successiva.

  Trascorsa la settimana, rifacemmo il medesimo percorso e  lo stesso poliziotto, giunti in corrispondenza di un incrocio,  mi ripeté l’ordine, ma io questa volta gli ho fatto mentalmente un manico e non ho ubbidito.

   Così mi ha consegnato al “Provisional licence”  ovvero la patente provvisoria valida per un anno. La patente prevedeva alcune prescrizioni tra cui di non superare il limite di 40 mph, miglia orarie.

   Una mattina, quando avevo cambiato lavoro e dovevo percorrere alcune miglia da casa alla coltivazione di non so che cosa, mi fermò una pattuglia di poliziotti che mi aveva seguito per qualche minuto senza che io non me ne accorgessi.

   Avevo superato il limite dei 40, ma era mattino presto e ancora il sole non era spuntato.

   Mi giustificai come potevo e loro mi invitarono al comando dove sarei dovuto andare il pomeriggio per pagare la multa.

   I poliziotti, infatti,  mi avevano  rilasciato solo un bigliettino d’invito, con l’orario ed il luogo dove sarei dovuto andare.

   La sera mi presentai allo sceriffo  o capo della polizia del posto che mi fece accomodare. Mi chiese perché fossi andato a quella velocità, che a dire il vero non era eccessiva, e alle mie giustificazioni, mi fece una ramanzina  e mi congedò senza farmi la multa che temevo.

   Anche quella fu un’avventura che non si ripeté più perché ero abbastanza prudente. L’unica difficoltà di guidare in quei posti stava nel fatto che il manto stradale, fuori città, era largo una volta e mezzo l’autovettura: quando si incrociava un altro mezzo, tutti e due si dovevano spostare sulla sinistra,  con le due ruote fuori dall’asfalto. Per questo era bene non procedere velocemente, anche perché c’era il limite di velocità su tutte le strade.

   Una volta stavo percorrendo una via di campagna sotto un acquazzone che non ti faceva vedere la strada e i tergicristalli non riuscivano a migliorare  la visibilità, tanta era l’acqua che buttava giù.  Ad un certo punto incrociai un autotreno. Non feci il segno della croce perché avevo tutte e due le mani sul volante che stringevo forte cercando una via di salvezza.

   Oltre a non vedere bene la strada, non si vedeva neanche il fuoristrada, per cui mettere le ruote fuori dall’asfalto era un rischio molto grosso. Potevo infilarmi in un fosso come sbattere su un pietrone.

    Indubbiamente era meglio optare per quest’ultima soluzione e mi feci da parte, ma incrociandolo sentii un colpo sulla mia sinistra.  

   Mentre passavo a fianco del grosso camion, sentii un colpo sulla mia sinistra.

   Poco più avanti mi fermai per controllare il danno e mi accorsi di aver perso lo specchietto laterale sinistro.

    Non lo cercai nemmeno, tanta era la pioggia che mi aveva inzuppato tutto. Ripresi la marcia, forse a 10 miglia all’ora,  con una tremarella che mi portai fino a casa.

   Quando quel giorno mi aveva fermato la polizia, stavo andando a lavorare in un raccolto di non so che cosa perché accettai il lavoro senza chiedere troppe informazioni sul tipo di coltura. Forse si trattava di sorgo ed io dovevo estirpare le erbacce.

     Quel lavoro durò qualche giorno poi lo cambiai anche perché era troppa la distanza tra il paese e la coltivazione.

    Ritornando alla raccolta dell’uva, questa durò fin quasi a Natale.

 

   Il  Natale australiano, era comunque sentito abbastanza anche se cadeva in estate e l’atmosfera non era certo come quella europea. Forse  a Sydney, dove le vie e i negozi erano sicuramente meglio addobbati e c’era la corsa allo shopping, doveva essere più sfarzoso. 

   Anche a Griffith, comunque, facevano le cose in grande. Le vie illuminate, i negozi con tutti i gadget natalizi, compresi gli alberelli di Natale, i Presepi e i Santa Claus, vestiti di tutto punto.

   Griffith, inoltre aveva una bella chiesa cattolica, le scuole superiori e anche l’aeroporto.

   Trascorso il Natale e terminata la raccolta della frutta, dovevo cercare un lavoro più tranquillo e questa volta lo dovevo fare da solo perché Gianni si era fidanzato con Jenny e tutti e due, Gianni and Jenny, si erano accoppiati di nome e di fatto.

   Trovai il lavoro presso il mulino del riso. Qui il compito era abbastanza semplice. Dovevo fare i turni, mattino fino alle 14,00, pomeriggio fino alle 22,00 e notte fino alle 6,00 e si trattava di stare attenti all’insaccamento del prodotto che scendeva da un grosso tubo dove dovevo attaccare i sacchi.

   I sacchi si spostavano automaticamente senza tanta fatica, ma dovevo stare attento a chiudere il getto del riso prima che fuoriuscisse dal sacco e finisse in terra.  La paga era abbastanza buona e la fatica era più che altro quella di stare sul posto senza muoverti più di tanto. Il ciclo era continuo e si fermava solo quando nel silos non c’era più prodotto. Allora dovevo spostarmi per continuare da un’altra parte, ma questo solo di notte,  quando si rimaneva soli ed il principale andava a dormire.

   Una di quelle notti, ero un po’ stanco e sinceramente con poca voglia di lavorare, dopo aver finito il riempimento dei sacchi sotto il silos che si era svuotato, mi misi a dormire pensando di farlo per poco tempo. Ma mi addormentai e mi svegliò il proprietario che era venuto a vedere il lavoro dato che non sentiva più il solito rumore. Così mi licenziò.

   Non me la presi più di tanto perché il giorno seguente avrei trovato sicuramente un altro lavoro.

Il giorno dopo mi venne infatti a  trovare il boss che mi aveva appena licenziato, pregandomi di ritornare al mulino, ma io rifiutai perché quel genere di lavoro non mi piaceva più di tanto.

   Quando dicevo che in Australia, restando da soli senza un appoggio famigliare o di qualcuno che ti offrisse una occasione di star meglio o fare carriera, mi riferivo a quello che era successo a Gianni. Egli aveva trovato una famiglia e nuovo interesse per restare in quel paese. Per me, invece, che incominciavo a sentirmi solo, non fu così.

   Non passò troppo tempo che Gianni si sposò e stavolta era davvero fritto. Quella, a meno di una sbandata per qualche altra ragione, sarebbe stata probabilmente la sua sistemazione definitiva.

   E fu così. Il matrimonio si rivelò stabile e sereno.

   Ebbero due figlie e vivono tutt’ora a Griffith nella grande tenuta di Gino che, sinceramente, non so se fosse ancora in vita.

   Dopo che avevo fatto ritorno in Italia e, per così dire, addomesticato alla vecchia e nuova realtà,     Gianni mi venne a trovare un paio di volte, con la moglie e le figlie, una delle quali, nell’ultimo periodo si era appena  laureata in giurisprudenza.

 

Il ritorno a Sydney

   Ritornando all’anno 1967, era gennaio, vendetti l’autovettura e presi l’aereo per Sydney.          

  Qui rimasi ancora per qualche tempo, ma mi stavo sempre più accorgendo che, se non avessi trovato subito una nuova occupazione, avrei dilapidato i risparmi accantonati con tanta fatica, fino a quel momento. 

   Stavo seriamente maturando l’idea di ritornare in Italia.   

 Una sera in pizzeria incontrai un napoletano, Alberto, di qualche anno più vecchio di me, che gironzolava per la città da qualche giorno, anche lui in cerca di un lavoro che lo soddisfacesse.

   Veniva da Melbourne dove aveva lavorato presso un tappezziere, fabbricante di divani. Non mi aveva spiegato il motivo per cui se ne era andato, probabilmente non andava più d’accordo con il titolare.

   Trovandoci quasi nelle medesime condizioni, decidemmo di andare presso l’Employer Services, un ufficio che si trovava in centro, e dove era possibile ricevere alcune informazioni.

   In quell’ufficio c’erano diversi immigrati, molti dei quali con la pelle olivastra che denunciava la loro provenienza dal Bangladesh o dal Sri-Lanka, in pratica indiani. 

    Alberto, che parlava un inglese napoletanizzato, con tutti gli accenti del suo dialetto, ma  capacissimo di farsi capire apprese, da uno di questi indiani, che a Kooma, nel sud, nella zona montagnosa, stavano cercando operai per il montaggio dei tralicci per la linea dell’alta tensione.

   Qui pagavano bene, anche se il lavoro presentava alcuni rischi. Si trattava infatti di montare, con tanto di chiave inglese, i tralicci dell’alta tensione, pali a delta, alti più di 40 metri.

- Andiamo a vedere – disse subito Alberto – magari faremo una gita per vedere i posti e se non ci va torniamo a Sydney.

   Per andare in quel luogo non c’era la ferrovia, ma occorreva prendere una corriera che partiva un paio di volte la settimana.

   Qualche giorno prima avevo telefonato ad Antonio, su ad Innisfail per avere notizie della stagione della canna.

   Antonio mi disse che si era meccanizzato, cioè non avrebbe tagliato più la canna  a mano e pertanto non gli servivano tanti operai, ma solo una squadra che andava dietro la macchina.

   Stava finendo anche l’era dei tagliatori di canna da zucchero, anche perché era sempre più difficile trovarne, dato il duro lavoro che nessuno voleva più fare.

   Era successo un po’ come da noi con il grano.

   Quando si mieteva a mano ci si impegava qualche giorno, dipendeva ovviamente dall’estensione del campo, mentre  oggi con la mietitrebbiatrice in un giorno si fa tutto il lavoro e con minor fatica.

   Questo fatto mi diede lo sprone per tentare una nuova avventura e, io e  Alberto, partimmo alla volta di Kooma.

   Ricordo che il viaggio fu un po’ rocambolesco e faceva freddo. Stava iniziando l’autunno e sulle cime più alte del South Wales la temperatura andava anche sotto zero.

   Arrivammo in un posto che chiamarlo paese era come offendere la borgata più piccola delle nostre parti.

   C’erano quattro case, si fa per dire di legno e lamiera che in inverno sicuramente erano disabitate. In quel periodo servivano come ricovero per gli operai che lavoravano alla linea elettrica.

   Ci presentammo ad un signore che era il capo cantiere e che stava dentro il suo ufficio a fare i conti. Alla nostra domanda se per caso ci fosse la possibilità di lavorare nella sua squadra, ci rispose:

- Scaricate i vostri bagagli in quella capanna poi venite qui che vi consegno l’equipaggiamento. 

   Fra poco arriva la squadra che andrà sul campo. Dite al capo squadra che vi mando io e andate con loro. Vi diranno cosa dovrete fare.

   Indossata una tuta, un elmetto ed una cintura con il porta chiavi, seguimmo questo capo squadra che ci portò fin sotto ad un traliccio in costruzione. A circa venticinque metri di altezza c’era un operaio che avvitava i grossi dadi che assicuravano le parti alla struttura  e,  man mano che il traliccio si componeva, quello saliva portandosi  a tracolla una scaletta di ferro.

   La vista di come si svolgeva il lavoro non è che ci rassicurasse più di tanto.

   Ad un certo punto, lo stesso operaio lasciò cadere una chiave inglese e rivolgendosi a me, gridò:

- Ragazzo portamela su.

   Io lo guardai un po’ interdetto, diedi uno sguardo al mio amico che nel frattempo si era seduto da una parte, poi presi coraggio ed iniziai a rampicarmi.

   Arrivato a circa quindici metri di altezza incominciai ad avvertire le vertigini. Mi fermai guardando l’operaio che stava molti metri sopra di me, poi volsi lo sguardo verso terra  e  presi immediatamente la decisione. 

   Facemmo in tempo a prendere la corriera che ritornava a Sydney e,  prima di notte,  di nuovo dentro la pizzeria dove io e Alberto ci eravamo conosciuti.

   Al bar di Mario, vicino a Kings Cross, si trascorreva il tempo davanti alla TV, a un sacchetto di patatine fritte ed un bicchiere di birra e si facevano tanti discorsi.

   Alberto, che era ormai diventato il mio nuovo amico, forse un po’ più sognatore di Gianni, ma molto meno portato a lavori impegnativi, mi disse quella sera se non fossi interessato a fare un viaggio verso nord, al confine con il Queensland in una zona chiamata Lightning Ridge.

   Mentre faceva questi discorsi, leggeva un giornale locale e immedesimandosi nei personaggi raccontati, nella loro continua ricerca di tesori che, molto probabilmente, non avrebbero mai trovato, si convinceva sempre di più  che i suoi pensieri non erano soltanto sogni.

   Anche nel bar, qualche volta si raccontavano storie di cercatori di opale che si erano arricchiti solo per averne trovati alcuni.

   L’opale è una pietra preziosa, presente un po’ in tutto il mondo, ma qui, in Australia, esistevano e ci sono ancora ricchi giacimenti di quel minerale che si presenta con diversi colori: rossiccio, blu o verde e, a seconda della qualità, può valere anche parecchi dollari. Quello nero è forse il più ricercato.

   Per quanto non fossi particolarmente convinto, gli risposi:

- Perché no, facciamo il viaggio, poi se va male proseguiamo per il Queensland e andiamo a trovare Maurano, a Innot Hot Springs.

   Non era ancora la stagione del tabacco, pertanto avevamo tutto il tempo di girovagare ancora e andare a vedere cos’era questo opale e come lo si raccoglieva.

   L’opale non cresce sugli alberi come le prugne o i fichi, bisogna estrarlo o, tutt’al più,  andare a cercarlo lungo i fiumi come fanno i cercatori d’oro.

   Era comunque l’occasione per fare una gita anche se il viaggio non doveva essere  dei più confortevoli.

Girammo per chiedere informazioni su come attrezzarci per l’avventura e su quanto ci sarebbe costata,  ma viste le difficoltà, l’impresa fu annullata.

    Per andare da quelle parti occorreva munirsi di un fuoristrada e di tutto l’equipaggiamento necessario per attraversare le zone desertiche, piene di serpenti e scorpioni.

   A parte i  pericoli che si potevano incontrare e l’assoluta inesperienza ,  occorrevano pertanto i soldi e tanto spirito di pionieristico che, sinceramente a me stava un po’ scemando o, forse,  così forte non l’avevo mai sentito.

   Così, rivolgendomi ad Alberto che non era ancora del tutto convinto di abbandonare l’impresa, gli dissi:

-  Senti, io vado al nord Queensland  e rifaccio la stagione del tabacco, tu fa come ti pare.

   Trascorsero alcuni giorni e persi il contatto con  l’amico.

   Non  lo cercai e non seppi più che fine abbia fatto. Forse era andato davvero alla ricerca degli opali.

 

La fine della mia avventura

   Restai qualche giorno ancora a Sidney, e approfittai per prenotare il viaggio di ritorno in Italia. Combinazione volle che a marzo c’era pronta l’Angelina Lauro, la stessa  nave che mi aveva portato in questa lontana terra, ma per quella data mancavano  ancora diversi mesi.

   Qui in città la vita stava scorrendo sempre uguale.

Il mattino a girovagare, il pomeriggio al bar, la sera a Kings Cross e,  con i soldi rimasti, dopo aver pagato il biglietto, c’era poco da scialacquare.

   Certo, volendo fare di meglio, le occasioni non sarebbero mancate, ma la bella vita costa e non è confacente con le risorse di un emigrante  che tra le altre cose, in quel momento era anche disoccupato.

   Senza tante pretese avrei sicuramente trovato un lavoro. In Australia, nel 1967 era ancora sufficiente alzare un dito.

   Intanto sarebbe bastato un pizzico di umiltà e ritornare da Spirescu, ma sinceramente non mi andava di lavorare in fabbrica. C’era anche la possibilità di farsi assumere dalle ferrovie che in quel periodo cercavano manovalanza, ma le prospettive erano le stesse, ovvero una vita piatta e mediocre.

   E allora era meglio ritornare in Italia. Un lavoro migliore lo avevo già lasciato, congedandomi dalla Guardia di Finanza e probabilmente, uno simile,  lo avrei anche  ritrovato.

   Ripensando a Gianni e a tutti i progetti che avevamo fatto, mi sentii  quasi annullato nel profondo dell’animo.

   Lui che sognava l’avventura e di fuggire dalla monotonia di una vita scialba, si era accasato, aveva messo su famiglia come un qualsiasi bravo ragazzo.

   Certo si era sistemato entrando in una famiglia benestante e, una volta ereditata la fortuna del suocero, non avrebbe più avuto problemi per il resto della vita.

   Partii deciso per il Queenssland. Presi l’aereo a Sydney per Brisbane e poi un altro due motori diretto a Cairns. Ci sarebbe stato anche un’altra coincidenza per  l’aeroporto di Innisfail, ma c’erano solo una cinquantina di miglia e allora ordinai un taxi.

   Per strada rivedevo le piantagioni di canna da zucchero, i bananeti, il blu dell’oceano infinito che isolava, insieme a questa terra, tutti i miei pensieri.

   Già, se rimani solo,   l’Australia fa questo effetto.

   Il senso dell’isola ti prende anche la mente che non sa più distinguere l’orizzonte giusto.

   Tutto diverso e tutto maledettamente uguale.

   Un sole che nasce e che non sai dove andrà a tramontare.

   Con questi pensieri trascorsi gli ultimi mesi nel nord del Queensland, dove i canguri erano ormai bestie famigliari, dove i serpenti non facevano più paura e dove gli italiani, quelli emigrati tanti anni fa,  avevano già preparato il loculo in terra straniera.

   Arrivò presto il 5 marzo 1968 e mi stavo apprestando a fare il passo più lungo degli ultimi 700 giorni, quello verso casa.  

Franco Patonico

Cerca il tuo viaggio all'interno di tutte
le nostre proposte
Iscriviti al servizio di newsletter per essere
aggiornato sulle novità e sulle offerte
Dichiaro di aver letto l'informativa ed acconsento al trattamento dei miei dati personali


Cerca l'agenzia a te più vicina
per richiedere maggiori informazioni


2013 © Go Australia
Srl Sede: via Canale 22 60125 Ancona P.IVA, Codice Fiscale e n. iscrizione CCIAA 02116980422 R.E.A. AN 162472 - Capitale Sociale € 30.000,00